Del RSPP Interno

Molti pensano che l’arrivo di un’offerta di lavoro sia come quando si ammazza il maiale: non si butta via nulla.

Non è sempre vero:

  1. il maiale potrebbe essere gravemente malato. Se puoi curarlo, bene. Ma quando proprio vedi che non c’è nulla da fare, che il maiale non risponde alle cure, meglio lasciar stare;
  2. non sai lavorare la carne… In questo caso, non solo hai ammazzato un animale, ma per giunta hai buttato via del cibo. Avresti dovuto lasciar perdere il maiale e/o regalarlo (o venderlo, se proprio vuoi guadagnarci sopra) a qualcun altro;
  3. quel maiale lì, per qualche ragione, potrebbe essere specie protetta. Puoi verificare se, in effetti, per qualche ragione, il tuo maiale fa eccezione, ma se non è così, non puoi toccarlo. Inutile insistere.

Nella mia vita professionale ho avuto a che fare con molti maiali (senza offesa, eh!) e mi sono capitati anche i casi in cui ho dovuto rassegnarmi a lasciar perdere. L’etica professionale prevale, in questi casi.

Ad esempio, io ricordo a tutti i miei potenziali clienti che l’art. 31, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008 prevede che il servizio di prevenzione e protezione debba essere prioritariamente organizzato all’interno dell’azienda. È successo che, ravanando tra le competenze interne, sia uscito fuori qualcuno che aveva le competenze tecniche di base per svolgere il ruolo. Amen! Niente incarico di RSPP per il sottoscritto, ma ennesima soddisfazione personale per aver guadagnato la fiducia del cliente (che, magari, se ne avesse la necessità, potrebbe affidarmi altri incarichi).

Ho già avuto modo di parlare del Marketing della sicurezza e sono convinto che non si possa vendere qualunque cosa, nemmeno se il cliente lo vuole.

Colgo quindi con piacere l’occasione per riportare l’esperienza del collega Ing. Ugo Fonzar, uno dei migliori professionisti che conosca (e sono in molti a poterlo confermare). Per la verità è mio fratello, anche se non ci somigliamo molto e, soprattutto, in termini di dimensioni, potrebbe essere il mio fodero.
Il mio sogno è quello di scuoiarlo e trasformarlo in un pisolone, per dormirci dentro.

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Siccome era l’ultimo della cucciolata, gli è rimasta una fame atavica che, da adulto lo spinge a divorare qualunque cosa. Pranzare con lui è come assistere al caricamento di una betoniera a bicchiere. Un uomo meraviglioso! Tutti dovrebbero averne uno.

Scusate la digressione, dicevamo…. A Ugo è capitata una cosa che è successa in un paio di occasioni anche a me. Siamo incappati in un «maiale protetto». E siamo giunti alla medesima conclusione che, secondo me, è utile riportare. Sia mai che capiti a voi, avete già la risposta.

In questo caso, è lui direttamente a scrivere il seguente contributo (cliccando sul link saprai perché hai letto questo post fino alla fine. Non ti si apriranno immagini pubblicitarie o pornografiche, non scaricherai virus, non ti verrà venduto nulla. Saprai semplicemente come Ugo ha trattato il suo maiale protetto, leggendolo direttamente sul Blog dello StudioFonzar).

Un consiglio: se non siete abbonati alle Fonzarnews, fatelo. È gratis e ogni giorno verrete inondati da uno tsunami di notizie inerenti il magico mondo della sicurezza sul lavoro (di tutto e di più) che l’amico Ugo, con la sua fame atavica, raccoglie in giro per il mondo.

 

 

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La mosca nel cervello: nudge theory

La prima volta che mi trovai prepotentemente al cospetto della “nudge theory” fu all’aeroporto di Schipol ad Amsterdam. Nel bagno.

All’interno dei water dell’aeroporto (immagino solo in quelli degli uomini) era disegnata in posizione strategica una piccola e fastidiosa mosca. Un invito irresistibile, per qualunque maschio in possesso di tutte le proprie facoltà idrauliche, a trasformarsi in un cecchino per centrare quell’insopportabile insetto che invade il nostro territorio, scaricandolo negli inferi delle acque nere.

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Tornai nella sala d’aspetto tutto soddisfatto, raccontando a mia moglie con dovizia di particolari tutta la faccenda della mosca, il mio entusiasmo per quella trovata geniale, la mia mira infallibile, il mio rammarico per non avere una riserva aggiuntiva di pipì.
Se avessi avuto un modulo di suggerimenti da compilare, avrei suggerito a quelli di Schipol di mettere all’ingresso della toilette un mirino da posizionare sul… Vabbeh, avete capito.

Quella mosca era un “nudge”, un pungolo, una spinta lieve.

Con un piccolo, semplice disegno sulla superficie smaltata di un gabinetto, i gestori dell’aeroporto di Schipol hanno ridotto considerevolmente il quantitativo di acqua in eccesso del nostro corpo che veniva inopinatamente disperso dagli avventori sulle superfici orizzontali della toilette.

Oggi la Banca di Svezia ha assegnato il premio Nobel dell’economia a Richard Thaler per “il suo contributo negli studi sull’economia comportamentale”, autore insieme a Cass Sunstein di «La spinta gentile» (edito da Feltrinelli).

Grazie a questo libro ho scoperto il termine “nudge” e tutta la teoria che ci sta dietro (tra l’altro è pure citata la mosca di Schipol, quindi io, a prescindere, gli credo).

R. Thaler è un sostenitore del «paternalismo libertario», che detto così è un quasi ossimoro, tipo l’anarco-monarchia. Invece ha un suo perché.
Nella sostanza, ammettendo l’impossibilità di togliere alle persone la loro libertà di operare delle scelte attraverso l’imposizione dall’alto dei comportamenti corretti (paternalismo), c’è un’alternativa possibile all’idea del «Vabbeh, allora fate un po’ come c…o vi pare».

L’alternativa è il paternalismo libertario: lasciare le persone libere di fare come c…o gli pare, infilandogli però la mosca nel cervello, invece che nel water (non è un incentivo ad orinare in testa al prossimo…).

La faccenda è semplice: è noto, molto noto, talmente noto che non so nemmeno perché ve lo sto dicendo, che le persone quando si tratta di decidere sono influenzate da molti fattori, tali per cui la scelta razionalmente corretta, quella economicamente più conveniente, non è detto che verrà presa.

Insomma non è detto che facciate la cosa giusta nonostante abbiate tutti gli elementi corretti a disposizione per farla (secondo mia madre, io sono la vostra unica chance per non sbagliare mai. Dovete guardare con molta attenzione quello che faccio io e poi fare l’esatto contrario).

Se volete saperne di più (e vi assicuro che lo volete), leggetevi «Pensieri lenti e veloci» di D. Kahneman (edito da Mondadori). Non dite che non ve l’ho detto.

La mosca nel cervello sfrutta alcune euristiche decisionali che normalmente impieghiamo per prendere le decisioni, per spingerci a fare la cosa “giusta” decisa da qualcun altro, pur potendo decidere di fare la cosa sbagliata.

Tu sei libero di pisciare anche sulla tavoletta o di aerografare le pareti della toilette con il tuo getto maschio e virile, Nessuno può impedirtelo. Ma un piccolo insetto disegnato nel water, ha il potere di condizionare la tua decisione in modo determinante.

Esempi di nudge che vedete tutti i giorni:

  • le scritte e le immagini sui pacchetti di sigarette;
  • i prodotti che si vuole far comprare disposti a portata di mano sullo scaffale;
  • il cicalino in auto se non ti allacci la cintura di sicurezza;
  • il cartello negli hotel che ti chiede di non lasciare gli asciugamani a terra se non vuoi che vengano lavati, spiegandoti perché (detersivi, inquinamento, ecc.);
  • la monetina nel carrello della spesa.

Esempio di un nudge che vorrei: applicazione del principio del silenzio-assenso nella donazione di organi. È dimostrato che nei paesi in cui esso è applicato e costituisce la scelta di default, i donatori sono la maggioranza. Di brutto. Se invece devi scegliere se donare (come in Italia), i donatori diventano minoranza.
La scelta è sempre quella: donare o non donare.
Ma come la si porge è essenziale.

Molti di questi concetti possono essere applicati alla sicurezza sul lavoro.

Ora arriva il disclaimer, bello evidente.

La scienza comportamentale non è una scienza esatta.
L’ingegneria nemmeno, ma è un tantinello più precisa e affidabile.

Intendo dire che prima si proteggono le macchine e lo si fa, quando è tecnicamente possibile, in modo che le protezioni non possano essere eluse.
Poi si forniscono i DPI ai lavoratori, se necessario.

Adesso, se volete, potete utilizzare un nudge per evitare che una sacca di riottosi continui ad eludere protezioni o a non indossare i DPI.
O magari per spingerli ad adottare comportamenti sicuri.

“Cultura della sicurezza”, questa sconosciuta.

Ieri chiacchieravo di “cultura della sicurezza” con una persona molto simpatica che mi aveva chiesto un parere in proposito, premettendomi che secondo lei in Italia, nonostante le norme, essa fosse insufficiente.

Io le ho detto di non essere pienamente d’accordo. Vorrei esprimere qui il mio ragionamento.

Questa espressione, “cultura della sicurezza”, è abusata. Tutti ne parlano, ma poi, quando chiedi loro di definirtela, non sanno risponderti.

Il concetto di “cultura della sicurezza” è relativo, non assoluto. È il frutto di un tempo, di un’epoca, di stili di vita e sociali, di esperienze condivise dall’intero gruppo sociale a cui la si vuol riferire. Possiamo ritenere che in Italia la “cultura della sicurezza” sia più sviluppata che in Bangladesh (ammesso che sia vero), ma meno che in Giappone (ammesso che sia vero), ma non si può affermare che i giapponesi siano i titolari dell’ortodossia della “cultura della sicurezza” o che tutti dovrebbero tendere alla “cultura della sicurezza” giapponese, perché questo richiederebbe, anzitutto, essere giapponesi.

In poche parole In Italia abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo, per ciò che siamo, per quello in cui crediamo. Non è né un male, né un bene.

Misurare la “cultura della sicurezza” sulla base del numero di infortuni non è utile.

Un’azienda che non ha mai avuto infortuni, nonostante non rispetti le norme di sicurezza, non ha un’elevata “cultura della sicurezza”. Ha solo un culo di ragguardevoli dimensioni.
Così come avere un infortunio in azienda non significa necessariamente che lì non vi sia  “cultura della sicurezza” (raccontatelo ai progettisti della centrale di Fukushima, a proposito di Giappone).

E rispettare le norme di sicurezza è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente per dire: «Abbiamo una cultura della sicurezza adeguata».

Esempio pratico.

Oggi quasi tutti indossano la cintura di sicurezza. Possiamo affermare che essa è parte integrante della nostra “cultura della sicurezza”.
Non esattamente. Solamente pochi sono intimamente convinti della necessità di indossare la cintura di sicurezza.
Dite che non è vero? Allora perché la maggioranza di quelli che la indossano alla guida non la indossa anche quando siede sui sedili posteriori?

E anche se tutti la indossassero sia sui sedili anteriori che posteriori (cosa che, tra l’altro è un obbligo previsto dal codice della strada), questo non sarebbe sufficiente a dire che finalmente la “cultura della sicurezza” sia stata acquisita.

La “cultura della sicurezza” è definita solo dall’attitudine mentale (il mindset) con la quale si guida. Puoi indossare tutte le cinture di sicurezza che ti pare, ma se parli al telefono mentre guidi, non hai un mindset adeguato ai rischi che ti circondano. Poco importa che si usi il vivavoce o l’auricolare.

La “cultura della sicurezza” può essere suggerita dall’alto, con le norme, per imposizione. Ma attecchisce solo quando emerge dal basso, dai comportamenti quotidiani di ciascuno e dall’interiorizzazione del loro significato.

Quindi, sì: abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo. Ha a che fare con noi. Se vogliamo elevarla, ciascuno di noi deve mettersi in gioco.

Oggi ho incontrato il  CEO di un’azienda (un acronimo che indica il maschio alpha) in qualità di suo RSPP. Si tratta di un’importante azienda in cui una parte del personale deve fare tragitti quotidiani medio-lunghi in auto per necessità lavorative.

Tra le altre cose illuminate dette di fronte ai dirigenti interessati, ha espresso la volontà di vietare ogni comunicazione di lavoro (telefonate, mail, sms, piccioni viaggiatori…) verso e da parte di questi lavoratori “nomadi” dopo le 18:30, per dar loro la possibilità di fare il tragitto di ritorno verso il loro alloggio in maggiore sicurezza, con minore stress.
Questo non impedirà che quei lavoratori facciano telefonate private, ma è un segnale rilevante. Lui ci crede e si mette in gioco perché quella è la sua “cultura della sicurezza”, questo è il suo mindset.

Quando io avevo fatto in passato la medesima proposta ad aziende con situazioni simili, mi è stato risposto: «È impossibile».

Per dirla con le parole di A. Einstein:

«Chi dice che è impossibile, cerchi di non disturbare chi lo sta facendo».

La soluzione definitiva al problema della sicurezza sui luoghi di lavoro

Hai speso mostrilioni di euro in formazione e-learning ma i lavoratori continuano a fare come gli pare?
Nonostante la valutazione dei rischi, fatta col migliore software in circolazione, dica che il rischio sia accettabile ovunque, i lavoratori si ostinano a farsi male?
Sei convinto che almeno l’88% degli incidenti sia legato ad azioni insicure?

Ho quello che fa per te: la BBBS®!

Baseball Bat Based Safety®

Testato in Italia nella prima metà del secolo scorso su oppositori politici, minoranze etniche e altre eccezioni, l’introduzione della BBBS® nella tua azienda unirà l’efficacia e il basso costo del metodo alla soddisfazione derivante dalla sua applicazione.

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Una sola randellata ben assestata sulla schiena dice più di 16 ore di formazione conforme ai requisiti dell’Accordo Stato-Regioni.
Considerata l’evoluzione delle più classiche tecniche comportamentali, è scientificamente provato che la somministrazione di massimo 3 sedute di BBBS® modifica il 98% dei comportamenti indesiderati.

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La sicurezza nella tua azienda è una questione di impugnatura.

Non esitare a contattarmi.


Questo post è dedicato a coloro i quali pensano che esistano soluzioni semplici a problemi complessi.

3° mito: il fattore umano.

Dopo che questo post sarà stato pubblicato sarò costretto a cambiare identità e la mia famiglia dovrà vivere sotto scorta.

Qui non si tratta nemmeno di mettere in discussione un mito, ma quella che per molti è la visione stessa della prevenzione, il loro atto di fede: «il fattore umano è la causa del xx% degli incidenti (N.d.A.: sostituire xx con un numero a due cifre, sempre > 50 e generalmente pari a 90) ».

Una volta che sia stato definito questo assioma, tutto il resto viene di conseguenza, pertanto le soluzioni consisteranno nel:

  • Modificare i comportamenti;
  • Investire in formazione;
  • Aumentare la vigilanza per impedire le violazioni;

Quando provo a chiedere quale sia la fonte ATTENDIBILE di questa straordinaria affermazione (90%! Mica noccioline…), il mio interlocutore generalmente balbetta, dice nomi a caso, si guarda intorno cercando aiuto, poi parte al contrattacco.

Da quel momento in poi, ai suoi occhi, sparisce ogni differenza tra me e un nazista che nega l’olocausto, vengo accusato di terrapiattismo, minacciato di querela e diffamazione e accusato di nutrirmi di roditori morti.

In tutto questo, ovviamente, la mia domanda rimane senza risposta.

Voglio approfittare di questa occasione per soccorrere i numerosi sostenitori del “mito del 90%”, fornendo loro un po’ di bibliografia:

  • W. Heinrich «Industrial Accident Prevention: A Scientific Approach»: 88%
  • DuPont: 96%
  • Bird, F. E. Jr. and Germain, G. L. «Practical Loss Control Leadership»: 85 – 96%

Gli studi che ho citato costituiscono la Santa Trinità della loro fede, specie il primo che ha dato la stura a tutti gli altri.

Ora, non è mia intenzione discutere sulla veridicità o meno dei dati (il primo ed il terzo sono stati ampiamente confutati, ad esempio. Del terzo si conoscono i risultati, ma non ho mai letto o trovato nulla relativo ai dati all’origine), vorrei affrontare la faccenda sotto un altro punto di vista.

A mio avviso, la questione è proprio mal posta.

Partiamo dall’inizio…

Il primo errore è quello di pensare che poiché causa ed effetto sono certamente correlate, se si trova una correlazione tra un effetto ed una causa, quella là sarà la causa che ha prodotto l’effetto.

Se trovi i regali sotto l’albero la notte di Natale, questo non significa che Babbo Natale esista!

(Oh santo cielo… non lo sapevi? Beh, adesso capisco perché credi che il 90% degli incidenti siano determinati dal fattore umano…).

Inoltre, dopo un incidente, si cerca di capire cosa non ha funzionato, cosa mancava, cosa è stato fatto di sbagliato e questo modo di ragionare è il secondo errore:

le cause di un incidente non si trovano elencando le cose che lo avrebbero impedito!

Questi due errori si sostengono a vicenda: gli esseri umani sono il comune denominatore di qualunque incidente, li troveremo sempre, in un modo o nell’altro, siano essi dirigenti, progettisti, lavoratori. Quindi saranno sempre nell’elenco delle possibili cause.
Inoltre sarà sempre possibile rinvenire, col senno di poi, una decisione presa o non presa, un’azione compiuta o non compiuta che avrebbe impedito l’incidente. Sempre.

Il risultato finale è ampiamente soddisfacente: l’idea di aver trovato la causa del 90% degli incidenti è confortante. Finalmente c’è una risposta, abbiamo la teoria del quasi-tutto! Vuoi mettere la comodità di avere un vestito di taglia unica che vada bene per tutte le situazioni?

Certo rimane quella sensazione fastidiosa generata da domande del tipo: «Ma se da 60 anni sappiamo che il 90% degli incidenti sono generati da azioni non sicure, com’è che ancora non abbiamo risolto il problema?».

Ma è un attimo, poi passa: basta mettersi alla ricerca del prossimo errore umano.

A me invece viene il dubbio che la questione sia un po’ più complessa di come viene rappresentata e che parlare di errore umano sia… beh, un errore umano.

Avendo trovato LA causa, si è smesso di cercare, di comprendere a fondo il fenomeno.

Cioè, alla fine, dire che dietro tutto c’è sempre l’essere umano è un’ovvietà che non porta da nessuna parte. È una causa che, se pur tecnicamente vera, non suggerisce soluzioni.
È come affermare che la causa ultima di tutti gli incidenti stradali sono le leggi della dinamica.

Questo è il guaio di ragionare per cause e non per meccanismi….

Per questo poi, a partire dal legislatore, si adottano strategie non adeguate: se il 90% degli incidenti sono prodotti da azioni insicure, facciamoci un bagno di formazione. E giù di 8, 16, 32, 40, 64 ore di formazione (avete notato che i fabbisogni formativi viaggiano sempre a multipli di 8? La semplicità dei processi educativi…).

Se l’incidente è accaduto, qualcuno ha sbagliato: introduciamo il reato di omicidio colposo sul lavoro e facciamogli passare la voglia di sbagliare a questi incapaci.

Soluzioni semplici a problemi complessi…

Inutile adesso pensare a quante energie siano state distratte dal fare prevenzione per dedicarsi, invece, a rispettare gli accordi Stato-Regione sulla formazione.

Volete un altro rapido esempio di quali siano gli effetti di questo modo di ragionare? Eccovene uno.

Non sono certamente il Presidente dell’Accademia della Crusca, ma qualche regola elementare di ortografia e grammatica la conosco pure io… Chi mi conosce sa che non sono semplicemente un figo, ma ho anche le dita affusolate come quelle di un pianista senza strane deformità.

Eppure, da quando uso gli smartphone non ho mai commesso così tanti errori di battitura; così come, l’unico caso in cui mai potrete vedermi usare la copula “è” in luogo della congiunzione “e”, sarà quando scrivo con lo smartphone.

Ora mi pare evidente che ci sia SOPRATTUTTO un problema di progettazione di ‘sti cosi a livello hardware (precisione del touch screen) e software (disegno dei tasti e del software di correzione che non capisce quello che voglio scrivere e sostituisce le parole come piace a lui).

Tuttavia chi legge la mail inviata dal mio cellulare o tablet vedrà solo il mio errore da matita blu non penserà che alla Apple o alla Samsung non sappiano fare gli smartphone. Il problema sono io che dovrei attentamente rileggere la mail prima di inviarla, perdendo così tempo a correggere errori che non avrei fatto e correzioni automatiche che non avrei corretto.

Questo è il motivo per cui mi guardo bene dal rimuovere la firma automatica “inviato col mio telegrafo a microonde” dalle impostazioni delle mail e le mando così come sono, convinto che il mio interlocutore capirà.

 

2° mito: il rispetto della normativa

Ah, la normativa…

Adoro le norme e l’idea che seguendo le regole da esse indicate si possa stare insieme ed in armonia, tutti nudi e felici come un gruppo di hippie che si rotolano nel fango di Woodstock.
Sono il fondamento del nostro vivere civile e non potremmo farne a meno. Contrariamente a quanto molti pensano, nemmeno l’anarchia prescinde dalle leggi.

E poi, se c’è una cosa che mi fa gli effetti di una droga, quella è il tentativo della comprensione delle norme: poche cose esercitano la mia immaginazione quanto leggermi alcuni articoli del D.Lgs. n. 81/2008 e chiedermi per l’ennesima volta: «Ma che minchia volevano dire?».
Dovrebbero fare un decreto che ci dica come si applica il D.Lgs. n. 81/2008.

E dire che ne so qualcosa… Nel 2008/2009 mi ritrovai per caso tra quelli che dovevano occuparsi della scrittura del decreto correttivo del Testo unico (che poi divenne il D.Lgs. n. 106/2009)… Ecco, un consiglio per vivere felici: mai chiedersi qual è stata l’ultima cosa toccata dalla persona a cui state stringendo la mano e come si scrivono le leggi.

Dietro le leggi si annida infatti la figura mitologica del legislatore, un essere metà uomo e metà comma, che si esprime usando “ovvero” nel senso di “ossia” e che, anziché apparire sotto forma di rovo ardente e tracciare a fuoco sulla pietra i suoi comandamenti – cosa che, diciamoci la verità, fa abbastanza scena e ti rende più credibile – non si sa chi sia e scrive sulla gazzetta ufficiale.

Tutto il circo che gira intorno alle norme rende l’annuncio dell’uscita di un futuro decreto sulla sicurezza una minaccia più letale dell’ebola.

Ho visto datori di lavoro che quando hanno saputo che i senatori Sacconi e Fuksia stavano progettando un disegno di legge che riformerebbe interamente la materia, hanno consegnato pillole di cianuro ai propri dirigenti, dandogli indicazioni di inghiottirle il giorno dell’eventuale entrata in vigore per non soffrire.

Ecco qual è il mito: dare più importanza alla norma che agli aspetti di sicurezza reali.

È un mito indotto dalla norma stessa, che impone regole autoreferenziali. Siccome non si riesce ad imporre la legge, si impongono altre norme per imporre la legge, utili solo a garantire il controllo sul rispetto formale della norma (es. data certa, comunicazioni ad enti, redazioni di documenti, nomine formali, ecc.), che impegnano tempo e risorse sottratte a capire cosa fare per lavorare in sicurezza.

Si aprono discussioni infinite sui forum, sulle riviste di settore sull’interpretazione della norma. Di per sé non ci sarebbe niente di male, in fondo si tratta pur sempre della volontà di capire meglio. Il guaio è che queste discussioni finiscono in atti compulsivi di masturbazione mentale che fanno diventare ciechi su ciò che conta davvero.

È diventato più importante rispettare la norma che lavorare in sicurezza.

Mi direte che le due cose coincidono.

Ecco, non la penso proprio così… L’unica differenza tra chi ha avuto un incidente a 129 km/h in autostrada e quello che si è schiantato a 131 km/h contro un platano, è che il primo è morto in regola.

Guidare parlando al cellulare, usando il vivavoce dell’auto, è consentito. Ma è stupido. Molto stupido. E non è sicuro, per nulla.

Ecco, ritengo che questi siano due buoni esempi del perché il rispetto della norma sia un mito: tutti sono attenti a rispettare i limiti di velocità, ma pochi si fanno domande su come guidano quando si trovano all’interno di quei limiti, ritenendo che il loro modo di guidare sia idoneo.
Come dargli torto… Perché fare cazzate fuori dalla legge, quando se ne possono fare quante se ne vogliono, rispettandola?

Rispettare la norma, in fondo è facile. La norma ti dice cosa devi fare. Ti basta farlo. Fallo!

La parte difficile è andare oltre, cioè chiederti come devi farlo.

La sicurezza è data più dal modo in cui si fanno le cose, che da quello che si fa.

1° mito: valutazione dei rischi, l’arte di cucinare la pasta all’amatriciana senza guanciale

«Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole»
Ecclesiaste 1:9 

A partire da questo post parlerò di quelli che considero i miti della sicurezza.

Il primo mito, di cui ho già scritto in vari post, risiede nella volontà del legislatore di considerare la valutazione dei rischi la pietra angolare dell’intero sistema prevenzionistico, l’amuleto che ci difenderà dallo spettro dell’infortunio, l’agnello che toglie i peccati dal mondo.

Per chi si fosse perso le ultime puntate, la ragione per cui considero tale pretesa un mito, deriva dalla banale osservazione che dietro la definizione di rischio si nasconde il concetto di probabilità e l’atto della valutazione consiste, ancor più banalmente, nel determinare se un evento possa accadere o meno e, se sì,  con quale probabilità.

Ecco, appunto… intervenire o non intervenire; prevenire o proteggere; agire in tempi rapidi o tempi lunghi… tutte queste decisioni dipendono dalla nostra valutazione, che dipende dalle probabilità, la quale discende dal possesso e dalla conoscenza di dati storici. Solo di dati storici. Nient’altro.

E, anche ammesso che si abbiano questi dati, nulla si può dire rispetto a ciò che non ha precedenti.

Te lo dice anche l’Antico Testamento, nell’Ecclesiaste, di cui ho riportato un estratto all’inizio di questo post (sì, l’Ecclesiaste è quella roba di «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, ecc.»): tutto quello che accade è già accaduto in passato.

Sapevatelo!

Il problema è infatti questo: non abbiamo dati. Puoi raccogliere tutti i “near miss” che ti pare, continuerai a non avere dati. Nel mondo reale è così.

Così ci ritroviamo una norma che ci impone di fare una valutazione dei rischi e ci dà una definizione di rischio che discende dal concetto di probabilità ma, pur con tutto l’impegno di questo mondo, manca l’ingrediente fondamentale: la conoscenza della probabilità.

Fattela te la pasta all’amatriciana senza guanciale.

Ma se venissi autorizzato ad usare la salsiccia, mi dico:

  1. Mi hanno chiesto di fare pasta all’amatriciana
  2. Non ho guanciale, solo salsiccia,
  3. Questi qui non hanno precedenti; non hanno mai mangiato pasta all’amatriciana,
  4. la salsiccia, in fondo, sempre maiale è,
  5. il protocollo europeo della pasta all’amatriciana consente di sostituire il guanciale con la salsiccia, anche se il guanciale è fortemente consigliato,
  6. ci metto molto pecorino e così la butto in caciara,

alla fine la maggior parte non si lamenta, anzi si abitua a quel gusto.

Perché questo è quello che succede nella realtà di tutti i giorni: la valutazione dei rischi che viene servita non è nient’altro che un mito, un piatto la cui ricetta è stata stravolta secondo le attitudini soggettive del cuoco a causa della carenza di ingredienti. È come il parmisan venduto in Olanda, la mozzarella che si mangiano in Inghilterra, il vino in polvere bevuto in Finlandia. Sono dei miti, delle credenze credibili. Ti danno l’illusione di stare mangiando il prodotto originale, mentre invece ti stai nutrendo della sua narrazione, del racconto di ciò che è il concetto di parmigiano, mozzarella o vino.

La P inserita nel calcolo PxD del rischio è salsiccia, non è guanciale. La valutazione del rischio, non è amatriciana ma pasta con la salsiccia ed il pecorino.

Chi è che alimenta il mito?

  1. La comunità europea e gli stati membri che basano tutto il sistema prevenzionistico sulla valutazione del rischio (no, non sono favorevole all’uscita dalla UE);
  2. Modelli teorici come la “Domino theory” di Heinrich o il “Swiss Cheese Model” di Reason che, utilizzati a valle di un incidente per la sua analisi, generano questa strana impressione di linearità tra causa ed effetto che rende tutto prevedibile e, conseguentemente, prevenibile;
  3. La rarità degli incidenti e l’impossibilità di affermare con certezza se essi non accadono perché noi stiamo impedendo che accadano o se, semplicemente, non accadono per i fatti loro;

Su queste basi, io posso affermare di essere il maggior esperto al mondo in fatto di terremoti. Ho, tra l’altro, scoperto un metodo che mi consente di sapere, con un giorno di anticipo, se ci sarà o meno un terremoto di grado superiore al 6° della scala Richter. Tranquilli, oggi non ci sarà nessun terremoto 🙂

Se il mio racconto fosse sufficientemente credibile, se io fossi sufficientemente credibile grazie al pubblico riconoscimento delle autorità circa la validità del mio metodo, le mie valutazioni lo sarebbero altrettanto. Molto probabilmente, in effetti, il 1° giorno il terremoto non accadrebbe. E nemmeno il 2°, il 3° e così via…

La credibilità circa la prevedibilità dei terremoti, si autoalimenterebbe. Proseguendo la narrazione, potrebbero passare anni prima del verificarsi di un terremoto di grado superiore alla mia soglia di rilevabilità.

Se dovesse accadere, è inutile che ve la prendiate con me: io, in realtà, ho avuto ragione il 99% del tempo.

E infatti, praticamente nessuno si lamenta dell’amatriciana con la salsiccia.