Quando valutare i rischi esogeni?

L’ex amministratore della società che gestiva l’Hotel Rigopiano, è indagato per omicidio colposo, lesioni colpose e crollo colposo,  così come due suoi consulenti che non considerarono il rischio valanghe nel documento di valutazione dei rischi.

Pur senza entrare nel merito della specifica vicenda, la circostanza mi spinge a riflettere ancora una volta su dove si spinga il confine del rischio lavorativo, cioè quello soggetto a valutazione ai sensi del D.Lgs. n. 81/2008.

In breve: una valanga, un terremoto, un’alluvione, un attacco alieno, un attentato terroristico, uno tsunami, un incidente chimico in uno stabilimento vicino, l’inquinamento ambientale, una rapina e roba simile, devono o no essere ricompresi nella valutazione dei rischi?

La risposta è, a mio avviso, «dipende».

Questi di cui sto parlando sono essenzialmente rischi che nascono all’esterno del luogo di lavoro, ma la cui manifestazione può tuttavia avere conseguenze per la salute o la sicurezza dei lavoratori.

Fin dove deve spingersi l’indagine epistemica del datore di lavoro?

Il confine è, secondo me, netto. Molto.

Volerlo superare o non volersi spingere fino ad esso conduce, nel primo caso, ad indebite assegnazioni di responsabilità mentre, nel secondo caso, ad assunzioni di responsabilità rilevanti.

Il gessetto che traccia la linea di demarcazione non è la considerazione se l’evento o le sue conseguenze possano o meno essere impedite dal datore di lavoro. Poi ci arriviamo: il potere di impedimento è rilevante fino ad un certo punto.

La questione è se la manifestazione dell’evento possa ritenersi più probabile trovandosi sul luogo di lavoro e/o il danno conseguente possa essere aggravato dallo svolgimento dell’attività lavorativa.

Rimanere vittime di un’azione terroristica è un rischio lavorativo solo per chi opera in specifici ambiti o presso obiettivi sensibili, poiché aumenta le probabilità di incontro col rischio. Ma lavorare nel centro di una grande città non aumenta significativamente l’esposizione al rischio, più di quanto la incrementi viverci. In questo caso, il lavoratore è indistinguibile dalla persona comune.

Se c’è una pandemia, quello non è un rischio lavorativo perché ti rechi in ufficio. Lavorare in zone geografiche a specifico rischio di pandemia è un rischio lavorativo. Lavorare in strutture sanitarie durante una pandemia è un rischio lavorativo.

Sulla questione delle rapine ci arrivate da soli… Laddove sono un rischio lavorativo,  entrano a far parte del documento di valutazione dei rischi, così come le misure di prevenzione e protezione sono quelle che possono essere richieste per lo standard di rischio tipico di quell’attività. No, non faccio installare una cabina a doppia porta con interblocco al fruttivendolo del quartiere di periferia.

L’attacco alieno è un rischio lavorativo solo se lavorate per la Weyland-Yutani Corporation, così come non faccio installare dispenser di amuchina gel nelle mie aziende per prevenire le epidemie zombie. Piuttosto compratevi un fucile a pompa e buona caccia. Ricordate che dovete sempre sparare alla testa.

SpaceInvaders-Gameplay

Terremoti, tsunami, slavine, frane… In questo caso il ragionamento non riguarda se il lavoro aumenti o meno la probabilità del manifestarsi del rischio quanto, piuttosto, se rischia di aggravarne le conseguenze.

Prendo il terremoto ad esempio. La “valutazione” (il senso delle virgolette arriva dopo) del datore di lavoro consiste nell’accertarsi che la struttura sia conforme alle norme tecniche per le costruzioni e così la roba che c’è dentro: scaffalature, soppalchi, impianti.

Ma non c’è alcuna valutazione da fare. Ci sono dei requisiti di legge predefiniti e devono essere rispettati. Punto. Fine. Così come devono essere rispettati i prerequisiti che permettono di sapere come e dove è possibile erigere un hotel in montagna o sulle pendici di un vulcano o sul fianco di una collina o lungo gli argini di un fiume.

Le misure di prevenzione da attuare in questi casi sono proprio i prerequisiti di legge, dato che:

  1. di per sé il verificarsi di questi eventi non è legato alla natura lavorativa;
  2. il datore di lavoro non ha alcuna possibilità di incidere sulla probabilità del loro manifestarsi;
  3. trattandosi di eventi catastrofici, senza un riferimento normativo che ci dica se fare qualcosa e cosa fare, l’accettabilità del rischio sarebbe impossibile da determinarsi.

Quindi, no: ‘sta roba qui non entra a far parte della valutazione dei rischi. Soprattutto delle valutazioni fatte col senno di poi su ciò che sarebbe stato sufficiente fare in più per fermare quella valanga o per impedire a quel muro di oscillare e cadere.

Piuttosto, questa è tutta ciccia che deve essere ricompresa nel piano di emergenza. Questo sì. Ma nel documento di valutazione dei rischi, no.

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Tempi bui… Quando è obbligatoria la sorveglianza sanitaria?

stupore-paura-bimboSono tempi bui quelli nei quali le circolari interpretative della norma non c’hanno capito nulla della norma da interpretare.
È il caso della recente Lettera Circolare del 12 ottobre 2017, n. 3 dell’Ispettorato Nazionale del lavoro la quale, nel fornire indicazioni operative sulle sanzioni da applicare in caso di omessa sorveglianza sanitaria, esordisce così:

«Come è noto, nell’ambito della normativa in materia di salute e sicurezza la sorveglianza sanitaria dei lavoratori, così come declinata dall’art. 41 del d.lgs. n. 81/2008, diviene un obbligo nel momento in cui la valutazione dei rischi evidenzi la necessità di sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria».

No. Ma proprio no.
La sorveglianza sanitaria non è obbligatoria quando lo dice la valutazione dei rischi, ma quando lo dice la legge, che lo dice all’art. 41 e la impone:

  • nei casi previsti dalla normativa vigente, dalle indicazioni fornite dalla Commissione consultiva di cui all’articolo 6;
  • qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Leggete da qualche parte «nel momento in cui la valutazione dei rischi evidenzi la necessità di sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria»?
Non puoi fare come ti pare. La sorveglianza sanitaria è una misura ON/OFF. O la devi fare o non la puoi fare.

L’obbligo imposto dalla norma precede l’esito della valutazione dei rischi, tanto che:

  • se hai sbagliato la valutazione, non per questo l’obbligo viene meno;
  • se secondo la valutazione dei rischi hai ritenuto di dover sottoporre a sorveglianza sanitaria i lavoratori, ma non ricadi nei casi in cui la norma la imponga… Beh, non lo puoi fare.

Ed è pieno di casi in cui la norma non la impone, tipo (per citare casi in cui ho visto effettuare la sorveglianza sanitaria):

  • lavori in quota (citati all’interno della Circolare come casi in cui la sorveglianza sanitaria sarebbe obbligatoria agli esiti della valutazione);
  • stress lavoro-correlato;
  • rischio “posturale”.

In questi ed in tutti gli altri casi in cui la norma non preveda la sorveglianza sanitaria, essa è da intendersi vietata in virtù dell’art. 5 della L. n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori).

Rischio chimico irrilevante e DPI: qualcosa non torna…

Wewillbefree

La valutazione del rischio chimico è una roba complessa. Molto complessa. Non a caso sono stati resi disponibili vari algoritmi e applicativi che hanno l’ambizione di supportare il valutatore in questa difficile indagine (da QUI potete scaricarne uno a cui sono particolarmente affezionato: ANA.R.CHIM. – ANAlisi del Rischio CHIMico).

Ultimamente l’ISPRA (Istituto Superiore per laProtezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un manuale ed un applicativo (li trovate QUI) che riguardano l’ambito specifico dei laboratori, ma che possono essere usati anche con riferimento ad altri settori. Come al solito, il presupposto è che il valutatore sappia ciò che fa, capisca quali sono i “limiti di batteria” delle metodologie e le usi con molta cautela.

L’argomento di cui vorrei discutere sta a monte di tutto. Siamo alle cosiddette basi, le fondamenta, quelle che se mancano, fanno cadere tutto il resto: manuale, applicativo, metodologia.

L’algoritmo dell’ISPRA (come tanti altri nel genere) contiene un coefficiente che riguarda le misure di prevenzione e protezione dal rischio chimico, citando, tra gli altri, indumenti protettivi, occhiali, guanti…

La domanda che vi pongo è:

nella valutazione del rischio chimico, è lecito tener conto degli effetti protettivi dei DPI per dire se il rischio è irrilevante?

Caso A: conoscete già la risposta. Potete fermare qua la lettura e vi sarete comunque portati a casa ben 2 (diconsi DUE) link da cui scaricare gratis materiale per fare la valutazione del rischio chimico.
Caso B: non conoscete la risposta o siete in dubbio. Potete proseguire la lettura, ma la vostra vita potrebbe non essere più la stessa, dopo (mia moglie dice che esagero sempre ma, intanto, se non avessi esagerato, lei non sarebbe diventata mia moglie).

Per quanto mi riguarda, la risposta è rigorosamente: NO, il rischio deve essere valutato senza tener conto dell’uso dei DPI.

C’è ovviamente una spiegazione, ma non è immediata, pertanto, se non avete la pazienza di leggervi tutto il post, fornirò una spiegazione semplificata e poi quella dettagliata.

Spiegazione breve

  1. Se il rischio chimico è irrilevante, che bisogno ha uno di indossare anche i DPI?
  2. Vengono mai presi in considerazione i DPI ai fini della valutazione dell’esposizione dei lavoratori ad agenti fisici o cancerogeni o biologici?
  3. Posso considerare irrilevante il rischio se lavorassi immerso in una nube di cloro gassoso indossando tute ermetiche e autorespiratore?

Mi rendo conto che così è un po’ pochino, ma non so fare meglio in poche righe.
Se volete saperne di più, da qui parte la spiegazione lunga.

Spiegone

Utilizzerò, allo scopo la Direttiva europea 98/24/CE che è stata da noi recepita nel Titolo IX, Capo I del D.Lgs. n. 81/2008. Perché la Direttiva e non direttamente il Testo unico? Domanda oziosa: perché è scritta meglio e, comunque, il paese membro non può ridurre i livelli di tutela previsti dalla Comunità europea…. Uff, va bene… ve li riporto entrambi.

Iniziamo da qui:

Art. 5, par. 1 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 2 del D.Lgs. n. 81/2008
Se i risultati della valutazione dei rischi a norma dell’articolo 4, paragrafo 1, dimostrano che, in relazione alle quantità di un agente chimico pericoloso presenti sul luogo di lavoro, per la sicurezza e la salute dei lavoratori vi è solo un rischio moderato e che le misure adottate a norma dei paragrafi 1 e 2 del presente articolo sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 6, 7 e 10 della presente direttiva. Se i risultati della valutazione dei rischi dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 225, 226, 229, 230.

Ora lasciate perdere la faccenda che la Direttiva parli di rischio “moderato” (ci siamo passati tutti e non è mia intenzione riaprire una ferita quasi rimarginata ma che continua a puzzare, emettere pus, siero e ogni tanto sanguina nuovamente)… quello che entrambe le norme dicono è che in presenza di rischio moderato/irrilevante, la necessità di ricorrere a ulteriori misure (da noi: art. 225, 226, 229. 230) è scongiurata se altre misure sono state sufficienti a ridurre ulteriormente il rischio.
Tenete bene a mente il riferimento all’art. 225, uno di quelli che non si applicano se il rischio è talmente basso da fare schifo (che poi è la definizione di “irrilevante”)

Quali sono invece le misure che devo adottare se il rischio è irrilevante per non dover applicare quelle degli arti. 225, 226, ecc.? Eccole:

Art. 5, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
– la progettazione e l’organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
– la fornitura di un equipaggiamento al lavoro con agenti chimici e metodi di manutenzione tali da preservare la salute e la sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro;
– la riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
– la riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
– misure igieniche adeguate;
– la riduzione della quantità di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro al minimo necessario per il tipo di lavoro svolto;
– metodi di lavoro appropriati, comprese disposizioni per il trattamento, l’immagazzinamento e il trasporto sicuri sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.
a) progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
b)  fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;
c)  riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
d)  riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
e)  misure igieniche adeguate;
f)  riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità 
della lavorazione; 
g)  metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell’immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.

Come vedete, non si parla di DPI. Quantomeno non se ne parla esplicitamente. Poi, volendo, possono essere rintracciati tra le righe di alcuni di questi punti. Resta il fatto che non se ne parla esplicitamente.
La faccenda si fa interessante (lo so, mi entusiasmo facilmente) leggendo uno degli articoli che non si dovrebbero applicare se il rischio è irrilevante e lo si è, per di più, ulteriormente ridotto (principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile):

Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
Quando la natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione, prendendo in considerazione l’attività lavorativa e la valutazione dei rischi di cui all’articolo 4, il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione di misure di protezione e di prevenzione, coerenti con la valutazione dei rischi effettuata a norma dell’articolo 4.
Esse comprenderanno, in ordine di priorità:
Quando la  natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione delle seguenti misure da adottarsi nel seguente ordine di priorità:

È qui che la norma Europea è scritta meglio e dice una cosa in più che non è stata trascritta nel recepimento italiano. Dice la Direttiva: tu, datore di lavoro, che mi hai valutato il rischio come non irrilevante, se non lo puoi eliminare, allora prendi la tua valutazione dei rischi e scegli le misure compensative necessarie in questo ordine:

Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
a)  la progettazione di adeguati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché l’uso di attrezzature e materiali adeguati, al fine di evitare o ridurre al minimo il rilascio di agenti chimici pericolosi che possano presentare un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro;

b)  l’applicazione di misure di protezione collettive alla fonte del rischio, quali un’adeguata ventilazione e appropriate misure organizzative;

c) l’applicazione di misure di protezione individuali, comprese le attrezzature di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione.

 

a) progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;

b) appropriate misure organizzative e di protezione collettive alla fonte del rischio;

c) misure di protezione individuali, compresi i dispositivi di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione;

d) sorveglianza sanitaria dei lavoratori a norma degli articoli 229 e 230.

 

Eccoli finalmente i DPI. Compaiono solo tra le misure specifiche di prevenzione e protezione come conseguenza della valutazione del rischio (come mostra meglio la Direttiva), non come suo presupposto. Valutazione, che tra l’altro, deve avere avuto esito di rischio non irrilevante, altrimenti non si sarebbe applicato l’art. 225 (o l’art. 6 della Direttiva).

Sono una misura di protezione rispetto ad un rischio non irrilevante ab origine, impiegata al fine di controllare e gestire il rischio residuo.

Questo sono, nient’altro.

Ragionando in modo differente da questo, arriveremmo all’assurdo che utilizzando i DPI si potrebbe evitare la sorveglianza sanitaria: che li visiti a fare se tanto l’esposizione sotto la maschera di protezione delle vie respiratorie è irrilevante?

Quindi se volete utilizzare l’algoritmo dell’ISPRA, non vi consiglio di considerare l’impiego dei DPI.
Non è un caso se voglio bene ad ANA.R.CHIM.: lì la valutazione è fatta al netto dell’uso dei DPI.

Prima di chiudere, vorrei farvi una recensione del materiale dell’ISPRA, ma non ne ho voglia. Quindi:

  1. Non entrerò nel merito del manuale, ma posso dirvi che, se non è il vostro primo approccio alla materia, sarete in grado da soli di trovare le inesattezze (poche) che vi sono contenute e che, volendo, si possono perdonare data la complessità della materia.
  2. Non entrerò nemmeno nel merito dell’applicativo, ma posso dirvi che è fatto molto bene per essere un foglio di calcolo (tra l’altro, oltre che per Excel è disponibile anche per Access).
  3. E figuratevi, a questo punto, se mi viene in mente di entrare nel merito della metodologia proposta. Posso però dirvi che non è dissimile da altre (Movarisch, per esempio), anzi, a differenza di molte altre, tiene conto dell’effetto cumulato delle sostanze impiegate. Inoltre fa anche una valutazione del rischio chimico per la sicurezza e degli agenti cancerogeni. Insomma, sembra roba buona.
    Piuttosto la faccenda è sempre la solita: da dove caspita escono fuori i valori dei vari coefficienti associati, per dire, alle frasi di rischio, alle misure di prevenzione, ecc.? Si dice nella prefazione che l’algoritmo è stato testato, ma sarebbe interessante sapere quale sia stato il campione, su quante sostanze e tante altre belle cose che aiutano a giudicare l’affidabilità scientifica di una metodica.

La messa a terra sui ponteggi spiegata semplice

Non capisco come  sia possibile ma, nell’anno di grazia 2017 d.C., a molti non è chiaro se il ponteggio in un cantiere abbia la necessità o meno della messa a terra.

Enucleo di seguito i casi che possono presentarsi, sperando di fare chiarezza sull’argomento.

  • Caso 1 – Il ponteggio è una massa;
  • Caso 2 – Il ponteggio è una massa estranea;
  • Caso 3 – Il ponteggio non è autoprotetto dalle scariche atmosferiche.

Vediamoli singolarmente.

Caso 1

Il punto 23.2 della norma CEI 64-8 definisce la massa nel seguente modo:

«Parte conduttrice di un componente elettrico che può essere toccata e che non è in tensione in condizioni ordinarie, ma che può andare in tensione in condizioni di guasto.
Nota – Una parte conduttrice che può andare in tensione solo perché è in contatto con una massa non è da considerare una massa».

Cominciamo col fare delle esclusioni semplici.

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Supponiamo che sul ponteggio venga utilizzato un frullatore ad immersione, quelli che gli operai generalmente usano per prepararsi il milk-shake (è noto che l’operaio mi è ghiotto di frullati). Quasi certamente, il minipimer in questione sarà di classe II, riconoscibile dal simbolo dei due quadrati concentrici.
In questo caso, per definizione, l’apparecchio è intrinsecamente progettato per non necessitare di connessione a terra. Insomma, lui stesso non è una massa. Figuriamoci se può esserlo il ponteggio.

Per alimentare il minipimer, quasi certamente l’operaio goloso, mi avrà steso una prolunga. Se il cavo è H07RN-F (tipico), vale lo stesso ragionamento: trattasi di cavo di classe II.

Insomma, quando avete a che fare con roba di classe II, il problema non ve lo dovete proprio porre.

Può succedere, tuttavia, che l’operaio debba utilizzare un’attrezzatura di classe I. Supponiamo ad esempio che abbia la necessità di fare il bucato sul ponteggio e installi una lavatrice.
La lavatrice, non so perché, è l’elettrodomestico più ricorrente a livello didattico quando si tratta di spiegare il rischio da contatti indiretti. La trovate in una moltitudine di slides sul rischio elettrico. Ma se preferite, potete usare anche un argano a motore elettrico (anche se non so come farete a fare un bucato con l’argano).

Gli apparecchi di classe I hanno solo un isolamento principale, per cui, in caso di cedimento dello stesso, il loro involucro diverrebbe una massa, per come è stata prima definita. Il caso vuole che la norma imponga che tali attrezzature siano dotate di una messa a terra di protezione che, attraverso il suo conduttore, finirà dritta nell’impianto di messa a terra del cantiere (del cantiere eh, non del ponteggio. Del cantiere). In poche parole hanno la loro messa a terra.
La magicabula che spezza l’incantesimo, in questo caso, è la nota al punto 23.2 della norma CEI: un ponteggio (parte conduttrice) a contatto con una massa (lavatrice o argano) non diventa massa.

Quindi, anche con la roba di classe I non c’è motivo di mettere a terra il ponteggio.

Se per alimentare la lavatrice l’operaio ha utilizzato i cavi unipolari senza guaina (quelli che corrono nelle pareti di casa vostra, per capirci…), beh in quel caso lo avrà sicuramente posato all’interno del suo tubo protettivo.
Come dite? Non l’ha fatto??!? La soluzione in quel caso non è mettere a terra il ponteggio, ma infilare il cavo nel tubo protettivo, perché la posa non è a norma.

Considerando che gli apparecchi di classe 0 (quelli che hanno solo un isolamento principale, ma nessun conduttore di protezione per la messa a terra) sono vietatissimi ed è più facile trovare un chilo di eroina pura al fruttivendolo sotto casa, direi che abbiamo finito.

Ah no, già… apparecchi di classe III. Vabbeh, questi sono alimentati a tensione di sicurezza… Lo dice la parola stessa. Quindi no, manco in questo caso ci vuole la messa a terra.

Caso 2

Il punto 23.3 della solita norma CEI, ci dice è che una massa estranea è una:

«parte conduttrice non facente parte dell’impianto elettrico in grado di introdurre un potenziale, generalmente il potenziale di terra».

Il ponteggio è una parte conduttrice? Sì.
Fa parte dell’impianto elettrico? No.
Quindi è una massa estranea!

Non è detto. Si tratta di vedere se può introdurre un potenziale pericoloso (non roba che esce dal ponteggio, ma roba che può entrarci) a causa della sua bassa resistenza rispetto a terra.
In questo caso, siccome i cantieri sono un ambiente a maggior rischio elettrico, si deve misurare se la resistenza verso terra è maggiore di 200 Ohm. Se lo è NON devi collegare a terra o vanifichi l’isolamento naturale.

Quando una roba è sicura, la devi lasciare com’è. Te lo dice anche la norma CEI 64-17:

« Si ricorda che tutti i manufatti metallici di cantiere (recinzioni, ponteggi, tettoie ecc.) che non siano né masse né masse estranee non devono essere collegate all’impianto di terra».

Chiaro no?

Caso 3

Fulmini. Se leggendo questo post ti è venuto qualche dubbio, ti sfugge qualcosa o altro, allora non sei in grado di valutare il rischio che il ponteggio sia colpito da un fulmine.
Affidati ad un tecnico capace che ti faccia il calcolo ai sensi della norma CEI EN 62305 e vivi sereno. Non ti inventare niente.
Se dal calcolo emerge che la struttura è autoprotetta, la messa a terra non serve.

Dove sta scritto?…. Data certa

Non avrei mai voluto scrivere questo «Dove sta scritto?», dato che il tema è davvero tedioso, ma la sua necessità nasce da un’obiezione che mi è stata sollevata da un avvocato.
Tra l’altro un bravo avvocato, ma pur sempre un avvocato, ovvero una persona dotata di conoscenze avvocatesche, in grado di esercitare la propria avvocataggine con competenza in tutte le sedi in cui è richiesta avvocatazione. Appena, però, egli esce dal labirintico e mal tracciato sterrato del diritto per immettersi nel più certo e rettilineo sentiero della scienza e della tecnica, mi si perde. I paradossi dell’orientamento…

Eravamo lì, che si discuteva della consegna di un DVR che avevo redatto per l’azienda cliente e dico: «Ah, e mi raccomando, ricordate di assegnare data certa al DVR. Potete fare come vi pare, ma il mio consiglio è quello di inviare dal vostro indirizzo PEC al mio indirizzo PEC un messaggio contenente in allegato il DVR firmato dal datore di lavoro»

AVV. (in tutta la sua avvocatosità): «Gli allegati di una PEC non sono opponibili ai terzi in quanto dalla ricevuta di consegna non è possibile desumere il contenuto dell’allegato. Solo il corpo della mail è “certo”».

IO: «È una sciocchezza, tecnicamente non sta né in cielo, né in terra».

DOVE STA SCRITTO?

Doverosa premessa: noto in rete che questa leggenda metropolitana è piuttosto diffusa in rete ed è propalata, in particolare, su siti avvocateschi.

Più in fondo trovate metodi alternativi a quelli “canonici” per dare data certa ai DVR, ma ora concentriamoci sulla PEC.

Innanzitutto, che in termini di “certezza della data”, in una PEC non ci sia differenza tra corpo della mail e allegato, sta scritto nel D.P.R. n. 68/2005 «Regolamento recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata», il quale all’art. 1, comma 1, lett. f) mi precisa cos’è un messaggio di PEC:

un documento informatico composto dal testo del messaggio, dai dati di certificazione e dagli eventuali documenti informatici allegati.

Sappiamo quindi per certo che, per legge, un messaggio di PEC comprende anche gli allegati, ma questo non è sufficiente a rispondere all’obiezione dell’avvocato che possiamo dividere in due sotto-obiezioni:

  1. guardando la ricevuta di consegna non possiamo dire nulla sull’effettivo avvenuto invio dell’allegato;
  2. guardando la ricevuta di consegna non possiamo sapere quale sia il contenuto dell’allegato alla PEC, né dire se esso sia stato successivamente modificato.

Da qui segue lo spiegone del perché quello che dice l’avvocato non sta né in cielo, né in terra e, comunque, potrei sollevare analoghe obiezioni di inaffidabilità su altri modi che la giurisprudenza e la norma definiscono idonei per assegnare data certa ai documenti.

La risposta alle due obiezioni deve essere rintracciata nel disciplinare tecnico che spiega come deve essere un servizio di PEC per essere considerato fatto per benino.

In sostanza ti viene spiegato che il messaggio che vuoi inviare tramite PEC (con tutti i pezzi) arriva al tuo gestore PEC che lo infila in una «busta di trasporto» (si chiama così), chiude la busta e ti invia una mail di accettazione, firmata con una chiave (sigillo). È analogo a quanto avverrebbe nel mondo materiale: scrivi un DVR, lo stampi e lo infili, con una lettera di accompagnamento, in una busta di carta gialla che poi chiudi e sigilli con ceralacca (chi non ha un anello con il proprio stemma nobiliare da usare come stampo?): la lettera di accompagnamento è il corpo della mail, il DVR rappresenta l’allegato alla mail e la busta gialla costituisce la busta di trasporto.

A quel punto, la busta chiusa e sigillata viene inoltrata al gestore PEC del destinatario (in mezzo succedono una serie di cose che non vi riferisco e che però garantiscono che il messaggio non sia stato modificato e sia completo) il quale ti invia una ricevuta di consegna, anch’essa firmata digitalmente, che può essere:

  • completa, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione ed il messaggio originale;
  • breve, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione ed un estratto del messaggio originale.
  • sintetica, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione

La ricevuta completa risponde facilmente alla sotto-obiezione 1, poiché contiene anche l’allegato alla PEC e quindi possiamo sapere che esso è stato inviato e volendo, possiamo anche visualizzarlo. Con la breve, la stessa cosa si può fare mediante il codice hash contenuto nella ricevuta di consegna. Con la sintetica devi chiedere al tuo gestore di mandarti il documento allegato.

La sotto-obiezione 2 viene meno se si conosce  come funziona tecnicamente il sistema. Come scrivevo prima, tutte le varie ricevute sono firmate (sigillate) dai vari gestori. È la firma la garanzia che l’allegato sia quello che avevi inviato e che non sia stato successivamente modificato durante il viaggio. per questo viene usato lo standard di crittografia S/MIME.

Quindi, con certezza, ciò che mandi è quello che arriva (che poi è il fine della PEC).

Se un allegato viene modificato dal destinatario, dopo averlo scaricato, è sempre possibile controllare se esso non coincide con l’originale inviato, poiché i due file devono essere identici, informaticamente parlando.

Veniamo ai metodi alternativi per dare data certa ai DVR:

  1. Ingoiare il DVR e presentarsi al pronto soccorso accusando crampi e dolori addominali. Dopo essersi sottoposti all’operazione chirurgica, allegare al documento estratto dalla panza la radiografia e il certificato medico ai fini dell’attestazione della data;
  2. Rapire una persona, fotografarla con il DVR in mano ed inviare ad un giornale a diffusione nazionale la foto. Il giorno dopo acquistare il giornale ed allegare la prima pagina con la foto in questione al DVR;
  3. Uccidere una persona con il DVR e lasciare il documento lì sul luogo, come arma del delitto. La data di registrazione da parte dell'”ufficio depositi prove” della Polizia assegna data certa al DVR. L’unico problema è che, per consultarlo, dovrete costituirvi;
  4. Fare un figlio e, subito dopo il parto, lanciarlo nello spazio, in un’apposita navetta che viaggia a velocità nota, con una copia del DVR, quanto più possibile vicina alla velocità della luce (è importante che l’astronave vada molto veloce per aumentare i tempi di validità del metodo, così il bambino mi invecchia meno velocemente). Grazie alle leggi della relatività speciale, nota l’età del bambino, sarà possibile calcolare la data del DVR.

Ce ne sarebbero molti altri e sono sicuro che i commentatori non si faranno pregare in tale senso.

Sì, la data certa del DVR è una cagata pazzesca.

1° mito: valutazione dei rischi, l’arte di cucinare la pasta all’amatriciana senza guanciale

«Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole»
Ecclesiaste 1:9 

A partire da questo post parlerò di quelli che considero i miti della sicurezza.

Il primo mito, di cui ho già scritto in vari post, risiede nella volontà del legislatore di considerare la valutazione dei rischi la pietra angolare dell’intero sistema prevenzionistico, l’amuleto che ci difenderà dallo spettro dell’infortunio, l’agnello che toglie i peccati dal mondo.

Per chi si fosse perso le ultime puntate, la ragione per cui considero tale pretesa un mito, deriva dalla banale osservazione che dietro la definizione di rischio si nasconde il concetto di probabilità e l’atto della valutazione consiste, ancor più banalmente, nel determinare se un evento possa accadere o meno e, se sì,  con quale probabilità.

Ecco, appunto… intervenire o non intervenire; prevenire o proteggere; agire in tempi rapidi o tempi lunghi… tutte queste decisioni dipendono dalla nostra valutazione, che dipende dalle probabilità, la quale discende dal possesso e dalla conoscenza di dati storici. Solo di dati storici. Nient’altro.

E, anche ammesso che si abbiano questi dati, nulla si può dire rispetto a ciò che non ha precedenti.

Te lo dice anche l’Antico Testamento, nell’Ecclesiaste, di cui ho riportato un estratto all’inizio di questo post (sì, l’Ecclesiaste è quella roba di «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, ecc.»): tutto quello che accade è già accaduto in passato.

Sapevatelo!

Il problema è infatti questo: non abbiamo dati. Puoi raccogliere tutti i “near miss” che ti pare, continuerai a non avere dati. Nel mondo reale è così.

Così ci ritroviamo una norma che ci impone di fare una valutazione dei rischi e ci dà una definizione di rischio che discende dal concetto di probabilità ma, pur con tutto l’impegno di questo mondo, manca l’ingrediente fondamentale: la conoscenza della probabilità.

Fattela te la pasta all’amatriciana senza guanciale.

Ma se venissi autorizzato ad usare la salsiccia, mi dico:

  1. Mi hanno chiesto di fare pasta all’amatriciana
  2. Non ho guanciale, solo salsiccia,
  3. Questi qui non hanno precedenti; non hanno mai mangiato pasta all’amatriciana,
  4. la salsiccia, in fondo, sempre maiale è,
  5. il protocollo europeo della pasta all’amatriciana consente di sostituire il guanciale con la salsiccia, anche se il guanciale è fortemente consigliato,
  6. ci metto molto pecorino e così la butto in caciara,

alla fine la maggior parte non si lamenta, anzi si abitua a quel gusto.

Perché questo è quello che succede nella realtà di tutti i giorni: la valutazione dei rischi che viene servita non è nient’altro che un mito, un piatto la cui ricetta è stata stravolta secondo le attitudini soggettive del cuoco a causa della carenza di ingredienti. È come il parmisan venduto in Olanda, la mozzarella che si mangiano in Inghilterra, il vino in polvere bevuto in Finlandia. Sono dei miti, delle credenze credibili. Ti danno l’illusione di stare mangiando il prodotto originale, mentre invece ti stai nutrendo della sua narrazione, del racconto di ciò che è il concetto di parmigiano, mozzarella o vino.

La P inserita nel calcolo PxD del rischio è salsiccia, non è guanciale. La valutazione del rischio, non è amatriciana ma pasta con la salsiccia ed il pecorino.

Chi è che alimenta il mito?

  1. La comunità europea e gli stati membri che basano tutto il sistema prevenzionistico sulla valutazione del rischio (no, non sono favorevole all’uscita dalla UE);
  2. Modelli teorici come la “Domino theory” di Heinrich o il “Swiss Cheese Model” di Reason che, utilizzati a valle di un incidente per la sua analisi, generano questa strana impressione di linearità tra causa ed effetto che rende tutto prevedibile e, conseguentemente, prevenibile;
  3. La rarità degli incidenti e l’impossibilità di affermare con certezza se essi non accadono perché noi stiamo impedendo che accadano o se, semplicemente, non accadono per i fatti loro;

Su queste basi, io posso affermare di essere il maggior esperto al mondo in fatto di terremoti. Ho, tra l’altro, scoperto un metodo che mi consente di sapere, con un giorno di anticipo, se ci sarà o meno un terremoto di grado superiore al 6° della scala Richter. Tranquilli, oggi non ci sarà nessun terremoto 🙂

Se il mio racconto fosse sufficientemente credibile, se io fossi sufficientemente credibile grazie al pubblico riconoscimento delle autorità circa la validità del mio metodo, le mie valutazioni lo sarebbero altrettanto. Molto probabilmente, in effetti, il 1° giorno il terremoto non accadrebbe. E nemmeno il 2°, il 3° e così via…

La credibilità circa la prevedibilità dei terremoti, si autoalimenterebbe. Proseguendo la narrazione, potrebbero passare anni prima del verificarsi di un terremoto di grado superiore alla mia soglia di rilevabilità.

Se dovesse accadere, è inutile che ve la prendiate con me: io, in realtà, ho avuto ragione il 99% del tempo.

E infatti, praticamente nessuno si lamenta dell’amatriciana con la salsiccia.

 

Siamo intelligenti, non razionali!

Siete andati a fare un safari fotografico in Namibia e, imprudentemente, scendete dal fuoristrada per fotografare un leone che stava placidamente prendendo il sole. Improvvisamente, il leone fiutando la vostra presenza si alza e vi viene incontro minaccioso. Avete con voi una balestra e, guardandovi indietro, siete in grado di stimare a che distanza si trova il vostro 4×4.

Il vostro cervello inizia a lavorare freneticamente: dovete scegliere se correre verso la salvezza rappresentata dall’abitacolo del fuoristrada o puntare la balestra contro il leone.

Per fortuna, vi tornano in mente le pallide rimembranze dei vostri studi di fisica: stimando la velocità apparente del leone siete in grado di calcolare se raggiungereste per tempo la vettura. In alternativa, usando le relazioni del moto del proiettile, potete colpire il leone con la freccia della vostra balestra.

Tra la teoria e la pratica, purtroppo, mai come in questi casi, ci sono distanze incolmabili: il nostro cervello non ha le capacità computazionali necessarie per affrontare situazioni come queste nei tempi richiesti.

Nel corso dell’evoluzione, infatti, l’uomo, per sopravvivere, ha sviluppato due differenti modalità di pensiero: una lenta (perfettamente razionale, rappresentata, ad esempio, dalla capacità di sfruttare la logica e le proprie conoscenze “scientifiche”) ed una veloce.

Quest’ultima si avvale delle euristiche, algoritmi inconsci che ci permettono di scegliere strategie e prendere decisioni senza usare la logica (lenta), affidandoci piuttosto ad intuito ed esperienza (veloci). Le euristiche, normalmente, ci permettono di pervenire a risultati notevoli e corretti ma, in alcuni casi, ci fanno toppare in modo clamoroso (io colleziono bias cognitivi come altri collezionano farfalle).

Questa capacità sono state studiate approfonditamente da due psicologi, Amos Tversky e Daniel Kahneman, in un ambito ben preciso: le discipline economiche (Kahneman vinse il premio nobel per l’economia grazie a questi studi).

Grazie ad una serie di esperimenti semplicemente geniali, T. & K. dimostrarono come gli esseri umani, messi di fronte a determinati processi decisionali, violassero sistematicamente alcuni principi elementari di razionalità.

Il test che ho proposto nel precedente post è la mia rielaborazione di quello che – a detta di Kahneman – costituisce il più noto e discusso dei loro esperimenti: il problema di Linda (seguendo il link troverete il testo originale, tradotto in italiano).

Torniamo al mio test, di cui ripropongo la traccia per rendere più semplice seguire il percorso logico che vi presento:

Un lavoratore, con mansione di magazziniere, esperto della propria mansione, viene trasportato al pronto soccorso a seguito di un grave incidente.
Quale tra i seguenti scenari ne è stata la causa probabile?
1. Un pallet, correttamente collocato, cadde da una scaffalatura ferendo gravemente il lavoratore;
2. A causa di un errore di manovra, un carrello elevatore urtò accidentalmente la scaffalatura, determinando la caduta di un pallet, correttamente collocato, che ferì gravemente il lavoratore.

La prima cosa che vorrei notaste, è che è espressamente richiesto che la valutazione circa lo scenario da preferire, debba essere condotta secondo criteri di probabilità.

A questo punto analizziamo i due scenari.

Nel primo viene proposta la caduta di un pallet correttamente collocato su una scaffalatura, senza che ne siano state specificate le cause.

Nel secondo viene proposta la caduta di un pallet correttamente collocato su una scaffalatura, per una causa ben precisa (urto della scaffalatura da parte di un carrello elevatore).

Ragionate in termini di insiemi (come ce li hanno fatti studiare alle elementari. Da grande, all’Università, ho scoperto che si chiamavano diagrammi di Eulero-Venn ed erano meno divertenti che alle scuole elementari): l’insieme dei pallet, correttamente collocati, caduti da una scaffalatura a causa di un urto della scaffalatura da parte di un carrello elevatore (insieme B) è interamente contenuto nell’insieme dei pallet, correttamente collocati, caduti da una scaffalatura (insieme A).

DiagrammaVenn

Eppure, la maggioranza di quelli che hanno commentato il precedente post, ha ritenuto preferibile optare per il secondo scenario, violando la logica delle probabilità. Siete comunque in buona compagnia: anche nell’esperimento di T. & K. il 90% dei soggetti costituenti il campione intervistato è cascato nella medesima fallacia logica.

Questo genere di errori si può generare quando utilizziamo le cosiddette euristiche del giudizio e, nello specifico, quando ci affidiamo all’euristica della rappresentatività.

Per farla breve, il motivo per cui avete ritenuto preferibile la seconda alternativa è che era semplicemente più credibile, si conformava ai racconti che sentiamo in genere, alle nostre proiezioni mentali, agli stereotipi. Tutto questo nonostante fosse illogica e violasse il calcolo delle probabilità (vorrei che questo punto fosse chiaro: la risposta 2 è sbagliata, senza se e senza ma) che è uno dei parametri che utilizziamo nelle valutazioni dei rischi.

Nei prossimi post cercherò di proseguire il ragionamento, ricollegandomi, ancora una volta, ai rischi insiti nelle valutazioni dei rischi che svolgiamo.
Ora vorrei lasciare spazio ad eventuali commenti.