Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, miti della sicurezza

Affidabile ma non sicuro

AereodicartaIl tragico incidente aereo del Boeing 737 Max 8 della Ethiopian Airlines mette in discussione l’affidabilità del sistema e la sicurezza dei voli aerei.

Le cause dell’incidente non sono ancora note, ma trovo molto interessante discussione che ne è emersa perché, a mio avviso, si continua a ragionare secondo un paradigma che andrebbe superato.

Partiamo dalla distinzione tra «affidabilità» e «sicurezza».
Già, perché, nonostante in continuazione (anche su questo incidente) si tenda a considerare sicuri i sistemi affidabili, questo assioma non è vero.

Un sistema può essere affidabile ma non sicuro o sicuro ma non affidabile.

In generale, l’uno non implica l’altro.

È un argomento che ho anche accennato nel mio libro, ma qui vorrei meglio esplicitare alcuni concetti.

L’aereo precipitato era dotato di un sensore chiamato “Angle of attack” (“Angolo di attacco”, cioè l’angolo tra l’ala e la direzione relativa del vento) che invia ad un software input che permettono al sistema di correggere automaticamente il profilo del volo.

Se, semplicemente per ipotesi, venisse confermata la tesi secondo la quale il software avesse interpretato le indicazioni del sensore come una condizione di stallo (per un possibile errore nella scrittura del software), laddove il sensore non fosse stato guasto, il sistema avrebbe fatto proprio ciò per cui era stato progettato.
Se, per errore, dici ad un software di fare una certa cosa e quello poi la fa, non puoi prendertela con il software. Anche se quello che fa è indesiderato.
In poche parole, il sistema era affidabile, ma non sicuro.

Prendi adesso Chesley “Sully” Sullenberger, il celeberrimo pilota del Volo 1549 che salvò la vita dei passeggeri e dell’equipaggio facendo ammarare il suo aereo sul fiume Hudson a causa della perdita di un motore avvenuta, dubito dopo il decollo, a seguito dello scontro con uno stormo di oche.
Lì per lì, la commissione che indagava sull’accaduto voleva fargli il culo perché le procedure prevedevano che dovesse tornare all’aeroporto e non prendere la decisione, più rischiosa, di atterrare sull’acqua.
Solo dopo si dimostrò che, se avesse seguito le procedure, l’aereo sarebbe precipitato prima del rientro e che “affiumare” fu la decisione corretta.
Il comportamento del pilota fu, dunque, sicuro ma inaffidabile (non avendo seguito le procedure).

La questione non è solo che «sicurezza» e «affidabilità» sono due cose diverse, ma anche che agiscono a livelli diversi.

L’affidabilità è una proprietà del componente. Una valvola è affidabile e la sua affidabilità, intesa come il tempo medio che intercorre prima del fallimento, può essere testata in condizioni standard.

Nei sistemi complessi, invece, la sicurezza è una proprietà emergente del sistema (cioè qualcosa che non deriva dalle proprietà note dei componenti del sistema). Il singolo componente può anche non essere affidabile e, perfino, non sicuro, ma il comportamento complessivo del sistema può essere sicuro (è il caso dei sistemi fail safe progettato in modo che un malfunzionamento termini sempre in uno stato sicuro).

Nei sistemi complessi l’incidente non è generato solo da malfunzionamenti dei singoli componenti: tutto potrebbe funzionare correttamente, ma le interazioni tra i componenti potrebbero generare un incidente.

L’analisi degli incidenti si è sempre concentrata sui malfunzionamenti (sulle cause), ma le interazioni divengono sempre più rilevanti man mano che i sistemi si fanno complessi.
Più il sistema è complesso, più il malfunzionamento di un componente pressoché irrilevante potrebbe avere effetti catastrofici nella sua interazione con altre componenti.

E non è semplice prevedere tutti i possibili modi di interazione tra le componenti (es. Albero dei guasti) e gli effetti di tali interazioni perché ciò che può essere previsto, può essere progettato e la complessità non può essere progettata.
Ciò implicherebbe la sua concentrazione nella testa del progettista e, in questo caso, il sistema non sarebbe complesso ma semplicemente complicato.

Quando parlo di interazioni tra componenti, non mi riferisco solo a quelle tecnologiche. Il tutto è inserito all’interno di un sistema socio-tecnico più complesso del sistema aereo, che vede coinvolte:

  • Vincoli economici: scelte derivanti dagli obiettivi di profitto delle compagnie aeree che devono risparmiare carburante e uno dei vantaggi del Boeing 737 Max 8 era proprio quello;
  • Prestazioni umane: ogni modifica richiede l’aggiornamento della formazione del personale che con la modifica dovrà convivere (es. i piloti che devono sapere come bypassare il sistema di correzione automatica del profilo di volo). Ma questo significa aggiungere o modificare procedure consolidate, essere certi che le modifiche siano state recepite;
  • Requisiti di progettazione: difficilmente chi progetta un aereo sa scrivere un software e pilotare il velivolo. Così l’uno dà le specifiche all’altro. E il problema è spesso la completezza delle specifiche, non la correttezza del software;
  • componenti politiche: modifiche alle regole che gestiscono l’aviazione civile e che comportano continui aggiustamenti organizzativi e tecnologici che devono convivere con le esigenze di sicurezza, del mercato.

In tutto questo l’aereo deve anche volare.

Nei sistemi complessi, gli incidenti non possono essere descritti con una “catena di eventi”, ma sono generati dalle interazioni tra tutte le componenti socio-tecniche e dalla loro naturale tendenza a spostarsi verso stati di rischio più elevato per esplorare nuovi modi per ottimizzare le proprie prestazioni.

Il paradigma che cerca la spiegazione degli incidenti nelle cause deve essere superato e, con esso, i suoi proclami, come per esempio: «L’80% degli incidenti è causato dal fattore umano».

Bisogna andare oltre le cause e guardare ai meccanismi, smettendo di limitarsi ad osservare gli errori operativi o umani per concentrarsi, piuttosto, sui cambiamenti e le migrazioni del sistema verso stati di rischio maggiore.


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Pubblicato in: cultura della sicurezza, Senza categoria

D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub… Gratis! (Ver.1.05 modifiche al Titolo III)

Ver. 1.05Niente di trascendentale… Il D.Lgs. n. 17/2019 (semicit. «Il Decreto chi?»… Ecco appunto) ha apportato modifiche al testo di un paio di articoli del Titolo III, Capo II del D.Lgs. n. 81/2008.

Roba di DPI. Diciamo che se conoscete già il Regolamento (UE) 2016/425 siete a posto.
Se, al contrario, anche qui vi viene da dire: «Il Regolamento chi?», allora vi siete persi qualche puntata e dovete recuperare.

Comunque sia, potete scaricare da qui il testo completo del D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub, aggiornato con queste ultime modifiche e tutte quelle che le hanno precedute.

È gratis e non dovete registrarvi da nessuna parte, potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

Il file pesa circa 24 MB. Scaricando direttamente da smartphone, vi si aprirà la pagina del servizio Onedrive. Cliccando sull’icona della una freccia rivolta verso il basso – nello screenshot qui sotto l’ho inscritta in un cerchio rosso – parte il download.

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Una volta che avrete scaricato il file, se avete un iPhone (o iPad), potete aprirlo con l’applicazione iBooks. Sui terminali Android dovete avere un lettore di ePub (es. Moon+ reader, eReader Prestigio ecc.)

N.B. Se sul vostro iPhone è già presente la precedente versione, cancellatela. Altrimenti continuerete a visualizzare quella.

Alcune istruzioni per facilitarne l’uso.

  1. attraverso l’indice dell’ePub potete navigare direttamente tra i Titoli e gli allegati del Decreto (vedi screenshot più sotto);
  2. all’inizio di ogni Titolo avete l’elenco degli articoli. “Tappando” col dito su quello che vi interessa, sarete inviati al testo corrispondente (vedi screenshot più sotto);
  3. Le note sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappando su di esso si aprono le indicazioni relative ai provvedimenti di modifica subiti dal Decreto;
  4. Le sanzioni, ove presenti, sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappandovi sopra col dito vi apparirà l’entità della sanzione;
  5. Usando i menu di navigazioni in intestazione o piè di pagina (vedi screenshot più sotto), potete andare dove vi pare, ingrandire o ridurre i caratteri, fare ricerche testuali, inserire segnalibri.

Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato con tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post e c’è un capitolo Note che specifica quali modifiche sono state apportate alla versione);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
  3. saltando tra le note e le sanzioni, in uno specifico ordine che conosco solo io e che riproduce la disposizione sequenziale dei nucleotidi del mio DNA, potete accedere a tutte le modifiche future del D.Lgs. n. 81/2008, fino al 2029;
  4. saltare tra le note, i rinvii degli articoli, gli allegati crea dipendenza… Se vi rendete conto che state passando le ore sul Testo unico, fatevi un giro su Pornhub o leggetevi i commenti ad un articolo del Fatto Quotidiano.

Se avete problemi con il download o, meglio ancora, se volete darmi suggerimenti, o ci sono specifiche richieste per migliorare l’eBook, scrivete un commento a questo post.

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Pubblicato in: dove sta scritto?, Formazione

Dove sta scritto?… Formazione per trabattelli

Ponteggio
Ho un cliente normocondriaco: appena scopre dell’esistenza di una norma, ne legge  ossessivamente il campo di applicazione e giunge sistematicamente alla conclusione di rientrarvici e di trovarsi in difetto.

In genere gli somministro un placebo: gli faccio una certificazione in cui gli dichiaro che è tutto a posto e gliela invio tramite PEC così c’ha pure la data certa (quest’ultima ha su di lui un immediato effetto calmante).

Solo che stavolta aveva ragione di dubitare…

CLIENTE NORMOCONDRIACO: «Sciagura, catastrofe, piaghe e orrore».

IO: «Aspe’… Ti ho inviato una PEC con il verbale di sopralluogo che ho fatto ieri. Leggila e poi raccontami che cosa è successo».

CLIENTE: «Ecco, appunto… Dopo che sei venuto in cantiere (in senso motorio, si intende), il CSE ha detto che non gli abbiamo mandato gli attestati per gli addetti al montaggio dei ponteggi».

IO: «Il caso vuole che tu non abbia ponteggi…»

CLIENTE: «Sì, ma lui dice che vale anche per i trabattelli. Devo far fare immediatamente il corso di 28 ore per il montaggio dei ponteggi o mi chiudono l’azienda, mi sequestrano l’asciugatrice e la ASL mi deporta in un cantiere al confine con la Slovenia»

IO: «No, non è così. Non permetterò a nessuno di farti del male. Per alleviare i sintomi, leggiti 4 pagine del POS e non andare sul sito della Gazzetta Ufficiale».

Dove sta scritto?

L’argomento è ampiamente dibattuto, ma qualcuno ancora ci casca.
Metto qui le mie memorie, così la prossima volta che qualcuno mi richiede ‘sto corso, gli giro il link e faccio prima.

È una lunga storia e, come tutte le storie, ha un principio: il 19 luglio 2005.
È il giorno di Santo Arsenio, uno che, quando Roma fu conquistata dai barbari, pianse per 53 anni. Poi morì, con gli occhi senza più ciglia perché consumate dalle lacrime.

Quel giorno lì, entrò in vigore il D.Lgs. n. 235/2003 che recepiva la Direttiva 2001/45/CE e inseriva una serie di nuovi articoli nel D.Lgs. n. 626/1994 a proposito dei lavori in quota.
Il nuovo art. 36-quater era dedicato ai ponteggi e introduceva l’obbligo di redazione del PIMUS, la formazione dei lavoratori addetti al montaggio dei ponteggi e tante altre amenità.

Poi arrivò anche l’Accordo Stato-Regioni 26 gennaio 2006 che definiva i programmi e le durate del corso per il montaggio dei ponteggi di cui parlava l’art. 36-quater.

Tutto andava bene fino a che il 3 novembre 2006 non uscì la circolare n. 30/2006 del Ministero del Lavoro che forniva chiarimenti sull’uso dei trabattelli.

In questa circolare, il funzionario faceva notare che all’art. 36-quater, comma 4, lett. d) venivano citati i «ponteggi su ruote» e che quindi sì, le nuove norme riguardavano anche loro e, quindi, anche chi montava i trabattelli doveva frequentare il corso di 28 ore previsto dal nuovo accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006.

Un’interpretazione un po’ severa della norma, ma in fondo ci stava.

Anche quando arrivò il D.Lgs. n. 81/2008 non vi furono motivi per rivedere l’interpretazione che la circolare n. 30/2006 faceva della norma: una parte dell’articolo 36-quater – tra cui il citato comma 4, lett. d) – finì pari, pari nel testo del nuovo art. 136 del Testo unico, rubricato «Montaggio e smontaggio».
L’accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006 confluì nell’Allegato XXI del TU.
Non una virgola mutata, non una lettera saltata. Copia-incolla.
Non avrei saputo fare di meglio copiando il compito in classe del mio compagno di banco.

All’epoca il mondo era diverso, la mortadella aveva un altro sapore e le rondini facevano ancora il nido nel mio garage.
Poi arrivò il D.Lgs. n. 106/2009 e nulla fu più come prima.

Durante la scrittura di questo decreto correttivo, qualcuno notò l’anomalia di considerare il trabattello come fosse un ponteggio fisso e si decise di rimuovere il riferimento ai trabattelli dall’art. 136 spostandolo all’art. 140 rubricato – guarda il caso – «Ponti su ruote a torre».

Se oggi leggete il testo dell’art. 136, comma 4, lett. d), vedrete che c’è scritto: «Soppressa» (chiaro omaggio al salume vicentino).

Il castello interpretativo della circolare n. 30/2006 viene meno, perché dentro l’art. 136 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che parla di formazione degli addetti al montaggio dei ponteggi non c’è più traccia di trabattelli.

Quelli che continuano ancora a citare ‘sta benedetta circolare per giustificare la necessità del corso di formazione anche per i trabattelli, sono anacronistici e non hanno seguito l’evoluzione normativa.

Quelli che, invece, dicono che l’obbligo di formazione continua a sussistere perché l’art. 136 parla comunque di ponteggi e i trabattelli sono ponteggi, semplicemente non sanno quello che dicono perché, al contrario, è evidente la volontà del legislatore di distinguere i due apprestamenti. Infatti:

  1. l’art. 136 è inserito nella Sezione V, del Capo II del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008. Questa Sezione è rubricata: «Ponteggi fissi». È vero che, come recita il brocardo latino, «Rubrica legis non est lex» (la rubrica di una legge non è legge), ma essa aiuta nella corretta interpretazione della norma.
    Il contenuto dell’art. 136 è perfetto, se applicato a ponteggi fissi, siano essi di metallo, legno, bambù o qualsivoglia altro materiale.
  2. l’art. 140 è inserito nella nella Sezione VI, del Capo II del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008. Questa Sezione è rubricata: «Ponteggi movibili».
    Se la logica è: «Vedi che sono ponteggi? Movibili, ma pur sempre ponteggi», allora bisogna redigere il PIMUS e fare la formazione anche a chi monta un ponte su cavalletti, contenuto nella medesima Sezione all’art. 139, quindi anch’esso un ponteggio. Movibile, ma ponteggio.
  3. che l’intenzione del legislatore sia chiaramente quella di distinguere ponteggi fissi da ponti mobili,  lo so per certo, perché durante la scrittura del D.Lgs. n. 106/2009 io ero lì e ho una bozza del Decreto in cui è fornita la motivazione della soppressione della lett. d), comma 4 dall’art. 136, cioè il riferimento ai trabattelli.
    E sapete che dice?

La soppressione si rende necessaria in quanto la Sezione V si riferisce ai “Ponteggi fissi”. Pertanto la stessa disposizione è stata spostata nel successivo art. 140 e cioè all’interno della Sezione VI “Ponteggi movibili”.

Per concludere, l’unica formazione prevista è quella specifica, integrata nell’obbligo di cui all’art. 37, comma 1 e dell’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011.
Poi chi volesse far frequentare il corso di 28 ore ai propri lavoratori è liberissimo di farlo. Ma non diciamo che è obbligatorio.

Questo post è dedicato, tra gli altri, ai redattori del Quaderno Tecnico dell’INAIL intitolato «Trabattelli» che, a pag. 21, continuano a riportare questa sciocchezza dell’obbligatorietà del corso di formazione da 28 ore di cui all’Allegato XXI per chi monta trabattelli.
Spiace che l’errore sia stato riportato anche nell’edizione del 2018 e si spera che venga corretto quanto prima, evitando l’ingenerarsi di confusione data l’autorevolezza della fonte.


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Pubblicato in: cultura della sicurezza

Lavati le mani, maledizione!

meme

Qualche dato su come siamo messi in Italia:

  • 23 persone morte la settimana scorsa di influenza [1].
  • Tra il 4 e il 12% della popolazione si ammala ogni anno di sindrome simil-influenzale (si va dai 2.400.000 quando va bene ai 7.200.000 di persone negli anni peggiori) [2].
  • L’influenza e la polmonite sono classificate tra le prime 10 principali cause di morte [3].
  • 8.000.000 le giornate lavorative perse nell’anno migliore (quello con poco più di 2.000.000 influenzati) [4].
  •  10,7 miliardi € il costo sociale dell’influenza e delle sindrome simil-influenzali [5].

Ora, vi sembrerà strano, ma dopo il vaccino, la misura di prevenzione più rilevante per prevenire l’influenza è lavarsi le mani [6].

Già, proprio quella cosa che vostra madre vi ha sempre detto di fare dopo aver toccato il cane, prima di mangiare, dopo essere stati al bagno, quando rientravate a casa…

Il virus dell’influenza e del raffreddore non si trasmette solo per via aerea, ma anche col contatto con mani contaminate.
Se uno starnutisce o tossisce, fa bene a mettersi la mano davanti alla bocca.
Ma poi se le deve lavare, mannaggia all’ape Maia!

In questo periodo si sente di tutto: dai noVax, ai noTAP, passando per i noTAV…
Ma nessuno parla dei noLAV che sono una percentuale statisticamente significativa della popolazione e ci costeranno quest’anno 3 miliardi di euro in più della spesa prevista per il reddito di cittadinanza. Con la differenza che con l’influenza non ci compri niente.

L’influenza non è un rischio professionale (a meno che non lavoriate in ospedali o simili), ma introdurre e incentivare negli ambienti di lavoro corrette prassi igieniche, oltre a tutelare la salute dei lavoratori, farà risparmiare all’azienda molti soldi attraverso la riduzione dei giorni di assenza per malattia (il numero delle giornate perse per influenza è quasi uguale al numero di giornate perse in infortuni [7]).

Lavarsi le mani è un’abitudine, ma non si fa come vedo fare normalmente, quando vedo la gente uscire da un bagno pubblico, cioè passando le mani sotto l’acqua per circa 5 secondi.

E ci tengo a specificare che, spesso, quando state salutando qualcuno stringendogli la mano, è come se gli steste mettendo le mani nelle mutande (senza la soddisfazione che, in taluni casi, potrebbe derivarne).
E permettetemi di aggiungere che è inutile vantarsi, come italiani, di essere praticamente gli unici al mondo ad avere un bidè in ogni bagno se poi, dopo averlo utilizzato, non ci si lava le mani.

Facciamo tutti uno sforzo per migliorare questa sana abitudine? Che dite?
Si fa così (se volete usare la soluzione alcolica, i movimenti sono gli stessi, ma non dovete usare l’acqua) [8]:

mani


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Fonti:
[1]Fonte: epicentro(disponibili i dati aggiornati settimanalmente
[2]Fonte: «Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2018-2019», Ministero della salute
[3]ibidem
[4]http://www.sanita24.ilsole24ore.com
[5]https://www.corriere.it
[6]Fonte: «Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2018-2019», Ministero della salute
[7]Come si è già detto, nell’anno più favorevole, sono circa 8 milioni le giornate lavorative perse in Italia per influenza. Il numero di giornate lavorative perse annualmente per infortuni in occasione di lavoro è di 9 milioni.
[8]Fonte: «Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2018-2019», Ministero della salute

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Moriremo tutti di campi elettromagnetici

zombieGiovedì scorso, su Radiotre Scienza, si discuteva di campi elettromagnetici.
Si dava conto di una recente sentenza del Tar del Lazio che ha parzialmente accolto l’appello presentato dall’Associazione per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog (APLE) che obbligherà i Ministeri dell’Ambiente, della Salute e della Ricerca a  fare una campagna informativa alla popolazione per il corretto uso ed i rischi dei cellulari.

Mi pare giusto. Dato l’estrema diffusione e l’uso costante dei cellulari, mi pare corretto che le persone vengano adeguatamente informate.

Ma questo non significa che sia stato dimostrato alcun nesso di causalità tra campi elettromagnetici e tumori.

Gl studi sinora condotti non hanno dato esiti tali da fornire un’evidenza statistica (figurati quindi un legame certo) di causalità con il cancro.
Ma non ci sono nemmeno prove che non siano cancerogeni.
È per questo che sono classificati dalla IARC come cancerogeni di cat. 2B, ovvero «Possibili cancerogeni per l’uomo».

«Possibili».
Non «Probabili».
Non «Certamente».
Semplicemente «Possibili».

E gli studi continuano. E, giustamente, si concentrano soprattutto su quelle situazioni che hanno dato esiti di possibile aumento del rischio, proprio perché ad oggi non ci sono prove.

Chiaro, no?
E invece no!
Per esempio, in trasmissione scrive uno che dice: «Sono stato operato di neurinoma dopo un periodo intensivo di uso del cellulare. E ora dopo un minuto di uso del cellulare mi si presenta mal di testa. Come lo spiegate?».

Premesso che, semmai, dovrebbe essere lui a dimostrare che il neurinoma gli è venuto a causa dell’uso del cellulare e non chi afferma che non ci sono prove che l’uso dei cellulari causi il neurinoma, la questione è un’altra.

Infatti, il giorno dopo, ad un corso di formazione, raccontavo questa storia ed in tanti erano convintamente convinti, con convinzione, che i campi elettromagnetici facessero venire il “cancro alla testa”.
Il fatto che alcuni di loro fossero fumatori rendeva tutto molto surreale.

La fallacia è tra noi e, ammesso che ci fosse un vaccino per tutelarci dai ragionamenti storti, ti direbbero che fa venire l’autismo.

La questione ha drammaticamente a che fare col modo in cui trattiamo l’incertezza in tutti quesi casi in cui abbiamo già un’idea in testa.
Tipo, giudicare la nostra capacità di guidare usando il cellulare, lavorare sui macchinari senza dispositivi di sicurezza, roba così…

Tutti pensiamo di avere un cervello che funziona secondo questo algoritmo:

zombie1

 

Magari…
La verità è che non ci stiamo facendo nessuna domanda perché conosciamo già la risposta. Vogliamo solo conferme, rigettando tutte le prove che falsificano la nostra teoria.
Questo è l’algoritmo (ricorsivo e che si autoalimenta) col quale funzioniamo:

zombie2-2.jpg

 

Tristemente…


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D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub… Gratis! (Ver.1.04 con sanzioni aggiornate)

TU, Ver 1.04Non fai in tempo ad affezionarti agli importi delle sanzioni  appena aumentati del 1,9% che, mentre stai preparando il cenone di Capodanno, ti esce una Legge di bilancio qualunque e te li aumenta daccapo tutti del 10%.

Ma tutti, tutti eh…

Non solo… Viene anche introdotto un meccanismo che punisce eventuali “recidive” da parte del datore di lavoro, portando la maggiorazione degli importi al 20% se questi, putacaso, avesse commesso lo stesso reato nei 3 anni precedenti.

E così mi è toccato ricalcolare tutte le sanzioni, mettere le varie noticine, ma adesso potete scaricare da qui il testo completo del Decreto in formato ePub, con l’aggiornamento previsto.

È gratis e non dovete registrarvi da nessuna parte, potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

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Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato con tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post e c’è un capitolo Note che specifica quali modifiche sono state apportate alla versione);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
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Pubblicato in: incidenti

Natale sta arrivando

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Non ci sono soluzioni.

Puoi solo ridurre i danni.

Per esempio, occhio alle lucine natalizie.

Il 6 dicembre (il giorno di San Nicola… alias Santa Claus… aka BABBO NATALE… L’ennesima prova che non puoi fidarti di nessuno) la Commissione europea ha reso pubblici i risultati dei test effettuati sulle luci di Natale ed è risultato che il 20% di quelle testate non sono a norma.

Ne avevo già parlato qui 9 anni fa, ma nel frattempo la situazione non è migliorata di tanto.

20%.

Quali difetti siano stati riscontrati, non è dato sapere, poiché  i dettagli dello studio non sono ancora stati pubblicati, ma guardando quello di 9 anni fa, se tanto mi dà tanto, parliamo di rischio elettrico e rischio incendio.

Proviamo allora a dare qualche consiglio pratico per non peggiorare la situazione che già basta il Natale…

  1. Diamo per scontato che prendiate solo roba col marchio CE.
    O le acquistate sotto casa oppure online, non cambia nulla. Perché tanto anche quelle testate dalla Commissione europea avevano il marchio CE.
    Quindi, magari, acquistate quelle che, oltre al marchio CE, siano certificate anche da un istituto indipendente tipo TÜV o abbiano un marchio di qualità come, ad esempio, IMQ.
  2. Verificate il grado di protezione IP.
    Se siete tra quelli che fanno l’albero di Natale anche in giardino e sul tettuccio dell’auto, allora sulla confezione dovete guardare i simboli della tabella qui sotto.Schermata 2018-12-20 alle 18.28.37.pngQuelle per “uso esterno” devono essere almeno IP44 e devono avere la spina shuko.
  3. Se sulla confezione ci fosse riportato questo simbolo qua:
    Casaindovinate un po? Le luci sono solo per uso interno.
    Se, invece del simbolo, c’è proprio scritto “uso interno”, non potete usarle all’esterno.
    So che sembra la stessa cosa ed infatti lo è. E quando sono per uso interno, allora non sono per uso esterno. Mai.
  4. Se avete un bambino di 2 anni come me e gli avete regalato per Natale gli attrezzi isolati e un coupon per un corso PES/PAV, è probabile che lui voglia cimentarsi coi lavori elettrici sotto tensione. Mi sembra pure giusto… Sennò quando imparano ‘sti ragazzi. Se non siete sicuri della qualità del corso che ha frequentato, potete  allestire il vostro albero con lucine LED alimentate a bassissima tensione (roba da 12-24V). Le riconoscete da questo simbolo qui sulla confezione:
    SELVSe invece pensate che il corso sia stato fatto bene, allora potete mettere quelle standard, alimentate a 230V. In questo caso il rischio elettrico aumenta, ma per limitarlo ai soli contatti diretti, dobbiamo acquistare delle luci a doppio isolamento, cioè con questo simbolo qui:
    Doppio_isolamentoRipensandoci, queste due regolette non valgono solo per il bambino di 2 anni, che sa cavarsela da solo.
  5. Se volete comprare quelle lucette ad intermittenza che non solo intermittano, ma cambiano il modo e la velocità di intermittare con un pulsante, allora dovete guardare bene la scatoletta dove in genere è posizionato il pulsante (cioè il controller). Premetelo con i pollici, come farebbe una massaggiatrice thailandese mentre vi tortura. Se sentite che cede, lasciate perdere… Materiale scadente.
  6. Staccate sempre la spina prima di uscire di casa o di andare a letto.

Se non sono riuscito a farvi passare la voglia di festeggiare, BUON NATALE 🙂


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