Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, miti della sicurezza

4° mito: per fare un cane ci vuole un fiore…

cane-fiore… e posso dimostrarlo con la catena di eventi.

Mettiamo le cose in chiaro: lo studio degli incidenti accaduti è un formidabile strumento di conoscenza. Ci aiuta a comprendere meglio i modi di fallimento di un sistema e, potenzialmente, di migliorare le sue prestazioni future.

È per questo che strumenti come la banca dati Infor.Mo. dell’INAIL sono pura ricchezza, soldi ben spesi, investimenti corretti (so quello che state pensando: «Adesso arriva il “Ma…”». Sono prevedibile quanto un infortunio annunciato).

MA la comprensione dell’incidente è enormemente influenzata da come lo studi.

Per dire, il modello di analisi degli infortuni usato nella banca dati Infor.Mo. (anche nota come “sbagliando si impara”), rientra nella categoria dei «modelli sistemici multifattoriali e multiassiali ad albero delle cause».

A questo punto voi starete pensando: «Ma dai! Non è possibile. Mica si può essere così ingenui». Eh, lo so… Sono d’accordo con voi e comprendo la vostra delusione. Non ci si può mai fidare. Le coltellate arrivano da chi meno te le aspetti.

Spiego a beneficio di mio cugino di 5 anni che segue sempre questo blog ma ha alcune lacune in materia che, in sintesi, un modello sistemico multicoso ecc. non è altro che l’evoluzione del cosiddetto «Modello Domino» che Heinrich propose negli anni ’30 per spiegare:

  1. Come succedono gli incidenti;
  2. Come prevenire gli incidenti.

Questo di Heinrich, gli va dato atto, può essere considerato il primo tentativo di spiegare gli incidenti come qualcosa di più che semplice volontà divina. Il problema è che l’abbiamo preso troppo sul serio, talmente sul serio che alcuni aspetti di questa teoria sono diventati veri e propri atti di fede e non vengono più messi in discussione.

Il Modello Domino considera l’incidente come l’esito di una sequenza di fattori ed è rappresentato da tessere di domino che cadono una sull’altra. La prima a cadere è la causa radice dell’incidente.

Siccome gli incidenti sono un tantinello più complessi che non semplici dinamiche lineari, il modello di Infor.Mo. è come se considerasse più linee di tessere di domino, parallele, ciascuna con un proprio significato, che poi convergono su una dorsale principale. Comunque la si veda, è sempre un modello causale.

Cioè le tessere a valle cadono perché a monte qualcuno o qualcosa ne ha fatta cadere una o più. Il percorso a ritroso delle tessere cadute, fino ad arrivare alla prima (o alle prime) è la «catena di eventi» (Dio la fulmini!).

Tutto nasce dal seguente teorema. Poiché:

  1. ogni causa ha un effetto,
  2. non esistono effetti senza cause,

allora:

  1. rintracciando le cause a monte della catena di eventi e rimuovendole, impediremo che l’incidente si ripeta.

È tutto molto bello.

Se non fosse che nel mondo reale ragionare dagli effetti verso le cause (percorso a ritroso), non è la stessa cosa che ragionare dalle cause verso gli effetti (percorso in avanti). Perché:

  1. in effetti noi non “vediamo” nessuna catena degli eventi. Non c’è realmente una fila di tessere di domino evidentemente cadute che scorgiamo con chiarezza e di cui risaliamo il tragitto come fosse il corso di un fiume. Noi vediamo solo l’incidente, la fila di tessere di domino cadute la dobbiamo ricostruire operando scelte, facendo ipotesi, raccogliendo prove;
  2. un effetto può essere determinato da molteplici cause, ma alcune di queste cause potrebbero non essere percettibili come tali, venendo così, dunque, scartate dallo studio;
  3. una volta che si sia ricostruito il percorso a ritroso e siano state individuate le tessere di domino a monte (i «determinanti», secondo il modello di Infor.Mo.) che hanno prodotto la caduta di quelle a valle, il gioco è finito. Non c’è più spazio per spiegazioni alternative, specie dove la spiegazione appare convincente.

Il rischio qual è? Che le spiegazioni terminino con causali che, in realtà, potrebbero essere semplici fallacie causali.

La prima è proprio quella di ricostruire percorsi a ritroso che spesso si basano sul ragionamento che se l’evento Y si è manifestato dopo l’evento X, allora X ha causato Y:

a mio figlio è stato somministrato il vaccino trivalente, per questo è diventato autistico.

Oppure, ritenere che un evento sia causa di un altro mentre, invece, entrambi sono effetto di una causa comune:

Siccome non hai una postura corretta al VDT, è normale che ti venga il mal di schiena

senza considerare, tuttavia, che entrambi sono sintomi legati all’uso di una sedia non conforme.

Potrei continuare per ore…

Fin qui è facile. Se non sei ingenuo e stai un po’ attento, le eviti certe fallacie logiche. Il problema sorge quando c’è una causa che prepotentemente emerge con frequenza da tutte queste indagini e che accomuna la maggioranza di esse. Su questa finirà inevitabilmente per concentrarsi l’attenzione per evitare che simili eventi possano verificarsi.

Non è rilevante che sia davvero una causa, l’importante è che sia sempre rinvenibile nel procedimento di ricerca a ritroso delle cause di fenomeni dello stesso tipo, come ad esempio: la presenza degli immigrati e la criminalità, le rondini e la primavera, la disoccupazione e l’Europa…

In questi casi, volente o nolente, alla fine quella causa te la ritrovi sempre lì, come minimo comun denominatore a cui sarà sempre possibile risalire.

Fate questo esperimento. Entrate nella banca dati Infor.Mo. e guardate nei singoli incidenti le voci “attività dell’infortunato”. Troverete quasi sempre questi:

  • Uso errato dell’attrezzatura
  • Altro errore di procedura

Non c’è un solo incidente in cui anche l’attività dell’infortunato (proprio lui) non sia stata un determinante.

Non vi pare strano? La chiameremo fallacia di ipersemplificazione causale che tende a ricondurre tutto sempre alla stessa causa radice, altrimenti detta «Fallacia del tavolo e del fiore»:

Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero, per fare l’albero ci vuole il seme, per fare il seme ci vuole il frutto, per fare il frutto ci vuole il fiore, per fare tutto ci vuole un fiore.

Anche un cane.

C.V.D.

Annunci
Pubblicato in: miti della sicurezza, valutazione dei rischi

La messa a terra sui ponteggi spiegata semplice

Non capisco come  sia possibile ma, nell’anno di grazia 2017 d.C., a molti non è chiaro se il ponteggio in un cantiere abbia la necessità o meno della messa a terra.

Enucleo di seguito i casi che possono presentarsi, sperando di fare chiarezza sull’argomento.

  • Caso 1 – Il ponteggio è una massa;
  • Caso 2 – Il ponteggio è una massa estranea;
  • Caso 3 – Il ponteggio non è autoprotetto dalle scariche atmosferiche.

Vediamoli singolarmente.

Caso 1

Il punto 23.2 della norma CEI 64-8 definisce la massa nel seguente modo:

«Parte conduttrice di un componente elettrico che può essere toccata e che non è in tensione in condizioni ordinarie, ma che può andare in tensione in condizioni di guasto.
Nota – Una parte conduttrice che può andare in tensione solo perché è in contatto con una massa non è da considerare una massa».

Cominciamo col fare delle esclusioni semplici.

160px-Double_insulation_symbol.svg

Supponiamo che sul ponteggio venga utilizzato un frullatore ad immersione, quelli che gli operai generalmente usano per prepararsi il milk-shake (è noto che l’operaio mi è ghiotto di frullati). Quasi certamente, il minipimer in questione sarà di classe II, riconoscibile dal simbolo dei due quadrati concentrici.
In questo caso, per definizione, l’apparecchio è intrinsecamente progettato per non necessitare di connessione a terra. Insomma, lui stesso non è una massa. Figuriamoci se può esserlo il ponteggio.

Per alimentare il minipimer, quasi certamente l’operaio goloso, mi avrà steso una prolunga. Se il cavo è H07RN-F (tipico), vale lo stesso ragionamento: trattasi di cavo di classe II.

Insomma, quando avete a che fare con roba di classe II, il problema non ve lo dovete proprio porre.

Può succedere, tuttavia, che l’operaio debba utilizzare un’attrezzatura di classe I. Supponiamo ad esempio che abbia la necessità di fare il bucato sul ponteggio e installi una lavatrice.
La lavatrice, non so perché, è l’elettrodomestico più ricorrente a livello didattico quando si tratta di spiegare il rischio da contatti indiretti. La trovate in una moltitudine di slides sul rischio elettrico. Ma se preferite, potete usare anche un argano a motore elettrico (anche se non so come farete a fare un bucato con l’argano).

Gli apparecchi di classe I hanno solo un isolamento principale, per cui, in caso di cedimento dello stesso, il loro involucro diverrebbe una massa, per come è stata prima definita. Il caso vuole che la norma imponga che tali attrezzature siano dotate di una messa a terra di protezione che, attraverso il suo conduttore, finirà dritta nell’impianto di messa a terra del cantiere (del cantiere eh, non del ponteggio. Del cantiere). In poche parole hanno la loro messa a terra.
La magicabula che spezza l’incantesimo, in questo caso, è la nota al punto 23.2 della norma CEI: un ponteggio (parte conduttrice) a contatto con una massa (lavatrice o argano) non diventa massa.

Quindi, anche con la roba di classe I non c’è motivo di mettere a terra il ponteggio.

Se per alimentare la lavatrice l’operaio ha utilizzato i cavi unipolari senza guaina (quelli che corrono nelle pareti di casa vostra, per capirci…), beh in quel caso lo avrà sicuramente posato all’interno del suo tubo protettivo.
Come dite? Non l’ha fatto??!? La soluzione in quel caso non è mettere a terra il ponteggio, ma infilare il cavo nel tubo protettivo, perché la posa non è a norma.

Considerando che gli apparecchi di classe 0 (quelli che hanno solo un isolamento principale, ma nessun conduttore di protezione per la messa a terra) sono vietatissimi ed è più facile trovare un chilo di eroina pura al fruttivendolo sotto casa, direi che abbiamo finito.

Ah no, già… apparecchi di classe III. Vabbeh, questi sono alimentati a tensione di sicurezza… Lo dice la parola stessa. Quindi no, manco in questo caso ci vuole la messa a terra.

Caso 2

Il punto 23.3 della solita norma CEI, ci dice è che una massa estranea è una:

«parte conduttrice non facente parte dell’impianto elettrico in grado di introdurre un potenziale, generalmente il potenziale di terra».

Il ponteggio è una parte conduttrice? Sì.
Fa parte dell’impianto elettrico? No.
Quindi è una massa estranea!

Non è detto. Si tratta di vedere se può introdurre un potenziale pericoloso (non roba che esce dal ponteggio, ma roba che può entrarci) a causa della sua bassa resistenza rispetto a terra.
In questo caso, siccome i cantieri sono un ambiente a maggior rischio elettrico, si deve misurare se la resistenza verso terra è maggiore di 200 Ohm. Se lo è NON devi collegare a terra o vanifichi l’isolamento naturale.

Quando una roba è sicura, la devi lasciare com’è. Te lo dice anche la norma CEI 64-17:

« Si ricorda che tutti i manufatti metallici di cantiere (recinzioni, ponteggi, tettoie ecc.) che non siano né masse né masse estranee non devono essere collegate all’impianto di terra».

Chiaro no?

Caso 3

Fulmini. Se leggendo questo post ti è venuto qualche dubbio, ti sfugge qualcosa o altro, allora non sei in grado di valutare il rischio che il ponteggio sia colpito da un fulmine.
Affidati ad un tecnico capace che ti faccia il calcolo ai sensi della norma CEI EN 62305 e vivi sereno. Non ti inventare niente.
Se dal calcolo emerge che la struttura è autoprotetta, la messa a terra non serve.

Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza

3° mito: il fattore umano.

Dopo che questo post sarà stato pubblicato sarò costretto a cambiare identità e la mia famiglia dovrà vivere sotto scorta.

Qui non si tratta nemmeno di mettere in discussione un mito, ma quella che per molti è la visione stessa della prevenzione, il loro atto di fede: «il fattore umano è la causa del xx% degli incidenti (N.d.A.: sostituire xx con un numero a due cifre, sempre > 50 e generalmente pari a 90) ».

Una volta che sia stato definito questo assioma, tutto il resto viene di conseguenza, pertanto le soluzioni consisteranno nel:

  • Modificare i comportamenti;
  • Investire in formazione;
  • Aumentare la vigilanza per impedire le violazioni;

Quando provo a chiedere quale sia la fonte ATTENDIBILE di questa straordinaria affermazione (90%! Mica noccioline…), il mio interlocutore generalmente balbetta, dice nomi a caso, si guarda intorno cercando aiuto, poi parte al contrattacco.

Da quel momento in poi, ai suoi occhi, sparisce ogni differenza tra me e un nazista che nega l’olocausto, vengo accusato di terrapiattismo, minacciato di querela e diffamazione e accusato di nutrirmi di roditori morti.

In tutto questo, ovviamente, la mia domanda rimane senza risposta.

Voglio approfittare di questa occasione per soccorrere i numerosi sostenitori del “mito del 90%”, fornendo loro un po’ di bibliografia:

  • W. Heinrich «Industrial Accident Prevention: A Scientific Approach»: 88%
  • DuPont: 96%
  • Bird, F. E. Jr. and Germain, G. L. «Practical Loss Control Leadership»: 85 – 96%

Gli studi che ho citato costituiscono la Santa Trinità della loro fede, specie il primo che ha dato la stura a tutti gli altri.

Ora, non è mia intenzione discutere sulla veridicità o meno dei dati (il primo ed il terzo sono stati ampiamente confutati, ad esempio. Del terzo si conoscono i risultati, ma non ho mai letto o trovato nulla relativo ai dati all’origine), vorrei affrontare la faccenda sotto un altro punto di vista.

A mio avviso, la questione è proprio mal posta.

Partiamo dall’inizio…

Il primo errore è quello di pensare che poiché causa ed effetto sono certamente correlate, se si trova una correlazione tra un effetto ed una causa, quella là sarà la causa che ha prodotto l’effetto.

Se trovi i regali sotto l’albero la notte di Natale, questo non significa che Babbo Natale esista!

(Oh santo cielo… non lo sapevi? Beh, adesso capisco perché credi che il 90% degli incidenti siano determinati dal fattore umano…).

Inoltre, dopo un incidente, si cerca di capire cosa non ha funzionato, cosa mancava, cosa è stato fatto di sbagliato e questo modo di ragionare è il secondo errore:

le cause di un incidente non si trovano elencando le cose che lo avrebbero impedito!

Questi due errori si sostengono a vicenda: gli esseri umani sono il comune denominatore di qualunque incidente, li troveremo sempre, in un modo o nell’altro, siano essi dirigenti, progettisti, lavoratori. Quindi saranno sempre nell’elenco delle possibili cause.
Inoltre sarà sempre possibile rinvenire, col senno di poi, una decisione presa o non presa, un’azione compiuta o non compiuta che avrebbe impedito l’incidente. Sempre.

Il risultato finale è ampiamente soddisfacente: l’idea di aver trovato la causa del 90% degli incidenti è confortante. Finalmente c’è una risposta, abbiamo la teoria del quasi-tutto! Vuoi mettere la comodità di avere un vestito di taglia unica che vada bene per tutte le situazioni?

Certo rimane quella sensazione fastidiosa generata da domande del tipo: «Ma se da 60 anni sappiamo che il 90% degli incidenti sono generati da azioni non sicure, com’è che ancora non abbiamo risolto il problema?».

Ma è un attimo, poi passa: basta mettersi alla ricerca del prossimo errore umano.

A me invece viene il dubbio che la questione sia un po’ più complessa di come viene rappresentata e che parlare di errore umano sia… beh, un errore umano.

Avendo trovato LA causa, si è smesso di cercare, di comprendere a fondo il fenomeno.

Cioè, alla fine, dire che dietro tutto c’è sempre l’essere umano è un’ovvietà che non porta da nessuna parte. È una causa che, se pur tecnicamente vera, non suggerisce soluzioni.
È come affermare che la causa ultima di tutti gli incidenti stradali sono le leggi della dinamica.

Questo è il guaio di ragionare per cause e non per meccanismi….

Per questo poi, a partire dal legislatore, si adottano strategie non adeguate: se il 90% degli incidenti sono prodotti da azioni insicure, facciamoci un bagno di formazione. E giù di 8, 16, 32, 40, 64 ore di formazione (avete notato che i fabbisogni formativi viaggiano sempre a multipli di 8? La semplicità dei processi educativi…).

Se l’incidente è accaduto, qualcuno ha sbagliato: introduciamo il reato di omicidio colposo sul lavoro e facciamogli passare la voglia di sbagliare a questi incapaci.

Soluzioni semplici a problemi complessi…

Inutile adesso pensare a quante energie siano state distratte dal fare prevenzione per dedicarsi, invece, a rispettare gli accordi Stato-Regione sulla formazione.

Volete un altro rapido esempio di quali siano gli effetti di questo modo di ragionare? Eccovene uno.

Non sono certamente il Presidente dell’Accademia della Crusca, ma qualche regola elementare di ortografia e grammatica la conosco pure io… Chi mi conosce sa che non sono semplicemente un figo, ma ho anche le dita affusolate come quelle di un pianista senza strane deformità.

Eppure, da quando uso gli smartphone non ho mai commesso così tanti errori di battitura; così come, l’unico caso in cui mai potrete vedermi usare la copula “è” in luogo della congiunzione “e”, sarà quando scrivo con lo smartphone.

Ora mi pare evidente che ci sia SOPRATTUTTO un problema di progettazione di ‘sti cosi a livello hardware (precisione del touch screen) e software (disegno dei tasti e del software di correzione che non capisce quello che voglio scrivere e sostituisce le parole come piace a lui).

Tuttavia chi legge la mail inviata dal mio cellulare o tablet vedrà solo il mio errore da matita blu non penserà che alla Apple o alla Samsung non sappiano fare gli smartphone. Il problema sono io che dovrei attentamente rileggere la mail prima di inviarla, perdendo così tempo a correggere errori che non avrei fatto e correzioni automatiche che non avrei corretto.

Questo è il motivo per cui mi guardo bene dal rimuovere la firma automatica “inviato col mio telegrafo a microonde” dalle impostazioni delle mail e le mando così come sono, convinto che il mio interlocutore capirà.

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza

2° mito: il rispetto della normativa

Ah, la normativa…

Adoro le norme e l’idea che seguendo le regole da esse indicate si possa stare insieme ed in armonia, tutti nudi e felici come un gruppo di hippie che si rotolano nel fango di Woodstock.
Sono il fondamento del nostro vivere civile e non potremmo farne a meno. Contrariamente a quanto molti pensano, nemmeno l’anarchia prescinde dalle leggi.

E poi, se c’è una cosa che mi fa gli effetti di una droga, quella è il tentativo della comprensione delle norme: poche cose esercitano la mia immaginazione quanto leggermi alcuni articoli del D.Lgs. n. 81/2008 e chiedermi per l’ennesima volta: «Ma che minchia volevano dire?».
Dovrebbero fare un decreto che ci dica come si applica il D.Lgs. n. 81/2008.

E dire che ne so qualcosa… Nel 2008/2009 mi ritrovai per caso tra quelli che dovevano occuparsi della scrittura del decreto correttivo del Testo unico (che poi divenne il D.Lgs. n. 106/2009)… Ecco, un consiglio per vivere felici: mai chiedersi qual è stata l’ultima cosa toccata dalla persona a cui state stringendo la mano e come si scrivono le leggi.

Dietro le leggi si annida infatti la figura mitologica del legislatore, un essere metà uomo e metà comma, che si esprime usando “ovvero” nel senso di “ossia” e che, anziché apparire sotto forma di rovo ardente e tracciare a fuoco sulla pietra i suoi comandamenti – cosa che, diciamoci la verità, fa abbastanza scena e ti rende più credibile – non si sa chi sia e scrive sulla gazzetta ufficiale.

Tutto il circo che gira intorno alle norme rende l’annuncio dell’uscita di un futuro decreto sulla sicurezza una minaccia più letale dell’ebola.

Ho visto datori di lavoro che quando hanno saputo che i senatori Sacconi e Fuksia stavano progettando un disegno di legge che riformerebbe interamente la materia, hanno consegnato pillole di cianuro ai propri dirigenti, dandogli indicazioni di inghiottirle il giorno dell’eventuale entrata in vigore per non soffrire.

Ecco qual è il mito: dare più importanza alla norma che agli aspetti di sicurezza reali.

È un mito indotto dalla norma stessa, che impone regole autoreferenziali. Siccome non si riesce ad imporre la legge, si impongono altre norme per imporre la legge, utili solo a garantire il controllo sul rispetto formale della norma (es. data certa, comunicazioni ad enti, redazioni di documenti, nomine formali, ecc.), che impegnano tempo e risorse sottratte a capire cosa fare per lavorare in sicurezza.

Si aprono discussioni infinite sui forum, sulle riviste di settore sull’interpretazione della norma. Di per sé non ci sarebbe niente di male, in fondo si tratta pur sempre della volontà di capire meglio. Il guaio è che queste discussioni finiscono in atti compulsivi di masturbazione mentale che fanno diventare ciechi su ciò che conta davvero.

È diventato più importante rispettare la norma che lavorare in sicurezza.

Mi direte che le due cose coincidono.

Ecco, non la penso proprio così… L’unica differenza tra chi ha avuto un incidente a 129 km/h in autostrada e quello che si è schiantato a 131 km/h contro un platano, è che il primo è morto in regola.

Guidare parlando al cellulare, usando il vivavoce dell’auto, è consentito. Ma è stupido. Molto stupido. E non è sicuro, per nulla.

Ecco, ritengo che questi siano due buoni esempi del perché il rispetto della norma sia un mito: tutti sono attenti a rispettare i limiti di velocità, ma pochi si fanno domande su come guidano quando si trovano all’interno di quei limiti, ritenendo che il loro modo di guidare sia idoneo.
Come dargli torto… Perché fare cazzate fuori dalla legge, quando se ne possono fare quante se ne vogliono, rispettandola?

Rispettare la norma, in fondo è facile. La norma ti dice cosa devi fare. Ti basta farlo. Fallo!

La parte difficile è andare oltre, cioè chiederti come devi farlo.

La sicurezza è data più dal modo in cui si fanno le cose, che da quello che si fa.

Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, miti della sicurezza, valutazione dei rischi

1° mito: valutazione dei rischi, l’arte di cucinare la pasta all’amatriciana senza guanciale

«Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole»
Ecclesiaste 1:9 

A partire da questo post parlerò di quelli che considero i miti della sicurezza.

Il primo mito, di cui ho già scritto in vari post, risiede nella volontà del legislatore di considerare la valutazione dei rischi la pietra angolare dell’intero sistema prevenzionistico, l’amuleto che ci difenderà dallo spettro dell’infortunio, l’agnello che toglie i peccati dal mondo.

Per chi si fosse perso le ultime puntate, la ragione per cui considero tale pretesa un mito, deriva dalla banale osservazione che dietro la definizione di rischio si nasconde il concetto di probabilità e l’atto della valutazione consiste, ancor più banalmente, nel determinare se un evento possa accadere o meno e, se sì,  con quale probabilità.

Ecco, appunto… intervenire o non intervenire; prevenire o proteggere; agire in tempi rapidi o tempi lunghi… tutte queste decisioni dipendono dalla nostra valutazione, che dipende dalle probabilità, la quale discende dal possesso e dalla conoscenza di dati storici. Solo di dati storici. Nient’altro.

E, anche ammesso che si abbiano questi dati, nulla si può dire rispetto a ciò che non ha precedenti.

Te lo dice anche l’Antico Testamento, nell’Ecclesiaste, di cui ho riportato un estratto all’inizio di questo post (sì, l’Ecclesiaste è quella roba di «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, ecc.»): tutto quello che accade è già accaduto in passato.

Sapevatelo!

Il problema è infatti questo: non abbiamo dati. Puoi raccogliere tutti i “near miss” che ti pare, continuerai a non avere dati. Nel mondo reale è così.

Così ci ritroviamo una norma che ci impone di fare una valutazione dei rischi e ci dà una definizione di rischio che discende dal concetto di probabilità ma, pur con tutto l’impegno di questo mondo, manca l’ingrediente fondamentale: la conoscenza della probabilità.

Fattela te la pasta all’amatriciana senza guanciale.

Ma se venissi autorizzato ad usare la salsiccia, mi dico:

  1. Mi hanno chiesto di fare pasta all’amatriciana
  2. Non ho guanciale, solo salsiccia,
  3. Questi qui non hanno precedenti; non hanno mai mangiato pasta all’amatriciana,
  4. la salsiccia, in fondo, sempre maiale è,
  5. il protocollo europeo della pasta all’amatriciana consente di sostituire il guanciale con la salsiccia, anche se il guanciale è fortemente consigliato,
  6. ci metto molto pecorino e così la butto in caciara,

alla fine la maggior parte non si lamenta, anzi si abitua a quel gusto.

Perché questo è quello che succede nella realtà di tutti i giorni: la valutazione dei rischi che viene servita non è nient’altro che un mito, un piatto la cui ricetta è stata stravolta secondo le attitudini soggettive del cuoco a causa della carenza di ingredienti. È come il parmisan venduto in Olanda, la mozzarella che si mangiano in Inghilterra, il vino in polvere bevuto in Finlandia. Sono dei miti, delle credenze credibili. Ti danno l’illusione di stare mangiando il prodotto originale, mentre invece ti stai nutrendo della sua narrazione, del racconto di ciò che è il concetto di parmigiano, mozzarella o vino.

La P inserita nel calcolo PxD del rischio è salsiccia, non è guanciale. La valutazione del rischio, non è amatriciana ma pasta con la salsiccia ed il pecorino.

Chi è che alimenta il mito?

  1. La comunità europea e gli stati membri che basano tutto il sistema prevenzionistico sulla valutazione del rischio (no, non sono favorevole all’uscita dalla UE);
  2. Modelli teorici come la “Domino theory” di Heinrich o il “Swiss Cheese Model” di Reason che, utilizzati a valle di un incidente per la sua analisi, generano questa strana impressione di linearità tra causa ed effetto che rende tutto prevedibile e, conseguentemente, prevenibile;
  3. La rarità degli incidenti e l’impossibilità di affermare con certezza se essi non accadono perché noi stiamo impedendo che accadano o se, semplicemente, non accadono per i fatti loro;

Su queste basi, io posso affermare di essere il maggior esperto al mondo in fatto di terremoti. Ho, tra l’altro, scoperto un metodo che mi consente di sapere, con un giorno di anticipo, se ci sarà o meno un terremoto di grado superiore al 6° della scala Richter. Tranquilli, oggi non ci sarà nessun terremoto 🙂

Se il mio racconto fosse sufficientemente credibile, se io fossi sufficientemente credibile grazie al pubblico riconoscimento delle autorità circa la validità del mio metodo, le mie valutazioni lo sarebbero altrettanto. Molto probabilmente, in effetti, il 1° giorno il terremoto non accadrebbe. E nemmeno il 2°, il 3° e così via…

La credibilità circa la prevedibilità dei terremoti, si autoalimenterebbe. Proseguendo la narrazione, potrebbero passare anni prima del verificarsi di un terremoto di grado superiore alla mia soglia di rilevabilità.

Se dovesse accadere, è inutile che ve la prendiate con me: io, in realtà, ho avuto ragione il 99% del tempo.

E infatti, praticamente nessuno si lamenta dell’amatriciana con la salsiccia.