Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza, valutazione dei rischi

Soluzioni che non lo erano

PaloQuello che vedete raffigurato in foto è un palo da barbiere.
Ora, stranamente, non tutti conoscono la storia del palo da barbiere, a dimostrazione delle gravi carenze del nostro sistema scolastico.
Ci penso io a colmare la lacuna e, al termine della lettura di questo articolo, mi ringrazierete: è una gran storia e vi cambierà la vita o, quantomeno, vi fornirà qualche argomento di conversazione durante le cene più noiose e imbarazzanti.

Tutto ha inizio nel 1139 che, come ricorderete, è l’anno del II Concilio Lateranense. Il Papa Innocenzo II, in quell’occasione, vietò al clero di praticare la medicina, oltre a stabilire tante altre cose (per esempio si chiarisce una volta per tutte che archi e balestre non possono essere usati contro i cristiani. Niente in contrario se devi ammazzarne uno, ma fallo da vicino…).

Ora, all’epoca, la medicina era praticata dai religiosi (i monasteri erano gli ospedali del tempo), i medici che uscivano dalle università e i cerusici. Questi ultimi, altri non erano che barbieri e macellai, gente che aveva dimestichezza con lame, ossa e sangue ed eseguiva le operazioni chirurgiche vere e proprie (amputazioni, estrazioni dentarie, incisione di ascessi e cisti, tutte cose considerate indegne per i medici “studiati” che, al contrario, scrutavano, annusavano e assaggiavano le feci e le urine, essendo queste operazioni che richiedevano un’alta qualifica… Eh, quando uno studia poi c’ha le sue soddisfazioni).

Poiché i salassi erano praticati dal personale religioso, quando questi non poterono più esercitare l’arte medica, il vuoto di mercato venne colmato dai barbieri.
Spesso le persone quando pensano al salasso, pensano a sanguisughe applicate sul corpo del paziente (che di pazienza all’epoca doveva averne davvero tanta). Ma questa fu una pratica che, se come me aveste studiato la storia del salasso, si diffuse solo nel 1800.
Prima di allora e dai tempi di Galeno di Pergamo (II secolo d.C., il primo ad avere la straordinaria intuizione che le malattie fossero dovuti ad uno squilibrio degli umori contenuti nel corpo), invece, i salassi venivano praticati con delle lame (dette lancette) con le quali venivano incise le vene, estraendo il sangue.
La teoria era: più stai male, più sangue ti devo prelevare. Generalmente, lo svenimento del paziente fungeva da timer.

Ai barbieri non parve vero e, non solo iniziarono a salassare a più non posso, ma la fecero diventare la loro pratica più diffusa. Il sangue veniva raccolto in vasi di vetro poi esposti fuori della bottega, un richiamo irresistibile per chi stava male, una sorta di insegna pubblicitaria: «QUI SI SALASSA».

Senonchè, nel 1307, a Londra fu varata una legge che vietava questa antiestetica usanza di esporre il sangue altrui sul marciapiede e si dispose che i reflui dei salassi venissero di volta in volta riversati nel Tamigi (eh, lo so…).

A quel punto i barbieri rimasero senza insegna e si inventarono il palo che, da quel momento, fece mostra di sé fuori dalle loro botteghe… il palo simboleggia l’asta che il paziente doveva stringere durante il salasso, la sfera sulla sommità ricorda il vaso nel quale si raccoglie il sangue, le strisce bianche rappresentano le garze che venivano usate per tamponare e quelle rosse… che ve lo dico a fare?
Negli Stati Uniti (dopo che furono scoperti da Colombo, anche loro fecero per prima cosa un palo da barbiere), venne aggiunta la striscia blu.

Questa splendida storia, grazie alla quale ho fatto cadere ai miei piedi stuoli di donne, ha anche dei rivolti interessanti e collaterali per chi si occupa di sicurezza.

Oggi il salasso non è più eseguito (se non dall’Agenzia delle Entrate e nel trattamento di alcune malattie come l’emocromatosi e la policitemia) ma, fino alla seconda metà del 1800, fu considerata una pratica efficace e consigliata dai medici, altamente diffusa.
Il problema è che essa, non solo è inefficace ma anche particolarmente pericolosa se effettuata su un organismo già di per sé indebolito da una malattia, senza considerare i rischi di setticemia derivanti dalla scarse condizioni igieniche con le quali si operava ai tempi.
George Washington, per dire, morì per gli effetti collaterali di un salasso. Era il 1799.

In sostanza col salasso, per circa 17 secoli, i medici si sono adoperati con il massimo impegno nel far fuori i loro pazienti.
E mica solo col salasso… La banale pratica di lavarsi le mani prima di metterle addosso ad una partoriente, fu “scoperta” nella seconda metà del 1800 da un ostetrico, Semmelweis, il quale, anziché essere acclamato come una delle persone che avrebbe contribuito a salvare più persone nella storia dell’umanità,  venne ridicolizzato dai colleghi che, addirittura facevano gli offesi quando lui sosteneva che essi fossero, in pratica, degli “untori”. L’ostetrico Charles Meigs, suo contemporaneo, dichiarò: «Le mani di un gentiluomo sono pulite». Evidentemente i batteri erano roba da poveri. Nel frattempo oltre il 10% delle partorienti moriva di febbre puerperale. Ironia della sorte, Semmelweis morì di setticemia a seguito di un intervento chirurgico.
Per dirne altri, il mercurio e l’arsenico erano impiegati a scopo terapeutico e profilattico. Esattamente quello che ti viene in mente di prendere quando hai mal di testa…

Ai tempi, andare dal medico era una delle principali cause di morte.

Ciò che ci deve interrogare, al di là delle singole cause, sono i meccanismi che impedivano ai dottori dell’epoca di rendersi conto di quanto la loro azione fosse iatrogena (parola complicata che significa semplicemente che la cura è peggiore del male).

La risposta è racchiusa essenzialmente in due fattori tra loro indipendenti ma ad azione combinata:

  1. mancanza di evidente correlazione tra la morte del paziente e la propria azione. Tra il non lavarsi le mani, somministrare mercurio, praticare il salasso e la conseguente morte del paziente potevano passare ore, giorni. E nel frattempo succedevano cose e, ognuna di esse, poteva essere utilizzata come spiegazione alternativa dell’evento, piuttosto che ammettere la propria responsabilità. Del resto, molti guarivano, nonostante “la cura”, ed in questi casi era possibile affermare che fosse stata proprio la terapia a salvarli, mentre se morivano… Beh, evidentemente non c’era niente da fare per loro, erano già spacciati;
  2. l’assunto di partenza: la terapia è corretta perché tutti fanno così e da tempo immemore si fa così. L’efficacia del metodo era basata sulla sua credibilità, costruita su aneddoti, false credenze, presunta autorevolezza del suo inventore. Questo modo di ragionare, nel campo della medicina e della scienza in genere, è stato rivoluzionato dall’introduzione del metodo scientifico.

Nel settore in cui opero, quello della sicurezza sul lavoro, temo che, in modi diversi, assistiamo in molti casi all’azione di questi meccanismi.
C’è un assunto di partenza, ovvero che tutti i rischi siano «prevedibili» e, di conseguenza, «prevenibili». Se ti impegni nella valutazione dei rischi il futuro ti verrà rivelato, qualunque dinamica incidentale può essere prevista. Se l’incidente accade è perché non ti sei impegnato a sufficienza… Come hai potuto non pensarci? Eppure ti era stato esplicitamente chiesto di valutare «TUTTI i rischi». Evidentemente hai valutato «TUTTI-1 i rischi».
Siccome col senno di poi, in effetti, il futuro appare un po’ meno oscuro, sarà sempre possibile affermare a valle di un incidente l’assenza del suddetto impegno.
Ma quando l’incidente non è accaduto, il primo fattore è in agguato: non c’è nessuna evidente correlazione tra la mancanza di incidenti e la correttezza della valutazione dei rischi… Per certi versi, per i medici era più facile: avrebbero anche potuto intuire qualcosa correlando la loro azione con la morte del paziente. Ma in assenza di incidenti, come è possibile intuire qualcosa da un non evento?

E quando la causa non è attribuita ad una carente valutazione dei rischi, l’assunto diventa la mancata vigilanza e/o l’insufficiente formazione e/o il comportamento scorretto del lavoratore e/o… Sarà sempre possibile trovare una causa a monte dell’incidente che giustifichi la bontà degli assunti.

Ciò che temo è che l’attuale sistema di regole per la tutela dei lavoratori sia basato su assunti ampiamente carenti.
Non dico sbagliati, questo no.
Ma di scarsa efficacia, abbondantemente sì.
Non venitemi a dire che gli infortuni sul lavoro sono diminuiti, perchè in assenza di un esame a doppio cieco, affermare che questo dato è correlato alla bontà degli assunti è come affermare che l’omeopatia funziona basandosi sul numero di persone che guarisce assumendo farmaci omeopatici.
Una possibile spiegazione alternativa è semplicemente che utilizziamo tecnologie più sicure che in passato ed è aumentato complessivamente l'”impegno”, la consapevolezza. Ma questo ha poco a che vedere con la reale efficacia della valutazione dei rischi come arma «fine di mondo» che è il paradigma attuale (es. vedi art. 15 del D.Lgs. n. 81/2008)

Ciò che temo è che questi assunti non vogliono essere messi in discussione e, di conseguenza, si cercano e si trovano sempre spiegazioni degli incidenti coerenti con la mancata adozione di questa o quell’altra misura, con questo impedendosi di andare oltre, di guardare più avanti, di cercare terapie alternative più efficaci.

Se a qualcuno interessasse, in questo libro ho approfondito l’argomento.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, vuol dire che sei sopravvissuto a tutte le cure a cui ti sei sottoposto. Fino ad oggi, ma non sfidare la sorte.
Questo blog induce mitridatismo: ti rende immune somministrandoti piccole dosi, non letali, di veleno. L’importante è rispettare la posologia. Se salti una dose, ricominci daccapo.
Quindi ti conviene organizzarti. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io, curatore, guaritore e cerusico di questo blog.
Non puoi guarire semplicemente guardando la mia foto. Anzi, le elevate dosi di fascino che essa emana rischiano di generarti un attacco di sindrome di Stendhal.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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La materia oscura della sicurezza

Materia oscuraCon un gruppo di amici/colleghi, abbiamo fatto una visita presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (nel seguito LNGS).
Avendo un’insana passione per la meccanica quantistica, alla sola idea di passare qualche ora in uno dei templi della fisica particellare, mi sono sentito come un onanista che visitava il caveau della Banca del seme.

Tutti si immaginano i LNGS come un luogo freddo e umido, sepolti sotto 1400 m di nuda e fredda roccia, colmi di strane e oscure apparecchiature, nei quali non entra mai la luce del sole e in cui le persone passano il loro tempo dentro lunghi tunnel, respirando aria viziata.
Mentre invece, no: l’aria non è viziata.

Stiamo parlando di un luogo nel quale, pur di fare un selfie ai neutrini prodotti dal sole, non si sono limitati a mettersi oltre 1 km di pietra sulla testa per schermare lo schermabile di tutte le altre particelle che ci arrivano dallo spazio, ma utilizzano un “coso” pieno di un liquido scintillatore che praticamente non emette radiazioni (per capirci, su 100.000 miliardi di atomi di ‘sto liquido, c’è un solo nucleo radioattivo. Uno.).
Se non vi siete ancora fatti un’idea, in un altro marchingegno c’è il metro cubo più freddo del pianeta: 0,008 K  (8 millesimi di grado) sopra lo zero assoluto.

Ma quello che mi ha letteralmente fatto impazzire è stato l’esperimento XENON1T, un aggeggio pieno di 3300 kg di xenon (un gas raro, talmente raro che in natura esiste solo nei fari delle auto) che ha lo scopo di rilevare la MATERIA OSCURA.

Quelli di voi che quando ho scritto “materia oscura” non hanno sentito un tuffo al cuore e non sanno di cosa io stia parlando, sono avvertiti: se continuate a leggere la vostra vita non sarà più la stessa.
In parole povere, agli scienziati i conti non tornano. Ma non è che non tornano di poco. È come se voi andaste dal macellaio a comprare delle fettine di lonza di maiale per fare la sera le scaloppine al limone; quello, invece di pesarle, fa dei calcoli basati sulla densità del suino e vi dice che dovrebbero essere circa 1 kg. Pagate, tornate a casa le pesate e scoprite che pesano in realtà solo un etto e mezzo, cioè l’85% in meno.
Ecco, in pratica, facendo due conti, gli scienziati, osservando come si muovono le galassie, sono arrivati alla conclusione che quelle non si possono muovere così. Non con la massa che c’è in giro, quella che vediamo e conosciamo, quella di cui siamo fatti io, voi e anche Di Maio, nonché le stelle (che poi, è vero come diceva Sagan, che «Siamo fatti di polvere di stelle»).
E, calcolatrice alla mano, le galassie, per fare quello che fanno, dovrebbero “pesare” l’85% in più… che va bene, mentire sul proprio peso, ma così è troppo.

E qui gli scienziati io li capisco. Ti immagini dover rivedere tutto il modello cosmologico attuale, a partire dalla faccenda del Big Bang, proprio ora che tutti i pezzi del puzzle sembravano andare al loro posto? No, mai.
Quindi fanno quello che facevo pure io durante i compiti in classe di matematica, quando mi uscivano risultati strani… Si fanno tornare i conti dicendo: «Ehi, funziona tutto… basta aggiungere l’85% di massa all’universo».
Massa che, ovviamente, nessuno ha mai visto, né rilevato, né sa come sia fatta e quindi l’hanno chiamata “oscura” (l’ipotesi alternativa non è migliore: facendo i conti, infatti, tutto torna se all’universo aggiungiamo “appena” il 70% di energia – oscura pure quella – e ammettiamo che la teoria della relatività generale non funziona bene).

E, proprio ieri, James Peebles ha vinto il premio Nobel della fisica, tra l’altro, per le teorie sulla materia oscura. Appena dopo la mia visita ai LNGS. Una coincidenza? Io non credo.

Il metodo scientifico è meraviglioso per questo: si fanno ipotesi e teorie, si cercano evidenze empiriche e le si analizza mediante rigorose analisi. E così facendo ci si avvicina sempre più alla conoscenza della realtà.
In campo scientifico, anche le ipotesi più assurde – purché empiricamente dimostrabili – hanno diritto di cittadinanza. Poi, ovviamente, ci saranno ipotesi più “credibili” (ossia “probabili”) di altre, ma è così che funziona. Lo hanno già fatto con la scoperta di Nettuno che nessuno aveva visto (appena il quarto pianeta più grande del sistema solare, eh) ma che doveva esistere per farsi tornare i conti dell’orbita di Urano e anche con il bosone di Higgs.
Ed è per questo che la ricerca della materia oscura è così affascinante: si cerca l’evidenza di qualcosa che, finora, è pura e semplice deduzione.

E quando trovi una “prova” della validità della teoria, la teoria diventa più “credibile”, diventa punto di partenza per altre teorie.

Ed è per questo che, a mio avviso, il nostro approccio alla sicurezza non funziona bene.
Finché continueremo a confondere la «sicurezza» con l’«assenza di incidenti», non faremo altro che ottenere esattamente quello che cerchiamo: la prova che se non succede nulla allora stiamo facendo bene.
Un po’ come dire che Totò Riina non era un assassino perché lo incontrai in un bar e… guardatemi sono ancora vivo.

Voi dite che non ragionate così?
Vediamo, facciamo un test.


Domanda N°1: Cosa si nasconde sotto il rettangolo nero?
1Risposte:
A. 2
B.  Come diavolo faccio a saperlo?


Domanda N°2: Fa caldo e hai ospiti a tavola. L’ospite ti chiede: «Mi versi l’acqua?» Che fai?
Risposte:
A. Prendi la bottiglia che hai di fronte e riempi il suo bicchiere di acqua.
B. Non so che fare.


Domanda N°3: cosa vedi?
4Risposte:
A. Un pallino nero
B. Non so rispondere


Molti di voi avranno trovato facile questo test.
Non ho mai dubitato delle vostre capacità, non per nulla seguite questo blog.

Provate ora con questo altro set di domande e risposte:


Domanda N°1: Cosa si nasconde sotto il rettangolo nero?
1Risposte:
A. 2
B. 3
C.  Il codice bancomat dell’Ing. Rotella


Domanda N°2: Fa caldo e hai ospiti a tavola. L’ospite ti chiede: «Mi versi l’acqua?» Che fai?
Risposte:
A. Prendi la bottiglia che hai di fronte e riempi il suo bicchiere di acqua.
B. Prendi la bottiglia e versi il suo contenuto addosso al tuo ospite.
C. Rovesci sul tavolo l’acqua contenuta nel bicchiere del tuo ospite


Domanda N°3: cosa vedi?
4Risposte:
A. Un pallino nero
B. Un monitor con uno sfondo bianco e un sacco di scritte, segni, ecc.
C. La bandiera del Giappone in bianco e nero


Non esiste una risposta giusta. Eppure, non riusciamo ad assegnare a tutte le risposte la medesima valenza. Ne facciamo una questione di significato, di probabilità, di esperienza… comunque siamo in grado di operare una scelta, mentre se fossimo dei computer, non avremmo mai potuto scegliere una risposta anziché l’altra, nemmeno nel caso del primo test.

Questo è il peso del ragionamento induttivo: anche se la logica ti suggerisce di non credere ciecamente che l’assenza di incidenti sia prova della presenza di una condizione di sicurezza, non puoi farne a meno.
Fondamentalmente, come i fisici del LNGS cercano di catturare le particelle che vagano nell’universo, noi cerchiamo di catturare le condizioni di pericolo che potrebbero minacciarci. In entrambi i casi si tratta di eventi rari.

Ma, se nel caso della fisica ogni giorno che passa senza che la particella si faccia vedere rende la teoria relativa all’esistenza della particella sempre meno probabile, nel caso della sicurezza, ogni giorno in più senza incidenti, conferma la teoria della presenza di una condizione di sicurezza. L’esempio che faccio è sempre lo stesso: il fatto che per il singolo individuo l’incidente sia un evento raro, lo spinge a sopravvalutare la condizione di sicurezza – per esempio mentre guida – confondendo l’assenza di incidenti con la presenza di sicurezza.

Dobbiamo smetterla di andare semplicemente a caccia di incidenti. È vero che sono osservabili, ma si tratta “particelle rare” e, in ogni caso, la loro rilevazione ci dice solo cosa è sbagliato, ma non ci dice nulla su ciò che è giusto.
Non fraintendetemi: il loro studio è necessario, ma si tratta di lezioni occasionali e di natura reattiva. Devi aspettare l’incidente o qualcosa che non vada per il verso giusto per imparare qualcosa.

Le «cose che vanno male» per la sicurezza, sono come la materia ordinaria per l’universo: una piccola percentuale.
La materia oscura della sicurezza, il grosso della massa di cui la sicurezza è composta, è costituita dalle «cose che vanno bene». Come dice Hollnagel, è da quelle che dobbiamo imparare, soprattutto perché sono una lezione quotidiana e anche perchè se riesci a capire come fare in modo che le cose vadano sempre bene, automaticamente starai impedendo che le cose vadano male e contemporaneamente avrai migliorato efficienza, produttività e qualità.


CREDITS
Voglio ringraziare l’Ing. Marco Tobia e il Geom. Gabriele Mantini che ci hanno accompagnato nei Laboratori del Gran Sasso. È stato un privilegio conoscerli.

Grazie all’Ing. Giuseppe Visciotti che ha organizzato la giornata. Hai realizzato un sogno che avevo da molti anni.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, vuol dire che l’Universo ha tramato perché tu finissi su questo blog.
Che tu sia una particella rara o un semplice fotone, indipendentemente dalla tua capacità di interazione con la materia, adesso sei qui.
Questo blog è come un buco nero: ormai non puoi più uscirne.
Quindi smettila di dimenarti e renditi la vita più facile. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io e io sono più della somma delle particelle di cui sono composto.
Non cercare di ricavare energia dalla fusione dei miei atomi: rischieresti di annichilire l’universo. 
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: cultura della sicurezza

Rischio e cambiamento climatico

Climate_change_timelineCos’è il rischio? Siamo abituati a considerarlo una combinazione di probabilità e di danno, ma a me piace la definizione che ne dà la norma ISO 31000:

il rischio è l’effetto dell’incertezza sugli obiettivi.

In sostanza, la norma ci dice che il rischio è la distanza (l’«effetto») che si può generare dal raggiungimento dei nostri obiettivi a causa di una condizione di carenza di informazioni («incertezza») su come stiano davvero le cose.

Ciò che apprezzo di questa definizione è la sua neutralità, il fatto che non si concentri in modo esclusivo sul lato negativo del rischio (quello legato al danno), ma suggerisce che, laddove l’effetto fosse positivo, quella stessa incertezza si potrebbe tradurre in un vantaggio (opportunità).

Checché se ne dica, gli effetti del cambiamento climatico sono affetti da incertezza. L’intero ultimo rapporto dell’IPCC è espresso in termini di confidenza e di probabilità per ciascuna conclusione, perché è così che la scienza si esprime.
Ed esiste una graduatoria ben precisa nei termini utilizzati.

Dove si parla di probabilità, la valutazione è quantitativa.
Se scrivessero, ad esempio, che l’effetto virtualmente certo di un aumento di 5°C sarebbe lo scioglimento e successiva evaporazione di tutta la Nutella del pianeta, secondo il linguaggio utilizzato, virtualmente certo significherebbe una probabilità del 99-100%.

Ora, il punto di partenza di ogni altra discussione sul cambiamento climatico è che il riscaldamento globale raggiungerà 1,5°C tra il 2030 e il 2052 se continuerà ad aumentare con l’attuale tasso.
Questa previsione – la madre di tutte le previsioni – è ritenuta probabile nel rapporto IPCC ovvero ha una probabilità di verificarsi compresa tra 66% e 100%.
Perciò, c’è un massimo del 33% di probabilità che il fenomeno non si verifichi, senza fare assolutamente nulla.

C’è, cioè, incertezza sugli obiettivi ovvero carenza di informazioni.
Questa è la conclusione attuale della scienza maggioritaria (figurati quello che dicono gli scettici).

E c’è una bella differenza tra le due ipotesi. Per capirci, per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C occorrerà aumentare gli investimenti medi annuali di 900 miliardi di dollari. E questo per il solo settore energetico.
E non pensate che si possa pagare alla romana… E nemmeno che sia una semplice questione di soldi (ma questo è un argomento molto complesso).

Personalmente il mio ragionamento è di un altro tipo.
Prendiamo una percentuale del 99%. È una bella percentuale. Se associata ad una probabilità, l’uomo comune la considera una certezza, anche se in effetti non è una certezza, perché c’è 1 possibilità su 100 che il fenomeno non si verifichi.
Bene.

Quanti di voi salirebbero su un aereo che ha l’1% di probabilità di avere una bomba a bordo?
Con probabilità enormemente inferiori a questa, gli aerei restano a terra, tutti i voli da e per quell’aeroporto vengono sospesi, i passeggeri vengono sottoposti ad ispezioni anali da nerboruti addetti alla sicurezza con dita grosse come salsicce di cinghiale e sono sospesi i diritti costituzionali come quello di portare a bordo una pompetta per il clistere (giuro, mi è successo. La uso per pulire gli obiettivi della macchina fotografica, ma siete liberi di non credermi e attribuirmi anche altri usi al limite del reato penale).

E a differenza di una telefonata anonima che ci avverte di una bomba a bordo, in questo caso l’allarme proviene da fonti affidabili. Sicure? No, ma affidabili. Almeno tanto quanto quelle che ti dicono che non ci sono prove che vi siano bombe a bordo (l’ho appena detto anch’io). E le probabilità che segnalano non sono dell’1%.

La posizione di quelli che affermano: «non ci sono prove…» è legittima ma poco saggia. Quante volte l’ho scritto in questo blog?

Assenza di prove non è prova dell’assenza.

Ma è qui che il dibattito abbandona e deve abbandonare il piano squisitamente scientifico, raggiungendo il livello politico.
E quelli che dicono che dovrebbero parlare solo gli scienziati, che una ragazza di 16 anni non ha alcun titolo per parlare di cambiamento climatico, dicono una stupidaggine.

Una volta che la scienza ha raggiunto un certo grado di consenso su una conclusione e ha fornito i dati, ciò che conta è l’«effetto dell’incertezza sugli obiettivi» e sul merito la posizione della scienza  ne è un’autorevole componente, ma pur sempre e solo una componente.
Perché il vero tema diventa se fare qualcosa (ad esempio i decisori politici potrebbero appellarsi all’incertezza della scienza per non prendere alcuna decisione), cosa fare e come farlo. Ed è qui che la faccenda si complica orrendamente. Ed è qui che le visioni divergono, ed è qui che perdere di vista la complessità crea danni, ed è qui che evidentemente non è stata bene compresa la difficoltà della soluzione.

Anche solo limitandosi alle scelte individuali, il seguente diagramma riporta il peso delle loro emissioni (fonte):

RisparmioCO2

Si riferisce a paesi ricchi. Se ciascuno di noi ha un budget di 2 tonnellate di CO2 (equivalenti) all’anno, l’ha già consumato semplicemente utilizzando un’auto a benzina, mentre se ha un’auto ibrida si troverebbe proprio al limite, per cui se entrasse in uno stato di morte apparente per il resto dell’anno sarebbe perfetto.

Come vedete, le azioni in verde, quelle ad alto impatto, comportano rinunce notevoli, la prima e la principale delle quali è di natura esistenziale: avere un figlio in meno.
Se per molti di noi l’uso dell’aereo non è una necessità (ma toglietevi dalla testa per le ferie di poter andare e tornare in aereo dall’altra parte del mondo), la rinuncia all’uso dell’auto, l’acquisto di un’auto più efficiente, l’eliminazione completa della carne e dei latticini dalla propria dieta, sono scelte impegnative.
Sostituire le lampadine, lavare i panni con acqua fredda e non usare l’asciugatrice, hanno un impatto notevolmente limitato. E così, anche il riciclaggio c’entra ben poco.

E queste sono le scelte individuali. Pensa quelle collettive, quelle che «come tocchi qualcosa fai danno» perché se mal governate significano maggiore povertà, più fame e miseria, immigrazione…

Ricordiamo tuttavia che la definizione della ISO 31000 ci dice che l’incertezza può anche rappresentare un’opportunità e avere, dunque, un esito positivo e, personalmente, è proprio quello che mi aspetto senza per questo pensare di essere un ingenuo ottimista.

 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, se sei finito su questo blog non è un caso.
Lo hanno voluto gli Dei antichi e nuovi. Forse uno strappo del tessuto spazio-tempo. Male che va te lo ha suggerito Google. Comunque sei qui.
Non sottovalutare questi segnali. Non ribellarti al Fato.
Che tu visiti siti sporcaccioni o cerchi ricette di cucina moldave, questo blog continuerà a essere ciò che realmente vuoi.
Bramerai i prossimi articoli. Supplicherai che scriva qualcos’altro.
Ti conviene propiziarti gli Dei, iscrivendoti al blog. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi mostra la mia forma mortale, il guscio muscolare che racchiude la mia essenza.
Non è necessario che elevi inni a mio nome, mi imbarazzi. Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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Dove sta scritto?… Abilitazione all’uso di attrezzature

800px-The_fall_of_harrenhal_by_reneaigner-d4lr28cDomenica scorsa ho portato mio figlio al mare.

Il bambino ha due anni e mezzo e, per semplicità di trattazione, lo chiamerò nel seguito “Bambino”. Il suo nome di battesimo è, in realtà, Itztlacoliuhqui-Ixquimilli perchè da subito la sua…  “esuberanza” mi ha ricordato l’omonimo dio Azteco, avente le seguenti prerogative:

  • Dio dell’oscurità, dei disastri, della febbre e dell’ossidiana;
  • Dio della pietra, in modo specifico, dei coltelli di pietra sacrificali.
  • Dio della seconda ora della notte.

Dicevamo, Bambino mi fa: «Costruiamo un castello di sabbia?».

Io, che sui castelli di sabbia c’ho perfino sostenuto un esame, gli rispondo da padre premuroso (e anche per non irritarlo): «Bell’idea. Sai perchè il castello di sabbia sta in piedi? Adesso papà te lo spiega…».

Bambino: «Voglio costruire il castello di Harrenhal. E dovremo anche sciogliere la sabbia col fuoco per ricreare l’effetto dell’attacco dei draghi di Aegon il Conquistatore».

Io: «Sì, non credo che il proprietario del lido avrà nulla da ridire se costruiamo una fornace tra gli ombrelloni per portare la sabbia a circa 2300°C. Giusto per vetrificarla un po’…».

Bambino: «Il castello dovrà essere a grandezza naturale. Scala 1:1. Coi pavimenti in ardesia liscia».

Arriva il momento in cui un genitore si trova a dover rispondere delle proprie scelte educative, anche quelle apparentemente più innocue, come aver preferito che Bambino guardasse Game of Thrones invece di Masha e l’Orso.

È importante, se il bambino ti mette alla prova, non mandare messaggi contrastanti, altrimenti finisce che non ti crederà più quando cercherai di spiegargli l’importanza di costruire bunker e accumulare viveri per prepararsi all’imminente avvento dell’epidemia zombie che falcidierà la specie umana (se non avete ancora iniziato, muovetevi. Manca poco).

Così, vado a noleggiare a freddo un miniescavatore per iniziare a scavare le fondamenta del castello.
Ed ero lì che mi accingevo a pagare, quando il noleggiatore mi fa: «Mi dispiace, ma non posso darglielo… Lei non è abilitato all’uso degli escavatori idraulici come previsto dall’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012».

Ed io: «Lei si sbaglia. Il miniescavatore lo posso utilizzare anche con il brevetto di parapendio».

DOVE STA SCRITTO?

Gli escavatori idraulici rientrano, in effetti, tra le attrezzature per le quali l’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012 prevede l’abilitazione all’uso.
Essi sono così definiti nell’Accordo medesimo:

Escavatori idraulici: macchina semovente a ruote, a cingoli o ad appoggi articolati, provvista di una struttura: superiore (torretta) normalmente in grado dì ruotare di 360° e che supporta un braccio escavatore azionato da un sistema idraulico e progettata principalmente per scavare con una cucchiaia o una benna rimanendo ferma, con massa operativa maggiore di 6000 kg.

Il caso vuole che la norma UNI EN 474-5 «Macchine movimento terra: Requisiti per escavatori idraulici» definisca, al paragrafo 3.1.2:

compact excavator
excavator and minimal swing radius excavator with an operating mass (see ISO 6016:1998) of less than or equal to 6.000 kg.

Un miniescavatore, per definizione, ha dunque una massa operativa inferiore alla soglia oltre la quale diviene obbligatoria l’abilitazione all’utilizzo.
In caso di dubbi, tuttavia, basta guardare il manuale dell’attrezzatura per verificarne la massa operativa.

Medesimo discorso riguarda anche le pale caricatrici frontalicosì definite dall’Accordo:

Pale caricatrici frontali: macchina semovente a ruote o a cingoli, prowista dì una parte anteriore che funge da sostegno ad un dispositivo di carico, progettata principalmente per il carico o lo scavo per mezzo di una benna tramite il movimento in avanti della macchina, con massa operativa maggiore di 4500 kg.

In questo caso, è la norma UNI EN 474-3 «Macchine movimento terra: Requisiti per caricatori» a definire, al paragrafo 3.2:

compact loader
loader with an operating mass (see ISO 6016:1998) of 4.500 kg or less, designed to work in confined spaces with the associated needs for greater manoeuvrability

Quindi no, miniescavatori o minipale caricatrici frontali non necessitano di abilitazione all’utilizzo.

Ovviamente, questo non significa che possano essere condotte senza la minima preparazione. In tal senso, in questi casi si applica quanto previsto dall’art. 73, comma 4 del D.Lgs. n. 81/2008 che prevede formazione, informazione e addestramento per l’uso di queste attrezzature poiché certamente richiedono «conoscenze e responsabilità particolari».

 


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Pubblicato in: cultura della sicurezza

La selezione naturale degli errori

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Prendi una scimmia e digli di battere a caso i tasti sulla tastiera del tuo computer.
Dopo un tempo sufficientemente lungo, la scimmia avrà riprodotto casualmente la «Divina commedia» o l’«Amleto». Così ha detto qualcuno.
Non so quanto viva una scimmia, ma è possibile calcolare quanto può essere lungo a sufficienza il tempo necessario per riprodurre la seguente frase tratta dall’Amleto:

Methinks it is like a weasel

che significa «O forse somiglia a una donnola».

In tutto 28 caratteri, spazi compresi.
Le lettere dell’alfabeto (comprese ‘j, k, w, x, y’) sono 26, più lo spazio siamo a 27. Questo significa che la probabilità di imbroccare la prima lettera della frase “m” al primo tentativo è 1/27.
La probabilità di beccare anche la lettera “e” successiva è pari alla probabilità di aver già beccato la “m”, moltiplicata per quella di imbroccare la “e”, cioè (1/27) x (1/27).

Quindi per tutta la frase, la probabilità è (1/27)^28.
A parte gli spiccioli, la probabilità è cioè di:

1 su 10.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000

Bassina  (dopo l’1 ci sono 40 zeri). Quindi, diciamo che ci vuole un po’ di tempo (l’universo esiste solo da 4×10^17 secondi).

Supponiamo ora di avere un computer che faccia la stessa cosa, ma con una variazione: partendo da una serie di frasi a caso di 28 lettere (come la scimmia), seleziona quella che somiglia di più alla frase pronunciata da Amleto, per esempio WDLTMNLT DTJBSWIRZREZLMQCOP (se fate un controllo vedrete che ci sono alcune lettere e uno spazio nella posizione corretta).

Dopodiché il computer ripete i tentativi con un’altra generazione di frasi casuali, mutando solo le lettere che non vanno bene. Dopo 10 generazioni abbiamo MDLDMNLS ITJISWHRZREZ MECS P.

Dopo 43 generazioni, avremo la nostra frase. Con un computer moderno, credo che ci voglia meno di un secondo. Se non fossero 43, sarebbero 45 o 40 generazioni (resta comunque un processo parzialmente casuale), ma questo è…

Questo esempio è tratto dal bellissimo «L’orologiaio cieco» di R. Dawkins, un libro che confuta le tesi creazioniste, spiegando come sia stato possibile per l’evoluzione creare roba altamente improbabile come l’occhio umano o l’emoglobina e qualunque altra cosa vediate intorno a voi, persino la Conferenza Stato-Regioni (chi ha detto che l’evoluzione sia buona?).

Il punto è che se devi fare una tigre, non è che ogni volta riparti da zero, ma utilizzi le prove precedenti, selezionate al fine di ciò che meglio si adatta allo scopo.

Ecco, questo è.

Osservo mio figlio di due anni e mezzo. La metafora secondo la quale i bambini a quell’età sarebbero delle spugne è sbagliata: la spugna non fa distinzioni, assorbe tutto. I bambini, invece, prendono dal mondo esterno solo ciò che gli fa comodo per il raggiungimento dei loro “obiettivi” ed usano allo scopo l’euristica “trial and error” (prova ed errore), scartando la roba che non funziona e migliorando a passi incrementali, utilizzando come punto di partenza del passo successivo, il punto di arrivo del passo precedente.

Ma questo è anche quello che facciamo da adulti. È, banalmente, il processo di apprendimento più efficace.

Qual è il problema? il fatto che ci sia un obiettivo. Non l’obiettivo in sé, ma il percorso.
A differenza dei processi di selezione naturale (che non hanno obiettivi a lungo termine), noi un obiettivo lo abbiamo sempre: imparare a guidare, dipingere un muro, realizzare un impianto elettrico… E ci perfezioniamo sempre di più, con in testa, fin dall’inizio, quel preciso obiettivo.

Nel nostro processo di apprendimento, ci focalizziamo sul risultato e spesso perdiamo di vista il percorso. In effetti, se il successivo passo incrementale ci ha avvicinato al successo, perché dovremmo mettere in discussione quello che abbiamo appreso?

Ci sono essenzialmente due motivi per farlo.

  1. nel processo di selezione saremmo portati a escludere gli errori. Questo se effettivamente gli errori si manifestassero, in modo da darci il modo di riconoscerli ed escluderli. Il problema è che non è detto che un incidente o un contrattempo o altro si verifichi e, per la verità, non è nemmeno detto che ce lo si possa permettere. Pensate ad esempio ad una procedura di accesso agli spazi confinati errata ma supponete che, come normalmente accade, non succeda alcun incidente.
    Confondiamo l’assenza di incidenti con il raggiungimento del successo o l’avvicinamento ad esso.
  2. in taluni casi, il successo viene raggiunto proprio commettendo volontariamente errori. Se l’obiettivo generale è il raggiungimento del successo, ci sono anche degli obiettivi particolari che perseguiamo, ad esempio quelli di economia cognitiva o di sforzo fisico o temporali. Sappiamo tutti che è pericoloso superare in curva, ma se ho una macchina davanti che mi rallenta e sono in ritardo, se ritengo che la strada sia libera, potrei tentare il sorpasso. Se il processo va a buon fine, diventerà il punto di partenza per comportamenti successivi (sporadici o abitudinari).

In sostanza, noi non selezioniamo solo i comportamenti che ci portano al successo, ma anche gli errori.
Ce li portiamo dietro fino all’incidente.

La soluzione? I nostri processi di apprendimento sono anche adattivi, anzi direi che l’ambiente circostante è uno dei fattori più rilevanti. Guardiamo quello che fanno gli altri, nel bene e nel male, impariamo da loro, ci adeguiamo al mondo esterno.

A Roma non puoi guidare come a Zurigo. Sono le stesse regole del codice della strada, ma è l’ambiente a influenzare in modo determinante il comportamento finale.

È per questo che dobbiamo sviluppare una cultura collettiva del rischio, quella a cui accennavo qui.
Nella nostra esperienza di singoli, gli incidenti sono eventi troppo rari. Il processo “trial an error” non è in grado di selezionare in modo efficiente i comportamenti con errori se questi non si manifestano.
Dobbiamo perciò avvantaggiarci da una cultura collettiva che tenga nota degli errori e apprenda da essi, trasferendo ai singoli le lezioni imparate.

Non so se il paradigma del D.Lgs. n. 81/2008 sia quello corretto.
So però per certo che finché i processi di valutazione dei rischi saranno gestiti con un approccio Top-Down le cose non funzioneranno.
Abbiamo continuato per anni a migliorare il modo con cui rappresentare le nostre valutazioni, trascurando il processo di valutazione in sé.

La dico brutalmente:

fin quando i lavoratori non saranno effettiva parte integrante del processo di valutazione (integrando, quindi, un approccio Bottom-Up), avremo seri problemi.

Sui forum, su Facebook, nelle discussioni al bar, ovunque si parli di sicurezza i grandi assenti sono loro.

 


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Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

Il ruolo della normativa nella riduzione degli infortuni

Riskmanagement

Sull’ultimo numero della rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro (ISL n. 06/2019) ho scritto un articolo intitolato «La burocratizzazione del rischio».
Nella prima parte, ho eseguito un’analisi statistica degli infortuni, incrociando i dati forniti dall’INAIL e quelli dell’ISTAT relativi all’occupazione negli ultimi 45 anni.

Cominciamo da qui. Questi sono i dati degli infortuni sul lavoro denunciati nel periodo di riferimento, totali e mortali. Si tratta di numeri assoluti (per ingrandire cliccare sulla figura):

In questi 45 anni di osservazione, il numero degli infortuni totali è passato dalle poco più di 1.600.000 denunce presentate nel 1970 alle quasi 550.000 del 2015, una riduzione di circa 2/3 del totale.
Anche le denunce di infortunio mortale hanno subito una rilevantissima riduzione passando da un massimo di 3.774 denunce avvenuto nel 1973 al minimo registrato nel 2009 di 1.032 casi (purtroppo, negli anni successivi, il numero è nuovamente aumentato, attestandosi su una media di circa 1.280 denunce tra il 2010 e il 2017).

Ma, come giustamente viene spesso detto, «I dati assoluti sono poco significativi… C’è stata la crisi… L’occupazione è scesa…». Ecco qui, quindi, il dato riferibile al numero di infortuni ogni 100.000 lavoratori (sempre stessa faccenda: cliccare per ingrandire):

Come si può vedere l’andamento riflette pari, pari quello degli infortuni espressi in valori assoluti.

Ho fatto anche l’analisi basandomi sul monte ore lavorato.
Non la inserisco per non pretendere troppo dalla vostra pazienza, ma fidatevi: l’andamento è quello.

In sostanza, gli infortuni stanno diminuendo. In particolare quelli “totali”.

Qualche spunto di riflessione:

  1. fino ad un certo momento storico, l’andamento degli infortuni totali e quelli mortali era identico: diminuiva uno, diminuiva l’altro. Aumentava l’uno, aumentava l’altro.
  2. quel momento storico coincide con il 1994, la data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/1994. Da quel momento, gli infortuni totali hanno continuato a diminuire con la stessa velocità di prima, quelli mortali no. E nemmeno l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 ha cambiato l’andamento. Nè dell’uno, né dell’altro.
  3. si tratta chiaramente di una correlazione spuria. Solo un cretino può pensare che che le nuove norme abbiano impattato negativamente sul numero degli infortuni mortali.
  4. Togliendo quella “sella” tra metà degli anni ’80 e inizi ’90, l’andamento infortunistico è sempre diminuito. Non solo. Nel caso degli infortuni “totali” la pendenza della curva è quasi costante. Come dire che il cambiamento normativo non ha prodotto un vero impulso.
  5. Come dimostrano i miei grafici, dire che gli infortuni sono aumentati del xx% (o diminuiti) nel 2018 rispetto all’anno precedente, significa statisticamente ben poco. Non individua una tendenza. È un’oscillazione.

Le statistiche però non dicono tutto. Cos’è anche successo in questi anni?

  • le direttive di prodotto hanno notevolmente migliorato la sicurezza. Se vuoi un’attrezzatura non conforme, in linea di massima devi renderla tu tale. Non la compri già così.
  • la tecnologia ha fatto passi da gigante. La sicurezza tecnologica ne ha beneficiato.
  • soprattutto, nei settori più pericolosi si è ridotta drasticamente la manodopera dipendente:
    — nei settori agricoltura, silvicoltura e pesca si è passati da 1,5 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 a poco più di 400.000 nel 2015;
    — nel settore delle costruzioni, il numero di dipendenti impiegati nel 1970 era di quasi 1,7 milioni, diventati 900.000 nel 2015;
    — nell’industria era di 4,9 milioni la manodopera nel 1970, ridotta a 3,6 milioni nel 2015.
  • al contrario, nel settore dei servizi si è passati da poco più di 6 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 agli attuali oltre 13 milioni.

E, quindi, le norme funzionano?

La faccenda è complessa e ci ho speso un bel po’ di parole nell’articolo, a cui rimando per capirne di più.
La mia opinione – in breve – è che il D.Lgs. n. 626/1994 e il D.Lgs. n. 81/2008 non abbiano potuto esprimere il loro vero potenziale.

Per due ragioni:

  1. vizio d’origine. C’è qualcosa che non va in loro. Specie nel modo in cui il testo della Direttiva è stato trasposto nel decreto. Il livello di dettaglio degli obblighi è talmente elevato che il risultato è che c’è più attenzione al soddisfacimento dell’obbligo che al risultato che l’obbligo sottende. Il rischio è stato burocratizzato.
  2. manca, in generale, una «Cultura del rischio» adeguata. La tecnologia avanza, ma non può fare tutto lei. Non fatevi trarre in inganno. Non sto parlando di formazione. Parlo di un modo diverso per interpretare il mondo che ti circonda, una cultura collettiva che sappia meglio distinguere ciò che è pericoloso e ciò che non lo è, traendone le dovute conseguenze. La storia sui vaccini ne è un esempio calzante, ma lo è anche lavarsi correttamente le mani.

P.S.
Scrivo dal 2005 per la rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro e ne sono un lettore dal 2000.  La considero un meraviglioso strumento per accrescere le competenze. Se volete farvi un regalo, abbonatevi.
È un consiglio disinteressato. Grazie a lei ho approfondito tonnellate di argomenti.
Da qui potete scaricare un numero omaggio per farvi un’idea.


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Ogni resistenza è inutile. Sarete assimilati (cit.)
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Pubblicato in: cultura della sicurezza

Manuale Sicurezza sul lavoro 2019

Sicurezza_sul_lavoro_2019_20287.ashxOvviamente tutti già sapete già di cosa stiamo parlando, ma per i nati nel 2018 o per chi si fosse appena risvegliato dal coma, vale la pena spendere qualche parola.

Il Manuale Sicurezza sul Lavoro è semplicemente tutto ciò di cui avete bisogno. Nella vita e nella professione. In salute e in malattia. È, in poche parole, il “42” della prevenzione: la risposta alla domanda fondamentale sulla sicurezza, gli incidenti sul lavoro e tutto quanto.
Dopo averlo acquistato, ogni dubbio sulla data certa, le firme sul POS, la collaborazione con gli organismi paritetici e qualunque altro aspetto della norma verrà dissipato.
Unica avvertenza: il Manuale va anche letto… (vale la pena precisarlo. Alcuni pensano che il semplice possesso sia sufficiente. Una sorta di atto di fede).

Qui (shop online della casa editrice Wolters Kluver) trovate tutte le novità ed i contenuti, capitolo per capitolo.

L’edizione 2019 si arricchisce, oltre che dei mirabili contenuti qui riassunti (fino a superare il muro delle 1400 pagine di vertiginosa sapienza), anche della prima copertina omologata per svolgere funzioni di segnaletica di cantiere stradale.
Puoi segnalarci ostacoli sulla carreggiata, attaccarlo sui furgoni della viabilità per indicare la presenza di lavori in cantieri mobili, poggiarlo per terra al posto dei coni…
Se lo tieni in macchina, puoi usarlo in luogo del triangolo in caso di sosta forzata sulla carreggiata fuori dai centri abitati.

Inoltre, come dice il termine stesso – «Manuale» -, abbiamo ridotto alla fonte i rischi derivanti da sistemi di azionamento differenti dalla forma umana o animale diretta. Conseguentemente, l’utilizzo di un dito o anche di un criceto o della lingua di un cane per girare le pagine rientra tra gli usi corretti del Manuale.
Al contrario, installare una benna alimentata da un motore elettrico per sfogliare il manuale, richiede la marcatura CE del libro. Se non l’avete capita, dovete assolutamente comprarvi il Manuale e andarvi a leggere il capitolo dedicato alla Direttiva macchine.

Alcuni, per assicurarsi la ridondanza, ne hanno acquistato 2 copie. Considerato che ogni copia del Manuale possiede ben 4 (diconsi quattro) modi differenti di protezione (laddove non capiste una cosa leggendola la prima volta, la troverete rispiegata con parole diverse altre 3 volte) e che ogni copia del Manuale è diversa dall’altra, è possibile parlare di sistema Fail-Safe.

Per la redazione del Manuale è stato costituito un apposito gruppo di lavoro da me coordinato, denominato «I cavalieri della tavola Rotella». Eccoli qui, uno per uno (che può anche essere espresso come 1^2), in ordine sparso e con gli argomenti da essi trattati:

  • Ing. Carmelo G. Catanoso, Signore delle terre dei cantieri temporanei e mobili, territorio ostile, in continua evoluzione. Per riposarsi, si ritira nei suoi spazi confinati;
  • Ing. Ugo Fonzar, Lord Comandante di macchine e attrezzature. Suo è il Titolo III del D.Lgs. n. 81/2008, sua la provincia della Direttiva 2006/42/CE e degli ascensori;
  • Dr.ssa Aurora Brancia, Lady delle paludi delle Sostanze Pericolose. Quando non è impegnata a somministrare agenti chimici, cancerogeni e amianto ai suoi nemici, ama coltivare agenti biologici;
  • Ing. Erica Blasizza, Regina delle isole REACH e CLP. Di notte si cimenta nelle arti oscure delle certificazioni ambientali. Ma questo manuale lo ha scritto di giorno.
  • Dr.ssa Carmen Caldovino, Signora della casata dello stress lavoro-correlato, gran maestra delle arti della formazione e comunicazione;
  • Ing. Marzio Marigo, Governatore dell’arcipelago delle ATEX, CEM, ROA e di ogni acronimo. Quando si ritira sulla terraferma, lo potrete trovare in luoghi a rischio di incidente rilevante o prossimi a sorgenti di radiazioni ionizzanti.
  • Io. Svolgo il compito di curatore del Manuale (se qualcuno si fa male) e raccolgo gli avanzi degli altri (valutazione dei rischi, rumore, gas tossici, VDT, movimentazione carichi, ecc.).

Al prossimo anno, con l’edizione 2020 🙂


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