ANA.R.CHIM. è ri-tornato!

WewillbefreeVi avevo già parlato di ANA.R.CHIM. (ANAlisi del Rischio CHIMico) spiegandone le qualità terapeutiche quando si tratta di fare valutazioni del rischio chimico.

Bene, oggi ricevo la telefonata di un’utente (c’è l’apostrofo perché era una donna) che, in preda a grande agitazione, senza nemmeno dirmi con chi stessi parlando, mi fa:

Un’utente (l’apostrofo ci vuole sempre per quella faccenda del femminile): «Ingegnere, mi scusi se la disturbo. Sto utilizzando ANA.R.CHIM. e ho qualche problema».
IO: «Suppongo vi sia un nesso di causalità tra le due cose. Succede… So di gente che, dopo aver scoperto ANA.R.CHIM., ora, tutte le volte che prova ad usare Movarisch, gli puzzano le ascelle di elicottero».
Un’utente: «No, il mio problema è che credo che nel file di ANA.R.CHIM. vi sia un errore».
IO: «Si rende conto di quello che sta dicendo?»
Un’utente: «Comprendo la gravità della situazione e mi assumo la responsabilità dell’accusa».

Un’utente mi invia dunque il file che aveva compilato con le indicazioni per comprendere dove fosse l’errore e, in effetti, aveva ragione.

Capisco immediatamente che l’unica via d’uscita per espiare la mia colpa è il seppuku e mi appresto ad eseguire il rituale.
La questione è complessa… Si tratta di praticarsi uno squarcio all’addome usando un wakizashi (che non possiedo). Il taglio deve essere eseguito da sinistra verso destra e poi verso l’alto mentre ci si trovava nella classica posizione giapponese detta seiza, cioè in ginocchio con le punte dei piedi rivolte all’indietro (in questo modo il corpo cade in avanti, come è previsto per certificare la morte onorevole).
Ho chiesto inoltre a mia moglie di essere la mia kaishakunin. In pratica, deve semplicemente decapitarmi quando sono ancora vivo, subito dopo che mi sia inferto la ferita mortale, con un colpo solo, prima che il dolore mi sfiguri il volto.

Anche se mia moglie insisteva per procedere in fretta che doveva preparare la cena, ho capito che tutta la faccenda richiedeva troppa sbatta… Scrivi un biglietto d’addio, recupera un wakizashi affilato, insegna a mia moglie come decapitarmi senza procurarmi sofferenze inutili con il coltello da cucina…

Ho quindi, più prosaicamente, ripiegato sulla correzione del foglio excel di ANA.R.CHIM. che, dunque, ora si aggiorna alla versione del 15 maggio 2018.

SI SCARICA DA QUA

N.B.: l’errore che ho corretto non pregiudica la validità delle valutazioni precedentemente effettuate.
Si trattava semplicemente di un refuso all’interno  cartella Val-INA che impediva di eseguire la valutazione quando si inserivano più di 100 sostanze pericolose.

 

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L’elefante nella stanza

maxresdefaultIeri sono state pubblicate alcune indiscrezioni giornalistiche relative alla parziale conclusione delle indagini preliminari sull’incidente accaduto alla Lamina il 16 gennaio scorso, nel quale sono deceduti 4 lavoratori.

Non entrerò nel merito dell’esito (presunto) dell’inchiesta e di quella che sembra essere la (presunta) dinamica dell’incidente. Le indagini non sono concluse (manca un ultimo accesso peritale), ma intendo soffermarmi su una frase del giornalista:

«Nessuno poteva sospettare che la valvola fosse aperta: in caso contrario, non sarebbe stato silenziato l’allarme, come invece successo».

Ci sono due elementi che devono essere evidenziati in questa frase e che sono la rappresentazione della fallacia logica che affligge un po’ tutti noi (sicuramente il giornalista ne è vittima) e che, al di là del caso in questione, è effettivamente all’origine di errate valutazioni.

N.B.: uso la frase citata come spunto. Non intendo minimamente avallare o smentire la ricostruzione data nell’articolo. 

La prima è la seguente.

Non vedere alcun elefante in una stanza viene considerata da chiunque una buona prova dell’assenza di elefanti nella stanza. Ma, al contrario, difficilmente qualcuno considererebbe il non riuscire a vedere una pulce su un elefante la prova di assenza di pulci sull’elefante e non ci sarebbe niente di strano se pretendessi delle indagini supplementari a sostegno della tesi che l’elefante non ha le pulci. Nel dubbio, chiunque metterebbe un collare antipulci all’elefante se ha intenzione di tenerselo in casa.

Nel suo «Il mondo infestato dai demoni» (consiglio a tutti la lettura del libro), lo scienziato e divulgatore Carl Sagan nel rappresentare le fallacie logiche più comuni che inficiano la valutazione della veridicità di un’affermazione, riassume benissimo il concetto nella seguente frase:

«L’assenza di prove non è prova di un’assenza»

Non so come si sia potuti arrivare alla conclusione citata dal giornalista. Tuttavia è un dato di fatto che fin quando ci sembrerà normale «non sospettare che le valvole siano aperte», invece di «dubitare che le valvole siano chiuse», avremo un problema. Serio.

Ci sono due elementi da tenere presente per non cadere in queste fallacie logiche:

  1. L’aspettativa. L’aspettativa gioca un ruolo fondamentale, in questo caso. La verità è che io non mi aspetto di trovare un elefante nella stanza e mi accontento di una verifica sommaria il cui esito sarà inficiato dal bias di conferma. Quale che sia la nostra aspettativa, noi siamo chiamati a fare previsioni ovvero ipotesi e queste devono essere innanzitutto di tipo on/off, I/O, Sì/No. L’aspettativa lasciamola ai giornalisti.
  2. La probabilità. Superando l’aspettativa di trovare un elefante nella stanza, difficilmente considererò probabile la sua presenza. Andrebbe tutto bene se la stanza non fosse una cristalleria. In questo caso, le decisioni devono essere prese basandoci sull’entità dei danni. Se questi sono inaccettabili (e la nostra capacità di fare una loro stima è senz’altro più accurata di quella relativa alla probabilità che si verifichi l’evento), dobbiamo rassegnarci all’ipotesi ragionevolmente più conservativa. Il livello di confidenza di una previsione indica la probabilità di azzeccarci. Maggiore è il livello di confidenza (es. 99%) minore è la probabilità che la previsione sia errata (1%). Quanti di voi salirebbero su un aereo sicuro con un livello di confidenza del 99%?

Abbiamo mezzi sufficienti per raccogliere prove e conoscenze sufficienti per interpretare le prove o la mancanza di prove. Basta non dare maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi e non trattare il mondo reale come un casinò.

La seconda questione che vorrei confutare è l’affermazione lapidaria che «Nessuno poteva sospettare che la valvola fosse aperta». No, no e poi no. «Nessuno» non si può sentire.

Quando valutare i rischi esogeni?

L’ex amministratore della società che gestiva l’Hotel Rigopiano, è indagato per omicidio colposo, lesioni colpose e crollo colposo,  così come due suoi consulenti che non considerarono il rischio valanghe nel documento di valutazione dei rischi.

Pur senza entrare nel merito della specifica vicenda, la circostanza mi spinge a riflettere ancora una volta su dove si spinga il confine del rischio lavorativo, cioè quello soggetto a valutazione ai sensi del D.Lgs. n. 81/2008.

In breve: una valanga, un terremoto, un’alluvione, un attacco alieno, un attentato terroristico, uno tsunami, un incidente chimico in uno stabilimento vicino, l’inquinamento ambientale, una rapina e roba simile, devono o no essere ricompresi nella valutazione dei rischi?

La risposta è, a mio avviso, «dipende».

Questi di cui sto parlando sono essenzialmente rischi che nascono all’esterno del luogo di lavoro, ma la cui manifestazione può tuttavia avere conseguenze per la salute o la sicurezza dei lavoratori.

Fin dove deve spingersi l’indagine epistemica del datore di lavoro?

Il confine è, secondo me, netto. Molto.

Volerlo superare o non volersi spingere fino ad esso conduce, nel primo caso, ad indebite assegnazioni di responsabilità mentre, nel secondo caso, ad assunzioni di responsabilità rilevanti.

Il gessetto che traccia la linea di demarcazione non è la considerazione se l’evento o le sue conseguenze possano o meno essere impedite dal datore di lavoro. Poi ci arriviamo: il potere di impedimento è rilevante fino ad un certo punto.

La questione è se la manifestazione dell’evento possa ritenersi più probabile trovandosi sul luogo di lavoro e/o il danno conseguente possa essere aggravato dallo svolgimento dell’attività lavorativa.

Rimanere vittime di un’azione terroristica è un rischio lavorativo solo per chi opera in specifici ambiti o presso obiettivi sensibili, poiché aumenta le probabilità di incontro col rischio. Ma lavorare nel centro di una grande città non aumenta significativamente l’esposizione al rischio, più di quanto la incrementi viverci. In questo caso, il lavoratore è indistinguibile dalla persona comune.

Se c’è una pandemia, quello non è un rischio lavorativo perché ti rechi in ufficio. Lavorare in zone geografiche a specifico rischio di pandemia è un rischio lavorativo. Lavorare in strutture sanitarie durante una pandemia è un rischio lavorativo.

Sulla questione delle rapine ci arrivate da soli… Laddove sono un rischio lavorativo,  entrano a far parte del documento di valutazione dei rischi, così come le misure di prevenzione e protezione sono quelle che possono essere richieste per lo standard di rischio tipico di quell’attività. No, non faccio installare una cabina a doppia porta con interblocco al fruttivendolo del quartiere di periferia.

L’attacco alieno è un rischio lavorativo solo se lavorate per la Weyland-Yutani Corporation, così come non faccio installare dispenser di amuchina gel nelle mie aziende per prevenire le epidemie zombie. Piuttosto compratevi un fucile a pompa e buona caccia. Ricordate che dovete sempre sparare alla testa.

SpaceInvaders-Gameplay

Terremoti, tsunami, slavine, frane… In questo caso il ragionamento non riguarda se il lavoro aumenti o meno la probabilità del manifestarsi del rischio quanto, piuttosto, se rischia di aggravarne le conseguenze.

Prendo il terremoto ad esempio. La “valutazione” (il senso delle virgolette arriva dopo) del datore di lavoro consiste nell’accertarsi che la struttura sia conforme alle norme tecniche per le costruzioni e così la roba che c’è dentro: scaffalature, soppalchi, impianti.

Ma non c’è alcuna valutazione da fare. Ci sono dei requisiti di legge predefiniti e devono essere rispettati. Punto. Fine. Così come devono essere rispettati i prerequisiti che permettono di sapere come e dove è possibile erigere un hotel in montagna o sulle pendici di un vulcano o sul fianco di una collina o lungo gli argini di un fiume.

Le misure di prevenzione da attuare in questi casi sono proprio i prerequisiti di legge, dato che:

  1. di per sé il verificarsi di questi eventi non è legato alla natura lavorativa;
  2. il datore di lavoro non ha alcuna possibilità di incidere sulla probabilità del loro manifestarsi;
  3. trattandosi di eventi catastrofici, senza un riferimento normativo che ci dica se fare qualcosa e cosa fare, l’accettabilità del rischio sarebbe impossibile da determinarsi.

Quindi, no: ‘sta roba qui non entra a far parte della valutazione dei rischi. Soprattutto delle valutazioni fatte col senno di poi su ciò che sarebbe stato sufficiente fare in più per fermare quella valanga o per impedire a quel muro di oscillare e cadere.

Piuttosto, questa è tutta ciccia che deve essere ricompresa nel piano di emergenza. Questo sì. Ma nel documento di valutazione dei rischi, no.

Tempi bui… Quando è obbligatoria la sorveglianza sanitaria?

stupore-paura-bimboSono tempi bui quelli nei quali le circolari interpretative della norma non c’hanno capito nulla della norma da interpretare.
È il caso della recente Lettera Circolare del 12 ottobre 2017, n. 3 dell’Ispettorato Nazionale del lavoro la quale, nel fornire indicazioni operative sulle sanzioni da applicare in caso di omessa sorveglianza sanitaria, esordisce così:

«Come è noto, nell’ambito della normativa in materia di salute e sicurezza la sorveglianza sanitaria dei lavoratori, così come declinata dall’art. 41 del d.lgs. n. 81/2008, diviene un obbligo nel momento in cui la valutazione dei rischi evidenzi la necessità di sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria».

No. Ma proprio no.
La sorveglianza sanitaria non è obbligatoria quando lo dice la valutazione dei rischi, ma quando lo dice la legge, che lo dice all’art. 41 e la impone:

  • nei casi previsti dalla normativa vigente, dalle indicazioni fornite dalla Commissione consultiva di cui all’articolo 6;
  • qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Leggete da qualche parte «nel momento in cui la valutazione dei rischi evidenzi la necessità di sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria»?
Non puoi fare come ti pare. La sorveglianza sanitaria è una misura ON/OFF. O la devi fare o non la puoi fare.

L’obbligo imposto dalla norma precede l’esito della valutazione dei rischi, tanto che:

  • se hai sbagliato la valutazione, non per questo l’obbligo viene meno;
  • se secondo la valutazione dei rischi hai ritenuto di dover sottoporre a sorveglianza sanitaria i lavoratori, ma non ricadi nei casi in cui la norma la imponga… Beh, non lo puoi fare.

Ed è pieno di casi in cui la norma non la impone, tipo (per citare casi in cui ho visto effettuare la sorveglianza sanitaria):

  • lavori in quota (citati all’interno della Circolare come casi in cui la sorveglianza sanitaria sarebbe obbligatoria agli esiti della valutazione);
  • stress lavoro-correlato;
  • rischio “posturale”.

In questi ed in tutti gli altri casi in cui la norma non preveda la sorveglianza sanitaria, essa è da intendersi vietata in virtù dell’art. 5 della L. n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori).

Rischio chimico irrilevante e DPI: qualcosa non torna…

Wewillbefree

La valutazione del rischio chimico è una roba complessa. Molto complessa. Non a caso sono stati resi disponibili vari algoritmi e applicativi che hanno l’ambizione di supportare il valutatore in questa difficile indagine (da QUI potete scaricarne uno a cui sono particolarmente affezionato: ANA.R.CHIM. – ANAlisi del Rischio CHIMico).

Ultimamente l’ISPRA (Istituto Superiore per laProtezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un manuale ed un applicativo (li trovate QUI) che riguardano l’ambito specifico dei laboratori, ma che possono essere usati anche con riferimento ad altri settori. Come al solito, il presupposto è che il valutatore sappia ciò che fa, capisca quali sono i “limiti di batteria” delle metodologie e le usi con molta cautela.

L’argomento di cui vorrei discutere sta a monte di tutto. Siamo alle cosiddette basi, le fondamenta, quelle che se mancano, fanno cadere tutto il resto: manuale, applicativo, metodologia.

L’algoritmo dell’ISPRA (come tanti altri nel genere) contiene un coefficiente che riguarda le misure di prevenzione e protezione dal rischio chimico, citando, tra gli altri, indumenti protettivi, occhiali, guanti…

La domanda che vi pongo è:

nella valutazione del rischio chimico, è lecito tener conto degli effetti protettivi dei DPI per dire se il rischio è irrilevante?

Caso A: conoscete già la risposta. Potete fermare qua la lettura e vi sarete comunque portati a casa ben 2 (diconsi DUE) link da cui scaricare gratis materiale per fare la valutazione del rischio chimico.
Caso B: non conoscete la risposta o siete in dubbio. Potete proseguire la lettura, ma la vostra vita potrebbe non essere più la stessa, dopo (mia moglie dice che esagero sempre ma, intanto, se non avessi esagerato, lei non sarebbe diventata mia moglie).

Per quanto mi riguarda, la risposta è rigorosamente: NO, il rischio deve essere valutato senza tener conto dell’uso dei DPI.

C’è ovviamente una spiegazione, ma non è immediata, pertanto, se non avete la pazienza di leggervi tutto il post, fornirò una spiegazione semplificata e poi quella dettagliata.

Spiegazione breve

  1. Se il rischio chimico è irrilevante, che bisogno ha uno di indossare anche i DPI?
  2. Vengono mai presi in considerazione i DPI ai fini della valutazione dell’esposizione dei lavoratori ad agenti fisici o cancerogeni o biologici?
  3. Posso considerare irrilevante il rischio se lavorassi immerso in una nube di cloro gassoso indossando tute ermetiche e autorespiratore?

Mi rendo conto che così è un po’ pochino, ma non so fare meglio in poche righe.
Se volete saperne di più, da qui parte la spiegazione lunga.

Spiegone

Utilizzerò, allo scopo la Direttiva europea 98/24/CE che è stata da noi recepita nel Titolo IX, Capo I del D.Lgs. n. 81/2008. Perché la Direttiva e non direttamente il Testo unico? Domanda oziosa: perché è scritta meglio e, comunque, il paese membro non può ridurre i livelli di tutela previsti dalla Comunità europea…. Uff, va bene… ve li riporto entrambi.

Iniziamo da qui:

Art. 5, par. 1 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 2 del D.Lgs. n. 81/2008
Se i risultati della valutazione dei rischi a norma dell’articolo 4, paragrafo 1, dimostrano che, in relazione alle quantità di un agente chimico pericoloso presenti sul luogo di lavoro, per la sicurezza e la salute dei lavoratori vi è solo un rischio moderato e che le misure adottate a norma dei paragrafi 1 e 2 del presente articolo sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 6, 7 e 10 della presente direttiva. Se i risultati della valutazione dei rischi dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 225, 226, 229, 230.

Ora lasciate perdere la faccenda che la Direttiva parli di rischio “moderato” (ci siamo passati tutti e non è mia intenzione riaprire una ferita quasi rimarginata ma che continua a puzzare, emettere pus, siero e ogni tanto sanguina nuovamente)… quello che entrambe le norme dicono è che in presenza di rischio moderato/irrilevante, la necessità di ricorrere a ulteriori misure (da noi: art. 225, 226, 229. 230) è scongiurata se altre misure sono state sufficienti a ridurre ulteriormente il rischio.
Tenete bene a mente il riferimento all’art. 225, uno di quelli che non si applicano se il rischio è talmente basso da fare schifo (che poi è la definizione di “irrilevante”)

Quali sono invece le misure che devo adottare se il rischio è irrilevante per non dover applicare quelle degli arti. 225, 226, ecc.? Eccole:

Art. 5, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
– la progettazione e l’organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
– la fornitura di un equipaggiamento al lavoro con agenti chimici e metodi di manutenzione tali da preservare la salute e la sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro;
– la riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
– la riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
– misure igieniche adeguate;
– la riduzione della quantità di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro al minimo necessario per il tipo di lavoro svolto;
– metodi di lavoro appropriati, comprese disposizioni per il trattamento, l’immagazzinamento e il trasporto sicuri sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.
a) progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
b)  fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;
c)  riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
d)  riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
e)  misure igieniche adeguate;
f)  riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità 
della lavorazione; 
g)  metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell’immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.

Come vedete, non si parla di DPI. Quantomeno non se ne parla esplicitamente. Poi, volendo, possono essere rintracciati tra le righe di alcuni di questi punti. Resta il fatto che non se ne parla esplicitamente.
La faccenda si fa interessante (lo so, mi entusiasmo facilmente) leggendo uno degli articoli che non si dovrebbero applicare se il rischio è irrilevante e lo si è, per di più, ulteriormente ridotto (principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile):

Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
Quando la natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione, prendendo in considerazione l’attività lavorativa e la valutazione dei rischi di cui all’articolo 4, il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione di misure di protezione e di prevenzione, coerenti con la valutazione dei rischi effettuata a norma dell’articolo 4.
Esse comprenderanno, in ordine di priorità:
Quando la  natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione delle seguenti misure da adottarsi nel seguente ordine di priorità:

È qui che la norma Europea è scritta meglio e dice una cosa in più che non è stata trascritta nel recepimento italiano. Dice la Direttiva: tu, datore di lavoro, che mi hai valutato il rischio come non irrilevante, se non lo puoi eliminare, allora prendi la tua valutazione dei rischi e scegli le misure compensative necessarie in questo ordine:

Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
a)  la progettazione di adeguati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché l’uso di attrezzature e materiali adeguati, al fine di evitare o ridurre al minimo il rilascio di agenti chimici pericolosi che possano presentare un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro;

b)  l’applicazione di misure di protezione collettive alla fonte del rischio, quali un’adeguata ventilazione e appropriate misure organizzative;

c) l’applicazione di misure di protezione individuali, comprese le attrezzature di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione.

 

a) progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;

b) appropriate misure organizzative e di protezione collettive alla fonte del rischio;

c) misure di protezione individuali, compresi i dispositivi di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione;

d) sorveglianza sanitaria dei lavoratori a norma degli articoli 229 e 230.

 

Eccoli finalmente i DPI. Compaiono solo tra le misure specifiche di prevenzione e protezione come conseguenza della valutazione del rischio (come mostra meglio la Direttiva), non come suo presupposto. Valutazione, che tra l’altro, deve avere avuto esito di rischio non irrilevante, altrimenti non si sarebbe applicato l’art. 225 (o l’art. 6 della Direttiva).

Sono una misura di protezione rispetto ad un rischio non irrilevante ab origine, impiegata al fine di controllare e gestire il rischio residuo.

Questo sono, nient’altro.

Ragionando in modo differente da questo, arriveremmo all’assurdo che utilizzando i DPI si potrebbe evitare la sorveglianza sanitaria: che li visiti a fare se tanto l’esposizione sotto la maschera di protezione delle vie respiratorie è irrilevante?

Quindi se volete utilizzare l’algoritmo dell’ISPRA, non vi consiglio di considerare l’impiego dei DPI.
Non è un caso se voglio bene ad ANA.R.CHIM.: lì la valutazione è fatta al netto dell’uso dei DPI.

Prima di chiudere, vorrei farvi una recensione del materiale dell’ISPRA, ma non ne ho voglia. Quindi:

  1. Non entrerò nel merito del manuale, ma posso dirvi che, se non è il vostro primo approccio alla materia, sarete in grado da soli di trovare le inesattezze (poche) che vi sono contenute e che, volendo, si possono perdonare data la complessità della materia.
  2. Non entrerò nemmeno nel merito dell’applicativo, ma posso dirvi che è fatto molto bene per essere un foglio di calcolo (tra l’altro, oltre che per Excel è disponibile anche per Access).
  3. E figuratevi, a questo punto, se mi viene in mente di entrare nel merito della metodologia proposta. Posso però dirvi che non è dissimile da altre (Movarisch, per esempio), anzi, a differenza di molte altre, tiene conto dell’effetto cumulato delle sostanze impiegate. Inoltre fa anche una valutazione del rischio chimico per la sicurezza e degli agenti cancerogeni. Insomma, sembra roba buona.
    Piuttosto la faccenda è sempre la solita: da dove caspita escono fuori i valori dei vari coefficienti associati, per dire, alle frasi di rischio, alle misure di prevenzione, ecc.? Si dice nella prefazione che l’algoritmo è stato testato, ma sarebbe interessante sapere quale sia stato il campione, su quante sostanze e tante altre belle cose che aiutano a giudicare l’affidabilità scientifica di una metodica.

La messa a terra sui ponteggi spiegata semplice

Non capisco come  sia possibile ma, nell’anno di grazia 2017 d.C., a molti non è chiaro se il ponteggio in un cantiere abbia la necessità o meno della messa a terra.

Enucleo di seguito i casi che possono presentarsi, sperando di fare chiarezza sull’argomento.

  • Caso 1 – Il ponteggio è una massa;
  • Caso 2 – Il ponteggio è una massa estranea;
  • Caso 3 – Il ponteggio non è autoprotetto dalle scariche atmosferiche.

Vediamoli singolarmente.

Caso 1

Il punto 23.2 della norma CEI 64-8 definisce la massa nel seguente modo:

«Parte conduttrice di un componente elettrico che può essere toccata e che non è in tensione in condizioni ordinarie, ma che può andare in tensione in condizioni di guasto.
Nota – Una parte conduttrice che può andare in tensione solo perché è in contatto con una massa non è da considerare una massa».

Cominciamo col fare delle esclusioni semplici.

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Supponiamo che sul ponteggio venga utilizzato un frullatore ad immersione, quelli che gli operai generalmente usano per prepararsi il milk-shake (è noto che l’operaio mi è ghiotto di frullati). Quasi certamente, il minipimer in questione sarà di classe II, riconoscibile dal simbolo dei due quadrati concentrici.
In questo caso, per definizione, l’apparecchio è intrinsecamente progettato per non necessitare di connessione a terra. Insomma, lui stesso non è una massa. Figuriamoci se può esserlo il ponteggio.

Per alimentare il minipimer, quasi certamente l’operaio goloso, mi avrà steso una prolunga. Se il cavo è H07RN-F (tipico), vale lo stesso ragionamento: trattasi di cavo di classe II.

Insomma, quando avete a che fare con roba di classe II, il problema non ve lo dovete proprio porre.

Può succedere, tuttavia, che l’operaio debba utilizzare un’attrezzatura di classe I. Supponiamo ad esempio che abbia la necessità di fare il bucato sul ponteggio e installi una lavatrice.
La lavatrice, non so perché, è l’elettrodomestico più ricorrente a livello didattico quando si tratta di spiegare il rischio da contatti indiretti. La trovate in una moltitudine di slides sul rischio elettrico. Ma se preferite, potete usare anche un argano a motore elettrico (anche se non so come farete a fare un bucato con l’argano).

Gli apparecchi di classe I hanno solo un isolamento principale, per cui, in caso di cedimento dello stesso, il loro involucro diverrebbe una massa, per come è stata prima definita. Il caso vuole che la norma imponga che tali attrezzature siano dotate di una messa a terra di protezione che, attraverso il suo conduttore, finirà dritta nell’impianto di messa a terra del cantiere (del cantiere eh, non del ponteggio. Del cantiere). In poche parole hanno la loro messa a terra.
La magicabula che spezza l’incantesimo, in questo caso, è la nota al punto 23.2 della norma CEI: un ponteggio (parte conduttrice) a contatto con una massa (lavatrice o argano) non diventa massa.

Quindi, anche con la roba di classe I non c’è motivo di mettere a terra il ponteggio.

Se per alimentare la lavatrice l’operaio ha utilizzato i cavi unipolari senza guaina (quelli che corrono nelle pareti di casa vostra, per capirci…), beh in quel caso lo avrà sicuramente posato all’interno del suo tubo protettivo.
Come dite? Non l’ha fatto??!? La soluzione in quel caso non è mettere a terra il ponteggio, ma infilare il cavo nel tubo protettivo, perché la posa non è a norma.

Considerando che gli apparecchi di classe 0 (quelli che hanno solo un isolamento principale, ma nessun conduttore di protezione per la messa a terra) sono vietatissimi ed è più facile trovare un chilo di eroina pura al fruttivendolo sotto casa, direi che abbiamo finito.

Ah no, già… apparecchi di classe III. Vabbeh, questi sono alimentati a tensione di sicurezza… Lo dice la parola stessa. Quindi no, manco in questo caso ci vuole la messa a terra.

Caso 2

Il punto 23.3 della solita norma CEI, ci dice è che una massa estranea è una:

«parte conduttrice non facente parte dell’impianto elettrico in grado di introdurre un potenziale, generalmente il potenziale di terra».

Il ponteggio è una parte conduttrice? Sì.
Fa parte dell’impianto elettrico? No.
Quindi è una massa estranea!

Non è detto. Si tratta di vedere se può introdurre un potenziale pericoloso (non roba che esce dal ponteggio, ma roba che può entrarci) a causa della sua bassa resistenza rispetto a terra.
In questo caso, siccome i cantieri sono un ambiente a maggior rischio elettrico, si deve misurare se la resistenza verso terra è maggiore di 200 Ohm. Se lo è NON devi collegare a terra o vanifichi l’isolamento naturale.

Quando una roba è sicura, la devi lasciare com’è. Te lo dice anche la norma CEI 64-17:

« Si ricorda che tutti i manufatti metallici di cantiere (recinzioni, ponteggi, tettoie ecc.) che non siano né masse né masse estranee non devono essere collegate all’impianto di terra».

Chiaro no?

Caso 3

Fulmini. Se leggendo questo post ti è venuto qualche dubbio, ti sfugge qualcosa o altro, allora non sei in grado di valutare il rischio che il ponteggio sia colpito da un fulmine.
Affidati ad un tecnico capace che ti faccia il calcolo ai sensi della norma CEI EN 62305 e vivi sereno. Non ti inventare niente.
Se dal calcolo emerge che la struttura è autoprotetta, la messa a terra non serve.

Dove sta scritto?…. Data certa

Non avrei mai voluto scrivere questo «Dove sta scritto?», dato che il tema è davvero tedioso, ma la sua necessità nasce da un’obiezione che mi è stata sollevata da un avvocato.
Tra l’altro un bravo avvocato, ma pur sempre un avvocato, ovvero una persona dotata di conoscenze avvocatesche, in grado di esercitare la propria avvocataggine con competenza in tutte le sedi in cui è richiesta avvocatazione. Appena, però, egli esce dal labirintico e mal tracciato sterrato del diritto per immettersi nel più certo e rettilineo sentiero della scienza e della tecnica, mi si perde. I paradossi dell’orientamento…

Eravamo lì, che si discuteva della consegna di un DVR che avevo redatto per l’azienda cliente e dico: «Ah, e mi raccomando, ricordate di assegnare data certa al DVR. Potete fare come vi pare, ma il mio consiglio è quello di inviare dal vostro indirizzo PEC al mio indirizzo PEC un messaggio contenente in allegato il DVR firmato dal datore di lavoro»

AVV. (in tutta la sua avvocatosità): «Gli allegati di una PEC non sono opponibili ai terzi in quanto dalla ricevuta di consegna non è possibile desumere il contenuto dell’allegato. Solo il corpo della mail è “certo”».

IO: «È una sciocchezza, tecnicamente non sta né in cielo, né in terra».

DOVE STA SCRITTO?

Doverosa premessa: noto in rete che questa leggenda metropolitana è piuttosto diffusa in rete ed è propalata, in particolare, su siti avvocateschi.

Più in fondo trovate metodi alternativi a quelli “canonici” per dare data certa ai DVR, ma ora concentriamoci sulla PEC.

Innanzitutto, che in termini di “certezza della data”, in una PEC non ci sia differenza tra corpo della mail e allegato, sta scritto nel D.P.R. n. 68/2005 «Regolamento recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata», il quale all’art. 1, comma 1, lett. f) mi precisa cos’è un messaggio di PEC:

un documento informatico composto dal testo del messaggio, dai dati di certificazione e dagli eventuali documenti informatici allegati.

Sappiamo quindi per certo che, per legge, un messaggio di PEC comprende anche gli allegati, ma questo non è sufficiente a rispondere all’obiezione dell’avvocato che possiamo dividere in due sotto-obiezioni:

  1. guardando la ricevuta di consegna non possiamo dire nulla sull’effettivo avvenuto invio dell’allegato;
  2. guardando la ricevuta di consegna non possiamo sapere quale sia il contenuto dell’allegato alla PEC, né dire se esso sia stato successivamente modificato.

Da qui segue lo spiegone del perché quello che dice l’avvocato non sta né in cielo, né in terra e, comunque, potrei sollevare analoghe obiezioni di inaffidabilità su altri modi che la giurisprudenza e la norma definiscono idonei per assegnare data certa ai documenti.

La risposta alle due obiezioni deve essere rintracciata nel disciplinare tecnico che spiega come deve essere un servizio di PEC per essere considerato fatto per benino.

In sostanza ti viene spiegato che il messaggio che vuoi inviare tramite PEC (con tutti i pezzi) arriva al tuo gestore PEC che lo infila in una «busta di trasporto» (si chiama così), chiude la busta e ti invia una mail di accettazione, firmata con una chiave (sigillo). È analogo a quanto avverrebbe nel mondo materiale: scrivi un DVR, lo stampi e lo infili, con una lettera di accompagnamento, in una busta di carta gialla che poi chiudi e sigilli con ceralacca (chi non ha un anello con il proprio stemma nobiliare da usare come stampo?): la lettera di accompagnamento è il corpo della mail, il DVR rappresenta l’allegato alla mail e la busta gialla costituisce la busta di trasporto.

A quel punto, la busta chiusa e sigillata viene inoltrata al gestore PEC del destinatario (in mezzo succedono una serie di cose che non vi riferisco e che però garantiscono che il messaggio non sia stato modificato e sia completo) il quale ti invia una ricevuta di consegna, anch’essa firmata digitalmente, che può essere:

  • completa, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione ed il messaggio originale;
  • breve, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione ed un estratto del messaggio originale.
  • sintetica, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione

La ricevuta completa risponde facilmente alla sotto-obiezione 1, poiché contiene anche l’allegato alla PEC e quindi possiamo sapere che esso è stato inviato e volendo, possiamo anche visualizzarlo. Con la breve, la stessa cosa si può fare mediante il codice hash contenuto nella ricevuta di consegna. Con la sintetica devi chiedere al tuo gestore di mandarti il documento allegato.

La sotto-obiezione 2 viene meno se si conosce  come funziona tecnicamente il sistema. Come scrivevo prima, tutte le varie ricevute sono firmate (sigillate) dai vari gestori. È la firma la garanzia che l’allegato sia quello che avevi inviato e che non sia stato successivamente modificato durante il viaggio. per questo viene usato lo standard di crittografia S/MIME.

Quindi, con certezza, ciò che mandi è quello che arriva (che poi è il fine della PEC).

Se un allegato viene modificato dal destinatario, dopo averlo scaricato, è sempre possibile controllare se esso non coincide con l’originale inviato, poiché i due file devono essere identici, informaticamente parlando.

Veniamo ai metodi alternativi per dare data certa ai DVR:

  1. Ingoiare il DVR e presentarsi al pronto soccorso accusando crampi e dolori addominali. Dopo essersi sottoposti all’operazione chirurgica, allegare al documento estratto dalla panza la radiografia e il certificato medico ai fini dell’attestazione della data;
  2. Rapire una persona, fotografarla con il DVR in mano ed inviare ad un giornale a diffusione nazionale la foto. Il giorno dopo acquistare il giornale ed allegare la prima pagina con la foto in questione al DVR;
  3. Uccidere una persona con il DVR e lasciare il documento lì sul luogo, come arma del delitto. La data di registrazione da parte dell'”ufficio depositi prove” della Polizia assegna data certa al DVR. L’unico problema è che, per consultarlo, dovrete costituirvi;
  4. Fare un figlio e, subito dopo il parto, lanciarlo nello spazio, in un’apposita navetta che viaggia a velocità nota, con una copia del DVR, quanto più possibile vicina alla velocità della luce (è importante che l’astronave vada molto veloce per aumentare i tempi di validità del metodo, così il bambino mi invecchia meno velocemente). Grazie alle leggi della relatività speciale, nota l’età del bambino, sarà possibile calcolare la data del DVR.

Ce ne sarebbero molti altri e sono sicuro che i commentatori non si faranno pregare in tale senso.

Sì, la data certa del DVR è una cagata pazzesca.