Pubblicato in: Altro

Virus e mascherine

Peppazombie

Questo post ha valenza generale pertanto, anziché vincere facile parlando del coronavirus, la star del momento, mi porto avanti, trattando il caso del virus responsabile della diffusione dell’epidemia di zombie che nel prossimo futuro potrebbe cancellare il mondo come noi lo conosciamo (l’immagine di copertina serve a sensibilizzare anche mio figlio di 3 anni all’argomento, grandemente sottovalutato).

Anche se, in effetti, molte sono le similitudini tra i due virus.
Per esempio, tutti sanno che il morso di uno zombie ha una probabilità del 100% di trasmettere il virus. Quello che non tutti sanno è che comunque l’infezione si trasmette tramite i fluidi in genere.
Ora, mentre gli zombie non tendono a stuprare gli umani (quindi non dovete preoccuparvi della trasmissione per via sessuale, a meno che non siate voi a stuprare lo zombie…. c’è a chi piace…), il problema è che il virus può diffondersi con tosse e starnuti.
E gli zombie mi sono cagionevoli di salute e, anche se nei film non lo mostrano mai, starnutiscono e tossiscono, trasmettendo il virus per via aerea in un raggio di due metri.
Esattamente come il coronavirus.

Indossare una maschera di protezione può sembrare una buona idea per difendersi dal virus e, infatti, pare stiano andando a ruba.
Ci sono due tipi di mascherine potenzialmente utili allo scopo: quelle chirurgiche e i facciali filtranti antipolvere.

La mascherina chirurgica ha la funzione principale di proteggere chi ci circonda. Per esempio, evita che un chirurgo – mentre esegue un’operazione a cuore aperto – sputi o starnutisca nel torace del paziente. Ma non tutela efficacemente chi la porta dal rischio di infezioni, anche perché non aderisce perfettamente al viso.

I facciali filtranti antipolvere sono invece pensati per tutelare chi li indossa dal respirare polveri ma vanno bene anche per aerosol, quindi anche lo spray di sputazza che produci quando starnutisci.
Ne esistono di tre classi, in ordine crescente di protezione (rif. UNI EN 149:2009): FFP1, FFP2 e FFP3.
Per dire, la FFP3 è certificata per avere una perdita di tenuta totale verso l’interno (la roba che può comunque passare dalla valvola/filtro/bordo) massimo del 5% (cioè il 95% della polvere viene trattenuta/non passa).
Se indossata correttamente.

Considerate che la prova di tenuta, secondo la norma UNI EN 149, prevede che il soggetto non abbia barba e basette, prima di indossare la maschera legga le istruzioni del fabbricante e scelga un facciale della misura corretta. Inoltre un tizio dovrà spiegargli come la si indossa correttamente e verificare successivamente il corretto adattamento al viso del soggetto della maschera indossata.
Diciamo che ci sono buone possibilità che, la persona media, non riesca a farlo e quindi la tenuta reale della maschera sia inferiore.

Inoltre gli studi condotti nel mondo reale non dimostrano che i facciali filtranti antipolvere siano più efficaci a proteggerti rispetto a quelle chirurgiche (Fonti: qui e qui). Lo sono solo in teoria, ma non ci sono prove che lo siano in pratica e, al contrario, si potrebbe ingenerare nella persona che le indossa un senso di falsa protezione che può aumentare il rischio di esposizione.

Ma c’è di più e questo riguarda entrambe le maschere.

  1. Non devi mai togliertele. Mai. Neanche per il tempo necessario per fare una telefonata. O se Charlize Theron (Brad Pitt come alternativa) vuole pomiciare con te. O per scaccolarti. Mai.
  2. Sono sempre da considerarsi monouso, perché non puoi sapere se siano state contaminate. E costicchiano (almeno quelle antipolvere).

E poi, mica ci sono solo naso e bocca… Gli occhi per esempio? Il virus può entrare anche da lì. In parole povere, indossare una mascherina può essere utile per ridurre la probabilità che siate voi ad infettare altre persone, ma non è la cosa principale da fare per proteggersi.

Infatti, al netto della trasmissione per morsicatura nel caso degli zombie e finché non trovano un vaccino, la principale forma di prevenzione contro il contagio da parte del virus (e vale anche per il coronavirus, l’influenza, ecc.) è sempre la stessa:

DOVETE LAVARVI LE MANI.
AVEVO GIÀ SPIEGATO QUI PERCHÉ E COME SI FA.

Un’altra cosa che accomuna il virus responsabile della zombiezzazione e il coronavirus è che, di entrambi non è ancora noto con certezza il tasso netto di riproduzione R0.
Eh?
Si tratta di un indice che ci dice quante persone non infette è potenzialmente in grado di contagiare una persona infetta. Un virus con R0=3, per esempio, significa che una persona infetta può contagiare 3 persone nel suo periodo di infettività. Che a loro volta ne contageranno altre 3 a testa e via dicendo, con una crescita esponenziale.
Per dire, il morbillo ha un R0 compreso tra 12 e 18, l’HIV ha R0=2-5, l’ebola ha R0=1,5-2,5.

Sia del coronavirus che del C@2z0! (la sigla che gli scienziati hanno scelto per identificare il virus degli zombie) invece non si sa bene.
Il coronavirus è dato (attualmente) con un R0=2,2-3,5 (*), mentre il virus degli zombie ha un R0 potenzialmente infinito, dato che allo stato attuale delle conoscenze la persona rimane permanentemente infetta e non muore per effetto del virus, ma rimane zombiezzata.

Ora, soprattutto a quelli che sottovalutano il rischio zombie (ma il discorso vale anche per il coronavirus) voglio dire che il problema è che, per riuscire a stimare decentemente R0, la malattia deve essere sufficientemente diffusa. Ma le misure di contenimento che sono state prese tendono proprio a impedire che ciò accada, inficiando la stima (il governo ci tiene all’oscuro del numero di zombie attualmente rilevati e li ha segregati in una base militare sotterranea di cui nessuno conosce l’ubicazione).

E ragionamenti analoghi si possono fare per il tasso di letalità e il tasso di mortalità facendole potenzialmente diventare delle profezie che si autoannullano: se si parla molto di una malattia, le persone tenderanno, per esempio, ad andare in ospedale ai primi sintomi. In questo modo si riduce la diffusione della malattia facendola sembrare meno “contagiosa” di quanto lo sia intrinsecamente e/o si riduce il tasso di mortalità.
Questo è uno dei motivi per cui molte persone hanno la percezione che le ultime epidemie (SARS, A H1N1) di cui si parlava tanto, siano state sopravvalutate.
Quindi, occhio quando sentite dire che un virus è meno letale dell’influenza, abbassando così la percezione del rischio: se non sono disponibili dati a sufficienza, non è detto che lo sia intrinsecamente, potrebbe esserlo solo nelle condizioni di controllo attuali e al netto di sue future mutazioni. Ma non bisogna nemmeno impanicarsi.

(*) Fonte 1, Fonte 2, Fonte 3


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post anche tu sei preoccupato dell’approssimarsi dell’epidemia zombie.
Fare scorta di cibo, acqua, armi potrebbe non essere sufficiente. Dobbiamo organizzare i superstiti.
Per far questo guarda in alto. La foto che vedi sono io. Non ho barba e basette per consentire il corretto adattamento delle mascherine. E non sono calvo.
Ad ogni modo, smettila di guardarmi come se fossi il tuo salvatore. Quando gli zombie attaccheranno, ricorda: sei solo.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e per tenerci in contatto allo scoppio dell’epidemia.

Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. versione Divina Scuola di Hokuto

WewillbefreeCi eravamo lasciati nel 2019 con la pubblicazione della versione contronatura di ANA.R.CHIM. e riprendiamo proprio da lì, adesso, che siamo nel 2020 e, per poco, un olocausto nucleare non ci riportava ai livelli di civiltà di vari millenni fa.

In questi giorni mi sono passate davanti tutte le puntate di Ken il Guerriero e ho capito che non avrei potuto lasciare ai pochi superstiti una versione di ANA.R.CHIM. che non fosse conforme agli standard  della Scuola di Hokuto.

Anche grazie alle segnalazioni di alcuni utenti, avevo infatti scoperto che selezionando simultaneamente le celle H1087 e BM980 di una delle schede del foglio di calcolo e premendo shift, si sarebbe attivato il punto di pressione Jagger che permette di controllare la volontà di una persona facendole eseguire un compito. Se questo non viene eseguito, la testa esplode.
Questo comando è espressamente vietato dalla norma tecnica TOKI 696969 della Divina Scuola.

Nella nuova versione, scaricabile da QUI, il bug è stato corretto. Kenshiro approva!
Inoltre, le altre principali novità di questa versione sono:

  1. Nella scheda “Inventario” è possibile direttamente inserire alcune indicazioni di pericolo con la relativa categoria come richiesto da Movarisch. Ora si possono inserire fino a 10 indicazioni di pericolo con categoria;
  2. Nella scheda “Inventario” è stato corretto un bug che impediva di selezionare i prodotti di processo;
  3. Nella scheda “Val-Ina” è stato corretto un coefficiente che sovrastimava il rischio quando si selezionava lo stato fisico “pastoso”;
  4. Nella scheda “Val-Inc” è stato corretto un bug che non consentiva di selezionare la presenza di acqua in presenza di alcune indicazioni di pericolo;
  5. Nella scheda “Val-Amb” è stato corretto un bug che non consentiva di selezionare la presenza di acqua o acidi in presenza di alcune indicazioni di pericolo;
  6. Nella scheda “Movarisch” corretto un bug che assegnava un indice di rischio errato in caso fosse stato selezionato “Nessun contatto” cutaneo;
  7. Rimosse le schede “Val-Canc” e “Bilan-Canc”;
  8. Aggiunte alcune note esplicative;
  9. Migliorati alcuni aspetti di mera funzionalità.

Se vedete qualcosa che non va, fatemelo sapere. Vediamo che si può fare.

Chi non conoscesse ANA.R.CHIM., può scoprire di cosa si tratta in questo post.
Ah, è gratis 🙂

NOTE
[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.
[2] Per usare Movarisch è necessario preventivamente inserire i dati nelle schede Inventario e Val-Ina.
[3] Le metodologie ANA.R.CHIM. e Movarisch non sono perfettamente sovrapponibili. Non tutte le indicazioni di pericolo Hxxx sono contemplate in Movarisch. Pertanto, se dopo aver compilato tutti i dati, la casella Rcum in Movarisch rimane vuota, non è un errore. Evidentemente quella sostanza pericolosa non è valutabile in Movarisch
[4] Nella scheda Bilan-Sal trovate la sintesi, organizzata in modo gerarchico dei punteggi di ANA.R.CHIM. e Movarisch 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Nel corpo umano sono distribuiti centinaia di Punti Nascosti dei Meridiani (経絡秘孔 Keiraku Hikō), noti anche come Hikō, Tsubo o “punti di pressione”: colpirli senza conoscere le tecniche di Hokuto, cioè con forza insufficiente o ignorando i risultati del colpo porta immancabilmente a violente ripercussioni, in molti casi letali.
Questo blog usa i punti di pressione e il D.Lgs. n. 81/2008 solo a scopi terapeutici.
Se vuoi unirti anche tu alla Divina Scuola di Hokuto, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi stamparla e mostrarla nel caso in cui venissi aggredito da qualche successore della Scuola di Nanto, ma non funziona contro il colpo detto Pugno dell’Uccello d’Acqua che costringe chiunque lo subisca a mettere la data certa sul POS.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. Nuova versione contronatura

WewillbefreeCosa succede se metti insieme vino e limone? Oppure se fai accoppiare un rinoceronte maschio con un chihuahua? In genere nulla di buono (soprattutto per la chihuahua). Ci sono abbinamenti che sono contro natura. Punto e basta.

Proprio per questo pensavo che se avessi messo insieme ANA.R.CHIM. e Movarisch in un unico foglio di calcolo, esso si sarebbe annichilito con grande rilascio di energia, aprendo un portale che avrebbe messo in comunicazione il nostro mondo con quello della Conferenza Stato-Regioni, avverando la profezia:

Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli (Apocalisse 12,9).

Prudentemente, mi sono rifugiato in una piega del tessuto temporale e, lo scorso 31 novembre, ho fatto tutte le prove necessarie. Se qualcosa fosse andato storto, l’universo avrebbe continuato ad esistere.
Dopo vari tentativi e la distruzione di alcuni universi paralleli, sono infine riuscito a rendere stabile il tool.

Potete scaricarlo da QUIÈ un foglio di calcolo di Excel (vedi nota [1]).

Le principali novità di questa versione sono:

  1. Integrazione con Movarisch (vedi nota [2], [3], [4])
  2. Inserimento di nuove indicazioni di pericolo in ANA.R.CHIM. (da H228 a H231)
  3. È stata inserita anche in alto la sintesi delle valutazioni

Se vedete qualcosa che non va, fatemelo sapere. Vediamo che si può fare.

Chi non conoscesse ANA.R.CHIM., può scoprire di cosa si tratta in questo post.
Ah, è gratis 🙂

Edit: la versione attualmente scaricabile è quella del 14 gennaio 2020. Se siete in possesso di una versione precedente, fate un nuovo download.

NOTE
[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.
[2] Per usare Movarisch è necessario preventivamente inserire i dati nelle schede Inventario e Val-Ina.
[3] Le metodologie ANA.R.CHIM. e Movarisch non sono perfettamente sovrapponibili. Non tutte le indicazioni di pericolo Hxxx sono contemplate in Movarisch. Pertanto, se dopo aver compilato tutti i dati, la casella Rcum in Movarisch rimane vuota, non è un errore. Evidentemente quella sostanza pericolosa non è valutabile in Movarisch
[4] Nella scheda Bilan-Sal trovate la sintesi, organizzata in modo gerarchico dei punteggi di ANA.R.CHIM. e Movarisch 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, forse anche tu lotti contro le forze oscure.
Questo blog contribuisce alla lotta contro vampiri, zombie e membri della Conferenza Stato-Regioni.
Se vuoi unirti a noi, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi stamparla e usarla, in caso di pericolo, per difenderti dalle creature della notte. Ma non basta per vincere la lotta contro il male.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Manuale Sicurezza sul Lavoro 2019: non tutti sanno che…

Sicurezza_sul_lavoro_2019_20287.ashxA volte la vita ci riserva sorprese.

Una volta ho acquistato un coltellino multiuso e, solo dopo qualche anno, ho scoperto che, nascosto in un’ansa sottile, esso celava anche un cacciavite.

Grazie a quel cacciavite ho vinto il premio Mc Gyver per essere riuscito a montare uno scaffale Ikea senza che avanzassero pezzi e lasciarci le dita.

Ora, tanti di voi hanno acquistato il Manuale Sicurezza sul Lavoro 2019 e mi hanno scritto:

«Caro Andrea, grazie al Manuale Sicurezza ho ritrovato la gioia di vivere e il segreto per fare la carne alla genovese. Ma per essere pienamente felice avrei bisogno del testo dell’articolo di ISL sui ripari interbloccati citato a pag. 875 del Manuale. Puoi aiutarmi a fare di me una persona completa e appagata?».

Cari Lettori:

  1. Tutti gli approfondimenti, la modulistica, la giurisprudenza citati nel Manuale sono disponibili e scaricabili dal link riportato a pagina IX della presentazione;
  2. Se avete acquistato il formato cartaceo, sapevatelo che il Manuale è consultabile anche online. All’ultima pagina trovate le indicazioni per attivare la consultazione (c’è tipo un gratta-e-vinci: grattatevelo);
  3. Ciò era vero anche per le edizioni precedenti.

Il Manuale è in vendita QUI (shop online della casa editrice Wolters Kluver Italia).

Nel Manuale Sicurezza sul Lavoro c’è tutto quello di cui avete bisogno: dalle ricette di cucina a come calcolare l’esposizione di un lavoratore ad un agente chimico.
Una volta Superman mi ha detto: «Mi hanno chiesto il DUVRI. Se nel tuo Manuale c’è scritto come salvare il mondo, riducendo al minimo le interferenze tra l’impiego dei miei superpoteri, la popolazione civile e la minaccia aliena, ti prometto che farò tutto quello che vuoi».

Da allora Superman gira con le mutande sopra i pantaloni.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, forse anche tu desideri salvare il mondo.
Questo blog contribuisce alla lotta contro il riscaldamento globale, l’impatto di meteoriti e l’infestazione del punteruolo rosso.
Se vuoi unirti a noi, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi guardarmi gratis, l’attraenza e l’incredibilismo non hanno prezzo. Ma non fermarti ad essi.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

Pubblicato in: dove sta scritto?, macchine

Dove sta scritto?… Cos’è un’attrezzatura di lavoro e cosa no

Bue

Cominciamo con un veloce test per verificare il vostro fabbisogno formativo.
Quale tra queste è un’attrezzatura di lavoro (per ricordarvi la risposta selezionata, vi consiglio di usare un chiodo per incidere una X sullo schermo del vostro dispositivo, in corrispondenza dei cerchietti rossi)?

O Il bue che tira l’aratro
O Un ponteggio
O Un’automobile
O Una scaffalatura
O Una scrivania
O Una plafoniera a soffitto

Risposta: nessuna tra quelle su menzionate.

DOVE STA SCRITTO?

Nella definizione di «attrezzatura di lavoro», riportata nell’art. 69 del D.Lgs. n. 81/2008.

Attrezzatura di lavoro: qualsiasi macchina, apparecchio, utensile o impianto, inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo, destinato ad essere usato durante il lavoro.

Mi è già capitato di affrontare questo argomento in passato, ma ritengo valga la pena farlo ancora una volta, ispirato da una recente discussione tra colleghi su Facebook.

Spesso accade che, per pigrizia o eccesso di semplificazione, si tenda ad associare il concetto di «attrezzatura di lavoro» a qualunque cosa venga utilizzata per lavorare, badando solo alla sua «funzione», indipendentemente dalla sua «natura».

Ma in effetti, la norma non è così generica.
Al contrario, la definizione limita il concetto di «attrezzatura di lavoro» a 4 specifiche fattispecie:

  • macchina;
  • apparecchio;
  • utensile;
  • impianto.

Facciamo una precisazione doverosa. Il Titolo III del D.Lgs. n. 81/2008, del quale l’art. 69 fa parte, gode di autonomia del contesto definitorio, un’espressione che significa banalmente che la definizione di «attrezzatura di lavoro» vale solo per questo Titolo qui… Se la stessa parola ricorre in altre parti del testo di legge (o in altre leggi), potrà assumere significati diversi.

Detto questo, notate che, il precedente, è un elenco chiuso.
Non ci puoi mettere dentro altra roba che non sia tra quella elencata. Per esempio un mezzo di trasporto, un arredo, un’opera provvisionale…

Ci sono molti casi nel Decreto in cui, al contrario, il legislatore non è stato così preciso, creando degli elenchi aperti (per esempio quando all’art. 66 si definiscono gli «ambienti sospetti di inquinamento», oltre ai casi specifici espressamente citati in quanto luoghi a rischio, compare l’aggettivo «…e simili» che estende la casistica anche situazioni analoghe).

Ma nel caso dell’art. 69 non l’ha fatto, quindi non possiamo che limitare la nostra analisi a ciò che rientra in una di quelle 4 casistiche precedentemente elencate, escludendo ciò che, al contrario, semplicemente ci assomiglia.

Ora, possiamo anche entrare nel merito di ciascuna delle singole definizioni.

Partiamo da «Macchina». È il caso più semplice, dato che abbiamo una Direttiva di prodotto che ci dice esattamente cos’è una macchina.
Non vado oltre perché, di suo, la definizione del D.Lgs. n. 17/2010 è complessa, ma nel tempo è stata abbondantemente sviscerata.

Con «Apparecchio» non siamo stati altrettanto fortunati. Non abbiamo norme specifiche a cui riferirci per derivarne una definizione, per cui non possiamo che ricorrere al senso comune del termine, riferibile non solo a roba meccanica ma anche elettronica (es. un computer).

Analogamente dobbiamo ragionare nel caso di «Utensile». È rilevante che la norma non riporti l’accento sulle vocali e, pertanto, non sembrerebbe esserci la distinzione, che a me è stata insegnata alle elementari, tra utènsile e utensìle.
Tuttavia, il primo (utènsile, con accento sdrucciolo) si riferisce a roba anche complessa come i macchinari, ma nella lingua Italiana è usato solo come aggettivo (per es. macchina utensile) e, dunque, non è il nostro caso. Al contrario del secondo (utensìle, con accento piano) che si riferisce, in sostanza, ad attrezzi manuali (es. cacciavite martello) o accessori per macchinari (es. la lama della sega circolare) e, nella nostra lingua, è sempre un sostantivo. Ed è in questa accezione che il termine viene impiegato dalla norma.

Un po’ più complessa è la faccenda legata al concetto di «Impianto», un termine che infiniti addusse lutti agli Achei (cit.)
Se infatti ricordate l’analoga definizione di «attrezzatura» riportata nel D.Lgs. n. 626/1994 e anche nella prima versione del Testo unico, troverete che in essa mancava l’inciso (ora presente, vedi sopra): «…inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo».
Ciò aveva dato la stura ad una serie di interpretazioni ninja che facevano rientrare nel concetto di «attrezzatura» anche gli impianti elettrici, di riscaldamento, idraulici, ecc.
Un’evidente follia che venne, infine, corretta dal D.Lgs. n. 106/2009 che, con l’inserimento del suddetto inciso, ha ricondotto al concetto di «impianto» ciò che in altri termini può anche essere visto come un «insieme di macchine» secondo la Direttiva macchine.

Alla luce di queste semplici considerazioni, potete riscontrare come nessuna delle presunte attrezzature elencate nel mio test sia riconducibile ad una di queste 4 fattispecie

Spesso, nel tentativo di stabilire cosa sia un’attrezzatura e cosa no, mi capita di assistere ad esercizi di scervellamento consistenti nel provare a dare un nome alle cose.
Per esempio, più volte ho avuto questa discussione:

IO: «Il ponteggio non è un’attrezzatura di lavoro»
L’ALTRO: «E allora cos’è?»

La risposta corretta è: «un’opera provvisionale», ma ai fini dell’applicazione del concetto di attrezzatura di lavoro, la risposta giusta è: «È irrilevante», dato che:

non è una macchina       +
non è un apparecchio    +
non è un utensile            +
non è un impianto          =
———————————————————–
NON È UN’ATTREZZATURA DI LAVORO
(N.d.A.: la circostanza che il mondo intero consideri il ponteggio un’attrezzatura di lavoro, per fortuna, non genera conseguenze, dato che i controlli e le verifiche che il Titolo III prevedrebbe se lo fosse, sono ampiamente coperti dalle indicazioni contenute nel Titolo IV e nei suoi allegati).

Analogamente, nell’interpello 16/2013, la Commissione Interpelli si premura di definirci le scaffalature “leggere” come “elementi di arredo»….
È irrilevante, perché, indovinate un po’… Non sono macchine (tranne quelle motorizzate), non sono apparecchi, ecc.

N.B.: attenzione alle attrezzature sui mezzi di trasporto! Per esempio il camion della monnezza: il compattatore in sé è un’attrezzatura, in quanto macchina. Non lo è il mezzo di trasporto sul quale il compattatore è installato. Così come l’aratro è un’attrezzatura di lavoro, ma non lo è il bue.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, quasi certamente avrai ricercato una risposta esistenziale al perché, in giro, quando si parla di te, spesso si usino frasi del tipo: «Ma chi? Quell’attrezzo?».
Questo blog ha restituito dignità al bue e (all’approssimarsi del Natale) anche all’asinello, spesso indebitamente fatti rientrare nel concetto di attrezzatura di lavoro in quanto presunti impianti di riscaldamento di Gesù bambino.
In generale, questo blog può fornire risposta agli enigmi più profondi della tua esistenza, per esempio:
«il sapone si sporca quando mi lavo le mani?»
«i maiali sudano?» (velata allusione al fatto che spesso ti dicano: «sudi come un maiale»)
«i pinguini hanno le ginocchia?»
e tante altre ancora.
Hai solo un modo per avere tutte queste risposte.
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Non concentrarti su quella: non puoi spiegarmi né con la teoria creazionista né con quella evoluzionista.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza, valutazione dei rischi

Soluzioni che non lo erano

PaloQuello che vedete raffigurato in foto è un palo da barbiere.
Ora, stranamente, non tutti conoscono la storia del palo da barbiere, a dimostrazione delle gravi carenze del nostro sistema scolastico.
Ci penso io a colmare la lacuna e, al termine della lettura di questo articolo, mi ringrazierete: è una gran storia e vi cambierà la vita o, quantomeno, vi fornirà qualche argomento di conversazione durante le cene più noiose e imbarazzanti.

Tutto ha inizio nel 1139 che, come ricorderete, è l’anno del II Concilio Lateranense. Il Papa Innocenzo II, in quell’occasione, vietò al clero di praticare la medicina, oltre a stabilire tante altre cose (per esempio si chiarisce una volta per tutte che archi e balestre non possono essere usati contro i cristiani. Niente in contrario se devi ammazzarne uno, ma fallo da vicino…).

Ora, all’epoca, la medicina era praticata dai religiosi (i monasteri erano gli ospedali del tempo), i medici che uscivano dalle università e i cerusici. Questi ultimi, altri non erano che barbieri e macellai, gente che aveva dimestichezza con lame, ossa e sangue ed eseguiva le operazioni chirurgiche vere e proprie (amputazioni, estrazioni dentarie, incisione di ascessi e cisti, tutte cose considerate indegne per i medici “studiati” che, al contrario, scrutavano, annusavano e assaggiavano le feci e le urine, essendo queste operazioni che richiedevano un’alta qualifica… Eh, quando uno studia poi c’ha le sue soddisfazioni).

Poiché i salassi erano praticati dal personale religioso, quando questi non poterono più esercitare l’arte medica, il vuoto di mercato venne colmato dai barbieri.
Spesso le persone quando pensano al salasso, pensano a sanguisughe applicate sul corpo del paziente (che di pazienza all’epoca doveva averne davvero tanta). Ma questa fu una pratica che, se come me aveste studiato la storia del salasso, si diffuse solo nel 1800.
Prima di allora e dai tempi di Galeno di Pergamo (II secolo d.C., il primo ad avere la straordinaria intuizione che le malattie fossero dovuti ad uno squilibrio degli umori contenuti nel corpo), invece, i salassi venivano praticati con delle lame (dette lancette) con le quali venivano incise le vene, estraendo il sangue.
La teoria era: più stai male, più sangue ti devo prelevare. Generalmente, lo svenimento del paziente fungeva da timer.

Ai barbieri non parve vero e, non solo iniziarono a salassare a più non posso, ma la fecero diventare la loro pratica più diffusa. Il sangue veniva raccolto in vasi di vetro poi esposti fuori della bottega, un richiamo irresistibile per chi stava male, una sorta di insegna pubblicitaria: «QUI SI SALASSA».

Senonchè, nel 1307, a Londra fu varata una legge che vietava questa antiestetica usanza di esporre il sangue altrui sul marciapiede e si dispose che i reflui dei salassi venissero di volta in volta riversati nel Tamigi (eh, lo so…).

A quel punto i barbieri rimasero senza insegna e si inventarono il palo che, da quel momento, fece mostra di sé fuori dalle loro botteghe… il palo simboleggia l’asta che il paziente doveva stringere durante il salasso, la sfera sulla sommità ricorda il vaso nel quale si raccoglie il sangue, le strisce bianche rappresentano le garze che venivano usate per tamponare e quelle rosse… che ve lo dico a fare?
Negli Stati Uniti (dopo che furono scoperti da Colombo, anche loro fecero per prima cosa un palo da barbiere), venne aggiunta la striscia blu.

Questa splendida storia, grazie alla quale ho fatto cadere ai miei piedi stuoli di donne, ha anche dei rivolti interessanti e collaterali per chi si occupa di sicurezza.

Oggi il salasso non è più eseguito (se non dall’Agenzia delle Entrate e nel trattamento di alcune malattie come l’emocromatosi e la policitemia) ma, fino alla seconda metà del 1800, fu considerata una pratica efficace e consigliata dai medici, altamente diffusa.
Il problema è che essa, non solo è inefficace ma anche particolarmente pericolosa se effettuata su un organismo già di per sé indebolito da una malattia, senza considerare i rischi di setticemia derivanti dalla scarse condizioni igieniche con le quali si operava ai tempi.
George Washington, per dire, morì per gli effetti collaterali di un salasso. Era il 1799.

In sostanza col salasso, per circa 17 secoli, i medici si sono adoperati con il massimo impegno nel far fuori i loro pazienti.
E mica solo col salasso… La banale pratica di lavarsi le mani prima di metterle addosso ad una partoriente, fu “scoperta” nella seconda metà del 1800 da un ostetrico, Semmelweis, il quale, anziché essere acclamato come una delle persone che avrebbe contribuito a salvare più persone nella storia dell’umanità,  venne ridicolizzato dai colleghi che, addirittura facevano gli offesi quando lui sosteneva che essi fossero, in pratica, degli “untori”. L’ostetrico Charles Meigs, suo contemporaneo, dichiarò: «Le mani di un gentiluomo sono pulite». Evidentemente i batteri erano roba da poveri. Nel frattempo oltre il 10% delle partorienti moriva di febbre puerperale. Ironia della sorte, Semmelweis morì di setticemia a seguito di un intervento chirurgico.
Per dirne altri, il mercurio e l’arsenico erano impiegati a scopo terapeutico e profilattico. Esattamente quello che ti viene in mente di prendere quando hai mal di testa…

Ai tempi, andare dal medico era una delle principali cause di morte.

Ciò che ci deve interrogare, al di là delle singole cause, sono i meccanismi che impedivano ai dottori dell’epoca di rendersi conto di quanto la loro azione fosse iatrogena (parola complicata che significa semplicemente che la cura è peggiore del male).

La risposta è racchiusa essenzialmente in due fattori tra loro indipendenti ma ad azione combinata:

  1. mancanza di evidente correlazione tra la morte del paziente e la propria azione. Tra il non lavarsi le mani, somministrare mercurio, praticare il salasso e la conseguente morte del paziente potevano passare ore, giorni. E nel frattempo succedevano cose e, ognuna di esse, poteva essere utilizzata come spiegazione alternativa dell’evento, piuttosto che ammettere la propria responsabilità. Del resto, molti guarivano, nonostante “la cura”, ed in questi casi era possibile affermare che fosse stata proprio la terapia a salvarli, mentre se morivano… Beh, evidentemente non c’era niente da fare per loro, erano già spacciati;
  2. l’assunto di partenza: la terapia è corretta perché tutti fanno così e da tempo immemore si fa così. L’efficacia del metodo era basata sulla sua credibilità, costruita su aneddoti, false credenze, presunta autorevolezza del suo inventore. Questo modo di ragionare, nel campo della medicina e della scienza in genere, è stato rivoluzionato dall’introduzione del metodo scientifico.

Nel settore in cui opero, quello della sicurezza sul lavoro, temo che, in modi diversi, assistiamo in molti casi all’azione di questi meccanismi.
C’è un assunto di partenza, ovvero che tutti i rischi siano «prevedibili» e, di conseguenza, «prevenibili». Se ti impegni nella valutazione dei rischi il futuro ti verrà rivelato, qualunque dinamica incidentale può essere prevista. Se l’incidente accade è perché non ti sei impegnato a sufficienza… Come hai potuto non pensarci? Eppure ti era stato esplicitamente chiesto di valutare «TUTTI i rischi». Evidentemente hai valutato «TUTTI-1 i rischi».
Siccome col senno di poi, in effetti, il futuro appare un po’ meno oscuro, sarà sempre possibile affermare a valle di un incidente l’assenza del suddetto impegno.
Ma quando l’incidente non è accaduto, il primo fattore è in agguato: non c’è nessuna evidente correlazione tra la mancanza di incidenti e la correttezza della valutazione dei rischi… Per certi versi, per i medici era più facile: avrebbero anche potuto intuire qualcosa correlando la loro azione con la morte del paziente. Ma in assenza di incidenti, come è possibile intuire qualcosa da un non evento?

E quando la causa non è attribuita ad una carente valutazione dei rischi, l’assunto diventa la mancata vigilanza e/o l’insufficiente formazione e/o il comportamento scorretto del lavoratore e/o… Sarà sempre possibile trovare una causa a monte dell’incidente che giustifichi la bontà degli assunti.

Ciò che temo è che l’attuale sistema di regole per la tutela dei lavoratori sia basato su assunti ampiamente carenti.
Non dico sbagliati, questo no.
Ma di scarsa efficacia, abbondantemente sì.
Non venitemi a dire che gli infortuni sul lavoro sono diminuiti, perchè in assenza di un esame a doppio cieco, affermare che questo dato è correlato alla bontà degli assunti è come affermare che l’omeopatia funziona basandosi sul numero di persone che guarisce assumendo farmaci omeopatici.
Una possibile spiegazione alternativa è semplicemente che utilizziamo tecnologie più sicure che in passato ed è aumentato complessivamente l'”impegno”, la consapevolezza. Ma questo ha poco a che vedere con la reale efficacia della valutazione dei rischi come arma «fine di mondo» che è il paradigma attuale (es. vedi art. 15 del D.Lgs. n. 81/2008)

Ciò che temo è che questi assunti non vogliono essere messi in discussione e, di conseguenza, si cercano e si trovano sempre spiegazioni degli incidenti coerenti con la mancata adozione di questa o quell’altra misura, con questo impedendosi di andare oltre, di guardare più avanti, di cercare terapie alternative più efficaci.

Se a qualcuno interessasse, in questo libro ho approfondito l’argomento.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, vuol dire che sei sopravvissuto a tutte le cure a cui ti sei sottoposto. Fino ad oggi, ma non sfidare la sorte.
Questo blog induce mitridatismo: ti rende immune somministrandoti piccole dosi, non letali, di veleno. L’importante è rispettare la posologia. Se salti una dose, ricominci daccapo.
Quindi ti conviene organizzarti. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io, curatore, guaritore e cerusico di questo blog.
Non puoi guarire semplicemente guardando la mia foto. Anzi, le elevate dosi di fascino che essa emana rischiano di generarti un attacco di sindrome di Stendhal.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza, valutazione dei rischi

La materia oscura della sicurezza

Materia oscuraCon un gruppo di amici/colleghi, abbiamo fatto una visita presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (nel seguito LNGS).
Avendo un’insana passione per la meccanica quantistica, alla sola idea di passare qualche ora in uno dei templi della fisica particellare, mi sono sentito come un onanista che visitava il caveau della Banca del seme.

Tutti si immaginano i LNGS come un luogo freddo e umido, sepolti sotto 1400 m di nuda e fredda roccia, colmi di strane e oscure apparecchiature, nei quali non entra mai la luce del sole e in cui le persone passano il loro tempo dentro lunghi tunnel, respirando aria viziata.
Mentre invece, no: l’aria non è viziata.

Stiamo parlando di un luogo nel quale, pur di fare un selfie ai neutrini prodotti dal sole, non si sono limitati a mettersi oltre 1 km di pietra sulla testa per schermare lo schermabile di tutte le altre particelle che ci arrivano dallo spazio, ma utilizzano un “coso” pieno di un liquido scintillatore che praticamente non emette radiazioni (per capirci, su 100.000 miliardi di atomi di ‘sto liquido, c’è un solo nucleo radioattivo. Uno.).
Se non vi siete ancora fatti un’idea, in un altro marchingegno c’è il metro cubo più freddo del pianeta: 0,008 K  (8 millesimi di grado) sopra lo zero assoluto.

Ma quello che mi ha letteralmente fatto impazzire è stato l’esperimento XENON1T, un aggeggio pieno di 3300 kg di xenon (un gas raro, talmente raro che in natura esiste solo nei fari delle auto) che ha lo scopo di rilevare la MATERIA OSCURA.

Quelli di voi che quando ho scritto “materia oscura” non hanno sentito un tuffo al cuore e non sanno di cosa io stia parlando, sono avvertiti: se continuate a leggere la vostra vita non sarà più la stessa.
In parole povere, agli scienziati i conti non tornano. Ma non è che non tornano di poco. È come se voi andaste dal macellaio a comprare delle fettine di lonza di maiale per fare la sera le scaloppine al limone; quello, invece di pesarle, fa dei calcoli basati sulla densità del suino e vi dice che dovrebbero essere circa 1 kg. Pagate, tornate a casa le pesate e scoprite che pesano in realtà solo un etto e mezzo, cioè l’85% in meno.
Ecco, in pratica, facendo due conti, gli scienziati, osservando come si muovono le galassie, sono arrivati alla conclusione che quelle non si possono muovere così. Non con la massa che c’è in giro, quella che vediamo e conosciamo, quella di cui siamo fatti io, voi e anche Di Maio, nonché le stelle (che poi, è vero come diceva Sagan, che «Siamo fatti di polvere di stelle»).
E, calcolatrice alla mano, le galassie, per fare quello che fanno, dovrebbero “pesare” l’85% in più… che va bene, mentire sul proprio peso, ma così è troppo.

E qui gli scienziati io li capisco. Ti immagini dover rivedere tutto il modello cosmologico attuale, a partire dalla faccenda del Big Bang, proprio ora che tutti i pezzi del puzzle sembravano andare al loro posto? No, mai.
Quindi fanno quello che facevo pure io durante i compiti in classe di matematica, quando mi uscivano risultati strani… Si fanno tornare i conti dicendo: «Ehi, funziona tutto… basta aggiungere l’85% di massa all’universo».
Massa che, ovviamente, nessuno ha mai visto, né rilevato, né sa come sia fatta e quindi l’hanno chiamata “oscura” (l’ipotesi alternativa non è migliore: facendo i conti, infatti, tutto torna se all’universo aggiungiamo “appena” il 70% di energia – oscura pure quella – e ammettiamo che la teoria della relatività generale non funziona bene).

E, proprio ieri, James Peebles ha vinto il premio Nobel della fisica, tra l’altro, per le teorie sulla materia oscura. Appena dopo la mia visita ai LNGS. Una coincidenza? Io non credo.

Il metodo scientifico è meraviglioso per questo: si fanno ipotesi e teorie, si cercano evidenze empiriche e le si analizza mediante rigorose analisi. E così facendo ci si avvicina sempre più alla conoscenza della realtà.
In campo scientifico, anche le ipotesi più assurde – purché empiricamente dimostrabili – hanno diritto di cittadinanza. Poi, ovviamente, ci saranno ipotesi più “credibili” (ossia “probabili”) di altre, ma è così che funziona. Lo hanno già fatto con la scoperta di Nettuno che nessuno aveva visto (appena il quarto pianeta più grande del sistema solare, eh) ma che doveva esistere per farsi tornare i conti dell’orbita di Urano e anche con il bosone di Higgs.
Ed è per questo che la ricerca della materia oscura è così affascinante: si cerca l’evidenza di qualcosa che, finora, è pura e semplice deduzione.

E quando trovi una “prova” della validità della teoria, la teoria diventa più “credibile”, diventa punto di partenza per altre teorie.

Ed è per questo che, a mio avviso, il nostro approccio alla sicurezza non funziona bene.
Finché continueremo a confondere la «sicurezza» con l’«assenza di incidenti», non faremo altro che ottenere esattamente quello che cerchiamo: la prova che se non succede nulla allora stiamo facendo bene.
Un po’ come dire che Totò Riina non era un assassino perché lo incontrai in un bar e… guardatemi sono ancora vivo.

Voi dite che non ragionate così?
Vediamo, facciamo un test.


Domanda N°1: Cosa si nasconde sotto il rettangolo nero?
1Risposte:
A. 2
B.  Come diavolo faccio a saperlo?


Domanda N°2: Fa caldo e hai ospiti a tavola. L’ospite ti chiede: «Mi versi l’acqua?» Che fai?
Risposte:
A. Prendi la bottiglia che hai di fronte e riempi il suo bicchiere di acqua.
B. Non so che fare.


Domanda N°3: cosa vedi?
4Risposte:
A. Un pallino nero
B. Non so rispondere


Molti di voi avranno trovato facile questo test.
Non ho mai dubitato delle vostre capacità, non per nulla seguite questo blog.

Provate ora con questo altro set di domande e risposte:


Domanda N°1: Cosa si nasconde sotto il rettangolo nero?
1Risposte:
A. 2
B. 3
C.  Il codice bancomat dell’Ing. Rotella


Domanda N°2: Fa caldo e hai ospiti a tavola. L’ospite ti chiede: «Mi versi l’acqua?» Che fai?
Risposte:
A. Prendi la bottiglia che hai di fronte e riempi il suo bicchiere di acqua.
B. Prendi la bottiglia e versi il suo contenuto addosso al tuo ospite.
C. Rovesci sul tavolo l’acqua contenuta nel bicchiere del tuo ospite


Domanda N°3: cosa vedi?
4Risposte:
A. Un pallino nero
B. Un monitor con uno sfondo bianco e un sacco di scritte, segni, ecc.
C. La bandiera del Giappone in bianco e nero


Non esiste una risposta giusta. Eppure, non riusciamo ad assegnare a tutte le risposte la medesima valenza. Ne facciamo una questione di significato, di probabilità, di esperienza… comunque siamo in grado di operare una scelta, mentre se fossimo dei computer, non avremmo mai potuto scegliere una risposta anziché l’altra, nemmeno nel caso del primo test.

Questo è il peso del ragionamento induttivo: anche se la logica ti suggerisce di non credere ciecamente che l’assenza di incidenti sia prova della presenza di una condizione di sicurezza, non puoi farne a meno.
Fondamentalmente, come i fisici del LNGS cercano di catturare le particelle che vagano nell’universo, noi cerchiamo di catturare le condizioni di pericolo che potrebbero minacciarci. In entrambi i casi si tratta di eventi rari.

Ma, se nel caso della fisica ogni giorno che passa senza che la particella si faccia vedere rende la teoria relativa all’esistenza della particella sempre meno probabile, nel caso della sicurezza, ogni giorno in più senza incidenti, conferma la teoria della presenza di una condizione di sicurezza. L’esempio che faccio è sempre lo stesso: il fatto che per il singolo individuo l’incidente sia un evento raro, lo spinge a sopravvalutare la condizione di sicurezza – per esempio mentre guida – confondendo l’assenza di incidenti con la presenza di sicurezza.

Dobbiamo smetterla di andare semplicemente a caccia di incidenti. È vero che sono osservabili, ma si tratta “particelle rare” e, in ogni caso, la loro rilevazione ci dice solo cosa è sbagliato, ma non ci dice nulla su ciò che è giusto.
Non fraintendetemi: il loro studio è necessario, ma si tratta di lezioni occasionali e di natura reattiva. Devi aspettare l’incidente o qualcosa che non vada per il verso giusto per imparare qualcosa.

Le «cose che vanno male» per la sicurezza, sono come la materia ordinaria per l’universo: una piccola percentuale.
La materia oscura della sicurezza, il grosso della massa di cui la sicurezza è composta, è costituita dalle «cose che vanno bene». Come dice Hollnagel, è da quelle che dobbiamo imparare, soprattutto perché sono una lezione quotidiana e anche perchè se riesci a capire come fare in modo che le cose vadano sempre bene, automaticamente starai impedendo che le cose vadano male e contemporaneamente avrai migliorato efficienza, produttività e qualità.


CREDITS
Voglio ringraziare l’Ing. Marco Tobia e il Geom. Gabriele Mantini che ci hanno accompagnato nei Laboratori del Gran Sasso. È stato un privilegio conoscerli.

Grazie all’Ing. Giuseppe Visciotti che ha organizzato la giornata. Hai realizzato un sogno che avevo da molti anni.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, vuol dire che l’Universo ha tramato perché tu finissi su questo blog.
Che tu sia una particella rara o un semplice fotone, indipendentemente dalla tua capacità di interazione con la materia, adesso sei qui.
Questo blog è come un buco nero: ormai non puoi più uscirne.
Quindi smettila di dimenarti e renditi la vita più facile. Come?
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io e io sono più della somma delle particelle di cui sono composto.
Non cercare di ricavare energia dalla fusione dei miei atomi: rischieresti di annichilire l’universo. 
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.