Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza, valutazione dei rischi

Calcolatore del rischio di trasmissione del contagio tramite aerosol

Se ti vuoi ammalare di COVID-19, secondo le attuali conoscenze scientifiche, hai due possibilità:

  1. Farti sputare addosso (è una questione di gusti. C’è a chi piace… Ci sono intere categorie di cose del genere sui siti porno). È quello che succede stando molto vicini ad un soggetto contagioso, specie sotto un metro di distanza.
  2. Mangiare lo sputazzo altrui (su questo, in genere, vedo che la gente è più restia. Però non si fa problemi a mangiare la cacca altrui, come dimostra l’elevata incidenza nella popolazione di malattie a trasmissione oro-fecale). È quello che succede quando non ci si lava frequentemente le mani: prima o poi qualunque schifezza arriva alla bocca.

Si discute invece ancora sulla possibilità della trasmissione, cosiddetta, “aerogena”, ovvero attraverso l’inalazione di piccolissime particelle emesse da un soggetto contagioso e che restano in sospensione nell’aria per lunghi periodi (da decine di minuti fino a ore). Sempre di sputazzo parliamo, ma è così finemente suddiviso (o evaporato nella sua parte liquida) che è quasi un piacere respirarlo.

Ora, senza entrare più di tanto nel merito del perché e del percome ancora non si è riusciti a dimostrare se questa via di trasmissione sia effettiva ed efficace, il discorso è che – come al solito – «assenza di prove non è prova di assenza»: non avere ancora le prove non consente di ignorare questa possibilità di trasmissione del contagio.
No, non lo consente, perché è esattamente quella che rischia di prevalere:

  • in ambienti chiusi;
  • in ambiente poco ventilati;
  • in tempi di permanenza lunghi in presenza di un soggetto contagioso;
  • se c’è un super-spreader;
  • se non si utilizza la mascherina per tempi prolungati.

Per questi e altri motivi, per il mio ed il vostro diletto, ho quindi fatto un po’ di ricerche e ho trovato che dal 1978 esiste un modello estremamente semplice che consente di fare una stima rapida del rischio di contrarre un’infezione per via aerogena.

Scetticismo. Colgo scetticismo nei vostri occhi.
Non c’è bisogno che vi ricordi com’è finita l’ultima volta che qualcuno ha infilato le mani nelle ferite sul mio costato, vero?
Lasciate fare e continuate a leggere.

Tra i vari parametri necessari al calcolo, l’equazione di Wells & Riley introduce quello di Quanto. In effetti esso rappresenta una discretizzazione tipo quella già vista in meccanica quantistica: l’infezione si trasmette in pacchetti detti “quanti”.
Più precisamente, un “quanto” è la dose di agente infettivo a cui deve esporsi un soggetto suscettibile per avere una probabilità del 63% di infettarsi.

L’equazione è la seguente:

P = 1 – e-Iqpt/Q

Dove:

  • I è il numero di soggetti infetti presenti;
  • q è il numero di “quanti” di infezione emessi dal soggetto infetto;
  • p è il tasso di ventilazione polmonare dei soggetti suscettibili;
  • t è il tempo di esposizione;
  • Q è la portata di aria non contaminata che entra nell’ambiente.

Tutto qui? Tutto qui.

Potete scaricare da qui il foglio di calcolo, fatto per benino.

A scanso di equivoci, è bene precisare che questo modello è tuttora molto usato e citato in letteratura. Il fatto che risalga al 1978 non deve essere considerato un limite. Al contrario. È la prova che, dopo tutto questo tempo, lo studio è ancora ritenuto affidabile.

Il modello fa due grosse assunzioni:
La prima è che l’aria nell’ambiente sia perfettamente miscelata.
La seconda è che il fenomeno sia stazionario (per un modello non stazionario, vedere lo studio n. 2 nei rinvii bibliografici a fine articolo).

Ad ogni modo, per una prima approssimazione, utile per capire quello che succede in ambienti dove la gente non entra ed esce in continuazione e permane per lungo tempo, questa equazione va più che bene. Parlo quindi di stanze, open space, aule di formazione…

Un esempio: ipotizziamo un corso di formazione di 4 h che si svolge in un’aula di 30 m2 (V=90 m3), con un’impianto di areazione meccanica in grado di assicurare 2 ricambi di aria l’ora.
L’impegno mentale comporta un dispendio energetico che si pone a metà tra un’attività leggera e una completamente passiva, perciò poniamo che il tasso di inalazione sia 0,6 m3/h.
Il numero di quanti è il parametro su cui pesa la massima incertezza. Scarseggiano gli studi in materia (vedi n. 3, 8 e 9 in bibliografia) e quelli che ci sono danno numeri con anche più di un ordine di grandezza di differenza. È un bel problema.
Personalmente tendo ad affidarmi agli esiti dello studio n. 3 che sembra essere quello meglio calibrato (nota 2 nel foglio di calcolo).
In questo caso, ipotizzando che il soggetto contagioso sia uno dei discenti, il tasso di emissione oscillerebbe (a seconda degli studi) tra 0,37 e 5,2 (riposo, respirazione orale). Lo studio consiglia di utilizzare l’85° percentile dell’emissione di quanti.
Io faccio un paio simulazioni considerando un valore intermedio tra la media e il 75° percentile (in questo caso 0,74) e la media tra il 75° e il 95° percentile (in questo caso 3,2).
Frullando i dati nel foglio di calcolo, otteniamo che (a seconda delle ipotesi fatte circa il tasso di emissioni dei quanti), la probabilità di venire infettati dallo sputazzo aerosolizzato oscilla tra 0,62% e 2,7% (aggiungeteci anche le possibilità di infezione per sputazzo diretto o per contatto indiretto da sputazzo tramite le mani).
Lo scarto è enorme, ma hai comunque un’idea del rischio.

Questo è molto utile, specie nei casi in cui emerge con evidenza la presenza del rischio.
Se ad esempio si ripete la simulazione con gli stessi valori, ma considerando un’aula senza specifici ricambi d’aria (quindi 0,2 ricambi orari per tenere conto delle infiltrazioni di aria), il rischio di infettarsi oscillerebbe tra 1,4% e 5,9%, decisamente inaccettabile.

Chiaramente, bisogna stare molto attenti ai dati che si mettono e alle assunzioni che si fanno, ricordando che un modello non è la realtà e che non bisogna confondere la mappa col territorio.

Nel foglio di calcolo potete anche scoprire come cambiano le cose indossando una mascherina (e sì, le cose cambiano).

Bibliografia

  1. «Airborne spread of measles in a suburban elementary school», Riley et al., 1978
  2. «Using a Mathematical Model to Evaluate the Efficacy of TB Control Measures», Gammaitoni, Nucci, 1997
  3. «Risk of Airborne Transmission of SARS-CoV-2 Infection: Prospective and Retrospective Applications», Buonanno, G., Morawska, L., Stabile, L., 2020
  4. «Assessment of the Impact of Particulate Dry Deposition on Soiling of Indoor Cultural Heritage Objects Found in Churches and Museums/Libraries», Chatoutsidou, S.E., Lazaridis, M., 2019
  5. «Association of Infected Probability of COVID-19 with Ventilation Rates in Confined Spaces: A Wells-Riley Equation Based Investigation», Dai, H., Zhao, B., 2020
  6. «Airborne Transmission of SARS-CoV-2: The World Should Face the Reality», Morawska, L., Cao, J.,2020
  7. «COVID-19 Outbreak Associated with Air Conditioning in Restaurant, Guangzhou, China, 2020», Jianyun Lu et al., 2020
  8. «Transmission of SARS-CoV-2 by inhalation of respiratory aerosol in the Skagit Valley Chorale superspreading event», Miller et al., 2020
  9. «Estimation of airborne viral emission: quanta emission rate of SARS-CoV-2 for infection risk assessment», Buonanno et al., 2020

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo è, presumibilmente, perché adori che la gente ti sputi addosso.
Non ti giudico. Anzi… C’è gente che lo fa per professione, facendosi eleggere in Parlamento. Perché, dunque, non farlo per puro piacere?
Periodicamente, noi del Blog organizziamo dei raduni a scopo di sputo.
Se ti facesse piacere venire, guarda in alto a destra su questa pagina. Non fissare la foto, quella non sputa.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post, leggere i nuovi articoli e sapere dove avverrà il prossimo raduno.

Pubblicato in: cultura della sicurezza, Formazione, incidenti, miti della sicurezza

Una guida semplice per capire bene cos’è la BBS

Gestione dei comportamenti di sicurezza e protocollo B-BS, EPC Editore, maggio 2020, Borghetto Riccardo

Cominciamo con un disclaimer: l’Ing. Riccardo Borghetto, l’autore del libro che sto per recensire, è un mio amico. Scrivo questo post, non perché sono suo amico, ma perché il libro mi è piaciuto e ci metto la faccia affermandolo.

La BBS (Behaviour Based Safety) è un approccio alla sicurezza fondato sull’osservazione del comportamento. È una teoria con basi scientifiche, pur con tutti i limiti tipici delle scienze non esatte e, in particolare, della psicologia.
La logica di fondo è che, osservando i comportamenti dei lavoratori (o altri soggetti) e il modo in cui essi mutano in ragione di alcuni rinforzi (ricompense), sia possibile condizionarne i comportamenti futuri, ad esempio inducendoli ad indossare i DPI, rispettare le norme di sicurezza, ecc.

I suoi sostenitori sono in grado di portare numerosi esempi di organizzazioni che, adottando questo approccio, hanno visto ridursi il numero di infortuni e aumentare l’adozione di pratiche corrette e, in genere, chi la propone, ripone una fiducia pressoché incondizionata nel metodo, persino in modo eccessivamente deterministico e fideistico. Il loro presupposto è che la teoria funziona. Se non funziona è perchè non è applicata correttamente (un approccio che mi ricorda quella del salasso).

D’altro canto, i suoi detrattori rischiano di buttar via il bambino con l’acqua sporca. La BBS è ricchissima di spunti e, soprattutto, è uno strumento concreto i cui risultati sono misurabili e oggettivabili. Una cosa molto più seria di una matrice PxD, per intenderci.
Un po’ come la Nudge Theory (anche quella basata sul comportamentismo), contiene alcune intuizioni notevoli se adottate con un approccio critico.

Indipendentemente dal fatto che si decida di seguire o meno in modo ortodosso il metodo, il libro dell’Ing. Borghetto «Gestione dei comportamenti si sicurezza e protocollo B-BS» è il modo migliore per approcciarsi all’argomento ed acquisire alcune tecniche preziosissime per chi fa il nostro lavoro.
Ho letto in passato alcuni dei principali testi in materia (in fondo all’articolo ho inserito i titoli), ma questo è di gran lunga il più semplice e pratico.

È scritto con un linguaggio chiaro anche per chi non ha mai avuto a che fare con questo argomento e contiene moltissimi consigli ed esempi tratti dalla personale esperienza dell’autore e dal mondo del lavoro del nostro Paese. Il lettore non avrà alcuna difficoltà nel riconoscere, in quasi tutti gli esempi riportati, i propri schemi comportamentali ed il modo in cui ciascuno di noi è soggetto al condizionamento tipico del rinforzo.

Personalmente, il principale vantaggio che ho ottenuto studiando questo argomento è stato quello di comprendere alcuni dei meccanismi fondamentali che regolano il comportamento delle persone. Sono più utili e meno scontati di quanto si possa immaginare e, dopo averli appresi, è difficile non confrontarsi con essi perché mettono in discussione alcune diffuse credenze che regolano il nostro e altrui agire (inteso come comportamento) e il modo in cui spesso sbagliamo quando tentiamo di incentivare o dissuadere le persone.

Cerco di essere chiaro su un aspetto: il libro è estremamente pratico e sintetico come solo un ingegnere sa esserlo e Riccardo è un signor ingegnere. Parla di sicurezza e non di pippe mentali, per quanto la tecnica di fondo, una volta appresa, può benissimo essere applicata in contesti che con la sicurezza non hanno nulla a che vedere.

La tecnica comportamentale è uno strumento. Come tutti gli strumenti, se li possiedi, puoi decidere se usarli e quando usarli.
Ma se non hai uno strumento, hai un’opportunità in meno.

Il libro è in vendita qui (il link ti porta sul sito della casa editrice EPC).

Altri titoli:

  • Scienza & Sicurezza sul lavoro – McSween T.J.
  • Performance Management – Daniels e Bailey
  • Strategie e tecniche per il cambiamento – Martin e Pear

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo è perché ho condizionato il tuo comportamento mettendo in pratica le tecniche contenute nel libro.
Adesso convinciti che la cosa migliore per te è continuare a leggere questo blog.
Per questo, guarda in alto a destra su questa pagina. Non fissare la foto per più di 30 secondi, però. Ricevo già abbastanza mail di gente ammaliate dal fascino che emano e il mio gestore di posta elettronica ha dovuto raddoppiare i suoi server.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Manuale Sicurezza sul Lavoro 2020

Eccolo!

In realtà è in vendita dal 18 giugno, ma ho aspettato quasi un mese per scrivere questo post. Prima volevo essere certo che il manuale funzionasse.
E dalla sua pubblicazione, il numero di contagi da SARS-CoV-2 si è ridotto di circa la metà e Trump è stato visto in giro con indosso una mascherina.

Una coincidenza? Io non credo!

Le proprietà terapeutiche e prevenzionistiche del Manuale Sicurezza sul Lavoro sono note da tempo. Si stima che nel 2019, dopo aver letto il Manuale, si siano risparmiate 211.654 firme per assegnare la data certa ai POS.
Nel 2018 la moglie di Zlatibor Lončar, un RSPP di origini serbe, ha fatto ascoltare al marito la versione in audiolibro del Manuale, risvegliandolo dal coma nel quale era sprofondato dopo l’entrata in vigore dell’Accordo sulla formazione del 21 dicembre 2011. Ora Zlatibor è presidente dell’associazione “Vittime della Conferenza Stato-Regioni” e vive sereno nella sua malga trentina dove munge le noccioline dalle quali ricava un caratteristico burro di arachidi (a suo dire la parte difficile è trovare la mammella della nocciolina).
Se siete sfiduciati, forse soffrite di carenza di rosso. Un’occhiata alla copertina del Manuale e vi sentirete più sicuri (il pantone della copertina è frutto di una ricerca congiunta con i migliori cromoterapeuti del mondo).

La versione 2020 del Manuale è cambiata dentro e fuori.
Partiamo dal fuori. La versione di quest’anno è molto più portatile. Questi i numeri:

  • 1644 pagine. 236 in più (+17%) rispetto alla versione 2019.
  • 1,230 kg di peso. 700 g in meno (-36%) rispetto alla versione 2019.
  • 40 mm di spessore. 20 mm in meno (-33%) rispetto alla versione 2019.

So cosa state pensando: «Andrea, vuoi dirci che ci sono più pagine, ma pesa di meno ed è meno grosso? Ci prendi in giro?»
La spiegazione è molto semplice. Ai vostri occhi il Manuale appare come un semplice parallelepipedo. Questo perché la storia evolutiva di voi uomini vi limita ad una visione stereoscopica e tridimensionale. In realtà il Manuale 2020 è un ipercubo a 4 dimensioni (se avete visto Interstellar, lì lo hanno chiamato tesserato), cosa che ci ha permesso di risparmiare molto spazio, essendo costituito da 24 facce bidimensionali quadrate e da 8 facce 3-dimensionali cubiche. Quando sfogliate le pagine del Manuale create una singolarità simile a quella che otterreste viaggiando in un buco nero.
In alternativa, potreste spiegarvela considerando che abbiamo ridotto la grammatura della carta, ma la spiegazione dell’ipercubo è più aderente alla realtà.

Dentro il Manuale 2020:

  • la vera novità è l’aggiunta di un’intera sezione dedicata a “casi pratici“, ovvero esempi applicativi di valutazioni del rischio, stime di esposizioni a rumore, vibrazioni, classificazioni ATEX, ecc.;
  • nel capitolo dedicato agli agenti biologici un nuovo paragrafo riguardante l’agente biologico SARS CoV-2 e la pandemia COVID-19;
  • nel capitolo relativo ai DPI una disamina specifica riguardante i facciali filtranti e le mascherine chirurgiche;
  • le FAQ inerenti alla corretta applicazione della norma EN 689:2019 sulla valutazione del rischio chimico;
  • l’aggiornamento all’evoluzione dei Regolamenti REACH e CLP del corrispondente capitolo;
  • altre varie ed eventuali (aggiornamento dei file di approfondimento online, giurisprudenza, tanto amore…).

Ovviamente nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza gli autori che ho l’onore di coordinare. Autori? Ma che dico? Demiurghi. Creatori. Artisti.
Insieme formiamo i «Cavalieri della tavola Rotella».
Eccoveli, in ordine sparso e randomico:

  • Ing. Carmelo G. Catanoso, Signore delle terre dei cantieri temporanei e mobili, territorio ostile, in continua evoluzione. Per riposarsi, si ritira nei suoi spazi confinati;
  • Ing. Ugo Fonzar, Lord Comandante di macchine e attrezzature. Suo è il Titolo III del D.Lgs. n. 81/2008, sua la provincia della Direttiva 2006/42/CE e degli ascensori;
  • Dr.ssa Aurora Brancia, Lady delle paludi delle Sostanze Pericolose. Quando non è impegnata a somministrare agenti chimici, cancerogeni e amianto ai suoi nemici, ama coltivare agenti biologici;
  • Ing. Erica Blasizza, Regina delle isole REACH e CLP. Di notte si cimenta nelle arti oscure delle certificazioni ambientali. Ma questo manuale lo ha scritto di giorno.
  • Dr.ssa Carmen Caldovino, Signora della casata dello stress lavoro-correlato, gran maestra delle arti della formazione e comunicazione;
  • Ing. Marzio Marigo, Governatore dell’arcipelago delle ATEX, CEM, ROA e di ogni acronimo. Quando si ritira sulla terraferma, lo potrete trovare in luoghi a rischio di incidente rilevante o prossimi a sorgenti di radiazioni ionizzanti.
  • Ing. Andrea Rotella (Io). Svolgo il compito di curatore del Manuale (se qualcuno si fa male) e raccolgo gli avanzi degli altri (valutazione dei rischi, rumore, gas tossici, VDT, movimentazione carichi, ecc.).

Il Manuale è in vendita QUI (shop online della casa editrice Wolters Kluver Italia).


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, forse anche tu desideri salvare il mondo.
Questo blog contribuisce alla lotta contro il riscaldamento globale, l’impatto di meteoriti e l’infestazione del punteruolo rosso.
Se vuoi unirti a noi, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi guardarmi gratis, l’attraenza e l’incredibilismo non hanno prezzo. Ma non fermarti ad essi.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: cultura della sicurezza

D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub… Gratis! (Ver.1.06, modifiche al Titolo IX)

Niente di trascendentale… Il D.Lgs. n. 44/2020 (semicit. «Il Decreto chi?»… Ecco appunto) ha apportato modifiche al testo dell’art.242 e agli allegati XLII e XLIII del D.Lgs. n. 81/2008.

Roba di agenti cancerogeni. Le modifiche riguardano un aspetto della sorveglianza sanitaria ma, soprattutto, l’aggiunta nell’elenco delle cose pericolose da evitare delle lavorazioni che producono silice libera cristallina e anche di un pochetto di valori limite di esposizione.

Comunque sia, potete scaricare da qui il testo completo del D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub, aggiornato con queste ultime modifiche e tutte quelle che le hanno precedute.

È gratis e non dovete registrarvi da nessuna parte, potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

Il file pesa circa 20 MB. Scaricando direttamente da smartphone, vi si aprirà la pagina del servizio Onedrive. Cliccando sull’icona della una freccia rivolta verso il basso – nello screenshot qui sotto l’ho inscritta in un cerchio rosso – parte il download.

IMG_0099

Una volta che avrete scaricato il file, se avete un iPhone (o iPad), potete aprirlo con l’applicazione iBooks. Sui terminali Android dovete avere un lettore di ePub (es. Moon+ reader, eReader Prestigio ecc.)

N.B. Se sul vostro iPhone è già presente la precedente versione, cancellatela. Altrimenti continuerete a visualizzare quella.

Alcune istruzioni per facilitarne l’uso.

  1. attraverso l’indice dell’ePub potete navigare direttamente tra i Titoli e gli allegati del Decreto (vedi screenshot più sotto);
  2. all’inizio di ogni Titolo avete l’elenco degli articoli. “Tappando” col dito su quello che vi interessa, sarete inviati al testo corrispondente (vedi screenshot più sotto);
  3. Le note sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappando su di esso si aprono le indicazioni relative ai provvedimenti di modifica subiti dal Decreto;
  4. Le sanzioni, ove presenti, sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappandovi sopra col dito vi apparirà l’entità della sanzione;
  5. Usando i menu di navigazioni in intestazione o piè di pagina (vedi screenshot più sotto), potete andare dove vi pare, ingrandire o ridurre i caratteri, fare ricerche testuali, inserire segnalibri.

Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato con tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post e c’è un capitolo Note che specifica quali modifiche sono state apportate alla versione);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
  3. saltando tra le note e le sanzioni, in uno specifico ordine che conosco solo io e che riproduce la disposizione sequenziale dei nucleotidi del mio DNA, potete accedere a tutte le modifiche future del D.Lgs. n. 81/2008, fino al 2029;
  4. saltare tra le note, i rinvii degli articoli, gli allegati crea dipendenza… Se vi rendete conto che state passando le ore sul Testo unico, fatevi un giro su Pornhub o leggetevi i commenti ad un articolo del Fatto Quotidiano.

Se avete problemi con il download o, meglio ancora, se volete darmi suggerimenti, o ci sono specifiche richieste per migliorare l’eBook, scrivete un commento a questo post.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se la cosa ti interessasse, puoi ricevere una notifica via mail quando pubblicherò nuovi articoli (guarda in alto a destra, sotto la mia foto. Per quanto irresistibile, ignora la foto e guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it»).

Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza, Normativa

Verifica della conformità delle mascherine chirurgiche

Era già un mondo difficile.
Ancor prima che tutto questo avesse inizio era frequente leggere frasi del tipo: «Avvolte ci penso, ma non sò, apparte tutto, qual’è d’avvero il modo migliore per dire che è tutto apposto», assistere allo spargimento del parmigiano sulla pasta alla carbonara e altri orrori che mettono in discussione il nostro livello di civiltà.
Ora ci aggiungiamo anche la messa in commercio di mascherine chirurgiche non idonee nel corso di una pandemia che finora in Italia ha prodotto oltre 30000 decessi, con la stessa nonchalance con la quale distribuiresti figurine Panini false.
Dopo di questo c’è solo la vendita di reni di bambino su ebay e la legalizzazione della caccia al delfino.

In queste settimane ho speso moltissime ore del mio tempo per verificare se ciò che mi veniva presentato fosse effettivamente una mascherina chirurgica o qualcos’altro. E ho ricevuto decine di mail, telefonate, apparizioni in sogno nelle quali mi si chiedeva come fare a distinguere una mascherina chirurgica da un perizoma medico-chirurgico.
E allora mi sono chiesto: «Perché è così difficile fare un controllo che non dovrei nemmeno fare, dacché dovrei dare per scontato che, se qualcuno mi propone un prodotto marcato CE, questo sia ciò che dice di essere?».
Per capirlo, dobbiamo orientarci nel magico mondo della normativa di ‘sta roba qui.
Vi renderò la vita facile, ma – vi avverto – non è un percorso breve.
Iniziamo.

Direttiva di prodotto

Le mascherine chirurgiche rientrano nel campo di applicazione della Direttiva 93/42/CEE riguardante i dispositivi medici (il 26 maggio 2020 doveva entrare in vigore il nuovo Reg. UE 745/2017 che avrebbe sostituito questa Direttiva, ma data l’emergenza COVID-19 la scadenza è stata posticipata di un anno), recepita in Italia con il D.Lgs. n. 46/1997.
Questa norma è una “Direttiva di prodotto” ovvero consente l’immissione in commercio dei dispositivi medici sul mercato europeo con regole uguali per tutti i Paesi. Tra queste regole ci sono i “Requisiti Essenziali di Sicurezza” (RES) che, come dice l’espressione stessa, sono le caratteristiche che il dispositivo deve possedere (art. 4 del D.Lgs. n. 46/1997) per essere considerato un prodotto “sicuro”. Compresa una mascherina chirurgica.

Tuttavia, secondo le regole di classificazione di questi prodotti (art. 8 del D.Lgs. n. 46/1997), le mascherine chirurgiche rientrano tra i «dispositivi medici di classe I», ovvero quelli più semplici e meno pericolosi. Per questo motivo per la loro immissione sul mercato non è previsto l’intervento di un Organismo Notificato, ovvero un ente terzo che ne certifichi la conformità e verifichi il rispetto dei RES; al contrario progettazione e produzione vengono valutate ed accertate solo dal fabbricante.

Norme armonizzate

E qui arriva il bello.
I RES di cui all’Allegato I del D.Lgs. n. 46/1997 sono espressi in forma generica, senza entrare in dettagli tecnici quali, ad esempio, qual è l’efficienza di filtrazione minima che la mascherina chirurgica deve possedere. Come fa il fabbricante, lui da solo, a decidere quanto sputazzo deve filtrare la sua mascherina per affermare che essa rispetta i RES?

A tal fine, l’art. 6 del D.Lgs. n. 46/1997 dice che si presumono idonei quei prodotti realizzati conformemente alle norme armonizzate, ovvero a normative tecniche che entrano nel merito dei dettagli tecnici e che sono ufficializzate a tal fine.
Per le mascherine chirurgiche queste sono:

  • le norme della serie EN ISO 10993, ai fini della valutazione biologica dei materiali;
  • EN 14683:2019+AC:2019.

Quest’ultima, nello specifico, fornisce i requisiti prestazionali e i metodi di prova per testare se la mascherina arresta lo sputazzo, quanto ne arresta, quanto ti rende difficile respirarci attraverso, se può farti venire un’eritema in faccia, se può essere contaminata quando la indossi, ecc.
per giunta, questa stessa norma, tra le sue indicazioni – che dunque diventano vincolanti quando la applichi – ti dice che sulla confezione delle mascherine ci devi scrivere:

  • il riferimento alla EN 14683:2019
  • il tipo di mascherina (le mascherine, in funzione delle prestazioni si distinguono in tre “tipi”: I, II, IIR).

Quindi un primo indizio per sapere se la tua mascherina è conforme, è che questi dati siano riportati sulla confezione.

Altri indizi

Per essere immesse sul mercato, le mascherine conformi alla Direttiva 93/42/CEE devono inoltre riportare il nome o ragione sociale e indirizzo del fabbricante.
La Cina è il principale produttore mondiale di mascherine (da sola ne produce il 50%) ma, trattandosi di un Paese extraeuropeo, laddove il fabbricante fosse cinese, la confezione delle mascherine importate in Europa deve, riportare anche il nome e l’indirizzo del suo mandatario cioè il rappresentante del fabbricante nella comunità europea. C’è da dire che il fabbricante potrebbe essere europeo, ma aver esternalizzato la produzione vera e propria in Cina. In questo caso vale la prima opzione. Ma, se come normalmente accade, il fabbricante è extraeuropeo, l’assenza del nome e indirizzo del mandatario sulla confezione significa che qualcosa non va. Sapevatelo. Non è una semplice questione formale… Anzi, la dice lunga… Banalmente significa che l’importatore italiano ha comprato le mascherine sul primo sito online che ha trovato, ma non ha espletato le verifiche necessarie per verificare che quelle mascherine fossero effettivamente idonee e conformi agli standard europei, altrimenti non gli sarebbe costato nulla diventare lui il mandatario in 5 minuti o l’importatore. È che proprio non sa quello che comporta immettere sul mercato europeo un prodotto.

Oltre questa informazione “anagrafica”, l’etichetta sulla confezione deve riportare:

  • l’indicazione di cosa ci sia dentro la confezione (es. “mascherina chirurgica”);
  • la dicitura che specifichi se il prodotto è sterile o meno (per la maggioranza degli usi non sanitari non è necessario sia sterile);
  • il numero di codice del lotto. I dispositivi medici devono essere tracciabili;
  • la dicitura “monouso”, se la mascherina lo è;
  • le condizioni di conservazione (temperatura, umidità, non tenerla sotto pioggia o sole, ecc.);
  • eventuale data di scadenza;
  • eventuali istruzioni (es. per il lavaggio, se non è monouso);
  • marchio CE.

Se la mascherina è stata autorizzata in deroga ai sensi del Decreto Cura Italia, deve esserci anche scritto:

  • «realizzato ai sensi dell’art. 15 comma 2 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18»;
  • se la maschera è di tipo I: «Le maschere facciali ad uso medico di tipo I dovrebbero essere utilizzate solo per i pazienti e per altre persone per ridurre il rischio di diffusione delle infezioni, in particolare in situazioni epidemiche o pandemiche. Le maschere di Tipo I non sono destinate all’uso da parte di operatori sanitari in sala operatoria o in altre attività mediche con requisiti simili».

Sembra facile

Starete pensando: «Beh, quindi siamo a posto. Che ci vuole? Basta vedere se ci sono tutte queste cosine qui sulla scatoletta e il meno è fatto».
Purtroppo, quello che avete visto finora è lo scenario migliore.
Poi c’è il mondo delle soluzioni “esotiche”, la fantastica arte ninja del rispetto spannometrico dei RES.
Infatti, quello che ancora non vi avevo detto è che l’applicazione delle norme armonizzate da parte dei fabbricanti è volontario, anche se auspicabile; il loro rispetto assicura una presunzione di conformità ai RES, che invece il fabbricante dovrà compiutamente dimostrare in caso di non utilizzo delle norme stesse.

È un po’ come se vi dicessero: «C’è da fare il tiramisù. Puoi farlo seguendo la ricetta tradizionale col mascarpone, caffè e tutte cose. Oppure, vedi tu che metterci dentro. La cosa fondamentale è che sia un vero tiramisù».
Il problema è che se non segui la ricetta tradizionale, non c’è modo di sapere – se non assaggiandolo – se quello che hai davanti è un vero tiramisù.

Ecco appunto… Nel mondo reale, la maggioranza delle mascherine che vedete in giro non ha mai visto una sola prova di laboratorio: si tratta di roba che il fabbricante ha marcato CE sulla base di… Ah, boh!
Quando dico «Ah, boh!», intendo proprio che se non fai quelle prove, non esiste altro modo di sapere se le tue mascherine hanno, per esempio, un’efficienza filtrante batterica (BFE) almeno del 95% (tipo I) o 98% (tipo II e IIR).
Dal punto di vista della presunzione delle loro prestazioni sono, letteralmente, la stessa cosa di una mascherina di comunità. Ma col marchio CE.
Di fatto scommettono sul fatto che nessuno mai chiederà loro conto di dimostrare che quelle mascherine siano idonee.

Il Ministero della salute sul proprio sito afferma: «Le mascherine chirurgiche, per essere sicure, devono essere prodotte nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019» e «Ogni altra mascherina reperibile in commercio, diversa da quelle sopra elencate, non è un dispositivo medico».
Purtroppo non è vero…

Il repertorio dei dispositivi medici

L’art. 13 del D.Lgs. n. 46/1997 prevede i fabbricanti e i mandatari sul territorio italiano debbano registrare al Ministero della salute i loro dispositivi medici, prima di metterli in commercio.
L’elenco dei dispositivi registrati è disponibile qui.
Potete rintracciare tutte le mascherine chirurgiche registrate in questa banca dati (dovete inserire uno dei seguenti numeri CND: T020601 o T020602 o T020699 che sono i codici riferiti alle mascherine). Alla data odierna ne risultano iscritte 1134.
La registrazione richiede che, di fatto, per una mascherina chirurgica gli unici dati rilevanti siano il nome e l’indirizzo del fabbricante/mandatario, l’immagine dell’etichetta, la scheda tecnica, come potete verificare dalla lettura del corposo manuale per l’uso della banca dati.
Almeno la scheda tecnica, ci si aspetterebbe, debba contenere i dati relativi ai test di laboratorio… Nulla di tutto questo (pag. 184 del manuale).

Il risultato è che la registrazione di questi prodotti non implica alcuna verifica circa la loro conformità. Così su tonnellate di confezioni di mascherine chirurgiche trovate la dicitura «Dispositivo medico di classe I» e risultano regolarmente registrate in banca dati. Ma quando chiedete al produttore di mandarvi una copia dei test di laboratorio «nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019» come scrive il Ministero della Salute sul suo sito, non ricevete risposta.
La risposta la ottenete, al contrario, senza problemi, da quelli che sulla conformità del loro prodotto ci hanno investito, che i test li hanno fatti e che, tra l’altro, lo dichiarano (ovviamente) sulla confezione, come previsto dalla stessa EN 14863.

Potete tranquillamente rintracciare anche mascherine monovelo regolarmente registrate come dispositivi medici di classe I. Con tanto di scritta «Made in Italy» o «Prodotto in Italia». In moltissimi casi, la registrazione (uno dei dati che risultano nella banca dati) del prodotto risale ad aprile o maggio 2020.

Provate a cercare su internet: «mascherina dispositivo medico di classe I». Guardate le immagini: troverete roba che ha scandalizzato gli italiani quando si era loro detto che quelle erano le mascherine chirurgiche con le quali si intendeva fronteggiare l’emergenza.
Peccato che, forse, quelle mascherine erano davvero registrate come «dispositivi medici di classe I».
Guardate le confezioni: non troverete un riferimento alla norma EN 14683 nemmeno con un microscopio elettronico a scansione.

E quindi?

Quindi va molto male.
Ai fini della protezione dal contagio sui luoghi di lavoro sono stati resi obbligatori dall’Accordo tra Governo e parti sociali i facciali filtranti (sui quali è possibile effettuare delle verifiche più affidabili) o le mascherine chirurgiche. Queste ultime rappresentano il presidio più razionale, dato che i facciali sono prodotti in numero ancora inferiore.
Ma che senso ha avere imposto mascherine “chirurgiche” se la stragrande maggioranza di questi presidi, di fatto, non fornisce alcuna certezza relativa alle sue prestazioni?
Che differenza c’è, tra acquistare una mascherina “chirurgica” marcata CE, ma prodotta senza l’applicazione delle norme armonizzate e una mascherina “di comunità”?
Oggi le aziende si stanno dannando per trovare e acquistare mascherine “chirurgiche”, spendendo anche più di quanto spenderebbero acquistando delle mascherine di comunità, per ritrovarsi poi con il medesimo livello di sicurezza che avrebbero se avessero direttamente acquistato delle “buone” maschere di comunità.

Ho clienti che hanno acquistato migliaia di mascherine “chirurgiche” per poi, dopo una mia verifica, essersi resi conto di non poterci fare nulla.
E sono certo che anche a voi che leggete sia capitata la stessa cosa.
E se non vi è capitata è perché non avevate letto questo post. Fate adesso la verifica… Ecco, adesso anche a voi è capitata la stessa cosa.

La questione è molto semplice: checché ne dica il Commissario Arcuri, oggi è semplicemente IMPOSSIBILE importare o produrre mascherine chirurgiche VERE in numero bastante. La quantità di meltblown necessaria in una pandemia, la parte filtrante intermedia utilizzata per la quasi totalità di questi prodotti, non esiste sul pianeta Terra. E non si produce dall’oggi al domani. Parliamo di un processo industriale complesso che richiede know-how e specifici macchinari che non si comprano in concessionaria.
Le maschere chirurgiche che circolano, pur marcate CE, se venissero sottoposte alle prove di laboratorio, non supererebbero i test.
Qualcuno vuole finalmente fare i conti con la realtà e adeguarsi a questa anziché pretendere che sia la realtà ad adeguarsi ai suoi desideri?


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Sto per brevettare un aspiravirus che si indossa sulla schiena e ha una bocchetta di aspirazione poco invadente che si applica in prossimità della bocca e delle narici. Tutto quello che entra e esce dalle alte vie respiratorie viene intercettato dal mio aspiravirus portatile, con un’efficienza prossima al 99,997%.
L’unica pecca, al momento, è che si genera il vuoto spinto, per cui in molti casi la persona muore di anossia, ma è un problema che può essere bypassato con una tracheotomia e inserendo nel vostro collo una cannuccia da cui respirare (ovviamente la cannuccia e compresa nel prezzo).
Se vuoi comprare l’aspiravirus e un intervento di tracheotomia rapido, devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e metterò in vendita l’aspiravirus.

Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza

Misurare la temperatura del Paese

ce2fe2aca2b32fbac6f590b239917747.jpg

La misurazione della temperatura corporea è una delle indicazioni che gli Accordi stipulati tra le parti sociali impongono o propongono per garantire la sicurezza di chi lavora dal rischio di contagio da COVID-19.

Chiaramente, anche per ragioni di sicurezza, la procedura viene eseguita con strumenti in grado di eseguire una misura a distanza, senza contatto con il corpo, tipicamente termometri ad infrarosso.

Io ne ho uno, acquistato dopo la nascita di mio figlio, in un attacco di acquisto compulsivo insieme ad un boomerang che non torna, una lente di ingrandimento per accendere la pipa coi raggi solari, un test di gravidanza per soli maschi.

In diverse occasioni, misurando la temperatura di mio figlio, lo strumento mi ha restituito valori incompatibili con la vita umana, che confermavano l’appropriatezza del soprannome che io e mia moglie gli abbiamo assegnato: Itztlacoliuhqui-Ixquimilli, il dio Azteco dell’oscurità, dei disastri, della febbre e dell’ossidiana, della pietra, in modo specifico, dei coltelli di pietra sacrificali, nonché della seconda ora della notte.

Tuttavia, per scrupolo, prima di chiamare un esorcista ho cercato di informarmi su quale fosse l’affidabilità della misura in questione. Per seguire bene il ragionamento, è necessario dire un paio di cose su come si valuta l’affidabilità di un test.
Semplifico… ci sono due parametri:

  • sensibilità: la capacità di individuare in una popolazione di riferimento i soggetti malati. Dire che un test ha una sensibilità del 98%, significa che risulterà positivo nel 98% dei malati;
  • specificità: è il contrario, cioè ti dice chi non è malato. Se un test ha una specificità del 90%, allora il risultato risulterà negativo nel 90% dei sani.

Sono quindi andato a cercare quali fossero i valori di questi due parametri per i termometri ad infrarosso. Nella mia ricerca scopro perfino che hanno trovato che una madre, con la mano sulla fronte ha una sensibilità del 89,2% e una specificità del 50% e poi, finalmente, trovo quello che cercavo.

I valori sono estremamente variabili (vedi note bibliografiche in fondo):

  • sensibilità: 80-99% – significa che tra 1 e 20% degli stati febbrili non saranno rilevati (falsi negativi);
  • specificità: 75-99% – significa che tra 1 e 25% degli stati non febbrili saranno dichiarati febbrili (falsi positivi).

Per capire cosa questo significhi nel mondo reale dobbiamo usare il teorema di Bayes, una delle cose più affascinanti e controintuitive che la mente umana abbia potuto partorire, al pari dell’uso della colla Attak per scopi sessuali (vi prego, non fatevi domande e non fatele a me) o del cavolfiore per scopi culinari (in questo caso la domanda la pongo io: ma come fate a magnare una cosa che puzza di cacca?).

Questo teorema ti permette di sapere, per esempio, dato l’esito positivo di un test (effetto) se effettivamente esso dipenda dalla malattia (causa). Per fare questo bisogna però conoscere quale sia la prevalenza della malattia, ovvero la sua diffusione nella popolazione.

Supponiamo che, misurandomi la temperatura, risulti che io abbia la febbre. Qual è la probabilità che la abbia davvero, ovvero che non si tratti di un “falso positivo”?

Per la prevalenza possiamo partire da questi dati qui, che sono più conservativi di quelli ufficiali.
Attualmente a Roma risulta una prevalenza di 1,12 casi COVID-19 ogni 1000 abitanti (consideriamo che il dato ufficiale è di poco più di 5 su 10.000 abitanti). Dobbiamo considerare che circa il 50% dei contagiati non ha sintomi, ma sappiamo anche che non tutti quelli che hanno la febbre hanno anche la COVID-19. Diciamo perciò che, dato che è maggio, ci siano 0,5 persone con la febbre ogni 1000 abitanti e aggiungiamoci anche la tara, moltiplicando per 2.
Tutto questo per dire che alla fine possiamo considerare che a maggio 2 persone su 1000 hanno la febbre a Roma.
Considerando una sensibilità del 90% e una specificità del 87%, il teorema di Bayes mi dice che, nel caso risultassi  avere una temperatura superiore a 37,5°C, nel 98,6% dei casi si tratterebbe di un falso positivo. Cioè, quasi certamente non sarebbe vero che ho la febbre.
In compenso nel 99,9% dei casi in cui il termometro mi dicesse che non ho la febbre, ci avrebbe beccato. Il falso negativo è improbabile (vedi ringraziamenti in fondo all’articolo).

Decuplichiamo il valore della prevalenza e quindi ipotizziamo che il 2% della popolazione romana oggi abbia la febbre.
Questo valore, oggi, è un’enormità che potrebbe essere riconducibile solo alla COVID-19 (significherebbe supporre che quasi tutti quelli con la febbre abbiano la COVID-19) e significa supporre che questa malattia sia 25 volte più diffusa di quanto risulti dai dati ufficiali.
Ripetendo il calcolo, l’errore scende a circa l’88%, ovvero, con buona probabilità si tratterebbe comunque di un falso positivo, mentre la probabilità di incorrere in un falso negativo sarebbe solo del 0,2%.

La buona notizia è che, dunque, il test è piuttosto preciso nel dirmi che NON HO la febbre, ma è estremamente impreciso nel dirmi che HO la febbre.
In linea di massima, dunque, chi entra in azienda è sano? Assolutamente no, sappiamo solo che non ha la febbre, ma ricordatevi che stiamo assumendo che il 50% dei malati di COVID-19 sia asintomatico.

Insomma, che ci fai coi risultati della misura della temperatura fatti all’ingresso dell’azienda o del cantiere?
Un po’ di scena, niente di particolare… l’importante è non prenderli troppo sul serio.

Come non bisognava prendere troppo sul serio i dati degli screening negli aeroporti, dato che:

SARS (2003)

  • Canada: 6,5 milioni di persone misurate, 9100 falsi positivi, nessun caso identificato
  • Hong Kong: 35,6 milioni di persone misurate, 2 casi positivi;
  • Singapore: 400 mila persone misurate, nessun caso identificato

H1N1 (2009)

  • Giappone: 500 mila persone misurate, 10 casi positivi;
  • Australia: 180 mila persone misurate, 118 falsi positivi.

SARS-COV-2 (al 6 marzo 2020)

  • una sola persona non è stato fatta allontanare da Wuhan perché risultava positiva (non si sa se fosse vero o si trattasse di un falso positivo);
  • su 46000 cittadini USA provenienti da Wuhan è stato rilevato solo un positivo.

E se vi chiedete come tutto ‘sto casino si è sparpagliato nel mondo, questa è la risposta:

Screening for COVID-19 involves the use of thermal scanning and/or symptom screening. Although some imported COVID-19 cases have been detected through entry screening at destination airports, the available evidence suggests that entry screening is not effective in delaying or mitigating a pandemic or detecting incoming travellers with infectious diseases.
Fonte: European Centre for Disease Prevention and Control


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Sto per lanciare un trial medico randomizzato che cambierà le sorti del pianeta e renderà ogni termometro obsoleto.
Se anche tu, appena la temperatura sale di un decimo di grado, entri in stato catatonico, diventi tutt’uno con il pigiama, senti l’approssimarsi della trista mietitrice, sei il soggetto perfetto.
La mia idea è che sia possibile sostituire la misura della temperatura con la riduzione della voglia di vivere: ogni decimo di grado in più è un passo verso
Per entrare a far parte della storia devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e inizierò i miei test.


Note bibliografiche


Ringraziamenti
In una prima versione del post avevo erroneamente effettuato il calcolo inserendo un valore della prevalenza pari a 0,02 invece che 0,002 (eh… capita), ottenendo così un numero di falsi positivi ben più basso di quello reale.
Ringrazio il collega Antonio Rossi per la segnalazione.

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Mascherine per tutti? Decisamente sì.

hcpXyGPx4C9DQye6dPE7P6-650-80.jpg

Nel contrasto alla diffusione del contagio non tutto quello che fai ha lo stesso valore. Questa non è la prima epidemia nella storia dell’umanità e, pur non conoscendo questo virus, le tragiche esperienze del passato (anche antico) e le evidenze scientifiche ci hanno insegnato che il distanziamento sociale, l’isolamento dei casi e l’igiene delle mani sono misure fondamentali per contrastare le epidemie, in assenza di vaccini.

Non diamolo per scontato. Per secoli abbiamo “combattuto” le epidemie sostanzialmente aspettando che il contagio uccidesse quelli che doveva uccidere e attendendo che si creasse una sufficiente immunità di gregge. Nel frattempo, però, per non stare con le mani in mano, le abbiamo tentate tutte: dalla penitenza, ai salassi; dalla somministrazione di mercurio, allo stigma sociale o addirittura ammalandoci di proposito (con il vaiolo, per esempio, si  pagava una persona che aveva contratto la malattia in forma lieve sperando che il virus riservasse lo stesso trattamento).

Tutto questo ci dice che nella storia dell’umanità la diffusione delle epidemie non è mai stata caratterizzata da un evidente rapporto tra causa ed effetto e che, prima che si arrivasse ad elaborare misure effettivamente efficaci come i lazzaretti (“isolamento dei casi”), il rinchiudersi in casa (“distanziamento sociale”), la combustione dei cadaveri, delle case e degli effetti personali dei contagiati (“disinfezione”) ci sono voluti millenni, durante i quali abbiamo fatto tante prove ed errori (alcuni dei quali gravissimi, come per esempio riunirci nelle chiese per pregare che tutto finisse).

Oggi però sappiamo un sacco di cose. Se siete risultati positivi al tampone, non vi hanno bruciato casa e magari vi siete limitati a lavarvi i vestiti in lavatrice.
Ma tante cose ancora non ci sono perfettamente note. Per esempio, anche se può sembrare strano, noi non sappiamo se l’impiego di mascherine chirurgiche da parte della popolazione possa essere davvero utile.

Esattamente. Non abbiamo studi che confermino che, a differenza dell’isolamento dei casi, del distanziamento sociale, del lavaggio delle mani, distribuire a tutti mascherine chirurgiche comporti dei benefici.
Al contrario, sappiamo che comporta la riduzione della disponibilità di questi presidi per gli operatori sanitari e che questo determina un rischio certo di collasso del sistema.
Ed è quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha detto fin dall’inizio, chiedendo a tutti di limitarne l’impiego solo a specifici casi (se si è contagiati o si presta assistenza a persone contagiate).

Questa carenza non è facilmente risolvibile. Il 50% della produzione di mascherine chirurgiche è in Cina. Per darci degli ordini di grandezza, prima dell’inizio di tutto questo, in Cina si producevano 20 milioni di mascherine al giorno e per affrontare l’epidemia, in un mese ne hanno dovute importare 2 miliardi, il 70% delle quali destinato ad operatori sanitari. In un mese, inoltre, hanno aumentato la loro produzione interna di quasi il 600% producendo oltre 100 milioni di mascherine al giorno.
Anche se sono numeri grezzi, danno un’idea: non siamo nemmeno lontanamente vicini al fabbisogno di presidi per la popolazione.
Considerate anche che quelli sono cinesi: se il governo dice che devono aumentare la produzione di mascherine, loro, in poche ore, ti convertono una fabbrica di involtini primavera in una manifattura tessile (e sono in grado anche di riutilizzare allo scopo gli involtini primavera, così dopo l’uso puoi anche friggere la mascherina e mangiartela). Eppure le mascherine non bastano nemmeno a loro.
E non sembra che nel breve termine le cose possono cambiare molto.

Insomma, effettivamente consigliare a tutti di indossare mascherine chirurgiche non è una buona idea se non vogliamo continuare a vedere gli operatori sanitari lavorare senza protezioni, con tutto quello che ne consegue per loro e noi tutti.

L’alternativa, almeno nel breve termine, è quella di ricorrere a “mascherine non mediche“, ovvero prive di specifici requisiti prestazionali. Ne avevo già parlato in questo articolo, sottolineando come non potessero essere considerate una protezione efficace per evitare di “prendersi il virus“.

Nei miei articoli precedenti su questo blog ho sempre fornito le fonti scientifiche delle mie affermazioni, precisando costantemente come, nella fase di contrasto dell’epidemia in cui ci troviamo (ancora oggi, 20 aprile), l’impiego delle mascherine sia assolutamente secondario rispetto allo stare a casa, alla distanza di sicurezza e al lavaggio delle mani.
In questa attuale fase di contrasto.
Ma ci stiamo preparando ad un’altra fase, nella quale dovranno essere impiegati anche nuovi strumenti e che ci vedrà di nuovo per strada, in numero crescente, dunque più vicini, ma soprattutto in tanti.

Tanti. Tanti di cui la maggioranza non è stata ancora contagiata e tanti che sono ancora contagiati e non lo sanno. Tanti, così tanti che sembra che ci siamo riprodotti per scissione binaria – tipo l’Escherichia coli – durante la quarantena. O forse non sono più semplicemente abituato a vedere gente e mi sembrate di più di prima, mentre invece la catastrofe è che siamo meno di prima e rischiamo di avere ancora molti altri morti se non stiamo attenti.

E all’aumentare del numero di persone per strada, al lavoro, nei luoghi pubblici, la distanza di sicurezza, comunque fondamentale, deve fare i conti con la complessità del sistema. È come quando siamo in macchina. Idealmente tutti teniamo una distanza di sicurezza dalla macchina che ci precede, ma quanto più aumenta la densità del traffico, tanto più è difficile garantirne l’adozione e piccole variazioni nei comportamenti di ciascuno, rendono il sistema caotico. In questo parallelismo, il contagio dà vita all’ingorgo: il comportamento dei singoli ha effetti sulla guida di tutti, producendo un risultato (l’ingorgo) che è più della somma delle piccole frenate.

La mascherina è come una distanza di sicurezza indossabile che interviene nel supplire la carenza di distanza di sicurezza fisica.
Ma può funzionare davvero? Non abbiamo studi scientifici che lo affermano. Ma assenza di prove non è prova di assenza. E possiamo fare qualche ragionamento sfruttando proprio la caratteristica della crescita esponenziale del fenomeno, attraverso il numero R0 cioè: il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva.

N.B.: i numeri che seguono non devono essere presi alla lettera, servono solamente a fare un ragionamento.

In Lombardia è stato stimato che all’inizio dell’epidemia fosse R0 = 2,96 (diciamo 3 per comodità di calcolo). Questo significa che ogni persona contagia 3 persone, quindi avremo che il numero di contagiati totali sarà:

  1. 1 + 3 = 4
  2. 1 + 3 + 9 = 13
  3. 1 + 3 + 9 + 27 = 40
  4. 1 + 3 + 9 + 27 + 81 = 121

Dopo 17 passaggi avremo superato la dimensione della popolazione italiana (oltre 64 milioni di persone contagiate).
Ora supponiamo di indossare tutti una mascherina, e che l’adozione di questa misura consenta di ridurre il valore di R0 da 3 a 2,9 (una riduzione di appena il 3,4%). In questo caso, dopo 17 passaggi il numero dei contagiati sarebbe di 38 milioni (cioè il 40% in meno rispetto a prima).
Cioè, anche ammesso che le mascherine servano a poco, quel poco significherebbe comunque tantissimo in un fenomeno con crescita esponenziale, ovvero contribuisce in modo sensibile all’appiattimento della tristemente nota “curva dei contagi”.

Sotto questo punto di vista è come la velocità in macchina: se invece di andare a 100 km/h vai a 70 km/, stai riducendo la velocità del 30%.
In compenso, l’energia cinetica si riduce di oltre il 50% e quindi un’eventuale incidente avrà conseguenze enormemente inferiori.

Usare la mascherina ci fornirà un vantaggio sensibile solo se la indossiamo tutti e teniamo ben presente che la mascherina è solo una misura ulteriore al distanziamento sociale e al lavaggio delle mani, scordandoci completamente l’idea che esse siano sufficienti a proteggerci se anche gli altri non le indossano.

Anche in assenza di evidenze scientifiche circa la loro utilità, tenendo fermo il fondamentale criterio del “primum non nocere” (in questo caso rispettato, perché i danni collaterali derivanti dall’uso delle mascherine non sembrano essere superiori a loro benefici), in base al principio di precauzione personalmente ritengo che l’uso delle mascherine non mediche dovrebbe essere considerato per tutti e in tutti i casi in cui – in ambiente diverso da quello della propria abitazione – non sia obbligatorio indossare maschere chirurgiche o DPI (fatta eccezione per i bambini piccoli e persone per le quali l’uso non sia sconsigliato dalle condizioni di salute o per altri rischi).

Per quanto riguarda la tipologia più adatta di queste mascherine non mediche, in queste settimane se ne sono viste di tutti i tipi (modello “Bugs Bunny”, in simil-cartaigienica, semirigide, a pannolino, ecc.) e un amico (grazie Renato) mi ha fornito interessanti aneddoti in merito e particolari costruttivi che rafforzano la necessità di considerarle sempre come misure secondarie.
È evidente che non tutte le mascherine sono uguali, sia per materiali che per comodità ed efficienza (qualunque essa sia) e l’obiettivo deve essere quello di trovare il miglior equilibrio tra la semplicità costruttiva (e dunque la realizzabilità delle stesse a livello industriale in grande numero) e il costo, senza che questo significhi andare pesantemente a scapito della loro indossabilità e ragionevole efficacia (come si è visto in alcuni casi).

L’alternativa è quella di farsele in casa. Ma, a quel punto, o te la fai bene o non ne vale la pena.

Dai miei studi (non sono ironico, ho letto un mucchio di studi scientifici) è emerso che i materiali migliori per costruirsi una mascherina siano il tessuto non tessuto (migliore del cotone) e lo scottex.
Per quanto riguarda le prestazioni, questo studio afferma che una mascherina di questo tipo ha un’efficienza filtrante del 95%. Ora, per me, la questione non è se si tratta del 95% o del 90% o dell’80%. La questione è che ci sono buone probabilità che sia più di 0% e funzioni meglio di altri materiali.
Unendo vari tutorial, dopo aver convinto mia moglie di aver già preso le mie goccine e dopo aver superato i vari test  a cui mi ha sottoposto per verificare un mancato aggravamento delle mie condizioni mentali, lei ha riesumato la macchina da cucire.
La mia esperienza è: si può fare e la resistenza respiratoria è accettabile per lo svolgimento di attività non gravose.

Materiali necessari

  • Forbici
  • Due pezzi di tessuto  (meglio se di due colori distinti, così potrete distinguere facilmente qual è la parte che deve sempre andare a contatto con il viso)
  • una metrata di elastico
  • Ago e filo o, meglio ancora, una macchina da cucire (e una moglie)
  • Una stampa del modello di mascherina che trovate più sotto (scaricate l’immagine e stampatela)
  • 3-4 fogli di scottex (o due fogli piegati a metà)

Costruzione

  1. tagliate la stoffa seguendo le dimensioni del modello di carta e mettete i due strati uno sull’altro.
  2. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura A
  3. rivoltate il “coso” che avete cucito, in modo che la stoffa che avanza finisca all’interno. Mica vorrete andare in giro come se vi foste fatti la mascherina da soli!
  4. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura B
  5. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia
  6. piegate la vostra mascherina come indicato nel modello. Aiutatevi materialmente col modello di carta, piegano la carta. Mettete punti di cucito man mano. ‘Sta parte è una gran rottura. Usate il ferro da stiro
  7. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia, fatevi aiutare da qualcuno che tenga gli elastici fermi sulla testa mentre provate la mascherina. Segnate la lunghezza corretta (tagliando l’elastico in eccesso) e cucite l’elastico alla mascherina
  8. sigillate tutto cucendo lungo la cucitura C
  9. prendete lo scottex e tagliatelo/piegatelo fino ad inserire 3-4 strati nella mascherina attraverso lo spazio vuoto lasciato sopra tra le cuciture A e B. È il vostro filtro.
  10. rifinite come meglio vi pare.
  11. dopo l’uso, rimuovete lo scottex. La mascherina può essere lavata in acqua e sapone  o ipoclorito di sodio al 0,1% (prendete la candeggina: ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua)
  12. ENJOY! E statemi lontani e lavatevi le mani.

Istruzioni mascherina.jpg


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Anche se indossi la mascherina, stammi lontano

6d7dbcd4a39f7390a34dd8cf4f2578dd.jpg

Non finirò mai di ripeterlo: nella gerarchia delle cose buone e giuste da fare per evitare il diffondersi del contagio e prevenire il beccarsi la COVID-19, le misure di gran lunga più importanti sono:

Anche indossando una mascherina chirurgica, queste due misure devono essere considerate le più importanti in assoluto e, per nessun motivo, mettersi qualcosa in faccia deve indurre qualcuno a pensare di non essere capace di contagiare qualcun altro o – peggio ancora – di essere protetto dal contagio.

È di ieri uno studio pubblicato dalla rivista Annals of Internal Medicine nel quale i ricercatori Sud Coreani hanno preso 4 malati di COVID-19 e li hanno fatti tossire per 5 volte ciascuno in ognuna di queste condizioni (i Sud Coreani sono fatti così):

  • Senza niente in faccia
  • con indosso una mascherina chirurgica
  • con indosso una mascherina di cotone (il modello Bugs Bunny (cit.), per capirsi)

La carica virale è stata rilevata mediante una piastra di Petri, diversa per ogni colpo di tosse, posizionata a 20 cm dalla loro bocca. Poi hanno fatto anche dei tamponi sulla superficie interna delle maschere e sulla superficie esterna delle maschere.

Risultato:

  1. anche indossando una mascherina chirurgica o di cotone, l’aerosol è comunque passato, con una carica virale sostanzialmente indifferente che le si indossasse o meno.
  2. la carica virale rilevata sull’esterno delle maschere era superiore a quella dell’interno delle maschere.

Questo significa che quindi manco le mascherine chirurgiche servono a impedire il contagio? Calma.

Stiamo parlando di colpi di tosse che generano, perciò, aerosol, non semplici sputazzi.
Senza tossire, ci sono buone speranze che le mascherine chirurgiche fermino il grosso degli sputazzi e, dunque, della diffusione.
Perciò, è molto bello che tu abbia indossato la mascherina.
Anche se non è raccomandato dal WHO, dal Ministero della Salute, è molto bello che tu l’abbia fatto.
Io, nel profondo del mio cuore so che tu l’hai fatto per ridurre la diffusione del contagio (e anche un po’ perché speri che ti protegga). Non c’è niente di male, anzi, te ne do merito. E ti voglio bene.
Ma non è che io posso vivere con l’incubo che ti scappi un colpo di tosse o uno starnuto mentre siamo in coda per entrare al supermercato.
Quindi, stammi lontano. Tu e la tua mascherina.

Inoltre, se tossisci, anche se sei lontano da me, la carica virale passa sulla superficie esterna della mascherina e, se la tocchi, poi con le tue manacce zozze contaminerai tutto quello con cui vieni in contatto (cross-contamination).
Quindi, lavati le mani.

Se vuoi leggere altro sull’argomento, qui trovi pane per i tuoi denti:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Non è stato Google, un link trovato su Facebook o da qualche altra parte ad averti portato su questo blog, ma l’intera storia dell’Universo dal big bang ad oggi.
Potevi finire su Pornhub (categoria: Mascherine in lattice) o sul sito di Libero, invece sei finito qua.
Ora, davvero intendi opporti all’Universo? Devo ricordarti cosa è successo ai dinosauri? O al dodo? Anche loro erano convinti di poter fare come gli pareva.
Perciò, abbandonati. Ormai sei intrappolato in questo blog come una mosca scivolata nel water (e sì, qualcuno ha pure fatto quello che doveva fare e non ha tirato lo sciacquone. E tu sei lì e nuoti).
Non temere, ti salvo io. Devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post, la tua ciambella per rimanere a galla.

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Un metodo per riutilizzare i facciali filtranti che funziona. Forse stavolta davvero…

1208482560.jpg.0.jpgMentre in Italia prosegue la ricerca per trovare un metodo che consenta di disinfettare i facciali FFP2 e FFP3, per fronteggiare la scarsità di questi dispositivi indispensabili per la protezione degli operatori sanitari che operano a contatto con malati di COVID-19, il 29 marzo scorso la FDA (Food and Drug Administration) negli USA ha approvato e autorizzato l’impiego di un procedimento per la decontaminazione dei facciali filtranti N95 (equivalenti alle nostre FFP2).

La cosa incredibile è come questa notizia sia potuta passare inosservata in qualunque quotidiano, televisione, agenzia… Nemmeno Barbara D’Urso se n’è accorta…

Qui la lettera di autorizzazione, dal sito della FDA (così siete sicuri che non è una bufala).

Il metodo è stato sviluppato dall’azienda Battelle la quale afferma che ogni unità del suo CCDS Critical Care Decontamination System™ può decontaminare 80.000 facciali, attraverso l’uso di elevate concentrazioni di vapori di perossido di idrogeno per 2,5 ore.

Il metodo è incompatibile con facciali filtranti contenenti materiali a base di cellulosa e non potrà essere usato su DPI visibilmente sporchi.
Tuttavia, i facciali decontaminati potranno essere nuovamente sottoposti a trattamento per un totale di 20 volte ciascuno.

Credo si tratti di una notizia importantissima, considerato che la Battelle ha già iniziato la produzione su larga scala di questi sistemi e sono già stati consegnati i primi nell’area di New York.
Spero che qualcuna tra le Autorità Italiane preposte alla gestione dell’emergenza verifichi immediatamente la possibilità di accedere all’acquisto di questi dispositivi.

Ovviamente non è un metodo che chiunque può farsi in casa, ma nell’attesa che anche da noi si arrivi ad una soluzione per fronteggiare la scarsità di dispositivi, evitiamo di usare metodi di comprovata inefficacia e dannosi, tipo disinfettarli con alcol etilico.
Vedi anche qua:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se vuoi continuare a seguire questo blog, guarda in alto su questa pagina, sotto la foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza

Addendum all’eptalogo per fare la spesa in sicurezza

Carrello

In questi giorni ho ricevuto un sacco di osservazioni, precisazioni, puntualizzazioni, richieste di chiarimento e simili, riguardanti l’eptalogo per fare la spesa che avevo pubblicato in un precedente post.

Inizialmente l’ho presa un po’ sul personale… Mi sono domandato se anche Mosé sul Sinai si fosse messo a discutere con Dio dopo che questi gli aveva dettato i 10 comandamenti, cominciandolo a tempestare di domande del tipo: «Tutto qui? E le canne? Se le potemo fa’ le canne? E i vegani? So’ permessi o li dobbiamo sterminare come a Sodoma?».

Capisco che il paragone con Dio possa sembrare azzardato, ma sono certo che anche lui ce l’abbia messa tutta (OK, magari in primi comandamenti sono un po’ autoreferenziali ma l’impegno è evidente) per fare una sintesi delle cose più importanti che si devono osservare. Eppure, alla fine, comunque hanno dovuto scrivere un catechismo che spiegasse punto, punto quello che voleva dire.

E allora pure io mi sento in dovere di dire qualche parola in più sulle cose da fare quando si fa la spesa.

Disinfetta l’impugnatura del carrello della spesa. È probabile che se ne occupi già il supermercato, ma se non ne avete certezza, fatelo voi. Come? Ne avevo già parlato nell’eptalogo, al punto 3: portatevi il disinfettante da casa. In alternativa potreste usare quello che c’è all’ingresso del supermercato per disinfettare le mani, ma è un po’ macchinoso.
Tenete presente che è scientificamente provato che l’impugnatura del carrello della spesa è una delle cose più luride che ci siano sulla faccia della terra.
Magari starai pensando: «E a me che mme frega? Io mi metto i guanti». Se ancora dopo un mese di quarantena la pensi così, non hai capito molto di quello che sta succedendo e, se in tanti la pensano come te, ci libereremo di questo virus solo quando lui si sarà rotto le palle di noi.
I comportamenti, tutti i comportamenti che mettiamo in campo devono essere finalizzati principalmente ad evitare la diffusione del contagio, non a proteggerci singolarmente.
Dunque, se tu metti i guanti e tocchi qualcosa di contaminato, poi coi tuoi guantini continuerai a contaminare tutto quello che tocchi. Idem se ti disinfetti le mani e non l’impugnatura del carrello della spesa.
Al contrario, se disinfetti le tue manine laboriose e anche la solida impugnatura del tuo amorevole carrello della spesa, le tue appendici e i loro pollici opponibili resteranno immacolate e tu potrai andare in giro per il supermercato puro come se avessi appena finito di prepararti per la colonscopia.
Vuoi usare i guanti? Bene, ma devi disinfettare l’impugnatura del carrello della spesa.
Se poi decidi di disinfettarlo ANCHE prima di rimetterlo a posto, avrai dato un esempio di civiltà e altruismo.

Alla fine della spesa. È stata la principale osservazione che mi è stata mossa. Ok, tutto giusto, ma poi una volta arrivati a casa, che ci facciamo con la spesa? Sinceramente, questa preoccupazione mi pare sopravvalutata e anche per questo non è nell’eptalogo essenziale.
Cominciamo col dire che molto dipende proprio dall’osservanza del punto precedente e delle principali regole di igiene: se tutti si disinfettassero le mani, tossissero nell’incavo del braccio, disinfettassero l’impugnatura del carrello, le merci esposte nel supermercato non rischierebbero di essere contaminate.
Detto questo, io non vivrei con l’incubo del contagio derivante dalla spesa una volta a casa. Basta osservare le principali norme di igiene anche in questo caso. Il cibo si trova all’interno di confezioni e ciò che non lo è (es. frutta e verdura) va comunque lavato. La cottura uccide i virus e prima di mangiare o toccare i cibi, lavatevi le mani. Tutto qui.
Non vi fidate? Allora disinfettate le confezioni, ma secondo me rischiate di fare più casino che altro, soprattutto su contenitori porosi. Ci sono persone che lasciano ferma la spesa per 3 giorni (c’è qualcosa di salvifico in questa tempistica) prima di metterla a posto. Fate come volete se vi fa stare meglio.
Con le buste della spesa, quelle in plastica io le butto. Quelle riutilizzabili le lavo.

Spesa on line. Vabbeh, questa deve essere la prima opzione per tutti, a prescindere. Il problema è che in questo periodo le date di consegna dei supermercati che offrono questo servizio sono saturate per settimane (almeno qui a Roma, sicuramente nella mia zona).
Inoltre, è probabile che in molte città o quartieri periferici non sia proprio presente il servizio. Tuttavia, vi invito a informarvi meglio con amici, parenti, conoscenti.
Ieri, ho scoperto di avere un’amica che è un ninja della ricerca di servizi di consegna on line (catene del freddo, prodotti calabresi, frutta e verdura, ecc.) e di cui ignoravo queste competenze. Ci potrebbero essere in quartiere anche piccoli negozietti che offrono la consegna a domicilio. Magari non trovate tutto, ma sicuramente vi si riduce la necessità di uscire di casa.

Disinfettare le superfici. Non darò consigli su come prepararsi un disinfettante partendo da alcol etilico e vi sconsiglio di fare ricerche sull’argomento (rischiate di farvi male). Usate la comune candeggina per il bucato (ipoclorito di sodio) che, in commercio, è diluita al 5%.
Ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua per avere una concentrazione finale dello 0,1% che è quella consigliata.
Se le superfici sono sporche, PRIMA dovete pulirle e DOPO disinfettare con la soluzione che avete preparato (il tempo di contatto minimo è 10 minuti, cioè NON dovete risciacquare prima)
N.B.: è solo ad uso di disinfezione delle superfici, non dovete usarla su corpo o mani.
N.M.M.B. (Nota Molto, Molto BENE): non miscelare MAI con ACIDI.

Di nuovo, ricordiamo che, in ordine di priorità, le cose importanti da fare sono:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse anche tu vuoi un carrello della spesa come quello in figura.
Ho intenzione, nei prossimi post, di pubblicare a puntate le istruzioni per costruire un carrello che va a candeggina e i cui gas di scarico uccidono il virus.
Perciò, guarda in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.