Pubblicato in: dove sta scritto?, Normativa

Dove sta scritto?… Uffici in condominio

Riunione di condominioIo (in qualità di consulente): «…E poi ci sarebbero da installare lampade di emergenza e segnaletica lungo le rampe di scale e occorre invertire il verso di apertura dell’uscita di emergenza»

Cliente (in qualità di datore di lavoro): «Ma mica devo farlo io… Io sono semplicemente in affitto. E poi le scale e il portone sono del condominio… Ci devono pensare loro a metterle a posto»

Io: «Guardi la capisco… Anch’io vivo in un condominio e… A proposito, sapeva che il termine condomino deriva dall’inglese «condom» («profilattico» in italiano), evocativo della tipica forma ad apparato urogenitale che caratterizza la testa di quei soggetti che, anziché vivere in un condominio, vivono per il condominio, avendo come unica ragione di vita quella di trasformare le riunioni di condominio in una rappresentazione delle Nozze Rosse di Game of Thrones? Ma sto divagandando… No, purtroppo è un problema tutto suo»

Dove sta scritto?

Nota prot. n. P1560/4122 sott. 54 del 07-12-1998

Al riguardo si precisa che negli edifici a destinazione mista in cui siano presenti ai vari piani oltre ad appartamenti di civile abitazione, anche locali adibiti ad uffici, studi professionali ed altre attività lavorative compatibili con la destinazione d’uso dell’edificio, le vie di uscita comuni devono essere conformi alle norme di sicurezza dei luoghi di lavoro. Ciò premesso ne consegue che il sistema di apertura dei portoni condominiali, di ingresso all’edificio, deve conformarsi ai criteri stabiliti al punto 3.10 dell’allegato III al D.M. 10 marzo 1998, emanato dal Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro del Lavoro, in attuazione al dettato dell’art. 13 del decreto legislativo n° 626/1994.

Aggiungo: …e non è un problema del condominio. Quello sta bene così come sta.
Sei tu che c’hai messo un ufficio dentro e sei obbligato a rispettare le norme antinfortunistiche.

 

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Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

La situazione è grave ma non seria

keep Calm154 morti sul lavoro da inizio anno e oggi è il decennale dell’approvazione del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 (da qui potete scaricarvi il testo della norma in formato ePub).

Parlo a te, legislatore, componente della Conferenza Stato-Regioni, membro di qualche Commissione consultiva permanente: mantieni la calma.

Respira… Così, bravo… No, non agitarti… Buono, stai calmo…Non digrignare i denti.

Soprattutto non toccare niente! Non sei obbligato a scrivere una nuova legge, accordo o altro. Per carità, hai già fatto abbastanza.

Stai tranquillo, non c’è nessuna emergenza infortuni in corso. Non sta succedendo nulla che la statistica non possa spiegare, nulla che non sia l’effetto a lungo termine dell’aver creato l’illusione che il semplice rispetto delle regole fosse condizione sufficiente per combattere le morti sul lavoro.

Anzi, guarda… Senza nessuna necessità di inventarsi ulteriori e strane fattispecie di delitti come l’omicidio sul lavoro, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, chiameremo questa tipologia di morte «lavoricidio».

Dicevo dell’illusione di combattere il lavoricidio con le norme. Ecco, questo è il risultato delle norme in 40 anni (direi un tempo statisticamente significativo!):

 

Schermata 2018-04-09 alle 10.12.12

Dal 1994, data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/94, la riduzione che pur c’è stata non ha fatto nient’altro che proseguire la tendenza precedente già in corso.

Questo è quello che succede quando si vuole sopperire con le norme e le sanzioni alla carenza di cultura, invece di rassegnarsi al fatto che la cultura precede ed è il fondamento delle norme.

E se non si investe in cultura, puoi fare le norme più fighe del mondo, ma le persone non ne comprenderanno mai il senso. E tu non solo hai continuato a scrivere norme che non sai manco scrivere, ma per di più non hai investito in cultura in questi anni.

Non c’è da stupirsi del fatto che la metà degli italiani abbia un’intelligenza inferiore alla media.

Molti di quelli che hanno letto la precedente affermazione, concorderanno con me.
Una buona parte di loro riterrà di ritrovarsi nell’altra metà.
Ma solo una minima parte si sarà resa conto che ho affermato un’ovvietà statistica.

Ecco, questa è un po’ la conferma di quello che dicevo prima. Quanto è difficile far capire il concetto di sicurezza a chi non ha la cultura del rischio necessaria per riconoscere un’affermazione lapalissiana come questa?

Che c’entra il rischio? Il rischio è probabilità, incertezza, comprensione delle correlazioni e delle causalità, dell’andamento degli eventi.
La comprensione del significato di questi elementi è indispensabile a tutti per poter prendere decisioni consapevoli e, per quanto possibile, «sicure».

Le persone non sono stupide, semplicemente spesso fanno scelte sbagliate e confondono il rischio e la sua valutazione con la certezza, basandosi su considerazioni fallaci o incomplete.

Ma per essere più sicuri, non bastano le norme, non basta la formazione. Ci vuole cultura.

 

Pubblicato in: Normativa

No, l’informazione ai lavoratori non la deve fare necessariamente il RSPP

MinLavOgni tanto viene presentato qualche quesito interessante in materia di sicurezza sul lavoro alla Commissione Interpelli.

Per carità, il concetto di “interessante” è ampiamente soggettivo e magari io non trovo interessanti cose che evidentemente trovano l’interesse di altri soggetti, altrimenti non avrebbero posto il quesito. Più che altro, è che spesso leggo interpelli su questioni per le quali mi dico: «Ma guarda tu se nel 2018 ancora c’è gente che ha certi dubbi».

Poi mi domando quanti quesiti arrivino alla Commissione Interpelli e se questa non scelga di rispondere solo a quelli facili (ma io penso male per natura e finirò all’inferno nella nona bolgia, quella dei seminatori di discordia).

Comunque, questa volta mi è piaciuta la domanda e la risposta. Parlo dell’Interpello 2/2017 (eh sì, l’anno si è concluso con solo due interpelli sulla sicurezza. Nel 2016 erano stati 12) in cui si chiede alla Commissione:

«Ma secondo te, l’obbligo di informazione ai lavoratori deve essere assolto in via “prioritaria ed esclusiva” dal RSPP?»

A parte che l’art. 33, comma 1, lett. f) afferma che è il Servizio di Prevenzione e Protezione tutto, non il solo RSPP, che deve «fornire ai lavoratori le informazioni di cui all’art. 36» (infatti, nell’interpello, su ‘sto punto, la Commissione gli fa il cazziatone all’UGL ), è un dettaglio: alla fine un RSPP ce l’hanno tutti.

E la Commissione risponde:

«…rientra nella scelta del datore di lavoro decidere, caso per caso, a chi affidare l’onere di erogare l’adeguata informazione a ciascuno dei propri lavoratori».

Quindi la questione è chiara: l’obbligo è del datore di lavoro e del dirigente ma questi, volendo, possono servirsi del SPP per assolvervi (ché mo’ non è che gli puoi dire di fare tutto al SPP: solo quello che rientra tra i compiti di cui all’art. 33).

Trovo interessante l’Interpello essenzialmente per tre motivi:

  1. conferma il ruolo meramente strumentale e consulenziale del SPP, un aspetto che dovrebbe ormai essere chiaro a tutto, ma non si sa mai. Ogni tanto ciccia fuori qualcuno che dice che fornire ai lavoratori le informazioni di cui all’art. 36 è un obbligo proprio del SPP…
  2. conferma, soprattutto, che è un compito non esclusivo del SPP, dato che ogni tanto ho letto o ascoltato interpretazioni ninja nelle quali si afferma che: «D’accordo l’obbligo è del datore di lavoro e del dirigente, ma deve essere assolto rivolgendosi a  forza al SPP».
  3. precisa, tra l’altro, che non necessariamente la prima scelta per fornire le informazioni ai lavoratori è il RSPP (o altri componenti del SPP).