Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza, valutazione dei rischi

Non perdiamo di vista i fondamentali

(Il presente contributo è un addendum all’articolo: «COVID-19 e principio di precauzione» pubblicato sul portale Teknoring.com e alle considerazioni fatte durante il webinar dello scorso 17 maggio sul principio di precauzione).

Come affermato nel precedente articolo, il principio di precauzione (PP) dovrebbe essere applicato essenzialmente nel dominio dei danni sistemici non reversibili (l’eventuale non linearità del danno rispetto alle cause che possono generarlo è una “semplice” aggravante ma di per sé non costituisce una condizione necessaria ai fini dell’applicazione del PP).

Per quanto il senso di quanto appena affermato sia alquanto intuitivo, esso può essere ancor meglio e più rigorosamente compreso considerando le implicazioni ultime del cosiddetto «Teorema della rovina del giocatore». È un vecchio problema, tanto che una delle sue prime formulazioni è attribuita a Pascal ovvero alle origini della teoria delle probabilità, ma quella che a noi più interessa è la conclusione generalizzata che ne traggono prima Bernoulli e poi De Finetti: in sostanza anche in caso di gioco equo (nel quale cioè due giocatori hanno le medesime probabilità di vittoria) se uno dei due è infinitamente ricco l’altro è inevitabilmente destinato alla rovina.

Scelte individuali e propensione al rischio

Fate questo esperimento mentale: provate a giocare a testa o croce contro un banco con illimitate risorse economiche. Il gioco è equo, entrambe le parti hanno il 50% di probabilità di vincita (se esce testa ricevete un euro dal banco, se esce croce date un euro al banco) e sul lungo termine la frequenza delle volte in cui è uscita testa e delle volte in cui è uscita croce finirà con l’equivalersi. In teoria nessuno dei due vince o perde. In teoria e sul lungo termine. Ma prima di arrivare al lungo termine accadranno cose: prima o poi una serie sfortunata di lanci svuoterà il vostro portafoglio impedendovi di fare un’ulteriore puntata, buttandovi fuori dal gioco.

E questo è quello che accade esponendosi ripetutamente a rischi nei quali uno dei possibili esiti è la rovina. Per essere chiari: la parola chiave è ripetutamente. A differenza del gioco della moneta, spesso le probabilità di rovina nel mondo reale non sono note ma, per quanto basse siano, all’aumentare del numero di esposizioni, la rovina diventa una certezza. Se ti lanci ogni tanto col paracadute è una cosa. Se ti lanci molto spesso col paracadute è un’altra: con l’aumentare del numero dei lanci la probabilità che prima o poi le cose non vadano per il verso giusto tende a 1. Mentre il banco (ovvero il numero di lanci che si possono fare da un aereo) ha risorse pressoché infinite (a parte il tempo materiale per lanciarsi da un aereo), per te il gioco finisce al primo errore.

Quando si tratta di scelte individuali con ricadute sull’individuo stesso, entro certi limiti questo tipo di esposizioni è tollerato dalla società e attiene alla sfera della propensione del rischio. È vero, nella vita reale quasi mai è il singolo individuo a subirne esclusivamente le conseguenze: la famiglia, gli amici più stretti, colleghi di lavoro, i clienti possono trovarsi a pagarne una quota parte. È un problema, lo si cerca di controllare con le leggi o con norme sociali, ma è tollerato anche perché – in molti casi – i benefici del successo possono ricadere sulla società nel suo complesso. 

In sostanza, il giocatore si assume il rischio di rovina mentre la società si avvantaggia dai benefici.

Rischi per la collettività

Se si escludono i martiri (categoria moralmente apprezzabile ma numericamente scarsa), è necessario riconoscere che l’aliquota di rischio per la nostra vita che siamo disposti a correre per gli altri è piuttosto limitata e decresce esponenzialmente con l’aumentare della distanza affettiva tra l’individuo e “gli altri”: se mia moglie o mio figlio me lo chiedessero, risponderei senza incertezze che darei la vita per loro. Già mio cugino è meglio che eviti di pormi questa domanda (saluto tutti i miei cugini con affetto immutato: era per spiegare un concetto…).

Ma senza arrivare a dover sacrificarsi per gli altri, quasi nessuno accetta di mettere a rischio la propria vita senza motivo. Possiamo non comprendere le loro scelte o non condividerle, ma i singoli individui hanno le loro motivazioni (è indifferente la razionalità dietro di esse) per rischiare la propria vita.

Per chi teme gli effetti collaterali della vaccinazione contro il SARS-COV-2, i paragoni con livelli differenti di rischio di mortalità da altri fenomeni (es. da incidente stradale o per assunzione di contraccettivi) hanno poco senso. E in un’ottica di accumulo di rischi come dice il teorema della rovina del giocatore, per la verità, hanno “ragione” loro: «già faccio 300 km/giorno in auto per raggiungere la miniera di uranio nella quale lavoro, fumo regolarmente, bevo come un bidet tutti i fine settimana… Mò devo aggiungerci anche il rischio di morte per il vaccino Astrazeneca? (vedi nota)».

E, in effetti, se non fosse per il particolare della pandemia in corso, nessuno avrebbe da obiettare, così come non avevamo da obiettare sul numero di km, sul numero di sigarette, sul lavoro in miniera.

Ma il fatto che ci sia una pandemia in corso modifica drasticamente l’impatto delle scelte individuali: i problemi sorgono infatti quando non il beneficio, ma il danno può trasferirsi dalla scala individuale a quella collettiva. Questo tema sicuramente riguarda le scelte individuali dei decisori politici ma non esclusivamente.

Nel corso di questa pandemia abbiamo visto come i comportamenti individuali hanno avuto e stanno avendo una ricaduta importante sulla salute collettiva e sull’economia. 

Durante il primo lockdown la percezione del rischio da parte dei singoli si era allineata al rischio sociale (gli individui, col passare dei giorni, avevano percepito che il diffondersi dell’epidemia era una minaccia anche per loro e si era ingenerato un clima di riprova sociale per tutti quelli che non rispettavano le regole) per poi abbassarsi nuovamente con la “riapertura” e la stagione estiva: le esigenze individuali hanno prevalso sull’interesse collettivo perché i benefici derivanti dalla ritrovata libertà erano percepiti come maggiori del rischio di ammalarsi.

Il resto è storia recente.

È assolutamente prioritario interrompere questo trasferimento di rischio, con tutti i mezzi a disposizione.

Una via d’uscita

La vaccinazione è indubbiamente uno strumento al quale tutti noi guardiamo con speranza per voltare pagina e c’è di che essere ottimisti.

Ma non solo non è l’unico, quanto l’errore sarebbe proprio nel considerarlo l’unico e dimenticare alcuni presupposti.

Se l’Italia e l’Europa tutta sono in difficoltà con le forniture di vaccini, è ragionevole ipotizzare che queste difficoltà si possano riscontrare in altre parti del mondo e, nel frattempo, l’elevata diffusione della malattia aumenterebbe il rischio di insorgenza di varianti e, con esse, il rischio che una o più di esse risultino resistenti ai vaccini attualmente disponibili, resettando gli sforzi compiuti.

Se a livello Top-Down è necessario procedere con la massima celerità per vaccinare la popolazione mondiale, sappiamo che ciò non avverrà in tempi rapidi. 

Il principio di precauzione ci impone di agire con fermezza mantenendo il rischio basso con un approccio BottomUp efficace in sinergia con i vaccini e, possibilmente, anche in caso di una loro non completa efficacia. La mascherina e, più ancora, i facciali filtranti, sono misure low-tech che mantengono la loro efficacia anche in presenza di eventuali varianti e per un ampio spettro di scenari. Inoltre, nonostante siano passati oltre 12 mesi dall’inizio della pandemia, è particolarmente necessario insistere sull’adozione di modelli comportamentali corretti. Le persone – oggi come ieri – non si infettano per mera fatalità, ma perché sono esposte o si espongono a situazioni a rischio. 

Recuperiamo i fondamentali

Oggi tutti, in pubblico, indossano una mascherina ma bisognerebbe chiedersi quanti lo fanno perché la ritengono una misura fondamentale di prevenzione ed in quanti la indossino perché tutti la indossano.

La risposta può essere ricercata guardando non già al numero di mascherine indossate ma al modo con cui sono indossate ed al rispetto dei comportamenti complementari senza i quali l’efficacia del presidio risulta ridotta e insoddisfacente.

Certamente, si può essere soddisfatti della diffusione della mascherina, ma dopo un anno è indispensabile fare un salto di qualità investendo in comunicazione e controllo circa il suo uso corretto e sull’adozione sistematica di tutti i comportamenti di sicurezza basilari. 

Per quanto elementare possa sembrare questa misura, questo giudizio non deve essere confuso con la valutazione sulla sua efficacia: il distanziamento e la mascherina hanno principalmente impatto sul contenimento delle infezioni prodotte da superspreader. Anche riducendo di poco il loro impatto il risultato complessivo sarebbe gigantesco, essendo questi i driver della diffusione del contagio (l’80% delle infezioni secondarie sono prodotte dal 15% dei soggetti).

Sappiamo già oggi che anche con la vaccinazione ci vorrà comunque un certo tempo prima che la pandemia possa essere dichiarata definitivamente sconfitta: in questo lasso di tempo non possiamo essere colti nuovamente di sorpresa per ingenuità e ritrovarci a dire: «Eh, ma non era mai successo prima». Quelli che pensano che sia un atteggiamento ossessivo dovrebbero chiedersi se ci troveremmo a questo punto se fossimo stati ossessivi a gennaio 2020 (quando eravamo a conoscenza dell’esistenza di una minaccia in Cina) e durante l’estate dello stesso anno.


NOTA:
Ovviamente la fallacia del ragionamento è situata nel non considerare che il rischio di danni collaterali dell’infezione è ordini di grandezza maggiore del rischio di danni collaterali derivanti dal vaccino.

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
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COVID-19 e il principio di precauzione

Saresti disposto a farti un giro di roulette russa in cambio di una vincita che ti cambierebbe la vita? Ovviamente il problema è se dopo la giocata ci sarà ancora una vita da cambiare e, infatti, non trovo mai nessuno disposto a giocare. Nemmeno quando chiedo: «E se giocassimo con una pistola caricata con un unico proiettile in un caricatore di 100 colpi?». A quanto pare i miei conoscenti soffrono di una certa avversione al rischio di uscire dal pool genetico, anche quando in cambio il premio potrebbe essere consistente.

Credo, in verità, che questa idiosincrasia sia piuttosto diffusa nella popolazione, tanto che giocare alla roulette russa non compare tra le prime 100 professioni più popolari del mondo del lavoro, nonostante i lauti guadagni. E questo è anche dovuto al fatto che, all’aumentare del numero di giocate, la probabilità di evento avverso tende a 1. È pertanto probabile che i bravi giocatori di roulette russa si siano estinti proprio per la loro bravura al gioco, ovvero per essere riuscita a sfangarla n volte (ma non n+1). E questo è talmente vero, lampante e ovvio anche per chi non ha un dottorato in statistica che, in genere, la stragrande maggioranza degli individui rifiuta anche di premere per una volta sola il grilletto. L’analisi costi-benefici pende invariabilmente dalla parte del costo potenziale.

Un approccio basato sul principio di precauzione

Questo è vero intrinsecamente per gli individui, ma su scala globale abbiamo dovuto sviluppare un approccio leggermente differente che abbiamo chiamato «principio di precauzione». In sostanza, in tutti quei casi in cui un elemento ha il potenziale di generare un danno che possa determinare l’estinzione, un danno ecologico irreversibile, anche se vi fosse una probabilità bassa e anche se i costi fossero elevati, il principio di precauzione impone di evitare a tutti i costi l’esposizione al rischio. Generalmente, anzi, non possiamo nemmeno dire di conoscere con esattezza le probabilità che il danno si presenti (come è invece il caso della roulette russa), ma se essa è maggiore di zero, di fronte alle possibili e gravissime conseguenze dovremo agire comunque. Di fronte alla sola possibilità di un cambiamento climatico irreversibile del pianeta, non c’è alcuna analisi costi-benefici da condurre per azzerare le emissioni di anidride carbonica perché:

  • nell’ipotesi in cui ci fossimo sbagliati, avremmo agito sostenendo costi elevati con conseguenti, possibili danni economici collaterali e benefici pressoché nulli, ma saremmo ancora qui a leggere articoli sul principio di precauzione;
  • qualora non agissimo, avremo un’economia in ottima salute ma potrebbe essere l’unica cosa sana rimasta sul pianeta.

Nonostante possa sembrare un principio di assoluto buon senso, la sua applicazione è spesso osteggiata e l’invocazione alla sua applicazione spesso fraintesa.

Partiamo da quest’ultima. L’applicazione del principio di precauzione deve essere riservata solo a situazioni rientranti nel dominio dei danni sistemici e irreversibili. Dire che non si debba procedere all’introduzione della tecnologia 5G ne è un’applicazione indebita. Si tratta di un’innovazione introdotta su larga scala di cui non si conoscono gli effetti a lungo termine. È questo un problema concreto che determina una giusta preoccupazione. Per nessuna ragione possono essere sottovalutate possibili conseguenze per la salute e l’introduzione di questa tecnologia dovrebbe avvenire con cautela, osservando e dandosi tempo per osservare eventuali effetti sulla salute o sull’ambiente. Tuttavia, i campi elettromagnetici seguono leggi fisiche note. La loro interazione con sistemi complessi non è altrettanto nota con la medesima precisione, ma anche in questo caso esiste una linea di demarcazione (magari non nettissima ma c’è) tra possibili scenari e scenari impossibili. Soprattutto, le antenne si possono spegnere. In caso di necessità, dove insorgessero le prime evidenze di danni collaterali non gestibili, sarebbe possibile intervenire per contenere i danni.

La possibilità di danno nel principio di precauzione

Si noti che si mette in conto la possibilità di danno: nessuno esclude che alcuni o molti individui, ad esempio, possano essere danneggiati dal 5G. Semplicemente, questo non impedisce di procedere, in quanto il danno non sarebbe sistemico e irreversibile. Ribadisco: ciò non toglie debba avvenire con tutte le precauzioni e le tempistiche del caso. Il rischio può essere gestito. Il principio di precauzione, al contrario, non prevede alcuna gestione del rischio: l’evento deve essere scongiurato, costi quel che costi.

Coloro che, al contrario, si oppongono all’applicazione del principio di precauzione, generalmente affermano che sostenere costi immensi o rinunciare a benefici giganteschi senza avere alcuna certezza che altrimenti accadrebbe una catastrofe sia un atteggiamento paranoico.

Ricordando qual è il campo di applicazione del principio di precauzione, almeno un paio di obiezioni possono essere opposte a questo ragionamento:

  • assenza di prove non è prova di assenza: ritornando all’esempio della roulette russa, quanti deciderebbero di giocare se trovassero una pistola su un tavolo e un biglietto con su scritto: «Questa pistola è scarica. Se premi il grilletto puntandotela alla testa, la tua vita potrebbe cambiare». A parte l’uso del condizionale riferito alla futura vincita (generalmente nemmeno quelli che spingono per rinunciare all’applicazione del principio di precauzione sono in grado di darci certezze sugli effettivi benefici), quanti deciderebbero di giocare, senza avere alcuna prova della veridicità dell’affermazione: «questa pistola è scarica»?
  • Onere della prova: in questi casi, data la posta in gioco, non devo essere io a fornire la prova dell’esistenza del danno. Chi si oppone al principio di precauzione, piuttosto, lui sì che deve fornire la prova dell’assenza del danno al punto da farci rischiare un impatto sistemico e irreversibile. Se vuoi convincermi a giocare alla roulette russa, non puoi premere il grilletto puntando la pistola in alto e poi dire: «Visto? Non è successo niente…».

Covid-19 e principio di precauzione

Ovviamente quella della roulette russa è una falsa similitudine, utile a portare avanti il ragionamento ma sulla quale non si applica il principio di precauzione vero e proprio. Al contrario, una pandemia è esattamente una di quelle circostanze per le quali il principio di precauzione è stato introdotto: un approccio che consenta ai decisori di prendere la decisione giusta in condizioni di incertezza in presenza di rischi sistemici e irreversibili.

E così, non posso condividere l’altrettanto falsa similitudine dello tsunami, più volte citata da decisori e dai loro consulenti scientifici per spiegare come mai fossimo stati travolti dalla diffusione del contagio in modo così devastante esattamente un anno fa. In caso di terremoto di magnitudo almeno pari al 7° grado della scala Richter nel Pacifico, dopo mezzora parte un allarme rivolto a tutte le aree raggiungibili da uno tsunami entro 3 ore e si attivano le procedure per l’evacuazione. Il punto è che l’allerta parte ancor prima che ci siano le prove di uno tsunami, sulla base del principio che l’assenza di prove non è prova di assenza, e intervenire solo quando si abbia la certezza del rischio potrebbe rendere l’intervento inefficace.

La consapevolezza del rischio e la tempestività di azione

La consapevolezza del rischio è fondamentale in questi casi: in altre parole, bisogna crederci e agire di conseguenza. Non a parole, ma nei fatti.

Il mondo intero ha ricevuto l’allarme di un possibile tsunami il 31 dicembre 2019. Obiettivamente i sintomi della nuova malattia potevano essere confusi con quelli di un normale decorso influenzale, ma il problema vero è non aver agito con la dovuta decisione ancor prima della diagnosi del primo caso di Codogno. Di fatto non abbiamo davvero creduto che potesse essere un problema che avrebbe potuto travolgerci con la violenza e la rapidità a cui abbiamo assistito. E infatti la definizione di “caso sospetto di COVID-19” nel nostro Paese includeva i criteri epidemiologici di qualcuno che fosse stato in Cina o fosse stato in contatto con persone provenienti dalla Cina prima che, in presenza di sintomi, fosse richiesta l’esecuzione di un test molecolare. E questo ha scoraggiato il testing su tutti i casi di polmonite di cui i medici di base avevano notizia o che giungevano in ospedale.

L’ anestesista che ha richiesto il test PCR per il giovane di Codogno lo ha fatto sotto la propria responsabilità, violando le procedure. Fino a quel momento è come se ci fossimo accontentati di fare i controlli antiterrorismo in aeroporto solo ai passeggeri musulmani, perché «tutti i terroristi sono musulmani».

E questo è esattamente il punto: in presenza di rischi di questa portata, non si fanno controlli antiterrorismo perché si sospetta che ci sia un terrorista tra i passeggeri dell’aereo, ma perché non si può escludere che ci sia un terrorista tra i passeggeri.

In presenza di rischi sistemici che possono determinare il collasso, le misure non sono mai “eccessive”

Del resto, sarebbe sembrato assurdo e ingiustificabile adottare misure eccessive e sproporzionate come testare chiunque si presentasse in ospedale con dati sintomi, piuttosto che fare controlli rigorosi alle frontiere dell’Unione europea quando ancora del virus e della pandemia si sapeva poco o nulla. Ma di fronte a rischi sistemici che possono determinare il collasso e di cui si sa poco o nulla, le misure non sono mai “eccessive”, quanto piuttosto proporzionate ad una minaccia sconosciuta: l’analisi costi-benefici non può essere applicata e nessuno dovrebbe mai criticare le decisioni prese se conformi al principio di precauzione. Se difatti non accadesse nulla, il rischio è che qualcuno possa affermare che l’intervento è stato inutile, costui confondendo l’effetto (l’assenza di danno) con la causa (le misure adottate). Le misure non sono inutili perché non è successo nulla. Piuttosto non è successo nulla perché le misure erano utili.

Fase 2, mascherine e trasmissione aerogena del virus

Ulteriori considerazioni possono essere fatte per non aver promosso con la necessaria forza all’inizio della Fase 2 l’impiego delle mascherine e di non stare considerando con la dovuta precauzione l’effetto della trasmissione aerogena (aerosol e droplet nuclei), costantemente ribadendo che non ci sono prove che confermino l’utilità delle mascherine o che la trasmissione da aerosol possa essere una via efficace di contagio. Al solito, il punto non è cosa accadrebbe se le mascherine fossero inutili o se la trasmissione avvenisse esclusivamente tramite droplet, ma quali conseguenze avrebbe (ha avuto) non agire in queste direzioni dal punto di vista della diffusione della pandemia.

Fase 3 e varianti del virus

Al momento, il semplice allarme della presenza di varianti del virus dovrebbe imporci di rivedere l’intero sistema di difese, agendo sulle scuole e sui trasporti, in particolare, fino a quando non avremo una mappa precisa della loro diffusione, piuttosto che aspettare che la curva dei contagi salga per agire in seguito. Inoltre, nonostante, dopo un anno, l’area della nostra conoscenza del virus si sia ampliata notevolmente, la presenza stessa di queste varianti è la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che non si possono escludere ulteriori mutazioni e che queste possono essere molto più contagiose e letali del virus che abbiamo sinora conosciuto. Né possiamo escludere che una di queste possa, addirittura, rendere inefficaci i vaccini che attualmente rappresentano la via rapida di uscita da questa pandemia.

L’imperativo rigoroso è vaccinare rapidamente tutta la popolazione prima che ulteriori varianti del virus possano rimettere in discussione quello che oggi conosciamo e affossare le speranze. Whatever it takes.


Ho scritto questo articolo, su richiesta, per il portale Teknoring (questo è l’articolo originale).
Il 17 marzo 2021 terrò un breve webinar gratuito intitolato: «Trasmissione aerea del contagio e valutazione del rischio». Se volete iscrivervi, cliccate qui.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se sei arrivato in fondo all’articolo è, evidentemente, perché vuoi scoprire come vincere alla roulette russa.
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Se la cosa ti interessasse, puoi ricevere una notifica via mail quando pubblicherò nuovi articoli su questo blog e il calendario con le date dei corsi.
Per riceverle è semplice:guarda in alto a destra su questa pagina. Quello sono io dopo aver vinto una sfida contro il campione sovietico di roulette russa. Non chiederti perchè ci sia solo mezza faccia. Passa oltre… Guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Calcolatore del rischio di trasmissione del contagio tramite aerosol

Se ti vuoi ammalare di COVID-19, secondo le attuali conoscenze scientifiche, hai due possibilità:

  1. Farti sputare addosso (è una questione di gusti. C’è a chi piace… Ci sono intere categorie di cose del genere sui siti porno). È quello che succede stando molto vicini ad un soggetto contagioso, specie sotto un metro di distanza.
  2. Mangiare lo sputazzo altrui (su questo, in genere, vedo che la gente è più restia. Però non si fa problemi a mangiare la cacca altrui, come dimostra l’elevata incidenza nella popolazione di malattie a trasmissione oro-fecale). È quello che succede quando non ci si lava frequentemente le mani: prima o poi qualunque schifezza arriva alla bocca.

Si discute invece ancora sulla possibilità della trasmissione, cosiddetta, “aerogena”, ovvero attraverso l’inalazione di piccolissime particelle emesse da un soggetto contagioso e che restano in sospensione nell’aria per lunghi periodi (da decine di minuti fino a ore). Sempre di sputazzo parliamo, ma è così finemente suddiviso (o evaporato nella sua parte liquida) che è quasi un piacere respirarlo.

Ora, senza entrare più di tanto nel merito del perché e del percome ancora non si è riusciti a dimostrare se questa via di trasmissione sia effettiva ed efficace, il discorso è che – come al solito – «assenza di prove non è prova di assenza»: non avere ancora le prove non consente di ignorare questa possibilità di trasmissione del contagio.
No, non lo consente, perché è esattamente quella che rischia di prevalere:

  • in ambienti chiusi;
  • in ambiente poco ventilati;
  • in tempi di permanenza lunghi in presenza di un soggetto contagioso;
  • se c’è un super-spreader;
  • se non si utilizza la mascherina per tempi prolungati.

Per questi e altri motivi, per il mio ed il vostro diletto, ho quindi fatto un po’ di ricerche e ho trovato che dal 1978 esiste un modello estremamente semplice che consente di fare una stima rapida del rischio di contrarre un’infezione per via aerogena.

Scetticismo. Colgo scetticismo nei vostri occhi.
Non c’è bisogno che vi ricordi com’è finita l’ultima volta che qualcuno ha infilato le mani nelle ferite sul mio costato, vero?
Lasciate fare e continuate a leggere.

Tra i vari parametri necessari al calcolo, l’equazione di Wells & Riley introduce quello di Quanto. In effetti esso rappresenta una discretizzazione tipo quella già vista in meccanica quantistica: l’infezione si trasmette in pacchetti detti “quanti”.
Più precisamente, un “quanto” è la dose di agente infettivo a cui deve esporsi un soggetto suscettibile per avere una probabilità del 63% di infettarsi.

L’equazione è la seguente:

P = 1 – e-Iqpt/Q

Dove:

  • I è il numero di soggetti infetti presenti;
  • q è il numero di “quanti” di infezione emessi dal soggetto infetto;
  • p è il tasso di ventilazione polmonare dei soggetti suscettibili;
  • t è il tempo di esposizione;
  • Q è la portata di aria non contaminata che entra nell’ambiente.

Tutto qui? Tutto qui.

Potete scaricare da qui il foglio di calcolo, fatto per benino.

A scanso di equivoci, è bene precisare che questo modello è tuttora molto usato e citato in letteratura. Il fatto che risalga al 1978 non deve essere considerato un limite. Al contrario. È la prova che, dopo tutto questo tempo, lo studio è ancora ritenuto affidabile.

Il modello fa due grosse assunzioni:
La prima è che l’aria nell’ambiente sia perfettamente miscelata.
La seconda è che il fenomeno sia stazionario (per un modello non stazionario, vedere lo studio n. 2 nei rinvii bibliografici a fine articolo).

Ad ogni modo, per una prima approssimazione, utile per capire quello che succede in ambienti dove la gente non entra ed esce in continuazione e permane per lungo tempo, questa equazione va più che bene. Parlo quindi di stanze, open space, aule di formazione…

Un esempio: ipotizziamo un corso di formazione di 4 h che si svolge in un’aula di 30 m2 (V=90 m3), con un’impianto di areazione meccanica in grado di assicurare 2 ricambi di aria l’ora.
L’impegno mentale comporta un dispendio energetico che si pone a metà tra un’attività leggera e una completamente passiva, perciò poniamo che il tasso di inalazione sia 0,6 m3/h.
Il numero di quanti è il parametro su cui pesa la massima incertezza. Scarseggiano gli studi in materia (vedi n. 3, 8 e 9 in bibliografia) e quelli che ci sono danno numeri con anche più di un ordine di grandezza di differenza. È un bel problema.
Personalmente tendo ad affidarmi agli esiti dello studio n. 3 che sembra essere quello meglio calibrato (nota 2 nel foglio di calcolo).
In questo caso, ipotizzando che il soggetto contagioso sia uno dei discenti, il tasso di emissione oscillerebbe (a seconda degli studi) tra 0,37 e 5,2 (riposo, respirazione orale). Lo studio consiglia di utilizzare l’85° percentile dell’emissione di quanti. [Edit: nella versione definitiva dello studio i valori sono leggermente differenti ma, soprattutto, l’autore consiglia di utilizzare i valori corrispondenti al 66° percentile]
Io faccio un paio simulazioni considerando un valore intermedio tra la media e il 75° percentile (in questo caso 0,74) e la media tra il 75° e il 95° percentile (in questo caso 3,2).
Frullando i dati nel foglio di calcolo, otteniamo che (a seconda delle ipotesi fatte circa il tasso di emissioni dei quanti), la probabilità di venire infettati dallo sputazzo aerosolizzato oscilla tra 0,62% e 2,7% (aggiungeteci anche le possibilità di infezione per sputazzo diretto o per contatto indiretto da sputazzo tramite le mani).
Lo scarto è enorme, ma hai comunque un’idea del rischio.

Questo è molto utile, specie nei casi in cui emerge con evidenza la presenza del rischio.
Se ad esempio si ripete la simulazione con gli stessi valori, ma considerando un’aula senza specifici ricambi d’aria (quindi 0,2 ricambi orari per tenere conto delle infiltrazioni di aria), il rischio di infettarsi oscillerebbe tra 1,4% e 5,9%, decisamente inaccettabile.

Chiaramente, bisogna stare molto attenti ai dati che si mettono e alle assunzioni che si fanno, ricordando che un modello non è la realtà e che non bisogna confondere la mappa col territorio.

Nel foglio di calcolo potete anche scoprire come cambiano le cose indossando una mascherina (e sì, le cose cambiano).

Bibliografia

  1. «Airborne spread of measles in a suburban elementary school», Riley et al., 1978
  2. «Using a Mathematical Model to Evaluate the Efficacy of TB Control Measures», Gammaitoni, Nucci, 1997
  3. «Risk of Airborne Transmission of SARS-CoV-2 Infection: Prospective and Retrospective Applications», Buonanno, G., Morawska, L., Stabile, L., 2020
  4. «Assessment of the Impact of Particulate Dry Deposition on Soiling of Indoor Cultural Heritage Objects Found in Churches and Museums/Libraries», Chatoutsidou, S.E., Lazaridis, M., 2019
  5. «Association of Infected Probability of COVID-19 with Ventilation Rates in Confined Spaces: A Wells-Riley Equation Based Investigation», Dai, H., Zhao, B., 2020
  6. «Airborne Transmission of SARS-CoV-2: The World Should Face the Reality», Morawska, L., Cao, J.,2020
  7. «COVID-19 Outbreak Associated with Air Conditioning in Restaurant, Guangzhou, China, 2020», Jianyun Lu et al., 2020
  8. «Transmission of SARS-CoV-2 by inhalation of respiratory aerosol in the Skagit Valley Chorale superspreading event», Miller et al., 2020
  9. «Estimation of airborne viral emission: quanta emission rate of SARS-CoV-2 for infection risk assessment», Buonanno et al., 2020

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Se hai letto questo articolo è, presumibilmente, perché adori che la gente ti sputi addosso.
Non ti giudico. Anzi… C’è gente che lo fa per professione, facendosi eleggere in Parlamento. Perché, dunque, non farlo per puro piacere?
Periodicamente, noi del Blog organizziamo dei raduni a scopo di sputo.
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Pubblicato in: dove sta scritto?, valutazione dei rischi

Dove sta scritto?… Coronavirus e aggiornamento del DVR

BiohazardUna nuova epidemia si aggira per il nostro Paese, ribattezzata dagli esperti COVIDVR-19, dove:
– “CO” sta per corona,
– “VI” sta per virus,
– “DVR” sta per documento di valutazione dei rischi.

Non se ne sa molto ma, a quanto pare, la diffusione della malattia produce un aggiornamento generalizzato di tutti i documenti di valutazione dei rischi, ansia da prestazione nel RSPP, secchezza delle fauci in caso di contatto con UPG.
Ovviamente, a causa del rischio di esposizione al nuovo coronavirus.

Scene di panico ovunque: coordinatori che sospendono i lavori in cantiere se le imprese non aggiornano il POS; carrozzerie che inseriscono in procedura il tampone sui cruscotti…
Numerosi gli appelli degli scienziati per evitare l’allarmismo e produzione di carta inutile: «Il DVR deve essere aggiornato solo in alcuni casi».

DOVE STA SCRITTO?

Il caso vuole che il D.Lgs. 81/2008 abbia un capitolo espressamente dedicato al rischio biologico, il Titolo X il quale, all’art. 271, definisce le norme per la valutazione del rischio.

Mettiamo per un attimo da parte coloro i quali – es. ricercatori – stanno deliberatamente mettendo le mani sul nuovo virus SARS-CoV-2: è evidente che per costoro la valutazione del rischio ed il suo aggiornamento sono ampiamente dovuti.
Restano tutti gli altri, la stragrande maggioranza delle aziende, ovvero quelle che pur non avendo la deliberata intenzione di operare col coronavirus, possono essere esposte al rischio di contagio.

A questi, l’art. 271 ha dedicato il comma 4 che recita:

Nelle attività, quali quelle riportate a titolo esemplificativo nell’Allegato XLIV, che, pur non comportando la deliberata intenzione di operare con agenti biologici, possono implicare il rischio di esposizioni dei lavoratori agli stessi, il datore di lavoro può prescindere dall’applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 273, 274, commi 1 e 2, 275, comma 3, e 279, qualora i risultati della valutazione dimostrano che l’attuazione di tali misure non è necessaria.

Cominciamo dall’Allegato XLIV. Questo contiene un elenco non esaustivo di attività per le quali, pur non essendoci la manipolazione diretta di agenti biologici, esiste un rischio di esposizione agli stessi. In questo elenco troviamo: industrie alimentari, servizi funebri, servizi sanitari, smaltimento e raccolta rifiuti, ecc.

Si tratta, nel complesso di attività, per le quali il rischio biologico non è quello tipico della popolazione non lavorativa, poiché nello svolgimento delle ordinarie attività è intrinsecamente possibile il contatto con agenti biologici di varia natura. Queste sono tenute ex lege alla valutazione del rischio biologico ed al suo aggiornamento, in quanto l’esposizione dei lavoratori e, specificatamente, la probabilità di contrarre un’infezione, è maggiore proprio a causa dell’attività lavorativa. Si tratta perciò di un rischio professionale.

Poi ci sono ancora “altri”…

E già, perché se non ci fossero “ancora altri” sarebbe stato inutile per il legislatore specificare l’elenco esemplificativo dell’Allegato XLIV. Sarebbe bastato scrivere: «Nelle attività, che, pur non comportando la deliberata… ecc., ecc.». Al contrario, con questo elenco – pur esemplificativo – si è espressamente voluto escludere tutte quelle attività per il quale il rischio biologico non è un rischio professionale, ovvero è un rischio del tutto comparabile a quello della popolazione non lavorativa. Ne sono un esempio imprese edili, carrozzieri, carpenterie metalliche, uffici non aperti al pubblico, ecc.

Per queste la valutazione del rischio biologico sarebbe equiparabile alla valutazione del rischio chimico a causa dell’inquinamento atmosferico.
Un muratore non ha un maggior rischio biologico di ammalarsi della COVID-19 perché va in cantiere di quanto ce l’abbia andando a fare la spesa.

Quindi un falegname non deve fare niente? Non proprio.
Non confondiamo le cose: la valutazione del rischio e la redazione del DVR sono obblighi specifici il cui adempimento segue determinate regole imposte dalla legge. Per esempio, il DVR va aggiornato entro 30 giorni e la valutazione del rischio biologico, ove necessaria, deve essere condotta secondo le regole dell’art. 271 del D.Lgs. n. 81/2008. Questo obbligo scatta se l’azienda svolge un’attività rientrante nel campo di applicazione del Titolo X.

Dopodiché ci sono altri obblighi generali e specifici. L’art. 2087 c.c., infatti, afferma che il datore di lavoro è, sempre e comunque, garante dell’integrità psicofisica dei lavoratori. Inoltre, ci sono gli obblighi di informazione di cui all’art. 18, comma 1, lett. i) che si concretizzano nell’adozione delle cautele previste, se non imposte, dalla pubblica autorità e dal Ministero della salute (per esempio queste) ed il dovere di mantenersi aggiornati sulla loro evoluzione.

Ulteriori informazioni su questo blog:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse eri indeciso se aggiornare il DVR.
Se si trattava di un idraulico, sei vittima della psicosi collettiva.
Questo blog organizza terapie di gruppo per aiutare tutti coloro i quali non vogliono cedere a qualunque fesseria circola sui social o tra i media.
Se vuoi sapere quando ci sarà la prossima seduta, guarda in alto. La foto che vedi sono io. Non mi chiedere di aggiornarti comunque e a tutti i costi il DVR per l’idraulico.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. versione Divina Scuola di Hokuto

WewillbefreeCi eravamo lasciati nel 2019 con la pubblicazione della versione contronatura di ANA.R.CHIM. e riprendiamo proprio da lì, adesso, che siamo nel 2020 e, per poco, un olocausto nucleare non ci riportava ai livelli di civiltà di vari millenni fa.

In questi giorni mi sono passate davanti tutte le puntate di Ken il Guerriero e ho capito che non avrei potuto lasciare ai pochi superstiti una versione di ANA.R.CHIM. che non fosse conforme agli standard  della Scuola di Hokuto.

Anche grazie alle segnalazioni di alcuni utenti, avevo infatti scoperto che selezionando simultaneamente le celle H1087 e BM980 di una delle schede del foglio di calcolo e premendo shift, si sarebbe attivato il punto di pressione Jagger che permette di controllare la volontà di una persona facendole eseguire un compito. Se questo non viene eseguito, la testa esplode.
Questo comando è espressamente vietato dalla norma tecnica TOKI 696969 della Divina Scuola.

Nella nuova versione, scaricabile da QUI, il bug è stato corretto. Kenshiro approva!
Inoltre, le altre principali novità di questa versione sono:

  1. Nella scheda “Inventario” è possibile direttamente inserire alcune indicazioni di pericolo con la relativa categoria come richiesto da Movarisch. Ora si possono inserire fino a 10 indicazioni di pericolo con categoria;
  2. Nella scheda “Inventario” è stato corretto un bug che impediva di selezionare i prodotti di processo;
  3. Nella scheda “Val-Ina” è stato corretto un coefficiente che sovrastimava il rischio quando si selezionava lo stato fisico “pastoso”;
  4. Nella scheda “Val-Inc” è stato corretto un bug che non consentiva di selezionare la presenza di acqua in presenza di alcune indicazioni di pericolo;
  5. Nella scheda “Val-Amb” è stato corretto un bug che non consentiva di selezionare la presenza di acqua o acidi in presenza di alcune indicazioni di pericolo;
  6. Nella scheda “Movarisch” corretto un bug che assegnava un indice di rischio errato in caso fosse stato selezionato “Nessun contatto” cutaneo;
  7. Rimosse le schede “Val-Canc” e “Bilan-Canc”;
  8. Aggiunte alcune note esplicative;
  9. Migliorati alcuni aspetti di mera funzionalità.

Se vedete qualcosa che non va, fatemelo sapere. Vediamo che si può fare.

Chi non conoscesse ANA.R.CHIM., può scoprire di cosa si tratta in questo post.
Ah, è gratis 🙂

NOTE
[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.
[2] Per usare Movarisch è necessario preventivamente inserire i dati nelle schede Inventario e Val-Ina.
[3] Le metodologie ANA.R.CHIM. e Movarisch non sono perfettamente sovrapponibili. Non tutte le indicazioni di pericolo Hxxx sono contemplate in Movarisch. Pertanto, se dopo aver compilato tutti i dati, la casella Rcum in Movarisch rimane vuota, non è un errore. Evidentemente quella sostanza pericolosa non è valutabile in Movarisch
[4] Nella scheda Bilan-Sal trovate la sintesi, organizzata in modo gerarchico dei punteggi di ANA.R.CHIM. e Movarisch 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Nel corpo umano sono distribuiti centinaia di Punti Nascosti dei Meridiani (経絡秘孔 Keiraku Hikō), noti anche come Hikō, Tsubo o “punti di pressione”: colpirli senza conoscere le tecniche di Hokuto, cioè con forza insufficiente o ignorando i risultati del colpo porta immancabilmente a violente ripercussioni, in molti casi letali.
Questo blog usa i punti di pressione e il D.Lgs. n. 81/2008 solo a scopi terapeutici.
Se vuoi unirti anche tu alla Divina Scuola di Hokuto, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi stamparla e mostrarla nel caso in cui venissi aggredito da qualche successore della Scuola di Nanto, ma non funziona contro il colpo detto Pugno dell’Uccello d’Acqua che costringe chiunque lo subisca a mettere la data certa sul POS.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. Nuova versione contronatura

WewillbefreeCosa succede se metti insieme vino e limone? Oppure se fai accoppiare un rinoceronte maschio con un chihuahua? In genere nulla di buono (soprattutto per la chihuahua). Ci sono abbinamenti che sono contro natura. Punto e basta.

Proprio per questo pensavo che se avessi messo insieme ANA.R.CHIM. e Movarisch in un unico foglio di calcolo, esso si sarebbe annichilito con grande rilascio di energia, aprendo un portale che avrebbe messo in comunicazione il nostro mondo con quello della Conferenza Stato-Regioni, avverando la profezia:

Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli (Apocalisse 12,9).

Prudentemente, mi sono rifugiato in una piega del tessuto temporale e, lo scorso 31 novembre, ho fatto tutte le prove necessarie. Se qualcosa fosse andato storto, l’universo avrebbe continuato ad esistere.
Dopo vari tentativi e la distruzione di alcuni universi paralleli, sono infine riuscito a rendere stabile il tool.

Potete scaricarlo da QUIÈ un foglio di calcolo di Excel (vedi nota [1]).

Le principali novità di questa versione sono:

  1. Integrazione con Movarisch (vedi nota [2], [3], [4])
  2. Inserimento di nuove indicazioni di pericolo in ANA.R.CHIM. (da H228 a H231)
  3. È stata inserita anche in alto la sintesi delle valutazioni

Se vedete qualcosa che non va, fatemelo sapere. Vediamo che si può fare.

Chi non conoscesse ANA.R.CHIM., può scoprire di cosa si tratta in questo post.
Ah, è gratis 🙂

Edit: la versione attualmente scaricabile è quella del 14 gennaio 2020. Se siete in possesso di una versione precedente, fate un nuovo download.

NOTE
[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.
[2] Per usare Movarisch è necessario preventivamente inserire i dati nelle schede Inventario e Val-Ina.
[3] Le metodologie ANA.R.CHIM. e Movarisch non sono perfettamente sovrapponibili. Non tutte le indicazioni di pericolo Hxxx sono contemplate in Movarisch. Pertanto, se dopo aver compilato tutti i dati, la casella Rcum in Movarisch rimane vuota, non è un errore. Evidentemente quella sostanza pericolosa non è valutabile in Movarisch
[4] Nella scheda Bilan-Sal trovate la sintesi, organizzata in modo gerarchico dei punteggi di ANA.R.CHIM. e Movarisch 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, forse anche tu lotti contro le forze oscure.
Questo blog contribuisce alla lotta contro vampiri, zombie e membri della Conferenza Stato-Regioni.
Se vuoi unirti a noi, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi stamparla e usarla, in caso di pericolo, per difenderti dalle creature della notte. Ma non basta per vincere la lotta contro il male.
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Soluzioni che non lo erano

PaloQuello che vedete raffigurato in foto è un palo da barbiere.
Ora, stranamente, non tutti conoscono la storia del palo da barbiere, a dimostrazione delle gravi carenze del nostro sistema scolastico.
Ci penso io a colmare la lacuna e, al termine della lettura di questo articolo, mi ringrazierete: è una gran storia e vi cambierà la vita o, quantomeno, vi fornirà qualche argomento di conversazione durante le cene più noiose e imbarazzanti.

Tutto ha inizio nel 1139 che, come ricorderete, è l’anno del II Concilio Lateranense. Il Papa Innocenzo II, in quell’occasione, vietò al clero di praticare la medicina, oltre a stabilire tante altre cose (per esempio si chiarisce una volta per tutte che archi e balestre non possono essere usati contro i cristiani. Niente in contrario se devi ammazzarne uno, ma fallo da vicino…).

Ora, all’epoca, la medicina era praticata dai religiosi (i monasteri erano gli ospedali del tempo), i medici che uscivano dalle università e i cerusici. Questi ultimi, altri non erano che barbieri e macellai, gente che aveva dimestichezza con lame, ossa e sangue ed eseguiva le operazioni chirurgiche vere e proprie (amputazioni, estrazioni dentarie, incisione di ascessi e cisti, tutte cose considerate indegne per i medici “studiati” che, al contrario, scrutavano, annusavano e assaggiavano le feci e le urine, essendo queste operazioni che richiedevano un’alta qualifica… Eh, quando uno studia poi c’ha le sue soddisfazioni).

Poiché i salassi erano praticati dal personale religioso, quando questi non poterono più esercitare l’arte medica, il vuoto di mercato venne colmato dai barbieri.
Spesso le persone quando pensano al salasso, pensano a sanguisughe applicate sul corpo del paziente (che di pazienza all’epoca doveva averne davvero tanta). Ma questa fu una pratica che, se come me aveste studiato la storia del salasso, si diffuse solo nel 1800.
Prima di allora e dai tempi di Galeno di Pergamo (II secolo d.C., il primo ad avere la straordinaria intuizione che le malattie fossero dovuti ad uno squilibrio degli umori contenuti nel corpo), invece, i salassi venivano praticati con delle lame (dette lancette) con le quali venivano incise le vene, estraendo il sangue.
La teoria era: più stai male, più sangue ti devo prelevare. Generalmente, lo svenimento del paziente fungeva da timer.

Ai barbieri non parve vero e, non solo iniziarono a salassare a più non posso, ma la fecero diventare la loro pratica più diffusa. Il sangue veniva raccolto in vasi di vetro poi esposti fuori della bottega, un richiamo irresistibile per chi stava male, una sorta di insegna pubblicitaria: «QUI SI SALASSA».

Senonchè, nel 1307, a Londra fu varata una legge che vietava questa antiestetica usanza di esporre il sangue altrui sul marciapiede e si dispose che i reflui dei salassi venissero di volta in volta riversati nel Tamigi (eh, lo so…).

A quel punto i barbieri rimasero senza insegna e si inventarono il palo che, da quel momento, fece mostra di sé fuori dalle loro botteghe… il palo simboleggia l’asta che il paziente doveva stringere durante il salasso, la sfera sulla sommità ricorda il vaso nel quale si raccoglie il sangue, le strisce bianche rappresentano le garze che venivano usate per tamponare e quelle rosse… che ve lo dico a fare?
Negli Stati Uniti (dopo che furono scoperti da Colombo, anche loro fecero per prima cosa un palo da barbiere), venne aggiunta la striscia blu.

Questa splendida storia, grazie alla quale ho fatto cadere ai miei piedi stuoli di donne, ha anche dei rivolti interessanti e collaterali per chi si occupa di sicurezza.

Oggi il salasso non è più eseguito (se non dall’Agenzia delle Entrate e nel trattamento di alcune malattie come l’emocromatosi e la policitemia) ma, fino alla seconda metà del 1800, fu considerata una pratica efficace e consigliata dai medici, altamente diffusa.
Il problema è che essa, non solo è inefficace ma anche particolarmente pericolosa se effettuata su un organismo già di per sé indebolito da una malattia, senza considerare i rischi di setticemia derivanti dalla scarse condizioni igieniche con le quali si operava ai tempi.
George Washington, per dire, morì per gli effetti collaterali di un salasso. Era il 1799.

In sostanza col salasso, per circa 17 secoli, i medici si sono adoperati con il massimo impegno nel far fuori i loro pazienti.
E mica solo col salasso… La banale pratica di lavarsi le mani prima di metterle addosso ad una partoriente, fu “scoperta” nella seconda metà del 1800 da un ostetrico, Semmelweis, il quale, anziché essere acclamato come una delle persone che avrebbe contribuito a salvare più persone nella storia dell’umanità,  venne ridicolizzato dai colleghi che, addirittura facevano gli offesi quando lui sosteneva che essi fossero, in pratica, degli “untori”. L’ostetrico Charles Meigs, suo contemporaneo, dichiarò: «Le mani di un gentiluomo sono pulite». Evidentemente i batteri erano roba da poveri. Nel frattempo oltre il 10% delle partorienti moriva di febbre puerperale. Ironia della sorte, Semmelweis morì di setticemia a seguito di un intervento chirurgico.
Per dirne altri, il mercurio e l’arsenico erano impiegati a scopo terapeutico e profilattico. Esattamente quello che ti viene in mente di prendere quando hai mal di testa…

Ai tempi, andare dal medico era una delle principali cause di morte.

Ciò che ci deve interrogare, al di là delle singole cause, sono i meccanismi che impedivano ai dottori dell’epoca di rendersi conto di quanto la loro azione fosse iatrogena (parola complicata che significa semplicemente che la cura è peggiore del male).

La risposta è racchiusa essenzialmente in due fattori tra loro indipendenti ma ad azione combinata:

  1. mancanza di evidente correlazione tra la morte del paziente e la propria azione. Tra il non lavarsi le mani, somministrare mercurio, praticare il salasso e la conseguente morte del paziente potevano passare ore, giorni. E nel frattempo succedevano cose e, ognuna di esse, poteva essere utilizzata come spiegazione alternativa dell’evento, piuttosto che ammettere la propria responsabilità. Del resto, molti guarivano, nonostante “la cura”, ed in questi casi era possibile affermare che fosse stata proprio la terapia a salvarli, mentre se morivano… Beh, evidentemente non c’era niente da fare per loro, erano già spacciati;
  2. l’assunto di partenza: la terapia è corretta perché tutti fanno così e da tempo immemore si fa così. L’efficacia del metodo era basata sulla sua credibilità, costruita su aneddoti, false credenze, presunta autorevolezza del suo inventore. Questo modo di ragionare, nel campo della medicina e della scienza in genere, è stato rivoluzionato dall’introduzione del metodo scientifico.

Nel settore in cui opero, quello della sicurezza sul lavoro, temo che, in modi diversi, assistiamo in molti casi all’azione di questi meccanismi.
C’è un assunto di partenza, ovvero che tutti i rischi siano «prevedibili» e, di conseguenza, «prevenibili». Se ti impegni nella valutazione dei rischi il futuro ti verrà rivelato, qualunque dinamica incidentale può essere prevista. Se l’incidente accade è perché non ti sei impegnato a sufficienza… Come hai potuto non pensarci? Eppure ti era stato esplicitamente chiesto di valutare «TUTTI i rischi». Evidentemente hai valutato «TUTTI-1 i rischi».
Siccome col senno di poi, in effetti, il futuro appare un po’ meno oscuro, sarà sempre possibile affermare a valle di un incidente l’assenza del suddetto impegno.
Ma quando l’incidente non è accaduto, il primo fattore è in agguato: non c’è nessuna evidente correlazione tra la mancanza di incidenti e la correttezza della valutazione dei rischi… Per certi versi, per i medici era più facile: avrebbero anche potuto intuire qualcosa correlando la loro azione con la morte del paziente. Ma in assenza di incidenti, come è possibile intuire qualcosa da un non evento?

E quando la causa non è attribuita ad una carente valutazione dei rischi, l’assunto diventa la mancata vigilanza e/o l’insufficiente formazione e/o il comportamento scorretto del lavoratore e/o… Sarà sempre possibile trovare una causa a monte dell’incidente che giustifichi la bontà degli assunti.

Ciò che temo è che l’attuale sistema di regole per la tutela dei lavoratori sia basato su assunti ampiamente carenti.
Non dico sbagliati, questo no.
Ma di scarsa efficacia, abbondantemente sì.
Non venitemi a dire che gli infortuni sul lavoro sono diminuiti, perchè in assenza di un esame a doppio cieco, affermare che questo dato è correlato alla bontà degli assunti è come affermare che l’omeopatia funziona basandosi sul numero di persone che guarisce assumendo farmaci omeopatici.
Una possibile spiegazione alternativa è semplicemente che utilizziamo tecnologie più sicure che in passato ed è aumentato complessivamente l'”impegno”, la consapevolezza. Ma questo ha poco a che vedere con la reale efficacia della valutazione dei rischi come arma «fine di mondo» che è il paradigma attuale (es. vedi art. 15 del D.Lgs. n. 81/2008)

Ciò che temo è che questi assunti non vogliono essere messi in discussione e, di conseguenza, si cercano e si trovano sempre spiegazioni degli incidenti coerenti con la mancata adozione di questa o quell’altra misura, con questo impedendosi di andare oltre, di guardare più avanti, di cercare terapie alternative più efficaci.

Se a qualcuno interessasse, in questo libro ho approfondito l’argomento.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, vuol dire che sei sopravvissuto a tutte le cure a cui ti sei sottoposto. Fino ad oggi, ma non sfidare la sorte.
Questo blog induce mitridatismo: ti rende immune somministrandoti piccole dosi, non letali, di veleno. L’importante è rispettare la posologia. Se salti una dose, ricominci daccapo.
Quindi ti conviene organizzarti. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io, curatore, guaritore e cerusico di questo blog.
Non puoi guarire semplicemente guardando la mia foto. Anzi, le elevate dosi di fascino che essa emana rischiano di generarti un attacco di sindrome di Stendhal.
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Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza, valutazione dei rischi

La materia oscura della sicurezza

Materia oscuraCon un gruppo di amici/colleghi, abbiamo fatto una visita presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (nel seguito LNGS).
Avendo un’insana passione per la meccanica quantistica, alla sola idea di passare qualche ora in uno dei templi della fisica particellare, mi sono sentito come un onanista che visitava il caveau della Banca del seme.

Tutti si immaginano i LNGS come un luogo freddo e umido, sepolti sotto 1400 m di nuda e fredda roccia, colmi di strane e oscure apparecchiature, nei quali non entra mai la luce del sole e in cui le persone passano il loro tempo dentro lunghi tunnel, respirando aria viziata.
Mentre invece, no: l’aria non è viziata.

Stiamo parlando di un luogo nel quale, pur di fare un selfie ai neutrini prodotti dal sole, non si sono limitati a mettersi oltre 1 km di pietra sulla testa per schermare lo schermabile di tutte le altre particelle che ci arrivano dallo spazio, ma utilizzano un “coso” pieno di un liquido scintillatore che praticamente non emette radiazioni (per capirci, su 100.000 miliardi di atomi di ‘sto liquido, c’è un solo nucleo radioattivo. Uno.).
Se non vi siete ancora fatti un’idea, in un altro marchingegno c’è il metro cubo più freddo del pianeta: 0,008 K  (8 millesimi di grado) sopra lo zero assoluto.

Ma quello che mi ha letteralmente fatto impazzire è stato l’esperimento XENON1T, un aggeggio pieno di 3300 kg di xenon (un gas raro, talmente raro che in natura esiste solo nei fari delle auto) che ha lo scopo di rilevare la MATERIA OSCURA.

Quelli di voi che quando ho scritto “materia oscura” non hanno sentito un tuffo al cuore e non sanno di cosa io stia parlando, sono avvertiti: se continuate a leggere la vostra vita non sarà più la stessa.
In parole povere, agli scienziati i conti non tornano. Ma non è che non tornano di poco. È come se voi andaste dal macellaio a comprare delle fettine di lonza di maiale per fare la sera le scaloppine al limone; quello, invece di pesarle, fa dei calcoli basati sulla densità del suino e vi dice che dovrebbero essere circa 1 kg. Pagate, tornate a casa le pesate e scoprite che pesano in realtà solo un etto e mezzo, cioè l’85% in meno.
Ecco, in pratica, facendo due conti, gli scienziati, osservando come si muovono le galassie, sono arrivati alla conclusione che quelle non si possono muovere così. Non con la massa che c’è in giro, quella che vediamo e conosciamo, quella di cui siamo fatti io, voi e anche Di Maio, nonché le stelle (che poi, è vero come diceva Sagan, che «Siamo fatti di polvere di stelle»).
E, calcolatrice alla mano, le galassie, per fare quello che fanno, dovrebbero “pesare” l’85% in più… che va bene, mentire sul proprio peso, ma così è troppo.

E qui gli scienziati io li capisco. Ti immagini dover rivedere tutto il modello cosmologico attuale, a partire dalla faccenda del Big Bang, proprio ora che tutti i pezzi del puzzle sembravano andare al loro posto? No, mai.
Quindi fanno quello che facevo pure io durante i compiti in classe di matematica, quando mi uscivano risultati strani… Si fanno tornare i conti dicendo: «Ehi, funziona tutto… basta aggiungere l’85% di massa all’universo».
Massa che, ovviamente, nessuno ha mai visto, né rilevato, né sa come sia fatta e quindi l’hanno chiamata “oscura” (l’ipotesi alternativa non è migliore: facendo i conti, infatti, tutto torna se all’universo aggiungiamo “appena” il 70% di energia – oscura pure quella – e ammettiamo che la teoria della relatività generale non funziona bene).

E, proprio ieri, James Peebles ha vinto il premio Nobel della fisica, tra l’altro, per le teorie sulla materia oscura. Appena dopo la mia visita ai LNGS. Una coincidenza? Io non credo.

Il metodo scientifico è meraviglioso per questo: si fanno ipotesi e teorie, si cercano evidenze empiriche e le si analizza mediante rigorose analisi. E così facendo ci si avvicina sempre più alla conoscenza della realtà.
In campo scientifico, anche le ipotesi più assurde – purché empiricamente dimostrabili – hanno diritto di cittadinanza. Poi, ovviamente, ci saranno ipotesi più “credibili” (ossia “probabili”) di altre, ma è così che funziona. Lo hanno già fatto con la scoperta di Nettuno che nessuno aveva visto (appena il quarto pianeta più grande del sistema solare, eh) ma che doveva esistere per farsi tornare i conti dell’orbita di Urano e anche con il bosone di Higgs.
Ed è per questo che la ricerca della materia oscura è così affascinante: si cerca l’evidenza di qualcosa che, finora, è pura e semplice deduzione.

E quando trovi una “prova” della validità della teoria, la teoria diventa più “credibile”, diventa punto di partenza per altre teorie.

Ed è per questo che, a mio avviso, il nostro approccio alla sicurezza non funziona bene.
Finché continueremo a confondere la «sicurezza» con l’«assenza di incidenti», non faremo altro che ottenere esattamente quello che cerchiamo: la prova che se non succede nulla allora stiamo facendo bene.
Un po’ come dire che Totò Riina non era un assassino perché lo incontrai in un bar e… guardatemi sono ancora vivo.

Voi dite che non ragionate così?
Vediamo, facciamo un test.


Domanda N°1: Cosa si nasconde sotto il rettangolo nero?
1Risposte:
A. 2
B.  Come diavolo faccio a saperlo?


Domanda N°2: Fa caldo e hai ospiti a tavola. L’ospite ti chiede: «Mi versi l’acqua?» Che fai?
Risposte:
A. Prendi la bottiglia che hai di fronte e riempi il suo bicchiere di acqua.
B. Non so che fare.


Domanda N°3: cosa vedi?
4Risposte:
A. Un pallino nero
B. Non so rispondere


Molti di voi avranno trovato facile questo test.
Non ho mai dubitato delle vostre capacità, non per nulla seguite questo blog.

Provate ora con questo altro set di domande e risposte:


Domanda N°1: Cosa si nasconde sotto il rettangolo nero?
1Risposte:
A. 2
B. 3
C.  Il codice bancomat dell’Ing. Rotella


Domanda N°2: Fa caldo e hai ospiti a tavola. L’ospite ti chiede: «Mi versi l’acqua?» Che fai?
Risposte:
A. Prendi la bottiglia che hai di fronte e riempi il suo bicchiere di acqua.
B. Prendi la bottiglia e versi il suo contenuto addosso al tuo ospite.
C. Rovesci sul tavolo l’acqua contenuta nel bicchiere del tuo ospite


Domanda N°3: cosa vedi?
4Risposte:
A. Un pallino nero
B. Un monitor con uno sfondo bianco e un sacco di scritte, segni, ecc.
C. La bandiera del Giappone in bianco e nero


Non esiste una risposta giusta. Eppure, non riusciamo ad assegnare a tutte le risposte la medesima valenza. Ne facciamo una questione di significato, di probabilità, di esperienza… comunque siamo in grado di operare una scelta, mentre se fossimo dei computer, non avremmo mai potuto scegliere una risposta anziché l’altra, nemmeno nel caso del primo test.

Questo è il peso del ragionamento induttivo: anche se la logica ti suggerisce di non credere ciecamente che l’assenza di incidenti sia prova della presenza di una condizione di sicurezza, non puoi farne a meno.
Fondamentalmente, come i fisici del LNGS cercano di catturare le particelle che vagano nell’universo, noi cerchiamo di catturare le condizioni di pericolo che potrebbero minacciarci. In entrambi i casi si tratta di eventi rari.

Ma, se nel caso della fisica ogni giorno che passa senza che la particella si faccia vedere rende la teoria relativa all’esistenza della particella sempre meno probabile, nel caso della sicurezza, ogni giorno in più senza incidenti, conferma la teoria della presenza di una condizione di sicurezza. L’esempio che faccio è sempre lo stesso: il fatto che per il singolo individuo l’incidente sia un evento raro, lo spinge a sopravvalutare la condizione di sicurezza – per esempio mentre guida – confondendo l’assenza di incidenti con la presenza di sicurezza.

Dobbiamo smetterla di andare semplicemente a caccia di incidenti. È vero che sono osservabili, ma si tratta “particelle rare” e, in ogni caso, la loro rilevazione ci dice solo cosa è sbagliato, ma non ci dice nulla su ciò che è giusto.
Non fraintendetemi: il loro studio è necessario, ma si tratta di lezioni occasionali e di natura reattiva. Devi aspettare l’incidente o qualcosa che non vada per il verso giusto per imparare qualcosa.

Le «cose che vanno male» per la sicurezza, sono come la materia ordinaria per l’universo: una piccola percentuale.
La materia oscura della sicurezza, il grosso della massa di cui la sicurezza è composta, è costituita dalle «cose che vanno bene». Come dice Hollnagel, è da quelle che dobbiamo imparare, soprattutto perché sono una lezione quotidiana e anche perchè se riesci a capire come fare in modo che le cose vadano sempre bene, automaticamente starai impedendo che le cose vadano male e contemporaneamente avrai migliorato efficienza, produttività e qualità.


CREDITS
Voglio ringraziare l’Ing. Marco Tobia e il Geom. Gabriele Mantini che ci hanno accompagnato nei Laboratori del Gran Sasso. È stato un privilegio conoscerli.

Grazie all’Ing. Giuseppe Visciotti che ha organizzato la giornata. Hai realizzato un sogno che avevo da molti anni.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, vuol dire che l’Universo ha tramato perché tu finissi su questo blog.
Che tu sia una particella rara o un semplice fotone, indipendentemente dalla tua capacità di interazione con la materia, adesso sei qui.
Questo blog è come un buco nero: ormai non puoi più uscirne.
Quindi smettila di dimenarti e renditi la vita più facile. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io e io sono più della somma delle particelle di cui sono composto.
Non cercare di ricavare energia dalla fusione dei miei atomi: rischieresti di annichilire l’universo. 
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: cultura della sicurezza, valutazione dei rischi

Safety risk management: il libro

Risk-Management

In un remoto allevamento situato nella campagna calabrese, un pollo neopositivista si prefigge il serio proposito di comprendere il funzionamento dell’universo.
Fedele alla vocazione scientifica del positivismo logico, egli si appresta ad affrontare con rigore metodologico l’impresa, munendosi di strumenti di rilevazione tarati e certificati, consapevole che solo l’empirismo e la logica potranno condurre ad esiti oggettivi e verificabili.
Il primo giorno di osservazione accadono i seguenti fatti straordinari:

  • gli strati superiori dell’atmosfera riflettono la luce solare. Il pollo annota l’ora esatta dell’alba;
  • il gallo canta. Il pollo annota l’orario, la posizione GPS del gallo e, grazie ad un fonometro di classe 1, rileva la pressione sonora dei chicchirichì ed il numero di ripetizioni;
  • un essere umano entra dal cancello, portando con sé del cibo. Il pollo rileva i suoi dati antropometrici, le caratteristiche del vestiario dell’uomo, pesa la quantità di cibo e ne cataloga la varietà;

Non daremo conto di tutte le osservazioni effettuate dal pollo. Siamo tuttavia testimoni dell’enorme mole di dati raccolti al termine della prima giornata e dell’impegno dimostrato dal dotato pennuto.

(segue)

Così inizia il libro «Safety risk management – ISO 31000, ISO 45001, OHSAS 18001» redatto dal sottoscritto e dalla collega Ing. Erica Blasizza, appena pubblicato dalla casa editrice Wolters Kluwer Italia.

Come ho scritto nella premessa del volume:

Nulla è gratis e dove è presente la possibilità di un risultato, si insidia la possibilità di una perdita.
La scelta è tra governare o essere governati dal rischio.

Libro Safety Risk ManagementL’idea di fondo che ci ha spinto a voler scrivere questo libro è il tentativo di fornire una descrizione del rischio diversa dalla solita, meno basata sulla illusione della sua prevedibilità e rimozione e più concentrata sugli aspetti della sua gestione, controllo e rilevabilità (qui trovate l’indice del libro e qui potete acquistarlo).

La prima parte del libro è dedicata al tema dell’incertezza ed al suo rapporto con la complessità. Si tenta di fornire una lettura alternativa alla narrazione classica  che spieghi come possano accadere incidenti come, per esempio, quello della Costa Concordia e si rappresentano due possibili e opposti approcci al tema del safety risk management.

Nella seconda parte dò conto della norma ISO 31000:2018, la mamma di tutte le norme ISO rivolte alla gestione del rischio, la linea guida per eccellenza sul tema, la possibile risposta per quelle organizzazioni che cercano un approccio “olistico” al risk management.

Nella terza parte l’Ing. Erica Blasizza, partendo dalla sua esperienza in materia di sistemi di gestione, fornisce indicazioni pratiche, utilizzando schede ed esempi di procedure, per impostare un sistema di safety risk management basato sullo standard ISO 45001:2018 o per migrarvi partendo dallo standard OHSAS 18001:2007.

Ah, il libro è disponibile anche in formato elettronico.

Pubblicato in: cultura della sicurezza, valutazione dei rischi

Fare a gara a chi ce l’ha più piccolo

libro_grossoL’argomento rientrerebbe a buon titolo nella categoria «pornografia della sicurezza» per il livello di perversione che suscita in molti. Parliamo del Documento di Valutazione dei Rischi e della diffusa tendenza nel ritenere che quando un DVR è troppo “lungo” – cioè, è costituito da molte pagine – ciò sia un problema (gli psicoanalisti ancora si interrogano sul fenomeno).

A dire il vero, è lo stesso art. 28, comma 2, lett. a) del D.Lgs. n. 81/2008 che al secondo periodo afferma:

La scelta dei criteri di redazione del documento è rimessa al datore di lavoro, che vi provvede con criteri di semplicità, brevità e comprensibilità, in modo da garantirne la completezza e l’idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione;

Dunque, «semplice», «breve», «comprensibile», ma anche «completo» e «idoneo».
E che ci vuole? È per questo che amo le antinomíe, per quella loro capacità di permetterti di girare la frittata come ti pare.

Tuttavia, vale la pena soffermarsi sul fatto che i primi tre termini sui quali si concentra l’attenzione della maggioranza (semplice, breve e comprensibile) sono, in effetti, pleonastici, dato che l’unica cosa che importa è il risultato: il DVR deve essere utile a fini operativi di pianificazione.

È opinione diffusa che una buona valutazione dei rischi sia il punto di partenza per mettere in piedi un buon processo decisionale ed un buon sistema di gestione del rischio.
D’altro canto, un’organizzazione che ha un buon sistema di gestione del rischio, è probabilmente un’organizzazione in grado di far meglio la valutazione dei rischi e utilizzarne meglio gli esiti.
Il loro documento, visto dall’esterno, potrebbe non essere considerato breve, semplice, comprensibile, ma essere perfettamente sensato all’interno di quella organizzazione.
Qual è la causa e qual è l’effetto?

Ora, è vero che dietro molti DVR grandi si nascondono consulenti piccoli, ma non è detto che dietro un buon documento di valutazione dei rischi si nasconda una buona valutazione dei rischi.
E non è nemmeno detto che un brutto DVR (lungo e grosso, il Mandingo dei documenti) sia sintomo di una cattiva valutazione dei rischi (benché questa sia l’assunzione più in voga tra gli addetti).

Potrei citare diversi, rilevanti motivi per cui è impossibile trovare il giusto punto di compromesso tra la brevità e l’esaustività.
Trovo il dibattito intorno alle dimensioni di un DVR poco utile. Ma poco utile assai…

Piuttosto, il dibattito dovrebbe girare intorno alla seguente questione: ma come possiamo fare per trasferire i contenuti di un DVR, lungo o corto che sia, a chi di dovere (datore di lavoro, dirigente, preposti)?
Per davvero, però…