Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

Il ruolo della normativa nella riduzione degli infortuni

Riskmanagement

Sull’ultimo numero della rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro (ISL n. 06/2019) ho scritto un articolo intitolato «La burocratizzazione del rischio».
Nella prima parte, ho eseguito un’analisi statistica degli infortuni, incrociando i dati forniti dall’INAIL e quelli dell’ISTAT relativi all’occupazione negli ultimi 45 anni.

Cominciamo da qui. Questi sono i dati degli infortuni sul lavoro denunciati nel periodo di riferimento, totali e mortali. Si tratta di numeri assoluti (per ingrandire cliccare sulla figura):

In questi 45 anni di osservazione, il numero degli infortuni totali è passato dalle poco più di 1.600.000 denunce presentate nel 1970 alle quasi 550.000 del 2015, una riduzione di circa 2/3 del totale.
Anche le denunce di infortunio mortale hanno subito una rilevantissima riduzione passando da un massimo di 3.774 denunce avvenuto nel 1973 al minimo registrato nel 2009 di 1.032 casi (purtroppo, negli anni successivi, il numero è nuovamente aumentato, attestandosi su una media di circa 1.280 denunce tra il 2010 e il 2017).

Ma, come giustamente viene spesso detto, «I dati assoluti sono poco significativi… C’è stata la crisi… L’occupazione è scesa…». Ecco qui, quindi, il dato riferibile al numero di infortuni ogni 100.000 lavoratori (sempre stessa faccenda: cliccare per ingrandire):

Come si può vedere l’andamento riflette pari, pari quello degli infortuni espressi in valori assoluti.

Ho fatto anche l’analisi basandomi sul monte ore lavorato.
Non la inserisco per non pretendere troppo dalla vostra pazienza, ma fidatevi: l’andamento è quello.

In sostanza, gli infortuni stanno diminuendo. In particolare quelli “totali”.

Qualche spunto di riflessione:

  1. fino ad un certo momento storico, l’andamento degli infortuni totali e quelli mortali era identico: diminuiva uno, diminuiva l’altro. Aumentava l’uno, aumentava l’altro.
  2. quel momento storico coincide con il 1994, la data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/1994. Da quel momento, gli infortuni totali hanno continuato a diminuire con la stessa velocità di prima, quelli mortali no. E nemmeno l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 ha cambiato l’andamento. Nè dell’uno, né dell’altro.
  3. si tratta chiaramente di una correlazione spuria. Solo un cretino può pensare che che le nuove norme abbiano impattato negativamente sul numero degli infortuni mortali.
  4. Togliendo quella “sella” tra metà degli anni ’80 e inizi ’90, l’andamento infortunistico è sempre diminuito. Non solo. Nel caso degli infortuni “totali” la pendenza della curva è quasi costante. Come dire che il cambiamento normativo non ha prodotto un vero impulso.
  5. Come dimostrano i miei grafici, dire che gli infortuni sono aumentati del xx% (o diminuiti) nel 2018 rispetto all’anno precedente, significa statisticamente ben poco. Non individua una tendenza. È un’oscillazione.

Le statistiche però non dicono tutto. Cos’è anche successo in questi anni?

  • le direttive di prodotto hanno notevolmente migliorato la sicurezza. Se vuoi un’attrezzatura non conforme, in linea di massima devi renderla tu tale. Non la compri già così.
  • la tecnologia ha fatto passi da gigante. La sicurezza tecnologica ne ha beneficiato.
  • soprattutto, nei settori più pericolosi si è ridotta drasticamente la manodopera dipendente:
    — nei settori agricoltura, silvicoltura e pesca si è passati da 1,5 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 a poco più di 400.000 nel 2015;
    — nel settore delle costruzioni, il numero di dipendenti impiegati nel 1970 era di quasi 1,7 milioni, diventati 900.000 nel 2015;
    — nell’industria era di 4,9 milioni la manodopera nel 1970, ridotta a 3,6 milioni nel 2015.
  • al contrario, nel settore dei servizi si è passati da poco più di 6 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 agli attuali oltre 13 milioni.

E, quindi, le norme funzionano?

La faccenda è complessa e ci ho speso un bel po’ di parole nell’articolo, a cui rimando per capirne di più.
La mia opinione – in breve – è che il D.Lgs. n. 626/1994 e il D.Lgs. n. 81/2008 non abbiano potuto esprimere il loro vero potenziale.

Per due ragioni:

  1. vizio d’origine. C’è qualcosa che non va in loro. Specie nel modo in cui il testo della Direttiva è stato trasposto nel decreto. Il livello di dettaglio degli obblighi è talmente elevato che il risultato è che c’è più attenzione al soddisfacimento dell’obbligo che al risultato che l’obbligo sottende. Il rischio è stato burocratizzato.
  2. manca, in generale, una «Cultura del rischio» adeguata. La tecnologia avanza, ma non può fare tutto lei. Non fatevi trarre in inganno. Non sto parlando di formazione. Parlo di un modo diverso per interpretare il mondo che ti circonda, una cultura collettiva che sappia meglio distinguere ciò che è pericoloso e ciò che non lo è, traendone le dovute conseguenze. La storia sui vaccini ne è un esempio calzante, ma lo è anche lavarsi correttamente le mani.

P.S.
Scrivo dal 2005 per la rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro e ne sono un lettore dal 2000.  La considero un meraviglioso strumento per accrescere le competenze. Se volete farvi un regalo, abbonatevi.
È un consiglio disinteressato. Grazie a lei ho approfondito tonnellate di argomenti.
Da qui potete scaricare un numero omaggio per farvi un’idea.


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Pubblicato in: dove sta scritto?, Formazione, Normativa

Aggiornamento della formazione dei lavoratori: quale sanzione?

Qual è la sanzione per il mancato aggiornamento della formazione in materia di sicurezza dei lavoratori?

La risposta è inequivocabilmente: «Non c’è nessuna sanzione». 

Basta andare a guardare il testo di legge e si vede benissimo. O meglio non vedi niente, perché l’art. 37, comma 6 del D.Lgs. n. 81/2008  che impone l’obbligo di aggiornamento, non è assistito da alcuna sanzione.

Questo è il momento nel quale si scatenano i ninja del diritto de’ noartri (in foto) che invariabilmente ti dicono: «Ah beh… Quindi se non c’è sanzione non c’è obbligo».

Ninja del diritto

Le norme penali sono costituite, in genere, da due parti:
1. il precetto, cioè quello che devi fare o che non puoi fare;
2. la sanzione, cioè quello che ti succede se non rispetti il precetto.

Quando la norma penale è costituita dal solo precetto, si parla di norma imperfetta (è il caso del citato art. 37, comma 6).

Ma l’assenza di sanzione non muta di una virgola l’obbligo di adempiere al precetto.

Il ronin del codice penale, tuttavia, non si perde d’animo e, a questo punto, è solito rispondere: «E vabbeh, sarà come dici tu, ma tanto se mi pigliano non possono farmi niente perché non c’è la sanzione» (normalmente aggiungendo: «specchio riflesso»).
In generale, purtroppo per costoro, se la violazione di un obbligo è considerata in nesso di causalità con un eventuale infortunio, è scientificamente dimostrato come i giudici siano immuni alla temibile formula dello «specchio riflesso» e ti condannano mentre tu eri ancora lì a fare «Gné, gné, gné…».

Ciò detto e precisato, tuttavia, in più di un’occasione mi sono stati riferiti casi di verbali di prescrizione da parte degli Organi di Vigilanza per il mancato aggiornamento.
Ma quale sanzione hanno potuto applicare se l’obbligo di aggiornamento non è sanzionato?

La violazione dell’art. 37, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che impone l’obbligo di formazione.
Il ragionamento che suppongo abbiano seguito gli UPG per elevare questi verbali è il seguente:

  1. l’articolo 37, comma 2 dice che la formazione dei lavoratori di cui al comma 1 deve essere conforme all’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011;
  2. Il suddetto Accordo, tra le altre cose, dice che la formazione dei lavoratori deve essere aggiornata con frequenza quinquennale per una durata complessiva di 6 ore;
  3. TAAAAC! ecco il collegamento tra l’obbligo di aggiornamento disposto dall’art. 37, comma 6 e la sanzione prevista per la violazione del comma 1.

Le cose non stanno così e temo che l’errore sia generato da pigrizia mentale.

L’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 è stato emanato in forza, come già detto della disposizione dell’art. 37, comma 2 che dice testualmente:

La durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione di cui al comma 1 sono definiti mediante Accordo….

Come vedete la norma rimanda l’efficacia dell’Accordo al comma 1 e al solo comma 1 dell’art. 37, con ciò limitando la tassatività delle disposizioni dell’Accordo al solo precetto imposto dal comma 1.

E di che parla l’art. 37, comma 1? Ecco qui:

Il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a:
a) concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri dei vari soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza;
b) rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda.

Anche solo confrontando questo testo con i contenuti della formazione di cui al punto 4 dell’Accordo, ci si rende conto che il precetto dell’art. 37, comma 1 riguarda solo e solamente la formazione generale e specifica dell’Accordo.

Detto in altre parole, alla Conferenza Stato-Regioni era stato dato un preciso mandato: dacci indicazioni su come fare per benino la formazione vera e propria dei lavoratori, quella richiesta dal comma 1.

Loro sono andati oltre il mandato conferito e hanno disciplinato anche la formazione e l’aggiornamento di dirigenti e preposti (art. 37, comma 7) nonché l’aggiornamento dei lavoratori (art. 37, comma 6).

Per quanto riguarda la formazione e l’aggiornamento dei dirigenti e preposti, è lo stesso Accordo nella premessa ad affermare come le indicazioni in esso contenute siano facoltative (per i ninja e ronin del fantadiritto sono le indicazioni dell’Accordo ad essere facoltative, non gli obblighi di formazione e aggiornamento dei dirigenti e dei preposti.

L’Accordo del 25 luglio 2012 ha ulteriormente chiarito che fare la formazione e l’aggiornamento ai dirigenti e ai preposti come dice l’Accordo 21 dicembre 2011 costituisce presunzione di conformità semplice al dettato normativo.
Si parte, cioè, dal presupposto che se fai come dice l’Accordo fai bene ma, se fai diversamente, non è detto che tu faccia male.

Il motivo della facoltà di seguire o meno le indicazioni dell’Accordo è banale: l’art. 37, comma 7 che impone la formazione dei dirigenti e preposti non è l’art. 37, comma 1 che impone la formazione dei lavoratori e ‘sto comma 1 è l’unico per disciplinare il quale la Conferenza Stato-Regioni ha ricevuto specifico mandato.

Ma se questo è vero per il comma 7, è altrettanto vero per il comma 6 che impone l’aggiornamento della formazione dei lavoratori.

Conseguentemente:

le indicazioni dell’Accordo in materia di aggiornamento dei lavoratori eccedono i limiti conferiti dal mandato alla Conferenza Stato-Regioni e non sono pertanto vincolanti.

In poche parole, se l’aggiornamento dei lavoratori è senza ombra di dubbio obbligatorio, non è obbligatorio che venga eseguito con frequenza quinquennale e/o abbia durata di 6 ore.

E, a maggior ragione:

la violazione delle indicazioni in materia di aggiornamento dei lavoratori previste dall’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 non può essere sanzionata con la sanzione prevista per la mancata formazione dei lavoratori.

Se il legislatore avesse voluto che l’Accordo si occupasse anche di aggiornamento dei lavoratori, l’avrebbe scritto chiaramente aggiungendo al comma 2 un riferimento anche al comma 6, oltre che al comma 1.

Così non è.

E l’interpretazione dell’intenzionalità del legislatore non autorizza nessuno, tantomeno un UPG, a ragionare considerando il mancato aggiornamento come fosse mancata formazione per punirne la violazione.

La norma in questo caso non è indeterminata: il comma 1 dice chiaramente qual è il suo scopo, il comma 2 altrettanto e analogamente il comma 6.

Non c’è spazio per alcuna possibile interpretazione differente dall’interpretazione letterale della norma (art. 12, disp. prel. c.c.) e, oltretutto, un ragionamento per analogia vìolerebbe l’art. 14, disp. prel. c.c.:

Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati.

Qui i casi sono precisamente individuati e così le sanzioni ad essi applicabili e, banalmente, non c’è sanzione applicabile per la violazione dell’obbligo di aggiornamento.


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Nel Decreto Sicurezza l’arma «Fine di mondo» per combattere gli infortuni

Stavo in pensiero.
Era da un pò di tempo che il legislatore non si faceva sentire con qualche novità.
Mi chiedevo: gli sarà capitato qualcosa? Si sarà offeso con i lavoratori che continuano ad infortunarsi nonostante tutti i suoi tentativi di impedire gli infortuni con la produzione continua di carte, firme e date certe?

Niente di tutto questo.
L’astuto estensore di norme, dopo aver elaborato centinaia di tabelle, incrociato giga di dati e mangiato migliaia di Pan di stelle (di cui è notoriamente ghiotto), ha finalmente trovato la causa ultima degli infortuni, la radice di ogni male, il vizio occulto che stava vanificando tutti i suoi sforzi: gli UMARELL.

Umarell

Proprio loro.
Parliamo di quegli – apparentemente – innocui anziani che appena vedono un cantiere entrano in uno stato di coma vigile che impedisce loro di distogliere gli occhi dalle lavorazioni, mantenendo un’attenzione costante a quello che accade nel cantiere.
A quanto pare, costoro, con i loro commenti e la loro presenza distraggono il lavoratore che, come si sa, mi si emoziona per un nonnulla, finendo col fargli commettere errori che si traducono in infortuni.
Nella banca dati dell’INAIL c’è un caso in cui un umarell usava una cerbottana per attirare l’attenzione dei lavoratori che montavano un ponteggio, causando la caduta di uno di questi. L’umarell si è difeso sostenendo che quelli avevano scordato di mettere una fascia fermapiedi. Per dire dove arriva l’effetto umarell….
E del resto, gli umarell mi agiscono fuori dall’area di cantiere, dove gli ispettori di ASL o Ministero del lavoro non possono intervenire…

E non finisce qui: accalcandosi fuori dalla recinzione del cantiere, gli umarell rallentano il traffico, ostruiscono le piste ciclabili, impediscono il passaggio delle mamme col passeggino. Lo stato catatonico in cui versano, non gli consente di visualizzare nulla di ciò che accade fuori dall’area di cantiere.
Capite anche da soli come il problema non si limiti alla sicurezza sul lavoro, ma sia un vero e proprio problema di pubblica sicurezza, sul quale le ASL ed il personale del Ministero del Lavoro non hanno competenza.

Questo il legislatore ora lo sa e così ha escogitato l’arma «Fine di mondo», la soluzione finale per eradicare il problema: l’obbligo di invio della notifica preliminare anche al PREFETTO, contenuta nel Decreto Sicurezza (o Decreto Salvini) che modifica l’articolo 99, comma 1, del D.Lgs. n. 81/2008*.

La scelta è comprensibile, data l’emergenza del fenomeno: secondo il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, il prefetto ha tra i suoi poteri quello di adottare provvedimenti contingibili ed urgenti, se indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica.
Non so… Penso per esempio all’idea di campi di concentramento per umarell, al DASPO dai cantieri per i più riottosi.

Ma possono anche essere attrezzate apposite aree sicure, lontane dai centri abitati, con cantieri finti nei quali l’umarell possa sollazzarsi ed, eventualmente, provare a recuperarli con dei servizi sociali, tipo fargli mettere i coni di segnalazione per i cantieri stradali, fargli  fare la stesura dell’asfalto. Cose così.

Ben fatto!!!

 

*È tutto vero… Intendo la faccenda della notifica preliminare al Prefetto: art. 28 dello schema di Decreto

 

Pubblicato in: dove sta scritto?, Normativa

Dove sta scritto?… Uffici in condominio

Riunione di condominioIo (in qualità di consulente): «…E poi ci sarebbero da installare lampade di emergenza e segnaletica lungo le rampe di scale e occorre invertire il verso di apertura dell’uscita di emergenza»

Cliente (in qualità di datore di lavoro): «Ma mica devo farlo io… Io sono semplicemente in affitto. E poi le scale e il portone sono del condominio… Ci devono pensare loro a metterle a posto»

Io: «Guardi la capisco… Anch’io vivo in un condominio e… A proposito, sapeva che il termine condomino deriva dall’inglese «condom» («profilattico» in italiano), evocativo della tipica forma ad apparato urogenitale che caratterizza la testa di quei soggetti che, anziché vivere in un condominio, vivono per il condominio, avendo come unica ragione di vita quella di trasformare le riunioni di condominio in una rappresentazione delle Nozze Rosse di Game of Thrones? Ma sto divagandando… No, purtroppo è un problema tutto suo»

Dove sta scritto?

Nota prot. n. P1560/4122 sott. 54 del 07-12-1998

Al riguardo si precisa che negli edifici a destinazione mista in cui siano presenti ai vari piani oltre ad appartamenti di civile abitazione, anche locali adibiti ad uffici, studi professionali ed altre attività lavorative compatibili con la destinazione d’uso dell’edificio, le vie di uscita comuni devono essere conformi alle norme di sicurezza dei luoghi di lavoro. Ciò premesso ne consegue che il sistema di apertura dei portoni condominiali, di ingresso all’edificio, deve conformarsi ai criteri stabiliti al punto 3.10 dell’allegato III al D.M. 10 marzo 1998, emanato dal Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro del Lavoro, in attuazione al dettato dell’art. 13 del decreto legislativo n° 626/1994.

Aggiungo: …e non è un problema del condominio. Quello sta bene così come sta.
Sei tu che c’hai messo un ufficio dentro e sei obbligato a rispettare le norme antinfortunistiche.

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

La situazione è grave ma non seria

keep Calm154 morti sul lavoro da inizio anno e oggi è il decennale dell’approvazione del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 (da qui potete scaricarvi il testo della norma in formato ePub).

Parlo a te, legislatore, componente della Conferenza Stato-Regioni, membro di qualche Commissione consultiva permanente: mantieni la calma.

Respira… Così, bravo… No, non agitarti… Buono, stai calmo…Non digrignare i denti.

Soprattutto non toccare niente! Non sei obbligato a scrivere una nuova legge, accordo o altro. Per carità, hai già fatto abbastanza.

Stai tranquillo, non c’è nessuna emergenza infortuni in corso. Non sta succedendo nulla che la statistica non possa spiegare, nulla che non sia l’effetto a lungo termine dell’aver creato l’illusione che il semplice rispetto delle regole fosse condizione sufficiente per combattere le morti sul lavoro.

Anzi, guarda… Senza nessuna necessità di inventarsi ulteriori e strane fattispecie di delitti come l’omicidio sul lavoro, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, chiameremo questa tipologia di morte «lavoricidio».

Dicevo dell’illusione di combattere il lavoricidio con le norme. Ecco, questo è il risultato delle norme in 40 anni (direi un tempo statisticamente significativo!):

 

Schermata 2018-04-09 alle 10.12.12

Dal 1994, data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/94, la riduzione che pur c’è stata non ha fatto nient’altro che proseguire la tendenza precedente già in corso.

Questo è quello che succede quando si vuole sopperire con le norme e le sanzioni alla carenza di cultura, invece di rassegnarsi al fatto che la cultura precede ed è il fondamento delle norme.

E se non si investe in cultura, puoi fare le norme più fighe del mondo, ma le persone non ne comprenderanno mai il senso. E tu non solo hai continuato a scrivere norme che non sai manco scrivere, ma per di più non hai investito in cultura in questi anni.

Non c’è da stupirsi del fatto che la metà degli italiani abbia un’intelligenza inferiore alla media.

Molti di quelli che hanno letto la precedente affermazione, concorderanno con me.
Una buona parte di loro riterrà di ritrovarsi nell’altra metà.
Ma solo una minima parte si sarà resa conto che ho affermato un’ovvietà statistica.

Ecco, questa è un po’ la conferma di quello che dicevo prima. Quanto è difficile far capire il concetto di sicurezza a chi non ha la cultura del rischio necessaria per riconoscere un’affermazione lapalissiana come questa?

Che c’entra il rischio? Il rischio è probabilità, incertezza, comprensione delle correlazioni e delle causalità, dell’andamento degli eventi.
La comprensione del significato di questi elementi è indispensabile a tutti per poter prendere decisioni consapevoli e, per quanto possibile, «sicure».

Le persone non sono stupide, semplicemente spesso fanno scelte sbagliate e confondono il rischio e la sua valutazione con la certezza, basandosi su considerazioni fallaci o incomplete.

Ma per essere più sicuri, non bastano le norme, non basta la formazione. Ci vuole cultura.

 

Pubblicato in: Normativa

No, l’informazione ai lavoratori non la deve fare necessariamente il RSPP

MinLavOgni tanto viene presentato qualche quesito interessante in materia di sicurezza sul lavoro alla Commissione Interpelli.

Per carità, il concetto di “interessante” è ampiamente soggettivo e magari io non trovo interessanti cose che evidentemente trovano l’interesse di altri soggetti, altrimenti non avrebbero posto il quesito. Più che altro, è che spesso leggo interpelli su questioni per le quali mi dico: «Ma guarda tu se nel 2018 ancora c’è gente che ha certi dubbi».

Poi mi domando quanti quesiti arrivino alla Commissione Interpelli e se questa non scelga di rispondere solo a quelli facili (ma io penso male per natura e finirò all’inferno nella nona bolgia, quella dei seminatori di discordia).

Comunque, questa volta mi è piaciuta la domanda e la risposta. Parlo dell’Interpello 2/2017 (eh sì, l’anno si è concluso con solo due interpelli sulla sicurezza. Nel 2016 erano stati 12) in cui si chiede alla Commissione:

«Ma secondo te, l’obbligo di informazione ai lavoratori deve essere assolto in via “prioritaria ed esclusiva” dal RSPP?»

A parte che l’art. 33, comma 1, lett. f) afferma che è il Servizio di Prevenzione e Protezione tutto, non il solo RSPP, che deve «fornire ai lavoratori le informazioni di cui all’art. 36» (infatti, nell’interpello, su ‘sto punto, la Commissione gli fa il cazziatone all’UGL ), è un dettaglio: alla fine un RSPP ce l’hanno tutti.

E la Commissione risponde:

«…rientra nella scelta del datore di lavoro decidere, caso per caso, a chi affidare l’onere di erogare l’adeguata informazione a ciascuno dei propri lavoratori».

Quindi la questione è chiara: l’obbligo è del datore di lavoro e del dirigente ma questi, volendo, possono servirsi del SPP per assolvervi (ché mo’ non è che gli puoi dire di fare tutto al SPP: solo quello che rientra tra i compiti di cui all’art. 33).

Trovo interessante l’Interpello essenzialmente per tre motivi:

  1. conferma il ruolo meramente strumentale e consulenziale del SPP, un aspetto che dovrebbe ormai essere chiaro a tutto, ma non si sa mai. Ogni tanto ciccia fuori qualcuno che dice che fornire ai lavoratori le informazioni di cui all’art. 36 è un obbligo proprio del SPP…
  2. conferma, soprattutto, che è un compito non esclusivo del SPP, dato che ogni tanto ho letto o ascoltato interpretazioni ninja nelle quali si afferma che: «D’accordo l’obbligo è del datore di lavoro e del dirigente, ma deve essere assolto rivolgendosi a  forza al SPP».
  3. precisa, tra l’altro, che non necessariamente la prima scelta per fornire le informazioni ai lavoratori è il RSPP (o altri componenti del SPP).