Quando valutare i rischi esogeni?

L’ex amministratore della società che gestiva l’Hotel Rigopiano, è indagato per omicidio colposo, lesioni colpose e crollo colposo,  così come due suoi consulenti che non considerarono il rischio valanghe nel documento di valutazione dei rischi.

Pur senza entrare nel merito della specifica vicenda, la circostanza mi spinge a riflettere ancora una volta su dove si spinga il confine del rischio lavorativo, cioè quello soggetto a valutazione ai sensi del D.Lgs. n. 81/2008.

In breve: una valanga, un terremoto, un’alluvione, un attacco alieno, un attentato terroristico, uno tsunami, un incidente chimico in uno stabilimento vicino, l’inquinamento ambientale, una rapina e roba simile, devono o no essere ricompresi nella valutazione dei rischi?

La risposta è, a mio avviso, «dipende».

Questi di cui sto parlando sono essenzialmente rischi che nascono all’esterno del luogo di lavoro, ma la cui manifestazione può tuttavia avere conseguenze per la salute o la sicurezza dei lavoratori.

Fin dove deve spingersi l’indagine epistemica del datore di lavoro?

Il confine è, secondo me, netto. Molto.

Volerlo superare o non volersi spingere fino ad esso conduce, nel primo caso, ad indebite assegnazioni di responsabilità mentre, nel secondo caso, ad assunzioni di responsabilità rilevanti.

Il gessetto che traccia la linea di demarcazione non è la considerazione se l’evento o le sue conseguenze possano o meno essere impedite dal datore di lavoro. Poi ci arriviamo: il potere di impedimento è rilevante fino ad un certo punto.

La questione è se la manifestazione dell’evento possa ritenersi più probabile trovandosi sul luogo di lavoro e/o il danno conseguente possa essere aggravato dallo svolgimento dell’attività lavorativa.

Rimanere vittime di un’azione terroristica è un rischio lavorativo solo per chi opera in specifici ambiti o presso obiettivi sensibili, poiché aumenta le probabilità di incontro col rischio. Ma lavorare nel centro di una grande città non aumenta significativamente l’esposizione al rischio, più di quanto la incrementi viverci. In questo caso, il lavoratore è indistinguibile dalla persona comune.

Se c’è una pandemia, quello non è un rischio lavorativo perché ti rechi in ufficio. Lavorare in zone geografiche a specifico rischio di pandemia è un rischio lavorativo. Lavorare in strutture sanitarie durante una pandemia è un rischio lavorativo.

Sulla questione delle rapine ci arrivate da soli… Laddove sono un rischio lavorativo,  entrano a far parte del documento di valutazione dei rischi, così come le misure di prevenzione e protezione sono quelle che possono essere richieste per lo standard di rischio tipico di quell’attività. No, non faccio installare una cabina a doppia porta con interblocco al fruttivendolo del quartiere di periferia.

L’attacco alieno è un rischio lavorativo solo se lavorate per la Weyland-Yutani Corporation, così come non faccio installare dispenser di amuchina gel nelle mie aziende per prevenire le epidemie zombie. Piuttosto compratevi un fucile a pompa e buona caccia. Ricordate che dovete sempre sparare alla testa.

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Terremoti, tsunami, slavine, frane… In questo caso il ragionamento non riguarda se il lavoro aumenti o meno la probabilità del manifestarsi del rischio quanto, piuttosto, se rischia di aggravarne le conseguenze.

Prendo il terremoto ad esempio. La “valutazione” (il senso delle virgolette arriva dopo) del datore di lavoro consiste nell’accertarsi che la struttura sia conforme alle norme tecniche per le costruzioni e così la roba che c’è dentro: scaffalature, soppalchi, impianti.

Ma non c’è alcuna valutazione da fare. Ci sono dei requisiti di legge predefiniti e devono essere rispettati. Punto. Fine. Così come devono essere rispettati i prerequisiti che permettono di sapere come e dove è possibile erigere un hotel in montagna o sulle pendici di un vulcano o sul fianco di una collina o lungo gli argini di un fiume.

Le misure di prevenzione da attuare in questi casi sono proprio i prerequisiti di legge, dato che:

  1. di per sé il verificarsi di questi eventi non è legato alla natura lavorativa;
  2. il datore di lavoro non ha alcuna possibilità di incidere sulla probabilità del loro manifestarsi;
  3. trattandosi di eventi catastrofici, senza un riferimento normativo che ci dica se fare qualcosa e cosa fare, l’accettabilità del rischio sarebbe impossibile da determinarsi.

Quindi, no: ‘sta roba qui non entra a far parte della valutazione dei rischi. Soprattutto delle valutazioni fatte col senno di poi su ciò che sarebbe stato sufficiente fare in più per fermare quella valanga o per impedire a quel muro di oscillare e cadere.

Piuttosto, questa è tutta ciccia che deve essere ricompresa nel piano di emergenza. Questo sì. Ma nel documento di valutazione dei rischi, no.

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Dove sta scritto?… Registro esposti ai cancerogeni

È andata così.

IO: «Ma il registro degli esposti ad cancerogeni non è aggiornato… Scusa, ti era stato comunicato che il lavoratore tal dei tali è esposto ad agenti cancerogeni?»

MEDICO COMPETENTE: «Sì, sì. Gli ho fatto pure tutti le analisi del caso, compresa l’ispezione anale e l’esame dell’alito e delle urine (cit.)»

IO: «Ok, ma allora perché non hai aggiornato il registro degli esposti?»

MEDICO COMPETENTE: «E io che c’entro? Se la deve vedere il datore di lavoro! È lui che deve istituire e aggiornare il registro. Io, mi limito a conservarglielo. Come dice la legge, “ne curo la tenuta”»

IO (mi è partito il pippone in versione apocalittica): «Veramente te ne devi occupare tu, di tutto, anche dell’aggiornamento o l’inchiostro non versato sul registro ricadrà sul tuo camice, il lupo ingoierà il sole e l’agnello belerà di dolore e ciò apparirà agli uomini una grande sventura. Così fu detto»

DOVE STA SCRITTO?

I primi riferimenti alle modalità di tenuta del registro degli esposti ad agenti cancerogeni sono rinvenibili in un frammento del Protovangelo di Walter, risalente all’anno 8 d.C. e rinvenuto sulle coste del Lussemburgo (la circostanza che il Lussemburgo sia sprovvisto di coste contribuisce a infittire il mistero che circola sulla reale identità di Walter), ma possiamo per comodità riferirci al D.Lgs. n.81/2008, il quale all’art. 243, comma 1 recita:

«… Detto registro è istituito ed aggiornato dal datore di lavoro che ne cura la tenuta per il tramite del medico competente».

Ora, a me non pare un passaggio particolarmente oscuro o disseminato di insidie interpretative.

Quello che, a quanto pare, ha creato un po’ di confusione l’espressione usata dal legislatore (“cura la tenuta”), interpretata dal medico competente nell’accezione di: “stare attento che la Fatina dei dentini  non si mangi il registro o che il fantasma Formaggino non se lo porti via”.

Vagli invece a spiegare che per “cura la tenuta”, il legislatore intendeva “occuparsi di tutto ciò che concerne la compilazione, l’aggiornamento e la conservazione del registro”.

Torna utile a tal proposito un po’ di memoria… Senza risalire al Protovangelo di Walter, basta riguardare il D.Lgs. n. 626/1994 che all’art. 70, comma 1 conteneva la stessa identica frase dell’art. 243, comma 1 del T.U.

Ai tempi il Coordinamento tecnico per la sicurezza nei luoghi di lavoro redasse (sì, è un passato remoto. No, non si dice “redigette”) una serie di linee guida che, ai sensi dell’art. 27 della seiduesei, avevano funzioni di indirizzo e coordinamento per la corretta applicazione del Decreto.

Nella Linea guida n. 15 «Protezione da agenti cancerogeni e/o mutageni», aggiornata nel 2002, si afferma:

«Ciò premesso, il registro previsto dal comma 1 dell’art. 70 del D.Lgs. 626/94 è istituito dal Datore di Lavoro, il quale si avvale per questa funzione del medico competente per tramite del quale, sulla base di procedure e protocolli definiti, il registro viene compilato e tenuto aggiornato».

So cosa stai pensando, medico competente scettico, diffidente, irresoluto e tentennante: «Eh, ma il D.Lgs. n. 626/1994 è stato abrogato».

Come mi dice sempre mia madre: «Vedi che se ti applichi, quando vuoi le cose le sai?».

Ora però andiamo oltre… Se la norma abrogata e il Testo unico attuale dicono le stesse cose con le stesse parole, in assenza di nuove interpretazioni sullo stesso punto, il senso che era contenuto nelle linee guida sarà rimasto invariato o no?

Non è che abrogato il D.Lgs. n. 626/1994 hanno dovuto riscrivere tutte le circolari interpretative, le note e i chiarimenti forniti nei suoi 14 anni di vigenza…

Quindi, mettiti l’anima in pace e, per favore, cura la tenuta del registro.

registro

Tempi bui… Quando è obbligatoria la sorveglianza sanitaria?

stupore-paura-bimboSono tempi bui quelli nei quali le circolari interpretative della norma non c’hanno capito nulla della norma da interpretare.
È il caso della recente Lettera Circolare del 12 ottobre 2017, n. 3 dell’Ispettorato Nazionale del lavoro la quale, nel fornire indicazioni operative sulle sanzioni da applicare in caso di omessa sorveglianza sanitaria, esordisce così:

«Come è noto, nell’ambito della normativa in materia di salute e sicurezza la sorveglianza sanitaria dei lavoratori, così come declinata dall’art. 41 del d.lgs. n. 81/2008, diviene un obbligo nel momento in cui la valutazione dei rischi evidenzi la necessità di sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria».

No. Ma proprio no.
La sorveglianza sanitaria non è obbligatoria quando lo dice la valutazione dei rischi, ma quando lo dice la legge, che lo dice all’art. 41 e la impone:

  • nei casi previsti dalla normativa vigente, dalle indicazioni fornite dalla Commissione consultiva di cui all’articolo 6;
  • qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Leggete da qualche parte «nel momento in cui la valutazione dei rischi evidenzi la necessità di sottoporre il lavoratore a sorveglianza sanitaria»?
Non puoi fare come ti pare. La sorveglianza sanitaria è una misura ON/OFF. O la devi fare o non la puoi fare.

L’obbligo imposto dalla norma precede l’esito della valutazione dei rischi, tanto che:

  • se hai sbagliato la valutazione, non per questo l’obbligo viene meno;
  • se secondo la valutazione dei rischi hai ritenuto di dover sottoporre a sorveglianza sanitaria i lavoratori, ma non ricadi nei casi in cui la norma la imponga… Beh, non lo puoi fare.

Ed è pieno di casi in cui la norma non la impone, tipo (per citare casi in cui ho visto effettuare la sorveglianza sanitaria):

  • lavori in quota (citati all’interno della Circolare come casi in cui la sorveglianza sanitaria sarebbe obbligatoria agli esiti della valutazione);
  • stress lavoro-correlato;
  • rischio “posturale”.

In questi ed in tutti gli altri casi in cui la norma non preveda la sorveglianza sanitaria, essa è da intendersi vietata in virtù dell’art. 5 della L. n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori).

Rischio chimico irrilevante e DPI: qualcosa non torna…

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La valutazione del rischio chimico è una roba complessa. Molto complessa. Non a caso sono stati resi disponibili vari algoritmi e applicativi che hanno l’ambizione di supportare il valutatore in questa difficile indagine (da QUI potete scaricarne uno a cui sono particolarmente affezionato: ANA.R.CHIM. – ANAlisi del Rischio CHIMico).

Ultimamente l’ISPRA (Istituto Superiore per laProtezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un manuale ed un applicativo (li trovate QUI) che riguardano l’ambito specifico dei laboratori, ma che possono essere usati anche con riferimento ad altri settori. Come al solito, il presupposto è che il valutatore sappia ciò che fa, capisca quali sono i “limiti di batteria” delle metodologie e le usi con molta cautela.

L’argomento di cui vorrei discutere sta a monte di tutto. Siamo alle cosiddette basi, le fondamenta, quelle che se mancano, fanno cadere tutto il resto: manuale, applicativo, metodologia.

L’algoritmo dell’ISPRA (come tanti altri nel genere) contiene un coefficiente che riguarda le misure di prevenzione e protezione dal rischio chimico, citando, tra gli altri, indumenti protettivi, occhiali, guanti…

La domanda che vi pongo è:

nella valutazione del rischio chimico, è lecito tener conto degli effetti protettivi dei DPI per dire se il rischio è irrilevante?

Caso A: conoscete già la risposta. Potete fermare qua la lettura e vi sarete comunque portati a casa ben 2 (diconsi DUE) link da cui scaricare gratis materiale per fare la valutazione del rischio chimico.
Caso B: non conoscete la risposta o siete in dubbio. Potete proseguire la lettura, ma la vostra vita potrebbe non essere più la stessa, dopo (mia moglie dice che esagero sempre ma, intanto, se non avessi esagerato, lei non sarebbe diventata mia moglie).

Per quanto mi riguarda, la risposta è rigorosamente: NO, il rischio deve essere valutato senza tener conto dell’uso dei DPI.

C’è ovviamente una spiegazione, ma non è immediata, pertanto, se non avete la pazienza di leggervi tutto il post, fornirò una spiegazione semplificata e poi quella dettagliata.

Spiegazione breve

  1. Se il rischio chimico è irrilevante, che bisogno ha uno di indossare anche i DPI?
  2. Vengono mai presi in considerazione i DPI ai fini della valutazione dell’esposizione dei lavoratori ad agenti fisici o cancerogeni o biologici?
  3. Posso considerare irrilevante il rischio se lavorassi immerso in una nube di cloro gassoso indossando tute ermetiche e autorespiratore?

Mi rendo conto che così è un po’ pochino, ma non so fare meglio in poche righe.
Se volete saperne di più, da qui parte la spiegazione lunga.

Spiegone

Utilizzerò, allo scopo la Direttiva europea 98/24/CE che è stata da noi recepita nel Titolo IX, Capo I del D.Lgs. n. 81/2008. Perché la Direttiva e non direttamente il Testo unico? Domanda oziosa: perché è scritta meglio e, comunque, il paese membro non può ridurre i livelli di tutela previsti dalla Comunità europea…. Uff, va bene… ve li riporto entrambi.

Iniziamo da qui:

Art. 5, par. 1 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 2 del D.Lgs. n. 81/2008
Se i risultati della valutazione dei rischi a norma dell’articolo 4, paragrafo 1, dimostrano che, in relazione alle quantità di un agente chimico pericoloso presenti sul luogo di lavoro, per la sicurezza e la salute dei lavoratori vi è solo un rischio moderato e che le misure adottate a norma dei paragrafi 1 e 2 del presente articolo sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 6, 7 e 10 della presente direttiva. Se i risultati della valutazione dei rischi dimostrano che, in relazione al tipo e alle quantità di un agente chimico pericoloso e alle modalità e frequenza di esposizione a tale agente presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio basso per la sicurezza e irrilevante per la salute dei lavoratori e che le misure di cui al comma 1 sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni degli articoli 225, 226, 229, 230.

Ora lasciate perdere la faccenda che la Direttiva parli di rischio “moderato” (ci siamo passati tutti e non è mia intenzione riaprire una ferita quasi rimarginata ma che continua a puzzare, emettere pus, siero e ogni tanto sanguina nuovamente)… quello che entrambe le norme dicono è che in presenza di rischio moderato/irrilevante, la necessità di ricorrere a ulteriori misure (da noi: art. 225, 226, 229. 230) è scongiurata se altre misure sono state sufficienti a ridurre ulteriormente il rischio.
Tenete bene a mente il riferimento all’art. 225, uno di quelli che non si applicano se il rischio è talmente basso da fare schifo (che poi è la definizione di “irrilevante”)

Quali sono invece le misure che devo adottare se il rischio è irrilevante per non dover applicare quelle degli arti. 225, 226, ecc.? Eccole:

Art. 5, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 224, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
– la progettazione e l’organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
– la fornitura di un equipaggiamento al lavoro con agenti chimici e metodi di manutenzione tali da preservare la salute e la sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro;
– la riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
– la riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
– misure igieniche adeguate;
– la riduzione della quantità di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro al minimo necessario per il tipo di lavoro svolto;
– metodi di lavoro appropriati, comprese disposizioni per il trattamento, l’immagazzinamento e il trasporto sicuri sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.
a) progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;
b)  fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;
c)  riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti;
d)  riduzione al minimo della durata e dell’intensità dell’esposizione;
e)  misure igieniche adeguate;
f)  riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità 
della lavorazione; 
g)  metodi di lavoro appropriati comprese le disposizioni che garantiscono la sicurezza nella manipolazione, nell’immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono detti agenti chimici.

Come vedete, non si parla di DPI. Quantomeno non se ne parla esplicitamente. Poi, volendo, possono essere rintracciati tra le righe di alcuni di questi punti. Resta il fatto che non se ne parla esplicitamente.
La faccenda si fa interessante (lo so, mi entusiasmo facilmente) leggendo uno degli articoli che non si dovrebbero applicare se il rischio è irrilevante e lo si è, per di più, ulteriormente ridotto (principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile):

Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
Quando la natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione, prendendo in considerazione l’attività lavorativa e la valutazione dei rischi di cui all’articolo 4, il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione di misure di protezione e di prevenzione, coerenti con la valutazione dei rischi effettuata a norma dell’articolo 4.
Esse comprenderanno, in ordine di priorità:
Quando la  natura dell’attività non consente di eliminare il rischio attraverso la sostituzione il datore di lavoro garantisce che il rischio sia ridotto mediante l’applicazione delle seguenti misure da adottarsi nel seguente ordine di priorità:

È qui che la norma Europea è scritta meglio e dice una cosa in più che non è stata trascritta nel recepimento italiano. Dice la Direttiva: tu, datore di lavoro, che mi hai valutato il rischio come non irrilevante, se non lo puoi eliminare, allora prendi la tua valutazione dei rischi e scegli le misure compensative necessarie in questo ordine:

Art. 6, par. 2 della Direttiva 98/24/CE Art. 225, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008
a)  la progettazione di adeguati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché l’uso di attrezzature e materiali adeguati, al fine di evitare o ridurre al minimo il rilascio di agenti chimici pericolosi che possano presentare un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro;

b)  l’applicazione di misure di protezione collettive alla fonte del rischio, quali un’adeguata ventilazione e appropriate misure organizzative;

c) l’applicazione di misure di protezione individuali, comprese le attrezzature di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione.

 

a) progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;

b) appropriate misure organizzative e di protezione collettive alla fonte del rischio;

c) misure di protezione individuali, compresi i dispositivi di protezione individuali, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l’esposizione;

d) sorveglianza sanitaria dei lavoratori a norma degli articoli 229 e 230.

 

Eccoli finalmente i DPI. Compaiono solo tra le misure specifiche di prevenzione e protezione come conseguenza della valutazione del rischio (come mostra meglio la Direttiva), non come suo presupposto. Valutazione, che tra l’altro, deve avere avuto esito di rischio non irrilevante, altrimenti non si sarebbe applicato l’art. 225 (o l’art. 6 della Direttiva).

Sono una misura di protezione rispetto ad un rischio non irrilevante ab origine, impiegata al fine di controllare e gestire il rischio residuo.

Questo sono, nient’altro.

Ragionando in modo differente da questo, arriveremmo all’assurdo che utilizzando i DPI si potrebbe evitare la sorveglianza sanitaria: che li visiti a fare se tanto l’esposizione sotto la maschera di protezione delle vie respiratorie è irrilevante?

Quindi se volete utilizzare l’algoritmo dell’ISPRA, non vi consiglio di considerare l’impiego dei DPI.
Non è un caso se voglio bene ad ANA.R.CHIM.: lì la valutazione è fatta al netto dell’uso dei DPI.

Prima di chiudere, vorrei farvi una recensione del materiale dell’ISPRA, ma non ne ho voglia. Quindi:

  1. Non entrerò nel merito del manuale, ma posso dirvi che, se non è il vostro primo approccio alla materia, sarete in grado da soli di trovare le inesattezze (poche) che vi sono contenute e che, volendo, si possono perdonare data la complessità della materia.
  2. Non entrerò nemmeno nel merito dell’applicativo, ma posso dirvi che è fatto molto bene per essere un foglio di calcolo (tra l’altro, oltre che per Excel è disponibile anche per Access).
  3. E figuratevi, a questo punto, se mi viene in mente di entrare nel merito della metodologia proposta. Posso però dirvi che non è dissimile da altre (Movarisch, per esempio), anzi, a differenza di molte altre, tiene conto dell’effetto cumulato delle sostanze impiegate. Inoltre fa anche una valutazione del rischio chimico per la sicurezza e degli agenti cancerogeni. Insomma, sembra roba buona.
    Piuttosto la faccenda è sempre la solita: da dove caspita escono fuori i valori dei vari coefficienti associati, per dire, alle frasi di rischio, alle misure di prevenzione, ecc.? Si dice nella prefazione che l’algoritmo è stato testato, ma sarebbe interessante sapere quale sia stato il campione, su quante sostanze e tante altre belle cose che aiutano a giudicare l’affidabilità scientifica di una metodica.

Del RSPP Interno

Molti pensano che l’arrivo di un’offerta di lavoro sia come quando si ammazza il maiale: non si butta via nulla.

Non è sempre vero:

  1. il maiale potrebbe essere gravemente malato. Se puoi curarlo, bene. Ma quando proprio vedi che non c’è nulla da fare, che il maiale non risponde alle cure, meglio lasciar stare;
  2. non sai lavorare la carne… In questo caso, non solo hai ammazzato un animale, ma per giunta hai buttato via del cibo. Avresti dovuto lasciar perdere il maiale e/o regalarlo (o venderlo, se proprio vuoi guadagnarci sopra) a qualcun altro;
  3. quel maiale lì, per qualche ragione, potrebbe essere specie protetta. Puoi verificare se, in effetti, per qualche ragione, il tuo maiale fa eccezione, ma se non è così, non puoi toccarlo. Inutile insistere.

Nella mia vita professionale ho avuto a che fare con molti maiali (senza offesa, eh!) e mi sono capitati anche i casi in cui ho dovuto rassegnarmi a lasciar perdere. L’etica professionale prevale, in questi casi.

Ad esempio, io ricordo a tutti i miei potenziali clienti che l’art. 31, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008 prevede che il servizio di prevenzione e protezione debba essere prioritariamente organizzato all’interno dell’azienda. È successo che, ravanando tra le competenze interne, sia uscito fuori qualcuno che aveva le competenze tecniche di base per svolgere il ruolo. Amen! Niente incarico di RSPP per il sottoscritto, ma ennesima soddisfazione personale per aver guadagnato la fiducia del cliente (che, magari, se ne avesse la necessità, potrebbe affidarmi altri incarichi).

Ho già avuto modo di parlare del Marketing della sicurezza e sono convinto che non si possa vendere qualunque cosa, nemmeno se il cliente lo vuole.

Colgo quindi con piacere l’occasione per riportare l’esperienza del collega Ing. Ugo Fonzar, uno dei migliori professionisti che conosca (e sono in molti a poterlo confermare). Per la verità è mio fratello, anche se non ci somigliamo molto e, soprattutto, in termini di dimensioni, potrebbe essere il mio fodero.
Il mio sogno è quello di scuoiarlo e trasformarlo in un pisolone, per dormirci dentro.

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Siccome era l’ultimo della cucciolata, gli è rimasta una fame atavica che, da adulto lo spinge a divorare qualunque cosa. Pranzare con lui è come assistere al caricamento di una betoniera a bicchiere. Un uomo meraviglioso! Tutti dovrebbero averne uno.

Scusate la digressione, dicevamo…. A Ugo è capitata una cosa che è successa in un paio di occasioni anche a me. Siamo incappati in un «maiale protetto». E siamo giunti alla medesima conclusione che, secondo me, è utile riportare. Sia mai che capiti a voi, avete già la risposta.

In questo caso, è lui direttamente a scrivere il seguente contributo (cliccando sul link saprai perché hai letto questo post fino alla fine. Non ti si apriranno immagini pubblicitarie o pornografiche, non scaricherai virus, non ti verrà venduto nulla. Saprai semplicemente come Ugo ha trattato il suo maiale protetto, leggendolo direttamente sul Blog dello StudioFonzar).

Un consiglio: se non siete abbonati alle Fonzarnews, fatelo. È gratis e ogni giorno verrete inondati da uno tsunami di notizie inerenti il magico mondo della sicurezza sul lavoro (di tutto e di più) che l’amico Ugo, con la sua fame atavica, raccoglie in giro per il mondo.

 

 

Dove sta scritto? …La verità, vi prego, sulle ciabatte

Anche le fognature della sicurezza nei luoghi di lavoro sono piene di coccodrilli albini.
Alcuni di questi miti sono diventati virali prima dell’avvento dei social network e la loro sopravvivenza è alimentata e incoraggiata dall’effetto Lindy: quanto più una fesseria risale nel tempo, tanto più probabilmente te la ritroverai nel futuro.

PANTOFOLA ST REGIS

Ieri un collega mi fa:

COLLEGA: «Tu come ti comporti con l’uso delle ciabatte sui luoghi di lavoro?».

IO: «Assolutamente vietate. I lavoratori devono indossare calzature idonee… Le pantofole vanno bene la sera a casa, come la vestaglia».

COLLEGA (visibilmente scollegato): «Eh? AH! No, io mi riferisco alle ciabatte elettriche, le prese multiple. Lo so che sono vietate, ma come fai ché le prese fisse a muro non sono mai sufficienti? E poi, spesso, me le ritrovo messe per terra invece che essere fissate in verticale…»

IO (dissotterrando l’ascia di guerra): «…Viso pallido, tu parli con lingua biforcuta».

Dove sta scritto?

Infatti, dove sta scritto che le prese multiple sono vietate e, in generale, non possono essere usate sui luoghi di lavoro? Semplicemente da nessuna parte. Trattasi di fesseria seriale.
Purtroppo, su una cosa il collega aveva ragione: le prese non bastano mai (tanto che sentiamo la necessità di aggiungervi anche le prese per il culo). Ma le norme non vietano l’uso in collegamento permanente delle prese multiple mobili.

Sulla faccenda che non possano essere installate in orizzontale, il mito trova origine nell’applicazione errata del commento all’art. 537.5.2 della norma CEI 64-8 che dice:

«… si raccomanda che per le prese a spina ad installazione fissa la direzione d’inserzione delle relative spine risulti orizzontale (o prossima all’orizzontale)»

Appunto: prese a spina ad installazione fissa. Le ciabatte elettriche non c’entrano nulla e, comunque, quel commento non è, a prescindere, una prescrizione tassativa.

Le prese multiple, come tutto, devono essere costruite a regola d’arte. E basta.

Non sono tutte uguali e comprarle al risparmio, significa tirarsi addosso i guai.

Un conto è l’ordinaria prudenza, un conto è la superstizione. Le prese multiple non sono un ricettacolo di spiriti maligni (ma possono diventarlo di polvere, se lasciate a terra e se non si riesce a pulire bene a causa dei grovigli di cavi) e sono più frequentemente causa di infortuni derivanti da inciampo che di natura elettrica.

Ricordiamo che, a monte, la presa mobile multipla deve essere allacciata ad una presa fissa la cui linea deve essere protetta (lo dicono le norme) dalle sovracorrenti mediante interruttori automatici magnetotermici. Pertanto, in caso di sovraccarico della linea, con potenziale rischio di incendio, interverrebbe la protezione dell’impianto (N.B.: sovraccarico della linea. Se sovraccaricate la presa multipla e questa ha una portata massima inferiore a quella della linea a cui è collegata – sulla base della quale è stato scelto il magnetotermico – la protezione potrebbe non intervenire).

E, a dirla tutta, le ciabatte sono molto meglio degli adattatori tripli, non fosse altro che, anziché massimo 1500 W, permettono di gestire carichi che possono arrivare fino a 3000 W (da verificare rispetto al prodotto effettivamente acquistato leggendo la dicitura stampigliata sul dispositivo).

 

Formazione dei lavoratori neo-assunti

Mi è stato chiesto un parere professionale sulla formazione dei lavoratori neo-assunti.
A quanto pare, un particolare delle indicazioni contenute nell’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 viene interpretata in modo “esotico” da alcuni SPISAL.

Partirei da questa constatazione: le emissioni della Conferenza Stato-Regioni hanno già fatto più danni di quelle responsabili del cambiamento climatico in corso su scala globale. Ogni tentativo fatto per arginarle è stato vano e, secondo gli esperti, se non si interviene in modo drastico riportando i componenti della Conferenza Stato-Regioni alle impostazioni di fabbrica, entro il 2050 rimarranno solo lavoratori autonomi.

Senza questa premessa, si cade nell’errore di ritenere che, se il punto 10 dell’Accordo è rubricato «Disposizioni transitorie», allora tutto quello che c’è scritto lì dentro è provvisorio e sia stato ivi inserito con l’intenzionalità con la quale inseriresti una volpe in una macchina da cucire e non con la casualità tipica di chi non sa quello che fa.

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Infatti, è proprio questo che viene affermato da alcuni SPISAL: i 60 giorni per portare a termine la formazione dei lavoratori neo-assunti, si trovano nel paragrafo delle «Disposizioni transitorie» e, pertanto, erano una concessione che la Conferenza Stato-Regioni aveva gentilmente accordato alle aziende per i primi 18 mesi dalla pubblicazione dell’Accordo (un termine, questo, richiamato nel primo periodo del punto 10). Essendo passati i 18 mesi, oggi la formazione deve essere erogata interamente prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione.

Non è così.

Il Provvedimento è, in generale, scritto male. Talmente male da aver richiesto la redazione di una linea guida applicativa, costituita dal successivo Accordo del 25 luglio 2012.
Purtroppo, quando le cose sono fatte male, anziché correggerle, bisognerebbe ripartire da capo, non scrivere delle linee guida applicative, ma sarebbe chiedere troppo.

Quindi, per riuscire a dimostrare con un minimo di logica applicata che quella lì non è una disposizione transitoria, tocca perdere più tempo di quanto ne sarebbe stato necessario per riscrivere integralmente (e per benino) l’Accordo.

Comincerei da una constatazione oggettiva: quando l’Accordo parla di 18 mesi, si riferisce solo ed esclusivamente a dirigenti e preposti.
Così è scritto:

«…i datori di lavoro sono tenuti ad avviare i dirigenti e i preposti a corsi di formazione (omissis) in modo che i medesimi corsi vengano conclusi entro e non oltre il termine di 18 mesi dalla pubblicazione del presente accordo». 

I lavoratori compaiono invece (insieme ai dirigenti e preposti) nel successivo periodo, quello incriminato, nel quale si parla di personale di nuova assunzione e che i funzionari dello SPISAL legano al periodo precedente (commettendo l’imperdonabile errore di ritenere che dietro quello che fa la Conferenza Stato-Regioni ci sia una logica).

«Il personale di nuova assunzione deve essere avviato ai rispettivi corsi di formazione anteriormente o, se ciò non risulta possibile, contestualmente all’assunzione. In tale ultima ipotesi, ove non risulti possibile completare il corso di formazione prima della adibizione del dirigente, del preposto o del lavoratore alle proprie attività, il relativo percorso formativo deve essere completato entro e non oltre 60 giorni dalla assunzione».

Le due parti citate, sono completamente scollegate tra loro e, quest’ultimo pezzo, non è una disposizione transitoria.
È tanto vero quanto affermo che la stessa Conferenza Stato-Regioni, se ne è resa conto (qualcuno ha fatto la spia, non possono esserci arrivati da soli) ed ha infatti precisato, nell’Accordo del 25 luglio 2012, quanto segue:

«La previsione relativa ai 18 mesi per i corsi da dirigente e preposto non riguarda, tuttavia, il personale di nuova assunzione (omissis).

Da questa – ovvia – precisazione discende che (uso i colori a beneficio dei componenti della Conferenza Stato-Regioni, così posso spiegargli meglio quello che pensavano):

  1. il termine di 18 mesi vale solo per dirigenti e preposti (parte in verde);
  2. il termine di 18 mesi non vale per il personale di nuova assunzione (parte in viola)

Riguardo al punto b) mi si ribatterà  (giuro: mi è stato davvero ribattuto) che l’Accordo del 25 luglio 2012 chiarisce che il termine dei 18 mesi non vale solo «per i corsi da dirigenti e preposti» neo assunti, ma non anche per lavoratori neo-assunti.

Faccio affidamento a tutta l’intelligenza di cui siete capaci e vi chiedo: per quale motivo avrebbe dovuto precisare che i 18 mesi transitori non riguardano anche i lavoratori, dato che i lavoratori non sono proprio nominati da nessuna parte con riferimento ai 18 mesi?

Quindi no, i 60 giorni di tempo per concludere la formazione dei neo-assunti, vivono e lottano con noi e riguardano anche i lavoratori, essendo questi espressamente citati con riferimento al personale di nuova assunzione.

Veniamo adesso alla faccenda che la formazione debba essere integralmente erogata prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione.

Il Provvedimento dice esplicitamente che l’avviamento al corso debba avvenire preventivamente o, in caso di impossibilità, al massimo contestualmente all’assunzione.

Ci sarebbe già da discutere se per «avviamento» si intenda l’inizio materiale del corso da parte del neo-assunto o semplicemente la sua iscrizione al corso di formazione.
In ogni caso non è questo quello che ci interessa, ma la parte successiva, quella nella quale è esplicitamente previsto che in caso di impossibilità di completare la formazione del neo-assunto «prima della adibizione… alle proprie attività» essa debba concludersi entro il termine di 60 giorni.
E se non bastasse il concetto è anche ribadito nell’Accordo del 25 luglio 2012 nel quale si riporta:

«…l’accordo prevede che il percorso formativo debba essere completato entro e non oltre 60 giorni dall’inizio della attività lavorativa».

Mi pare evidente che se parla di impossibilità a concludere il corso prima dell’adibizione all’attività e poi mi si dice anche che il corso deve essere concluso non oltre 60 giorni dall’inizio dell’attività, l’attività deve essere bella che iniziata.

Il lettore particolarmente attento avrà comunque notato un piccolo particolare:

  1. l’Accordo del 21 dicembre 2011 fa riferimento al termine di 60 giorni dall’«assunzione»;
  2. l’Accordo del 25 luglio 2012 fa riferimento al termine di 60 giorni dall’«inizio dell’attività lavorativa».

Qui in effetti il crash mentale ci sta tutto (dicevo di quella faccenda del ripristino alle impostazioni di fabbrica…).

Gli Dei tuttavia sono benigni (la Conferenza Stato-Regioni è un prodotto dell’Uomo) e ci hanno lasciato in dono, oltre che il vino e la ‘nduja, anche i «criteri di risoluzione tra antinomie».
Quando due norme non vanno d’accordo, esistono delle regolette che anche un componente della Conferenza Stato-Regioni può capire (sono un inguaribile ottimista).
Dato che:

  1. i due Accordi sono norme dello stesso rango (criterio gerarchico)
  2. i due Accordi parlano della stessa roba (criterio di specialità)

la norma più recente prevale su quella precedente (criterio cronologico).

Quindi i corsi debbono concludersi entro 60 giorni dall’inizio dell’attività lavorativa vera e propria e non dall’assunzione.