Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

Il ruolo della normativa nella riduzione degli infortuni

Riskmanagement

Sull’ultimo numero della rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro (ISL n. 06/2019) ho scritto un articolo intitolato «La burocratizzazione del rischio».
Nella prima parte, ho eseguito un’analisi statistica degli infortuni, incrociando i dati forniti dall’INAIL e quelli dell’ISTAT relativi all’occupazione negli ultimi 45 anni.

Cominciamo da qui. Questi sono i dati degli infortuni sul lavoro denunciati nel periodo di riferimento, totali e mortali. Si tratta di numeri assoluti (per ingrandire cliccare sulla figura):

In questi 45 anni di osservazione, il numero degli infortuni totali è passato dalle poco più di 1.600.000 denunce presentate nel 1970 alle quasi 550.000 del 2015, una riduzione di circa 2/3 del totale.
Anche le denunce di infortunio mortale hanno subito una rilevantissima riduzione passando da un massimo di 3.774 denunce avvenuto nel 1973 al minimo registrato nel 2009 di 1.032 casi (purtroppo, negli anni successivi, il numero è nuovamente aumentato, attestandosi su una media di circa 1.280 denunce tra il 2010 e il 2017).

Ma, come giustamente viene spesso detto, «I dati assoluti sono poco significativi… C’è stata la crisi… L’occupazione è scesa…». Ecco qui, quindi, il dato riferibile al numero di infortuni ogni 100.000 lavoratori (sempre stessa faccenda: cliccare per ingrandire):

Come si può vedere l’andamento riflette pari, pari quello degli infortuni espressi in valori assoluti.

Ho fatto anche l’analisi basandomi sul monte ore lavorato.
Non la inserisco per non pretendere troppo dalla vostra pazienza, ma fidatevi: l’andamento è quello.

In sostanza, gli infortuni stanno diminuendo. In particolare quelli “totali”.

Qualche spunto di riflessione:

  1. fino ad un certo momento storico, l’andamento degli infortuni totali e quelli mortali era identico: diminuiva uno, diminuiva l’altro. Aumentava l’uno, aumentava l’altro.
  2. quel momento storico coincide con il 1994, la data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/1994. Da quel momento, gli infortuni totali hanno continuato a diminuire con la stessa velocità di prima, quelli mortali no. E nemmeno l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 ha cambiato l’andamento. Nè dell’uno, né dell’altro.
  3. si tratta chiaramente di una correlazione spuria. Solo un cretino può pensare che che le nuove norme abbiano impattato negativamente sul numero degli infortuni mortali.
  4. Togliendo quella “sella” tra metà degli anni ’80 e inizi ’90, l’andamento infortunistico è sempre diminuito. Non solo. Nel caso degli infortuni “totali” la pendenza della curva è quasi costante. Come dire che il cambiamento normativo non ha prodotto un vero impulso.
  5. Come dimostrano i miei grafici, dire che gli infortuni sono aumentati del xx% (o diminuiti) nel 2018 rispetto all’anno precedente, significa statisticamente ben poco. Non individua una tendenza. È un’oscillazione.

Le statistiche però non dicono tutto. Cos’è anche successo in questi anni?

  • le direttive di prodotto hanno notevolmente migliorato la sicurezza. Se vuoi un’attrezzatura non conforme, in linea di massima devi renderla tu tale. Non la compri già così.
  • la tecnologia ha fatto passi da gigante. La sicurezza tecnologica ne ha beneficiato.
  • soprattutto, nei settori più pericolosi si è ridotta drasticamente la manodopera dipendente:
    — nei settori agricoltura, silvicoltura e pesca si è passati da 1,5 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 a poco più di 400.000 nel 2015;
    — nel settore delle costruzioni, il numero di dipendenti impiegati nel 1970 era di quasi 1,7 milioni, diventati 900.000 nel 2015;
    — nell’industria era di 4,9 milioni la manodopera nel 1970, ridotta a 3,6 milioni nel 2015.
  • al contrario, nel settore dei servizi si è passati da poco più di 6 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 agli attuali oltre 13 milioni.

E, quindi, le norme funzionano?

La faccenda è complessa e ci ho speso un bel po’ di parole nell’articolo, a cui rimando per capirne di più.
La mia opinione – in breve – è che il D.Lgs. n. 626/1994 e il D.Lgs. n. 81/2008 non abbiano potuto esprimere il loro vero potenziale.

Per due ragioni:

  1. vizio d’origine. C’è qualcosa che non va in loro. Specie nel modo in cui il testo della Direttiva è stato trasposto nel decreto. Il livello di dettaglio degli obblighi è talmente elevato che il risultato è che c’è più attenzione al soddisfacimento dell’obbligo che al risultato che l’obbligo sottende. Il rischio è stato burocratizzato.
  2. manca, in generale, una «Cultura del rischio» adeguata. La tecnologia avanza, ma non può fare tutto lei. Non fatevi trarre in inganno. Non sto parlando di formazione. Parlo di un modo diverso per interpretare il mondo che ti circonda, una cultura collettiva che sappia meglio distinguere ciò che è pericoloso e ciò che non lo è, traendone le dovute conseguenze. La storia sui vaccini ne è un esempio calzante, ma lo è anche lavarsi correttamente le mani.

P.S.
Scrivo dal 2005 per la rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro e ne sono un lettore dal 2000.  La considero un meraviglioso strumento per accrescere le competenze. Se volete farvi un regalo, abbonatevi.
È un consiglio disinteressato. Grazie a lei ho approfondito tonnellate di argomenti.
Da qui potete scaricare un numero omaggio per farvi un’idea.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Questo blog genera assuefazione.
Ogni resistenza è inutile. Sarete assimilati (cit.)
Dunque, perché non semplificarsi la vita e rendere agevole l’accesso al vizio?
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Pubblicato in: cultura della sicurezza

Manuale Sicurezza sul lavoro 2019

Sicurezza_sul_lavoro_2019_20287.ashxOvviamente tutti già sapete già di cosa stiamo parlando, ma per i nati nel 2018 o per chi si fosse appena risvegliato dal coma, vale la pena spendere qualche parola.

Il Manuale Sicurezza sul Lavoro è semplicemente tutto ciò di cui avete bisogno. Nella vita e nella professione. In salute e in malattia. È, in poche parole, il “42” della prevenzione: la risposta alla domanda fondamentale sulla sicurezza, gli incidenti sul lavoro e tutto quanto.
Dopo averlo acquistato, ogni dubbio sulla data certa, le firme sul POS, la collaborazione con gli organismi paritetici e qualunque altro aspetto della norma verrà dissipato.
Unica avvertenza: il Manuale va anche letto… (vale la pena precisarlo. Alcuni pensano che il semplice possesso sia sufficiente. Una sorta di atto di fede).

Qui (shop online della casa editrice Wolters Kluver) trovate tutte le novità ed i contenuti, capitolo per capitolo.

L’edizione 2019 si arricchisce, oltre che dei mirabili contenuti qui riassunti (fino a superare il muro delle 1400 pagine di vertiginosa sapienza), anche della prima copertina omologata per svolgere funzioni di segnaletica di cantiere stradale.
Puoi segnalarci ostacoli sulla carreggiata, attaccarlo sui furgoni della viabilità per indicare la presenza di lavori in cantieri mobili, poggiarlo per terra al posto dei coni…
Se lo tieni in macchina, puoi usarlo in luogo del triangolo in caso di sosta forzata sulla carreggiata fuori dai centri abitati.

Inoltre, come dice il termine stesso – «Manuale» -, abbiamo ridotto alla fonte i rischi derivanti da sistemi di azionamento differenti dalla forma umana o animale diretta. Conseguentemente, l’utilizzo di un dito o anche di un criceto o della lingua di un cane per girare le pagine rientra tra gli usi corretti del Manuale.
Al contrario, installare una benna alimentata da un motore elettrico per sfogliare il manuale, richiede la marcatura CE del libro. Se non l’avete capita, dovete assolutamente comprarvi il Manuale e andarvi a leggere il capitolo dedicato alla Direttiva macchine.

Alcuni, per assicurarsi la ridondanza, ne hanno acquistato 2 copie. Considerato che ogni copia del Manuale possiede ben 4 (diconsi quattro) modi differenti di protezione (laddove non capiste una cosa leggendola la prima volta, la troverete rispiegata con parole diverse altre 3 volte) e che ogni copia del Manuale è diversa dall’altra, è possibile parlare di sistema Fail-Safe.

Per la redazione del Manuale è stato costituito un apposito gruppo di lavoro da me coordinato, denominato «I cavalieri della tavola Rotella». Eccoli qui, uno per uno (che può anche essere espresso come 1^2), in ordine sparso e con gli argomenti da essi trattati:

  • Ing. Carmelo G. Catanoso, Signore delle terre dei cantieri temporanei e mobili, territorio ostile, in continua evoluzione. Per riposarsi, si ritira nei suoi spazi confinati;
  • Ing. Ugo Fonzar, Lord Comandante di macchine e attrezzature. Suo è il Titolo III del D.Lgs. n. 81/2008, sua la provincia della Direttiva 2006/42/CE e degli ascensori;
  • Dr.ssa Aurora Brancia, Lady delle paludi delle Sostanze Pericolose. Quando non è impegnata a somministrare agenti chimici, cancerogeni e amianto ai suoi nemici, ama coltivare agenti biologici;
  • Ing. Erica Blasizza, Regina delle isole REACH e CLP. Di notte si cimenta nelle arti oscure delle certificazioni ambientali. Ma questo manuale lo ha scritto di giorno.
  • Dr.ssa Carmen Caldovino, Signora della casata dello stress lavoro-correlato, gran maestra delle arti della formazione e comunicazione;
  • Ing. Marzio Marigo, Governatore dell’arcipelago delle ATEX, CEM, ROA e di ogni acronimo. Quando si ritira sulla terraferma, lo potrete trovare in luoghi a rischio di incidente rilevante o prossimi a sorgenti di radiazioni ionizzanti.
  • Io. Svolgo il compito di curatore del Manuale (se qualcuno si fa male) e raccolgo gli avanzi degli altri (valutazione dei rischi, rumore, gas tossici, VDT, movimentazione carichi, ecc.).

Al prossimo anno, con l’edizione 2020 🙂


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Pubblicato in: dove sta scritto?, sorveglianza sanitaria

Dove sta scritto?… Quando va fatta la sorveglianza sanitaria e quando no

Vado direttamente al punto: non si possono sottoporre i lavoratori a sorveglianza sanitaria quando vi pare.

DOVE STA SCRITTO?

Nell’art. 5 dello Statuto dei lavoratori (L. n. 300/1970).

Sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente.

non so se è sufficientemente chiaro: la sorveglianza sanitaria è l’eccezione, non la regola (ne avevo parlato anche qui)
Un’eccezione motivata da finalità di tutela che, non solo devono sussistere, ma anche essere previste dalla legge che, infatti, dice (art. 41 del D.Lgs. n. 81/2008):

La sorveglianza sanitaria è effettuata dal medico competente:
a) nei casi previsti dalla normativa vigente, nonché dalle indicazioni fornite dalla Commissione consultiva di cui all’articolo 6;
b) qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Ora, siccome la Commissione consultiva permanente non svolge altra funzione che quella di occupare volume nell’universo che potrebbe essere meglio e più utilmente impiegato per  piantare alberi,  figurati se ha dato qualche indicazione in merito.

Per cui, fatta eccezione i casi in cui è il lavoratore a richiederla, la sorveglianza sanitaria può essere effettuata solo «nei casi previsti dalla normativa vigente».

Intendendosi vietata in tutti gli altri casi.
Se proprio ci tenete a far visitare il lavoratore, potete avvalervi del 3° comma dell’art. 5 dello Statuto dei lavoratori che dice:

Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico.

Vi starete dunque chiedendo: «E quali sono questi casi in cui la sorveglianza sanitaria è obbligatoria?».
Effettivamente non c’è un elenco ufficiale, te li devi cercare da solo.
Riporto quelli che ho trovato io. Sono sicuramente i più comuni.

Laddove ne avessi dimenticato qualcuno, potete segnalarlo nei commenti e io lo aggiungo alla lista, ringraziandovi e citandovi con nome e cognome. Alla mia morte (ammesso che io possa morire, evenienza di cui non v’è alcuna evidenza scientifica né risulta sia mai accaduto prima) verrete tumulati con me, scriveranno canti su di voi e non sarete mai dimenticati perché questo blog diventerà Patrimonio del Sistema Solare (ricordo che il sito è gemellato con la costellazione di Andromeda, per cui vi leggono anche nelle altre galassie).

Cominciamo dunque dai casi facili, facili presenti nel D.Lgs. n. 81/2008:

  • mansioni che comportano rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute proprie e di terzi, anche in riferimento ad un’assunzione solo sporadica di sostanze stupefacenti (mentre no, i controlli per la verifica dell’assunzione di alcol non rientrano nella sorveglianza sanitaria);
  • Movimentazione manuale dei carichi, in presenza di rischio evidenziato dalla valutazione (sui movimenti rapidi e ripetitivi sono agnostico);
  • Lavoro al videoterminale, laddove il lavoratore superi in modo sistematico e abituale le 20 ore di lavoro settimanali di fronte al VDT;
  • Rumore, al superamento dei valori superiori di azione;
  • Vibrazioni, al superamento dei valori superiori di azione;
  • Campi elettromagnetici, in funzione degli esiti della valutazione dei rischi;
  • Radiazioni ottiche artificiali, in funzione degli esiti della valutazione dei rischi;
  • Agenti chimici, in caso presenza di rischio non irrilevante per la salute per esposizione a agenti tossici acuti, corrosivi, irritanti, sensibilizzanti, tossici per il ciclo riproduttivo o con effetti sull’allattamento, tossici specifici per organo bersaglio, tossici in caso di aspirazione, cancerogeni e mutageni di categoria 2;
  • Agenti cancerogeni, laddove la valutazione evidenzi un rischio per la salute;
  • Amianto, per lavoratori addetti alle opere di manutenzione, rimozione, smaltimento e trattamento dell’amianto e dei relativi rifiuti, nonché bonifica;
  • Agenti biologici, laddove la valutazione ne rilevi la necessità;
  • Esposizione a rischio da ferita da taglio e punta nel settore della sanità;
  • ATEX. Scherzetto 🙂

Poi ci sono i casi che derivano dall’applicazione di norme speciali:

  • Radiazioni ionizzanti, lavoratori esposti di categoria A e B (D.Lgs. n. 230/1995)
  • Spazi confinati. Chiunque svolga lavori in spazi confinati. Chiunque. Anche i lavoratori autonomi (D.P.R. n. 177/2011);
  • Lavoro notturno, secondo la definizione del D.Lgs. n. 66/2003;
  • Lavoro in cassoni ad aria compressa (D.Lgs. n. 321/1956);
  • Lavoratori minori, nel senso non ancora maggiorenni (L. n. 977/1967);
  • Lavori su impianti elettrici ad alta tensione. La sorveglianza sanitaria è necessaria per ottenere il documento di abilitazione (D.M. 4 febbraio 2011).

Ci sarà presumibilmente perplessità e smarrimento in alcuni tra voi che non vedono riportati tra i suddetti casi, per esempio, il lavoro in quota o la guida di automezzi. E come non citare le posture incongrue o il microclimal’esposizione prolungata al sole?

Ritenetevi fortunati. C’è chi crede che la terra sia piatta e la Commissione consultiva permanente esista davvero.


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Dove sta scritto?… Guanti in cabina elettrica

1° principio della dinamica:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso.

Ne vediamo gli effetti nella vita di tutti i giorni: certe cose si fanno così, semplicemente perché in epoche oscure e dimenticate si è iniziato a fare così e da allora si è sempre fatto così.

Dopo un po’ non ci si torna più su… e la forza agente dall’esterno necessaria a cambiare lo stato delle cose dovrà avere un’intensità direttamente proporzionale all’inerzia ormai acquisita dalla convinzione che le cose stiano così come si è sempre detto e fatto.

È il caso dei guanti isolanti in cabina elettrica.
Li trovi in quasi tutte le cabine (come anche pedane e tappetini, eh). Ligiamente inseriti nella loro cassettina, belli imbustati, che ti guardano con aria di sfida come per dire: «Cazzo vuoi? C’ero prima io… Ci sono sempre stato e sempre ci sarò. Quando tu sarai cenere io sarò ancora lattice»
È possibile che in principio ci fosse solo il guanto. La cabina elettrica venne costruita intorno al guanto solo tempo dopo, come tempio del culto guantico, una sorta di cattedrale giubilare per manutentori.

Pur tuttavia col dovuto rispetto per questo culto millenario, l’ineluttabile verità è che la loro presenza, quale presidio costante all’interno delle cabine MT/BT, non è prevista.

DOVE STA SCRITTO?

Come al solito il problema è questo: se non c’è scritto da nessuna parte che debbano esserci, figurati se qualcuno si sia preso la briga di scrivere da qualche parte che NON debbano esserci.

In ogni caso, chiunque affermi che la loro presenza sia un obbligo, ha l’onere della prova: è lui che deve dimostrare la veridicità della sua affermazione.

Comprare un paio di guanti isolanti e lasciarli in cabina a marcire è uno spreco. Meglio darli in dotazione ai lavoratori.

Ah, a proposito… Gia che ci siamo, sfatiamo un’altra leggenda: no, i guanti isolanti non scadono.

È necessario piuttosto verificarne il loro stato di conservazione prima di ogni utilizzo: prova di gonfiaggio con aria e controllo visivo (per i guanti per lavori sotto tensione in BT – classi 0 e 00 – non è obbligatoria la prova dielettrica).

guanto-dielettrico

Pubblicato in: dove sta scritto?, Formazione, Normativa

Aggiornamento della formazione dei lavoratori: quale sanzione?

Qual è la sanzione per il mancato aggiornamento della formazione in materia di sicurezza dei lavoratori?

La risposta è inequivocabilmente: «Non c’è nessuna sanzione». 

Basta andare a guardare il testo di legge e si vede benissimo. O meglio non vedi niente, perché l’art. 37, comma 6 del D.Lgs. n. 81/2008  che impone l’obbligo di aggiornamento, non è assistito da alcuna sanzione.

Questo è il momento nel quale si scatenano i ninja del diritto de’ noartri (in foto) che invariabilmente ti dicono: «Ah beh… Quindi se non c’è sanzione non c’è obbligo».

Ninja del diritto

Le norme penali sono costituite, in genere, da due parti:
1. il precetto, cioè quello che devi fare o che non puoi fare;
2. la sanzione, cioè quello che ti succede se non rispetti il precetto.

Quando la norma penale è costituita dal solo precetto, si parla di norma imperfetta (è il caso del citato art. 37, comma 6).

Ma l’assenza di sanzione non muta di una virgola l’obbligo di adempiere al precetto.

Il ronin del codice penale, tuttavia, non si perde d’animo e, a questo punto, è solito rispondere: «E vabbeh, sarà come dici tu, ma tanto se mi pigliano non possono farmi niente perché non c’è la sanzione» (normalmente aggiungendo: «specchio riflesso»).
In generale, purtroppo per costoro, se la violazione di un obbligo è considerata in nesso di causalità con un eventuale infortunio, è scientificamente dimostrato come i giudici siano immuni alla temibile formula dello «specchio riflesso» e ti condannano mentre tu eri ancora lì a fare «Gné, gné, gné…».

Ciò detto e precisato, tuttavia, in più di un’occasione mi sono stati riferiti casi di verbali di prescrizione da parte degli Organi di Vigilanza per il mancato aggiornamento.
Ma quale sanzione hanno potuto applicare se l’obbligo di aggiornamento non è sanzionato?

La violazione dell’art. 37, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che impone l’obbligo di formazione.
Il ragionamento che suppongo abbiano seguito gli UPG per elevare questi verbali è il seguente:

  1. l’articolo 37, comma 2 dice che la formazione dei lavoratori di cui al comma 1 deve essere conforme all’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011;
  2. Il suddetto Accordo, tra le altre cose, dice che la formazione dei lavoratori deve essere aggiornata con frequenza quinquennale per una durata complessiva di 6 ore;
  3. TAAAAC! ecco il collegamento tra l’obbligo di aggiornamento disposto dall’art. 37, comma 6 e la sanzione prevista per la violazione del comma 1.

Le cose non stanno così e temo che l’errore sia generato da pigrizia mentale.

L’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 è stato emanato in forza, come già detto della disposizione dell’art. 37, comma 2 che dice testualmente:

La durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione di cui al comma 1 sono definiti mediante Accordo….

Come vedete la norma rimanda l’efficacia dell’Accordo al comma 1 e al solo comma 1 dell’art. 37, con ciò limitando la tassatività delle disposizioni dell’Accordo al solo precetto imposto dal comma 1.

E di che parla l’art. 37, comma 1? Ecco qui:

Il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a:
a) concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri dei vari soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza;
b) rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda.

Anche solo confrontando questo testo con i contenuti della formazione di cui al punto 4 dell’Accordo, ci si rende conto che il precetto dell’art. 37, comma 1 riguarda solo e solamente la formazione generale e specifica dell’Accordo.

Detto in altre parole, alla Conferenza Stato-Regioni era stato dato un preciso mandato: dacci indicazioni su come fare per benino la formazione vera e propria dei lavoratori, quella richiesta dal comma 1.

Loro sono andati oltre il mandato conferito e hanno disciplinato anche la formazione e l’aggiornamento di dirigenti e preposti (art. 37, comma 7) nonché l’aggiornamento dei lavoratori (art. 37, comma 6).

Per quanto riguarda la formazione e l’aggiornamento dei dirigenti e preposti, è lo stesso Accordo nella premessa ad affermare come le indicazioni in esso contenute siano facoltative (per i ninja e ronin del fantadiritto sono le indicazioni dell’Accordo ad essere facoltative, non gli obblighi di formazione e aggiornamento dei dirigenti e dei preposti.

L’Accordo del 25 luglio 2012 ha ulteriormente chiarito che fare la formazione e l’aggiornamento ai dirigenti e ai preposti come dice l’Accordo 21 dicembre 2011 costituisce presunzione di conformità semplice al dettato normativo.
Si parte, cioè, dal presupposto che se fai come dice l’Accordo fai bene ma, se fai diversamente, non è detto che tu faccia male.

Il motivo della facoltà di seguire o meno le indicazioni dell’Accordo è banale: l’art. 37, comma 7 che impone la formazione dei dirigenti e preposti non è l’art. 37, comma 1 che impone la formazione dei lavoratori e ‘sto comma 1 è l’unico per disciplinare il quale la Conferenza Stato-Regioni ha ricevuto specifico mandato.

Ma se questo è vero per il comma 7, è altrettanto vero per il comma 6 che impone l’aggiornamento della formazione dei lavoratori.

Conseguentemente:

le indicazioni dell’Accordo in materia di aggiornamento dei lavoratori eccedono i limiti conferiti dal mandato alla Conferenza Stato-Regioni e non sono pertanto vincolanti.

In poche parole, se l’aggiornamento dei lavoratori è senza ombra di dubbio obbligatorio, non è obbligatorio che venga eseguito con frequenza quinquennale e/o abbia durata di 6 ore.

E, a maggior ragione:

la violazione delle indicazioni in materia di aggiornamento dei lavoratori previste dall’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 non può essere sanzionata con la sanzione prevista per la mancata formazione dei lavoratori.

Se il legislatore avesse voluto che l’Accordo si occupasse anche di aggiornamento dei lavoratori, l’avrebbe scritto chiaramente aggiungendo al comma 2 un riferimento anche al comma 6, oltre che al comma 1.

Così non è.

E l’interpretazione dell’intenzionalità del legislatore non autorizza nessuno, tantomeno un UPG, a ragionare considerando il mancato aggiornamento come fosse mancata formazione per punirne la violazione.

La norma in questo caso non è indeterminata: il comma 1 dice chiaramente qual è il suo scopo, il comma 2 altrettanto e analogamente il comma 6.

Non c’è spazio per alcuna possibile interpretazione differente dall’interpretazione letterale della norma (art. 12, disp. prel. c.c.) e, oltretutto, un ragionamento per analogia vìolerebbe l’art. 14, disp. prel. c.c.:

Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati.

Qui i casi sono precisamente individuati e così le sanzioni ad essi applicabili e, banalmente, non c’è sanzione applicabile per la violazione dell’obbligo di aggiornamento.


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Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, miti della sicurezza

Affidabile ma non sicuro

AereodicartaIl tragico incidente aereo del Boeing 737 Max 8 della Ethiopian Airlines mette in discussione l’affidabilità del sistema e la sicurezza dei voli aerei.

Le cause dell’incidente non sono ancora note, ma trovo molto interessante discussione che ne è emersa perché, a mio avviso, si continua a ragionare secondo un paradigma che andrebbe superato.

Partiamo dalla distinzione tra «affidabilità» e «sicurezza».
Già, perché, nonostante in continuazione (anche su questo incidente) si tenda a considerare sicuri i sistemi affidabili, questo assioma non è vero.

Un sistema può essere affidabile ma non sicuro o sicuro ma non affidabile.

In generale, l’uno non implica l’altro.

È un argomento che ho anche accennato nel mio libro, ma qui vorrei meglio esplicitare alcuni concetti.

L’aereo precipitato era dotato di un sensore chiamato “Angle of attack” (“Angolo di attacco”, cioè l’angolo tra l’ala e la direzione relativa del vento) che invia ad un software input che permettono al sistema di correggere automaticamente il profilo del volo.

Se, semplicemente per ipotesi, venisse confermata la tesi secondo la quale il software avesse interpretato le indicazioni del sensore come una condizione di stallo (per un possibile errore nella scrittura del software), laddove il sensore non fosse stato guasto, il sistema avrebbe fatto proprio ciò per cui era stato progettato.
Se, per errore, dici ad un software di fare una certa cosa e quello poi la fa, non puoi prendertela con il software. Anche se quello che fa è indesiderato.
In poche parole, il sistema era affidabile, ma non sicuro.

Prendi adesso Chesley “Sully” Sullenberger, il celeberrimo pilota del Volo 1549 che salvò la vita dei passeggeri e dell’equipaggio facendo ammarare il suo aereo sul fiume Hudson a causa della perdita di un motore avvenuta, dubito dopo il decollo, a seguito dello scontro con uno stormo di oche.
Lì per lì, la commissione che indagava sull’accaduto voleva fargli il culo perché le procedure prevedevano che dovesse tornare all’aeroporto e non prendere la decisione, più rischiosa, di atterrare sull’acqua.
Solo dopo si dimostrò che, se avesse seguito le procedure, l’aereo sarebbe precipitato prima del rientro e che “affiumare” fu la decisione corretta.
Il comportamento del pilota fu, dunque, sicuro ma inaffidabile (non avendo seguito le procedure).

La questione non è solo che «sicurezza» e «affidabilità» sono due cose diverse, ma anche che agiscono a livelli diversi.

L’affidabilità è una proprietà del componente. Una valvola è affidabile e la sua affidabilità, intesa come il tempo medio che intercorre prima del fallimento, può essere testata in condizioni standard.

Nei sistemi complessi, invece, la sicurezza è una proprietà emergente del sistema (cioè qualcosa che non deriva dalle proprietà note dei componenti del sistema). Il singolo componente può anche non essere affidabile e, perfino, non sicuro, ma il comportamento complessivo del sistema può essere sicuro (è il caso dei sistemi fail safe progettato in modo che un malfunzionamento termini sempre in uno stato sicuro).

Nei sistemi complessi l’incidente non è generato solo da malfunzionamenti dei singoli componenti: tutto potrebbe funzionare correttamente, ma le interazioni tra i componenti potrebbero generare un incidente.

L’analisi degli incidenti si è sempre concentrata sui malfunzionamenti (sulle cause), ma le interazioni divengono sempre più rilevanti man mano che i sistemi si fanno complessi.
Più il sistema è complesso, più il malfunzionamento di un componente pressoché irrilevante potrebbe avere effetti catastrofici nella sua interazione con altre componenti.

E non è semplice prevedere tutti i possibili modi di interazione tra le componenti (es. Albero dei guasti) e gli effetti di tali interazioni perché ciò che può essere previsto, può essere progettato e la complessità non può essere progettata.
Ciò implicherebbe la sua concentrazione nella testa del progettista e, in questo caso, il sistema non sarebbe complesso ma semplicemente complicato.

Quando parlo di interazioni tra componenti, non mi riferisco solo a quelle tecnologiche. Il tutto è inserito all’interno di un sistema socio-tecnico più complesso del sistema aereo, che vede coinvolte:

  • Vincoli economici: scelte derivanti dagli obiettivi di profitto delle compagnie aeree che devono risparmiare carburante e uno dei vantaggi del Boeing 737 Max 8 era proprio quello;
  • Prestazioni umane: ogni modifica richiede l’aggiornamento della formazione del personale che con la modifica dovrà convivere (es. i piloti che devono sapere come bypassare il sistema di correzione automatica del profilo di volo). Ma questo significa aggiungere o modificare procedure consolidate, essere certi che le modifiche siano state recepite;
  • Requisiti di progettazione: difficilmente chi progetta un aereo sa scrivere un software e pilotare il velivolo. Così l’uno dà le specifiche all’altro. E il problema è spesso la completezza delle specifiche, non la correttezza del software;
  • componenti politiche: modifiche alle regole che gestiscono l’aviazione civile e che comportano continui aggiustamenti organizzativi e tecnologici che devono convivere con le esigenze di sicurezza, del mercato.

In tutto questo l’aereo deve anche volare.

Nei sistemi complessi, gli incidenti non possono essere descritti con una “catena di eventi”, ma sono generati dalle interazioni tra tutte le componenti socio-tecniche e dalla loro naturale tendenza a spostarsi verso stati di rischio più elevato per esplorare nuovi modi per ottimizzare le proprie prestazioni.

Il paradigma che cerca la spiegazione degli incidenti nelle cause deve essere superato e, con esso, i suoi proclami, come per esempio: «L’80% degli incidenti è causato dal fattore umano».

Bisogna andare oltre le cause e guardare ai meccanismi, smettendo di limitarsi ad osservare gli errori operativi o umani per concentrarsi, piuttosto, sui cambiamenti e le migrazioni del sistema verso stati di rischio maggiore.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
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Allora è probabile che ci ritornerai. Senti a me: ti conviene ricevere delle notifiche quando scriverò nuovi post.
Guarda in alto a destra, c’è la mia foto. Indipendentemente dal tuo sesso, resisti alla tentazione carnale e  guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
Se invece non era la prima volta che leggevi questo blog, allora lo vedi che c’avevo ragione? Fai come ti dico, senti a me…

 

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza, Senza categoria

D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub… Gratis! (Ver.1.05 modifiche al Titolo III)

Ver. 1.05Niente di trascendentale… Il D.Lgs. n. 17/2019 (semicit. «Il Decreto chi?»… Ecco appunto) ha apportato modifiche al testo di un paio di articoli del Titolo III, Capo II del D.Lgs. n. 81/2008.

Roba di DPI. Diciamo che se conoscete già il Regolamento (UE) 2016/425 siete a posto.
Se, al contrario, anche qui vi viene da dire: «Il Regolamento chi?», allora vi siete persi qualche puntata e dovete recuperare.

Comunque sia, potete scaricare da qui il testo completo del D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub, aggiornato con queste ultime modifiche e tutte quelle che le hanno precedute.

È gratis e non dovete registrarvi da nessuna parte, potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

Il file pesa circa 24 MB. Scaricando direttamente da smartphone, vi si aprirà la pagina del servizio Onedrive. Cliccando sull’icona della una freccia rivolta verso il basso – nello screenshot qui sotto l’ho inscritta in un cerchio rosso – parte il download.

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Una volta che avrete scaricato il file, se avete un iPhone (o iPad), potete aprirlo con l’applicazione iBooks. Sui terminali Android dovete avere un lettore di ePub (es. Moon+ reader, eReader Prestigio ecc.)

N.B. Se sul vostro iPhone è già presente la precedente versione, cancellatela. Altrimenti continuerete a visualizzare quella.

Alcune istruzioni per facilitarne l’uso.

  1. attraverso l’indice dell’ePub potete navigare direttamente tra i Titoli e gli allegati del Decreto (vedi screenshot più sotto);
  2. all’inizio di ogni Titolo avete l’elenco degli articoli. “Tappando” col dito su quello che vi interessa, sarete inviati al testo corrispondente (vedi screenshot più sotto);
  3. Le note sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappando su di esso si aprono le indicazioni relative ai provvedimenti di modifica subiti dal Decreto;
  4. Le sanzioni, ove presenti, sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappandovi sopra col dito vi apparirà l’entità della sanzione;
  5. Usando i menu di navigazioni in intestazione o piè di pagina (vedi screenshot più sotto), potete andare dove vi pare, ingrandire o ridurre i caratteri, fare ricerche testuali, inserire segnalibri.

Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato con tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post e c’è un capitolo Note che specifica quali modifiche sono state apportate alla versione);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
  3. saltando tra le note e le sanzioni, in uno specifico ordine che conosco solo io e che riproduce la disposizione sequenziale dei nucleotidi del mio DNA, potete accedere a tutte le modifiche future del D.Lgs. n. 81/2008, fino al 2029;
  4. saltare tra le note, i rinvii degli articoli, gli allegati crea dipendenza… Se vi rendete conto che state passando le ore sul Testo unico, fatevi un giro su Pornhub o leggetevi i commenti ad un articolo del Fatto Quotidiano.

Se avete problemi con il download o, meglio ancora, se volete darmi suggerimenti, o ci sono specifiche richieste per migliorare l’eBook, scrivete un commento a questo post.

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