Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza, valutazione dei rischi

Non perdiamo di vista i fondamentali

(Il presente contributo è un addendum all’articolo: «COVID-19 e principio di precauzione» pubblicato sul portale Teknoring.com e alle considerazioni fatte durante il webinar dello scorso 17 maggio sul principio di precauzione).

Come affermato nel precedente articolo, il principio di precauzione (PP) dovrebbe essere applicato essenzialmente nel dominio dei danni sistemici non reversibili (l’eventuale non linearità del danno rispetto alle cause che possono generarlo è una “semplice” aggravante ma di per sé non costituisce una condizione necessaria ai fini dell’applicazione del PP).

Per quanto il senso di quanto appena affermato sia alquanto intuitivo, esso può essere ancor meglio e più rigorosamente compreso considerando le implicazioni ultime del cosiddetto «Teorema della rovina del giocatore». È un vecchio problema, tanto che una delle sue prime formulazioni è attribuita a Pascal ovvero alle origini della teoria delle probabilità, ma quella che a noi più interessa è la conclusione generalizzata che ne traggono prima Bernoulli e poi De Finetti: in sostanza anche in caso di gioco equo (nel quale cioè due giocatori hanno le medesime probabilità di vittoria) se uno dei due è infinitamente ricco l’altro è inevitabilmente destinato alla rovina.

Scelte individuali e propensione al rischio

Fate questo esperimento mentale: provate a giocare a testa o croce contro un banco con illimitate risorse economiche. Il gioco è equo, entrambe le parti hanno il 50% di probabilità di vincita (se esce testa ricevete un euro dal banco, se esce croce date un euro al banco) e sul lungo termine la frequenza delle volte in cui è uscita testa e delle volte in cui è uscita croce finirà con l’equivalersi. In teoria nessuno dei due vince o perde. In teoria e sul lungo termine. Ma prima di arrivare al lungo termine accadranno cose: prima o poi una serie sfortunata di lanci svuoterà il vostro portafoglio impedendovi di fare un’ulteriore puntata, buttandovi fuori dal gioco.

E questo è quello che accade esponendosi ripetutamente a rischi nei quali uno dei possibili esiti è la rovina. Per essere chiari: la parola chiave è ripetutamente. A differenza del gioco della moneta, spesso le probabilità di rovina nel mondo reale non sono note ma, per quanto basse siano, all’aumentare del numero di esposizioni, la rovina diventa una certezza. Se ti lanci ogni tanto col paracadute è una cosa. Se ti lanci molto spesso col paracadute è un’altra: con l’aumentare del numero dei lanci la probabilità che prima o poi le cose non vadano per il verso giusto tende a 1. Mentre il banco (ovvero il numero di lanci che si possono fare da un aereo) ha risorse pressoché infinite (a parte il tempo materiale per lanciarsi da un aereo), per te il gioco finisce al primo errore.

Quando si tratta di scelte individuali con ricadute sull’individuo stesso, entro certi limiti questo tipo di esposizioni è tollerato dalla società e attiene alla sfera della propensione del rischio. È vero, nella vita reale quasi mai è il singolo individuo a subirne esclusivamente le conseguenze: la famiglia, gli amici più stretti, colleghi di lavoro, i clienti possono trovarsi a pagarne una quota parte. È un problema, lo si cerca di controllare con le leggi o con norme sociali, ma è tollerato anche perché – in molti casi – i benefici del successo possono ricadere sulla società nel suo complesso. 

In sostanza, il giocatore si assume il rischio di rovina mentre la società si avvantaggia dai benefici.

Rischi per la collettività

Se si escludono i martiri (categoria moralmente apprezzabile ma numericamente scarsa), è necessario riconoscere che l’aliquota di rischio per la nostra vita che siamo disposti a correre per gli altri è piuttosto limitata e decresce esponenzialmente con l’aumentare della distanza affettiva tra l’individuo e “gli altri”: se mia moglie o mio figlio me lo chiedessero, risponderei senza incertezze che darei la vita per loro. Già mio cugino è meglio che eviti di pormi questa domanda (saluto tutti i miei cugini con affetto immutato: era per spiegare un concetto…).

Ma senza arrivare a dover sacrificarsi per gli altri, quasi nessuno accetta di mettere a rischio la propria vita senza motivo. Possiamo non comprendere le loro scelte o non condividerle, ma i singoli individui hanno le loro motivazioni (è indifferente la razionalità dietro di esse) per rischiare la propria vita.

Per chi teme gli effetti collaterali della vaccinazione contro il SARS-COV-2, i paragoni con livelli differenti di rischio di mortalità da altri fenomeni (es. da incidente stradale o per assunzione di contraccettivi) hanno poco senso. E in un’ottica di accumulo di rischi come dice il teorema della rovina del giocatore, per la verità, hanno “ragione” loro: «già faccio 300 km/giorno in auto per raggiungere la miniera di uranio nella quale lavoro, fumo regolarmente, bevo come un bidet tutti i fine settimana… Mò devo aggiungerci anche il rischio di morte per il vaccino Astrazeneca? (vedi nota)».

E, in effetti, se non fosse per il particolare della pandemia in corso, nessuno avrebbe da obiettare, così come non avevamo da obiettare sul numero di km, sul numero di sigarette, sul lavoro in miniera.

Ma il fatto che ci sia una pandemia in corso modifica drasticamente l’impatto delle scelte individuali: i problemi sorgono infatti quando non il beneficio, ma il danno può trasferirsi dalla scala individuale a quella collettiva. Questo tema sicuramente riguarda le scelte individuali dei decisori politici ma non esclusivamente.

Nel corso di questa pandemia abbiamo visto come i comportamenti individuali hanno avuto e stanno avendo una ricaduta importante sulla salute collettiva e sull’economia. 

Durante il primo lockdown la percezione del rischio da parte dei singoli si era allineata al rischio sociale (gli individui, col passare dei giorni, avevano percepito che il diffondersi dell’epidemia era una minaccia anche per loro e si era ingenerato un clima di riprova sociale per tutti quelli che non rispettavano le regole) per poi abbassarsi nuovamente con la “riapertura” e la stagione estiva: le esigenze individuali hanno prevalso sull’interesse collettivo perché i benefici derivanti dalla ritrovata libertà erano percepiti come maggiori del rischio di ammalarsi.

Il resto è storia recente.

È assolutamente prioritario interrompere questo trasferimento di rischio, con tutti i mezzi a disposizione.

Una via d’uscita

La vaccinazione è indubbiamente uno strumento al quale tutti noi guardiamo con speranza per voltare pagina e c’è di che essere ottimisti.

Ma non solo non è l’unico, quanto l’errore sarebbe proprio nel considerarlo l’unico e dimenticare alcuni presupposti.

Se l’Italia e l’Europa tutta sono in difficoltà con le forniture di vaccini, è ragionevole ipotizzare che queste difficoltà si possano riscontrare in altre parti del mondo e, nel frattempo, l’elevata diffusione della malattia aumenterebbe il rischio di insorgenza di varianti e, con esse, il rischio che una o più di esse risultino resistenti ai vaccini attualmente disponibili, resettando gli sforzi compiuti.

Se a livello Top-Down è necessario procedere con la massima celerità per vaccinare la popolazione mondiale, sappiamo che ciò non avverrà in tempi rapidi. 

Il principio di precauzione ci impone di agire con fermezza mantenendo il rischio basso con un approccio BottomUp efficace in sinergia con i vaccini e, possibilmente, anche in caso di una loro non completa efficacia. La mascherina e, più ancora, i facciali filtranti, sono misure low-tech che mantengono la loro efficacia anche in presenza di eventuali varianti e per un ampio spettro di scenari. Inoltre, nonostante siano passati oltre 12 mesi dall’inizio della pandemia, è particolarmente necessario insistere sull’adozione di modelli comportamentali corretti. Le persone – oggi come ieri – non si infettano per mera fatalità, ma perché sono esposte o si espongono a situazioni a rischio. 

Recuperiamo i fondamentali

Oggi tutti, in pubblico, indossano una mascherina ma bisognerebbe chiedersi quanti lo fanno perché la ritengono una misura fondamentale di prevenzione ed in quanti la indossino perché tutti la indossano.

La risposta può essere ricercata guardando non già al numero di mascherine indossate ma al modo con cui sono indossate ed al rispetto dei comportamenti complementari senza i quali l’efficacia del presidio risulta ridotta e insoddisfacente.

Certamente, si può essere soddisfatti della diffusione della mascherina, ma dopo un anno è indispensabile fare un salto di qualità investendo in comunicazione e controllo circa il suo uso corretto e sull’adozione sistematica di tutti i comportamenti di sicurezza basilari. 

Per quanto elementare possa sembrare questa misura, questo giudizio non deve essere confuso con la valutazione sulla sua efficacia: il distanziamento e la mascherina hanno principalmente impatto sul contenimento delle infezioni prodotte da superspreader. Anche riducendo di poco il loro impatto il risultato complessivo sarebbe gigantesco, essendo questi i driver della diffusione del contagio (l’80% delle infezioni secondarie sono prodotte dal 15% dei soggetti).

Sappiamo già oggi che anche con la vaccinazione ci vorrà comunque un certo tempo prima che la pandemia possa essere dichiarata definitivamente sconfitta: in questo lasso di tempo non possiamo essere colti nuovamente di sorpresa per ingenuità e ritrovarci a dire: «Eh, ma non era mai successo prima». Quelli che pensano che sia un atteggiamento ossessivo dovrebbero chiedersi se ci troveremmo a questo punto se fossimo stati ossessivi a gennaio 2020 (quando eravamo a conoscenza dell’esistenza di una minaccia in Cina) e durante l’estate dello stesso anno.


NOTA:
Ovviamente la fallacia del ragionamento è situata nel non considerare che il rischio di danni collaterali dell’infezione è ordini di grandezza maggiore del rischio di danni collaterali derivanti dal vaccino.

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