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Misurare la temperatura del Paese

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La misurazione della temperatura corporea è una delle indicazioni che gli Accordi stipulati tra le parti sociali impongono o propongono per garantire la sicurezza di chi lavora dal rischio di contagio da COVID-19.

Chiaramente, anche per ragioni di sicurezza, la procedura viene eseguita con strumenti in grado di eseguire una misura a distanza, senza contatto con il corpo, tipicamente termometri ad infrarosso.

Io ne ho uno, acquistato dopo la nascita di mio figlio, in un attacco di acquisto compulsivo insieme ad un boomerang che non torna, una lente di ingrandimento per accendere la pipa coi raggi solari, un test di gravidanza per soli maschi.

In diverse occasioni, misurando la temperatura di mio figlio, lo strumento mi ha restituito valori incompatibili con la vita umana, che confermavano l’appropriatezza del soprannome che io e mia moglie gli abbiamo assegnato: Itztlacoliuhqui-Ixquimilli, il dio Azteco dell’oscurità, dei disastri, della febbre e dell’ossidiana, della pietra, in modo specifico, dei coltelli di pietra sacrificali, nonché della seconda ora della notte.

Tuttavia, per scrupolo, prima di chiamare un esorcista ho cercato di informarmi su quale fosse l’affidabilità della misura in questione. Per seguire bene il ragionamento, è necessario dire un paio di cose su come si valuta l’affidabilità di un test.
Semplifico… ci sono due parametri:

  • sensibilità: la capacità di individuare in una popolazione di riferimento i soggetti malati. Dire che un test ha una sensibilità del 98%, significa che risulterà positivo nel 98% dei malati;
  • specificità: è il contrario, cioè ti dice chi non è malato. Se un test ha una specificità del 90%, allora il risultato risulterà negativo nel 90% dei sani.

Sono quindi andato a cercare quali fossero i valori di questi due parametri per i termometri ad infrarosso. Nella mia ricerca scopro perfino che hanno trovato che una madre, con la mano sulla fronte ha una sensibilità del 89,2% e una specificità del 50% e poi, finalmente, trovo quello che cercavo.

I valori sono estremamente variabili (vedi note bibliografiche in fondo):

  • sensibilità: 80-99% – significa che tra 1 e 20% degli stati febbrili non saranno rilevati (falsi negativi);
  • specificità: 75-99% – significa che tra 1 e 25% degli stati non febbrili saranno dichiarati febbrili (falsi positivi).

Per capire cosa questo significhi nel mondo reale dobbiamo usare il teorema di Bayes, una delle cose più affascinanti e controintuitive che la mente umana abbia potuto partorire, al pari dell’uso della colla Attak per scopi sessuali (vi prego, non fatevi domande e non fatele a me) o del cavolfiore per scopi culinari (in questo caso la domanda la pongo io: ma come fate a magnare una cosa che puzza di cacca?).

Questo teorema ti permette di sapere, per esempio, dato l’esito positivo di un test (effetto) se effettivamente esso dipenda dalla malattia (causa). Per fare questo bisogna però conoscere quale sia la prevalenza della malattia, ovvero la sua diffusione nella popolazione.

Supponiamo che, misurandomi la temperatura, risulti che io abbia la febbre. Qual è la probabilità che la abbia davvero, ovvero che non si tratti di un “falso positivo”?

Per la prevalenza possiamo partire da questi dati qui, che sono più conservativi di quelli ufficiali.
Attualmente a Roma risulta una prevalenza di 1,12 casi COVID-19 ogni 1000 abitanti (consideriamo che il dato ufficiale è di poco più di 5 su 10.000 abitanti). Dobbiamo considerare che circa il 50% dei contagiati non ha sintomi, ma sappiamo anche che non tutti quelli che hanno la febbre hanno anche la COVID-19. Diciamo perciò che, dato che è maggio, ci siano 0,5 persone con la febbre ogni 1000 abitanti e aggiungiamoci anche la tara, moltiplicando per 2.
Tutto questo per dire che alla fine possiamo considerare che a maggio 2 persone su 1000 hanno la febbre a Roma.
Considerando una sensibilità del 90% e una specificità del 87%, il teorema di Bayes mi dice che, nel caso risultassi  avere una temperatura superiore a 37,5°C, nel 98,6% dei casi si tratterebbe di un falso positivo. Cioè, quasi certamente non sarebbe vero che ho la febbre.
In compenso nel 99,9% dei casi in cui il termometro mi dicesse che non ho la febbre, ci avrebbe beccato. Il falso negativo è improbabile (vedi ringraziamenti in fondo all’articolo).

Decuplichiamo il valore della prevalenza e quindi ipotizziamo che il 2% della popolazione romana oggi abbia la febbre.
Questo valore, oggi, è un’enormità che potrebbe essere riconducibile solo alla COVID-19 (significherebbe supporre che quasi tutti quelli con la febbre abbiano la COVID-19) e significa supporre che questa malattia sia 25 volte più diffusa di quanto risulti dai dati ufficiali.
Ripetendo il calcolo, l’errore scende a circa l’88%, ovvero, con buona probabilità si tratterebbe comunque di un falso positivo, mentre la probabilità di incorrere in un falso negativo sarebbe solo del 0,2%.

La buona notizia è che, dunque, il test è piuttosto preciso nel dirmi che NON HO la febbre, ma è estremamente impreciso nel dirmi che HO la febbre.
In linea di massima, dunque, chi entra in azienda è sano? Assolutamente no, sappiamo solo che non ha la febbre, ma ricordatevi che stiamo assumendo che il 50% dei malati di COVID-19 sia asintomatico.

Insomma, che ci fai coi risultati della misura della temperatura fatti all’ingresso dell’azienda o del cantiere?
Un po’ di scena, niente di particolare… l’importante è non prenderli troppo sul serio.

Come non bisognava prendere troppo sul serio i dati degli screening negli aeroporti, dato che:

SARS (2003)

  • Canada: 6,5 milioni di persone misurate, 9100 falsi positivi, nessun caso identificato
  • Hong Kong: 35,6 milioni di persone misurate, 2 casi positivi;
  • Singapore: 400 mila persone misurate, nessun caso identificato

H1N1 (2009)

  • Giappone: 500 mila persone misurate, 10 casi positivi;
  • Australia: 180 mila persone misurate, 118 falsi positivi.

SARS-COV-2 (al 6 marzo 2020)

  • una sola persona non è stato fatta allontanare da Wuhan perché risultava positiva (non si sa se fosse vero o si trattasse di un falso positivo);
  • su 46000 cittadini USA provenienti da Wuhan è stato rilevato solo un positivo.

E se vi chiedete come tutto ‘sto casino si è sparpagliato nel mondo, questa è la risposta:

Screening for COVID-19 involves the use of thermal scanning and/or symptom screening. Although some imported COVID-19 cases have been detected through entry screening at destination airports, the available evidence suggests that entry screening is not effective in delaying or mitigating a pandemic or detecting incoming travellers with infectious diseases.
Fonte: European Centre for Disease Prevention and Control


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Sto per lanciare un trial medico randomizzato che cambierà le sorti del pianeta e renderà ogni termometro obsoleto.
Se anche tu, appena la temperatura sale di un decimo di grado, entri in stato catatonico, diventi tutt’uno con il pigiama, senti l’approssimarsi della trista mietitrice, sei il soggetto perfetto.
La mia idea è che sia possibile sostituire la misura della temperatura con la riduzione della voglia di vivere: ogni decimo di grado in più è un passo verso
Per entrare a far parte della storia devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e inizierò i miei test.


Note bibliografiche


Ringraziamenti
In una prima versione del post avevo erroneamente effettuato il calcolo inserendo un valore della prevalenza pari a 0,02 invece che 0,002 (eh… capita), ottenendo così un numero di falsi positivi ben più basso di quello reale.
Ringrazio il collega Antonio Rossi per la segnalazione.

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Mascherine per tutti? Decisamente sì.

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Nel contrasto alla diffusione del contagio non tutto quello che fai ha lo stesso valore. Questa non è la prima epidemia nella storia dell’umanità e, pur non conoscendo questo virus, le tragiche esperienze del passato (anche antico) e le evidenze scientifiche ci hanno insegnato che il distanziamento sociale, l’isolamento dei casi e l’igiene delle mani sono misure fondamentali per contrastare le epidemie, in assenza di vaccini.

Non diamolo per scontato. Per secoli abbiamo “combattuto” le epidemie sostanzialmente aspettando che il contagio uccidesse quelli che doveva uccidere e attendendo che si creasse una sufficiente immunità di gregge. Nel frattempo, però, per non stare con le mani in mano, le abbiamo tentate tutte: dalla penitenza, ai salassi; dalla somministrazione di mercurio, allo stigma sociale o addirittura ammalandoci di proposito (con il vaiolo, per esempio, si  pagava una persona che aveva contratto la malattia in forma lieve sperando che il virus riservasse lo stesso trattamento).

Tutto questo ci dice che nella storia dell’umanità la diffusione delle epidemie non è mai stata caratterizzata da un evidente rapporto tra causa ed effetto e che, prima che si arrivasse ad elaborare misure effettivamente efficaci come i lazzaretti (“isolamento dei casi”), il rinchiudersi in casa (“distanziamento sociale”), la combustione dei cadaveri, delle case e degli effetti personali dei contagiati (“disinfezione”) ci sono voluti millenni, durante i quali abbiamo fatto tante prove ed errori (alcuni dei quali gravissimi, come per esempio riunirci nelle chiese per pregare che tutto finisse).

Oggi però sappiamo un sacco di cose. Se siete risultati positivi al tampone, non vi hanno bruciato casa e magari vi siete limitati a lavarvi i vestiti in lavatrice.
Ma tante cose ancora non ci sono perfettamente note. Per esempio, anche se può sembrare strano, noi non sappiamo se l’impiego di mascherine chirurgiche da parte della popolazione possa essere davvero utile.

Esattamente. Non abbiamo studi che confermino che, a differenza dell’isolamento dei casi, del distanziamento sociale, del lavaggio delle mani, distribuire a tutti mascherine chirurgiche comporti dei benefici.
Al contrario, sappiamo che comporta la riduzione della disponibilità di questi presidi per gli operatori sanitari e che questo determina un rischio certo di collasso del sistema.
Ed è quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha detto fin dall’inizio, chiedendo a tutti di limitarne l’impiego solo a specifici casi (se si è contagiati o si presta assistenza a persone contagiate).

Questa carenza non è facilmente risolvibile. Il 50% della produzione di mascherine chirurgiche è in Cina. Per darci degli ordini di grandezza, prima dell’inizio di tutto questo, in Cina si producevano 20 milioni di mascherine al giorno e per affrontare l’epidemia, in un mese ne hanno dovute importare 2 miliardi, il 70% delle quali destinato ad operatori sanitari. In un mese, inoltre, hanno aumentato la loro produzione interna di quasi il 600% producendo oltre 100 milioni di mascherine al giorno.
Anche se sono numeri grezzi, danno un’idea: non siamo nemmeno lontanamente vicini al fabbisogno di presidi per la popolazione.
Considerate anche che quelli sono cinesi: se il governo dice che devono aumentare la produzione di mascherine, loro, in poche ore, ti convertono una fabbrica di involtini primavera in una manifattura tessile (e sono in grado anche di riutilizzare allo scopo gli involtini primavera, così dopo l’uso puoi anche friggere la mascherina e mangiartela). Eppure le mascherine non bastano nemmeno a loro.
E non sembra che nel breve termine le cose possono cambiare molto.

Insomma, effettivamente consigliare a tutti di indossare mascherine chirurgiche non è una buona idea se non vogliamo continuare a vedere gli operatori sanitari lavorare senza protezioni, con tutto quello che ne consegue per loro e noi tutti.

L’alternativa, almeno nel breve termine, è quella di ricorrere a “mascherine non mediche“, ovvero prive di specifici requisiti prestazionali. Ne avevo già parlato in questo articolo, sottolineando come non potessero essere considerate una protezione efficace per evitare di “prendersi il virus“.

Nei miei articoli precedenti su questo blog ho sempre fornito le fonti scientifiche delle mie affermazioni, precisando costantemente come, nella fase di contrasto dell’epidemia in cui ci troviamo (ancora oggi, 20 aprile), l’impiego delle mascherine sia assolutamente secondario rispetto allo stare a casa, alla distanza di sicurezza e al lavaggio delle mani.
In questa attuale fase di contrasto.
Ma ci stiamo preparando ad un’altra fase, nella quale dovranno essere impiegati anche nuovi strumenti e che ci vedrà di nuovo per strada, in numero crescente, dunque più vicini, ma soprattutto in tanti.

Tanti. Tanti di cui la maggioranza non è stata ancora contagiata e tanti che sono ancora contagiati e non lo sanno. Tanti, così tanti che sembra che ci siamo riprodotti per scissione binaria – tipo l’Escherichia coli – durante la quarantena. O forse non sono più semplicemente abituato a vedere gente e mi sembrate di più di prima, mentre invece la catastrofe è che siamo meno di prima e rischiamo di avere ancora molti altri morti se non stiamo attenti.

E all’aumentare del numero di persone per strada, al lavoro, nei luoghi pubblici, la distanza di sicurezza, comunque fondamentale, deve fare i conti con la complessità del sistema. È come quando siamo in macchina. Idealmente tutti teniamo una distanza di sicurezza dalla macchina che ci precede, ma quanto più aumenta la densità del traffico, tanto più è difficile garantirne l’adozione e piccole variazioni nei comportamenti di ciascuno, rendono il sistema caotico. In questo parallelismo, il contagio dà vita all’ingorgo: il comportamento dei singoli ha effetti sulla guida di tutti, producendo un risultato (l’ingorgo) che è più della somma delle piccole frenate.

La mascherina è come una distanza di sicurezza indossabile che interviene nel supplire la carenza di distanza di sicurezza fisica.
Ma può funzionare davvero? Non abbiamo studi scientifici che lo affermano. Ma assenza di prove non è prova di assenza. E possiamo fare qualche ragionamento sfruttando proprio la caratteristica della crescita esponenziale del fenomeno, attraverso il numero R0 cioè: il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva.

N.B.: i numeri che seguono non devono essere presi alla lettera, servono solamente a fare un ragionamento.

In Lombardia è stato stimato che all’inizio dell’epidemia fosse R0 = 2,96 (diciamo 3 per comodità di calcolo). Questo significa che ogni persona contagia 3 persone, quindi avremo che il numero di contagiati totali sarà:

  1. 1 + 3 = 4
  2. 1 + 3 + 9 = 13
  3. 1 + 3 + 9 + 27 = 40
  4. 1 + 3 + 9 + 27 + 81 = 121

Dopo 17 passaggi avremo superato la dimensione della popolazione italiana (oltre 64 milioni di persone contagiate).
Ora supponiamo di indossare tutti una mascherina, e che l’adozione di questa misura consenta di ridurre il valore di R0 da 3 a 2,9 (una riduzione di appena il 3,4%). In questo caso, dopo 17 passaggi il numero dei contagiati sarebbe di 38 milioni (cioè il 40% in meno rispetto a prima).
Cioè, anche ammesso che le mascherine servano a poco, quel poco significherebbe comunque tantissimo in un fenomeno con crescita esponenziale, ovvero contribuisce in modo sensibile all’appiattimento della tristemente nota “curva dei contagi”.

Sotto questo punto di vista è come la velocità in macchina: se invece di andare a 100 km/h vai a 70 km/, stai riducendo la velocità del 30%.
In compenso, l’energia cinetica si riduce di oltre il 50% e quindi un’eventuale incidente avrà conseguenze enormemente inferiori.

Usare la mascherina ci fornirà un vantaggio sensibile solo se la indossiamo tutti e teniamo ben presente che la mascherina è solo una misura ulteriore al distanziamento sociale e al lavaggio delle mani, scordandoci completamente l’idea che esse siano sufficienti a proteggerci se anche gli altri non le indossano.

Anche in assenza di evidenze scientifiche circa la loro utilità, tenendo fermo il fondamentale criterio del “primum non nocere” (in questo caso rispettato, perché i danni collaterali derivanti dall’uso delle mascherine non sembrano essere superiori a loro benefici), in base al principio di precauzione personalmente ritengo che l’uso delle mascherine non mediche dovrebbe essere considerato per tutti e in tutti i casi in cui – in ambiente diverso da quello della propria abitazione – non sia obbligatorio indossare maschere chirurgiche o DPI (fatta eccezione per i bambini piccoli e persone per le quali l’uso non sia sconsigliato dalle condizioni di salute o per altri rischi).

Per quanto riguarda la tipologia più adatta di queste mascherine non mediche, in queste settimane se ne sono viste di tutti i tipi (modello “Bugs Bunny”, in simil-cartaigienica, semirigide, a pannolino, ecc.) e un amico (grazie Renato) mi ha fornito interessanti aneddoti in merito e particolari costruttivi che rafforzano la necessità di considerarle sempre come misure secondarie.
È evidente che non tutte le mascherine sono uguali, sia per materiali che per comodità ed efficienza (qualunque essa sia) e l’obiettivo deve essere quello di trovare il miglior equilibrio tra la semplicità costruttiva (e dunque la realizzabilità delle stesse a livello industriale in grande numero) e il costo, senza che questo significhi andare pesantemente a scapito della loro indossabilità e ragionevole efficacia (come si è visto in alcuni casi).

L’alternativa è quella di farsele in casa. Ma, a quel punto, o te la fai bene o non ne vale la pena.

Dai miei studi (non sono ironico, ho letto un mucchio di studi scientifici) è emerso che i materiali migliori per costruirsi una mascherina siano il tessuto non tessuto (migliore del cotone) e lo scottex.
Per quanto riguarda le prestazioni, questo studio afferma che una mascherina di questo tipo ha un’efficienza filtrante del 95%. Ora, per me, la questione non è se si tratta del 95% o del 90% o dell’80%. La questione è che ci sono buone probabilità che sia più di 0% e funzioni meglio di altri materiali.
Unendo vari tutorial, dopo aver convinto mia moglie di aver già preso le mie goccine e dopo aver superato i vari test  a cui mi ha sottoposto per verificare un mancato aggravamento delle mie condizioni mentali, lei ha riesumato la macchina da cucire.
La mia esperienza è: si può fare e la resistenza respiratoria è accettabile per lo svolgimento di attività non gravose.

Materiali necessari

  • Forbici
  • Due pezzi di tessuto  (meglio se di due colori distinti, così potrete distinguere facilmente qual è la parte che deve sempre andare a contatto con il viso)
  • una metrata di elastico
  • Ago e filo o, meglio ancora, una macchina da cucire (e una moglie)
  • Una stampa del modello di mascherina che trovate più sotto (scaricate l’immagine e stampatela)
  • 3-4 fogli di scottex (o due fogli piegati a metà)

Costruzione

  1. tagliate la stoffa seguendo le dimensioni del modello di carta e mettete i due strati uno sull’altro.
  2. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura A
  3. rivoltate il “coso” che avete cucito, in modo che la stoffa che avanza finisca all’interno. Mica vorrete andare in giro come se vi foste fatti la mascherina da soli!
  4. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura B
  5. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia
  6. piegate la vostra mascherina come indicato nel modello. Aiutatevi materialmente col modello di carta, piegano la carta. Mettete punti di cucito man mano. ‘Sta parte è una gran rottura. Usate il ferro da stiro
  7. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia, fatevi aiutare da qualcuno che tenga gli elastici fermi sulla testa mentre provate la mascherina. Segnate la lunghezza corretta (tagliando l’elastico in eccesso) e cucite l’elastico alla mascherina
  8. sigillate tutto cucendo lungo la cucitura C
  9. prendete lo scottex e tagliatelo/piegatelo fino ad inserire 3-4 strati nella mascherina attraverso lo spazio vuoto lasciato sopra tra le cuciture A e B. È il vostro filtro.
  10. rifinite come meglio vi pare.
  11. dopo l’uso, rimuovete lo scottex. La mascherina può essere lavata in acqua e sapone  o ipoclorito di sodio al 0,1% (prendete la candeggina: ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua)
  12. ENJOY! E statemi lontani e lavatevi le mani.

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V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: cultura della sicurezza

Anche se indossi la mascherina, stammi lontano

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Non finirò mai di ripeterlo: nella gerarchia delle cose buone e giuste da fare per evitare il diffondersi del contagio e prevenire il beccarsi la COVID-19, le misure di gran lunga più importanti sono:

Anche indossando una mascherina chirurgica, queste due misure devono essere considerate le più importanti in assoluto e, per nessun motivo, mettersi qualcosa in faccia deve indurre qualcuno a pensare di non essere capace di contagiare qualcun altro o – peggio ancora – di essere protetto dal contagio.

È di ieri uno studio pubblicato dalla rivista Annals of Internal Medicine nel quale i ricercatori Sud Coreani hanno preso 4 malati di COVID-19 e li hanno fatti tossire per 5 volte ciascuno in ognuna di queste condizioni (i Sud Coreani sono fatti così):

  • Senza niente in faccia
  • con indosso una mascherina chirurgica
  • con indosso una mascherina di cotone (il modello Bugs Bunny (cit.), per capirsi)

La carica virale è stata rilevata mediante una piastra di Petri, diversa per ogni colpo di tosse, posizionata a 20 cm dalla loro bocca. Poi hanno fatto anche dei tamponi sulla superficie interna delle maschere e sulla superficie esterna delle maschere.

Risultato:

  1. anche indossando una mascherina chirurgica o di cotone, l’aerosol è comunque passato, con una carica virale sostanzialmente indifferente che le si indossasse o meno.
  2. la carica virale rilevata sull’esterno delle maschere era superiore a quella dell’interno delle maschere.

Questo significa che quindi manco le mascherine chirurgiche servono a impedire il contagio? Calma.

Stiamo parlando di colpi di tosse che generano, perciò, aerosol, non semplici sputazzi.
Senza tossire, ci sono buone speranze che le mascherine chirurgiche fermino il grosso degli sputazzi e, dunque, della diffusione.
Perciò, è molto bello che tu abbia indossato la mascherina.
Anche se non è raccomandato dal WHO, dal Ministero della Salute, è molto bello che tu l’abbia fatto.
Io, nel profondo del mio cuore so che tu l’hai fatto per ridurre la diffusione del contagio (e anche un po’ perché speri che ti protegga). Non c’è niente di male, anzi, te ne do merito. E ti voglio bene.
Ma non è che io posso vivere con l’incubo che ti scappi un colpo di tosse o uno starnuto mentre siamo in coda per entrare al supermercato.
Quindi, stammi lontano. Tu e la tua mascherina.

Inoltre, se tossisci, anche se sei lontano da me, la carica virale passa sulla superficie esterna della mascherina e, se la tocchi, poi con le tue manacce zozze contaminerai tutto quello con cui vieni in contatto (cross-contamination).
Quindi, lavati le mani.

Se vuoi leggere altro sull’argomento, qui trovi pane per i tuoi denti:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Non è stato Google, un link trovato su Facebook o da qualche altra parte ad averti portato su questo blog, ma l’intera storia dell’Universo dal big bang ad oggi.
Potevi finire su Pornhub (categoria: Mascherine in lattice) o sul sito di Libero, invece sei finito qua.
Ora, davvero intendi opporti all’Universo? Devo ricordarti cosa è successo ai dinosauri? O al dodo? Anche loro erano convinti di poter fare come gli pareva.
Perciò, abbandonati. Ormai sei intrappolato in questo blog come una mosca scivolata nel water (e sì, qualcuno ha pure fatto quello che doveva fare e non ha tirato lo sciacquone. E tu sei lì e nuoti).
Non temere, ti salvo io. Devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post, la tua ciambella per rimanere a galla.

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Un metodo per riutilizzare i facciali filtranti che funziona. Forse stavolta davvero…

1208482560.jpg.0.jpgMentre in Italia prosegue la ricerca per trovare un metodo che consenta di disinfettare i facciali FFP2 e FFP3, per fronteggiare la scarsità di questi dispositivi indispensabili per la protezione degli operatori sanitari che operano a contatto con malati di COVID-19, il 29 marzo scorso la FDA (Food and Drug Administration) negli USA ha approvato e autorizzato l’impiego di un procedimento per la decontaminazione dei facciali filtranti N95 (equivalenti alle nostre FFP2).

La cosa incredibile è come questa notizia sia potuta passare inosservata in qualunque quotidiano, televisione, agenzia… Nemmeno Barbara D’Urso se n’è accorta…

Qui la lettera di autorizzazione, dal sito della FDA (così siete sicuri che non è una bufala).

Il metodo è stato sviluppato dall’azienda Battelle la quale afferma che ogni unità del suo CCDS Critical Care Decontamination System™ può decontaminare 80.000 facciali, attraverso l’uso di elevate concentrazioni di vapori di perossido di idrogeno per 2,5 ore.

Il metodo è incompatibile con facciali filtranti contenenti materiali a base di cellulosa e non potrà essere usato su DPI visibilmente sporchi.
Tuttavia, i facciali decontaminati potranno essere nuovamente sottoposti a trattamento per un totale di 20 volte ciascuno.

Credo si tratti di una notizia importantissima, considerato che la Battelle ha già iniziato la produzione su larga scala di questi sistemi e sono già stati consegnati i primi nell’area di New York.
Spero che qualcuna tra le Autorità Italiane preposte alla gestione dell’emergenza verifichi immediatamente la possibilità di accedere all’acquisto di questi dispositivi.

Ovviamente non è un metodo che chiunque può farsi in casa, ma nell’attesa che anche da noi si arrivi ad una soluzione per fronteggiare la scarsità di dispositivi, evitiamo di usare metodi di comprovata inefficacia e dannosi, tipo disinfettarli con alcol etilico.
Vedi anche qua:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
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Addendum all’eptalogo per fare la spesa in sicurezza

Carrello

In questi giorni ho ricevuto un sacco di osservazioni, precisazioni, puntualizzazioni, richieste di chiarimento e simili, riguardanti l’eptalogo per fare la spesa che avevo pubblicato in un precedente post.

Inizialmente l’ho presa un po’ sul personale… Mi sono domandato se anche Mosé sul Sinai si fosse messo a discutere con Dio dopo che questi gli aveva dettato i 10 comandamenti, cominciandolo a tempestare di domande del tipo: «Tutto qui? E le canne? Se le potemo fa’ le canne? E i vegani? So’ permessi o li dobbiamo sterminare come a Sodoma?».

Capisco che il paragone con Dio possa sembrare azzardato, ma sono certo che anche lui ce l’abbia messa tutta (OK, magari in primi comandamenti sono un po’ autoreferenziali ma l’impegno è evidente) per fare una sintesi delle cose più importanti che si devono osservare. Eppure, alla fine, comunque hanno dovuto scrivere un catechismo che spiegasse punto, punto quello che voleva dire.

E allora pure io mi sento in dovere di dire qualche parola in più sulle cose da fare quando si fa la spesa.

Disinfetta l’impugnatura del carrello della spesa. È probabile che se ne occupi già il supermercato, ma se non ne avete certezza, fatelo voi. Come? Ne avevo già parlato nell’eptalogo, al punto 3: portatevi il disinfettante da casa. In alternativa potreste usare quello che c’è all’ingresso del supermercato per disinfettare le mani, ma è un po’ macchinoso.
Tenete presente che è scientificamente provato che l’impugnatura del carrello della spesa è una delle cose più luride che ci siano sulla faccia della terra.
Magari starai pensando: «E a me che mme frega? Io mi metto i guanti». Se ancora dopo un mese di quarantena la pensi così, non hai capito molto di quello che sta succedendo e, se in tanti la pensano come te, ci libereremo di questo virus solo quando lui si sarà rotto le palle di noi.
I comportamenti, tutti i comportamenti che mettiamo in campo devono essere finalizzati principalmente ad evitare la diffusione del contagio, non a proteggerci singolarmente.
Dunque, se tu metti i guanti e tocchi qualcosa di contaminato, poi coi tuoi guantini continuerai a contaminare tutto quello che tocchi. Idem se ti disinfetti le mani e non l’impugnatura del carrello della spesa.
Al contrario, se disinfetti le tue manine laboriose e anche la solida impugnatura del tuo amorevole carrello della spesa, le tue appendici e i loro pollici opponibili resteranno immacolate e tu potrai andare in giro per il supermercato puro come se avessi appena finito di prepararti per la colonscopia.
Vuoi usare i guanti? Bene, ma devi disinfettare l’impugnatura del carrello della spesa.
Se poi decidi di disinfettarlo ANCHE prima di rimetterlo a posto, avrai dato un esempio di civiltà e altruismo.

Alla fine della spesa. È stata la principale osservazione che mi è stata mossa. Ok, tutto giusto, ma poi una volta arrivati a casa, che ci facciamo con la spesa? Sinceramente, questa preoccupazione mi pare sopravvalutata e anche per questo non è nell’eptalogo essenziale.
Cominciamo col dire che molto dipende proprio dall’osservanza del punto precedente e delle principali regole di igiene: se tutti si disinfettassero le mani, tossissero nell’incavo del braccio, disinfettassero l’impugnatura del carrello, le merci esposte nel supermercato non rischierebbero di essere contaminate.
Detto questo, io non vivrei con l’incubo del contagio derivante dalla spesa una volta a casa. Basta osservare le principali norme di igiene anche in questo caso. Il cibo si trova all’interno di confezioni e ciò che non lo è (es. frutta e verdura) va comunque lavato. La cottura uccide i virus e prima di mangiare o toccare i cibi, lavatevi le mani. Tutto qui.
Non vi fidate? Allora disinfettate le confezioni, ma secondo me rischiate di fare più casino che altro, soprattutto su contenitori porosi. Ci sono persone che lasciano ferma la spesa per 3 giorni (c’è qualcosa di salvifico in questa tempistica) prima di metterla a posto. Fate come volete se vi fa stare meglio.
Con le buste della spesa, quelle in plastica io le butto. Quelle riutilizzabili le lavo.

Spesa on line. Vabbeh, questa deve essere la prima opzione per tutti, a prescindere. Il problema è che in questo periodo le date di consegna dei supermercati che offrono questo servizio sono saturate per settimane (almeno qui a Roma, sicuramente nella mia zona).
Inoltre, è probabile che in molte città o quartieri periferici non sia proprio presente il servizio. Tuttavia, vi invito a informarvi meglio con amici, parenti, conoscenti.
Ieri, ho scoperto di avere un’amica che è un ninja della ricerca di servizi di consegna on line (catene del freddo, prodotti calabresi, frutta e verdura, ecc.) e di cui ignoravo queste competenze. Ci potrebbero essere in quartiere anche piccoli negozietti che offrono la consegna a domicilio. Magari non trovate tutto, ma sicuramente vi si riduce la necessità di uscire di casa.

Disinfettare le superfici. Non darò consigli su come prepararsi un disinfettante partendo da alcol etilico e vi sconsiglio di fare ricerche sull’argomento (rischiate di farvi male). Usate la comune candeggina per il bucato (ipoclorito di sodio) che, in commercio, è diluita al 5%.
Ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua per avere una concentrazione finale dello 0,1% che è quella consigliata.
Se le superfici sono sporche, PRIMA dovete pulirle e DOPO disinfettare con la soluzione che avete preparato (il tempo di contatto minimo è 10 minuti, cioè NON dovete risciacquare prima)
N.B.: è solo ad uso di disinfezione delle superfici, non dovete usarla su corpo o mani.
N.M.M.B. (Nota Molto, Molto BENE): non miscelare MAI con ACIDI.

Di nuovo, ricordiamo che, in ordine di priorità, le cose importanti da fare sono:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse anche tu vuoi un carrello della spesa come quello in figura.
Ho intenzione, nei prossimi post, di pubblicare a puntate le istruzioni per costruire un carrello che va a candeggina e i cui gas di scarico uccidono il virus.
Perciò, guarda in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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Riutilizzare un facciale FFP2/P3

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Siamo in emergenza e lo sappiamo.
I facciali filtranti FFP2 e FFP3 scarseggiano e, soprattutto nelle aree in cui l’epidemia è più diffusa, gli operatori sanitari sono costretti a riutilizzare il proprio DPI.
Per cui, giustamente, ci si sta ponendo il problema di come fare per garantire la sicurezza di queste persone che hanno il diritto alla paura come tutti, ma hanno più ragione di tutti di avere paura.

Molti schemi sono saltati o salteranno, ma nella ricerca delle soluzioni alternative o persino “esotiche” dobbiamo farci guidare dove possibile dall’evidenza scientifica e, dove questa non arriva, affidarci a questo principio fondamentale:

primum non nocere 

La iatrogenesi è sempre dietro l’angolo e, a volte, le cure possono essere peggiori dei mali.

Ho già accennato in questo articolo la questione relativa al riutilizzo dei facciali filtranti, specificando che, allo stato attuale delle conoscenze (o, perlomeno, della mia conoscenza) non c’è un metodo di efficacia riconosciuta che consenta la disinfezione dei DPI per le vie respiratorie, ma questo non significa non ci siano metodi meno consigliabili di altri.

Per varie ragioni, si è diffusa la percezione che tra i metodi che possono garantire questo risultato vi sia l’impiego di alcol (etilico o isopropilico al 70%), asperso sul DPI.
Mentre non ho letto alcuno studio scientifico che dimostri l’affidabilità di questo metodo, ho letto diversi studi che fanno propendere verso la sua dannosità, su tutti questo (spiega anche perché il filtro si danneggia), questo e questo.
Tra i metodi attualmente più titolati in termini di efficacia e che andrebbero maggiormente approfonditi c’è quello dell’impiego della luce ultravioletta (UV-C), ma anche qui non abbiamo certezze, ma parrebbe sembrare meno iatrogeno.

Non ho risposte certe sul metodo che andrebbe, perciò, impiegato.
Quello che so per certo è che i danni che un DPI può riportare a seguito di un “ricondizionamento” non adatto, possono non essere visibili e dunque produrre una esposizione inconsapevole al contagio.

Certo è che la contaminazione del filtro non è l’unico problema. Quando lo stesso facciale filtrante viene utilizzato molteplici volte, magari per una settimana, gli allacci possono perdere di elasticità, pregiudicando la tenuta. È un aspetto da verificare e tener molto ben presente.

Invito, inoltre, tutti coloro i quali utilizzano facciali filtranti a dare la massima importanza alla prova di tenuta, ripetendola anche più volte in caso di utilizzo prolungato (nel qual caso, è consigliabile usare DPI con valvola di espirazione, ricordando che non sono certificati EN 14683, una evidenza da tener presente almeno quando si ha a che fare con soggetti non contagiati o se si opera in campo sterile. Si veda in proposito l’articolo già citato per ulteriori approfondimenti).

Un’ulteriore riflessione è la seguente: siamo sicuri che sia indispensabile disinfettare i DPI se c’è il dubbio – nemmeno tanto improbabile –  che possano essere danneggiati dal processo di disinfezione? Siamo sicuri che questo rischio sia inferiore a quello che correrebbe un operatore ben addestrato e consapevole del rischio nel riutilizzarle con la consapevolezza che la loro parte esterna è contaminata (fornendogli anche adeguate istruzioni sul come conservarle)? In un caso non conosciamo gli effetti collaterali della cura, nell’altro – ritengo – sia possibile fronteggiare il rischio.
Ribadisco che mi sto riferendo esclusivamente all’emergenza derivante dalla carenza di DPI che riguarda i soli operatori sanitari, persone di indiscussa professionalità e competenza in materia di rischio biologico.

Infine – e non prendetemi per pazzo – dico questo: sono già stati annunciati gli esiti di uno studio relativo ai tempi di sopravvivenza del virus SARS-COV-2 su varie superfici. È un’ovvietà quella che sto per dire, ma è possibile fare uno studio del genere – con la massima priorità – sui facciali filtranti (testando vari modelli per vedere quale sia la varianza degli esiti)?
Potrebbe essere che la migliore soluzione non sia altro che quella di lasciarle “riposare” all’aria (in condizioni di temperatura e umidità controllate per essere sicuri della ripetibilità del metodo).
N.B.: non esiste nessuna evidenza scientifica della validità di questo metodo, nemmeno se lasciate il facciale “a riposo” per un mese. È un semplice invito a fare studi in proposito (se non li si stanno già facendo).
NON FATE GIRARE INFORMAZIONI ERRATE.

Un commosso e infinito «grazie» a tutti voi. Sapete a chi mi riferisco…


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Stavolta non ho nessuna voglia di scherzare.
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DPI e mascherine: come funziona la protezione delle vie respiratorie dal contagio da Covid-19

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Ho scritto questo articolo con l’intenzione di dare informazioni corrette su DPI e mascherine

Non è scritto con un linguaggio particolarmente tecnico per riuscire a parlare anche a chi tecnico non è e vuole capire bene come stanno le cose.

Ok,  è un po’ lungo per gli standard della rete e a cui ci siamo abituati, ma è il prezzo da pagare per capire le cose.

La cultura ognuno se la deve conquistare. Solo l’ignoranza si espande gratuitamente

Per leggere il post dovete andare su questo sito (cliccando verrete depredati di ogni avere, la vostra anima sarà venduta al diavolo e il vostro computer si riempirà di virus talmente aggressivi che dovrete dargli fuoco: altro che la COVID-19… Scherzo, non succede nulla. Finite sulla pagina di Teknoring, che è un portale tecnico di WKI, la casa editrice che pubblica anche i miei libri).

Buona lettura!

Andrea


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post è evidente che la protezione per le vie respiratorie è un’ossessione per te.
Per venire incontro alle tue esigenze, sto creando una linea di mascherine che, in funzione del modello, risaltano gli occhi, danno un aspetto tenebroso, profumano di varie essenze, hanno l’aria condizionata, ecc.
Se vuoi sapere quando le metterò in commercio, guarda in alto su questa pagina.
Quella foto che vedi sono io. Senza mascherina il mio volto può lasciare perplessi, lo capisco… Ma non è questo il punto.
Guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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10 FAQ sulle mascherine

FAQ

1. Perché continui a parlarci di mascherine e respiratori?

In effetti l’argomento è meno importante di tante altre misure di prevenzione come il lavaggio delle mani e la distanza di sicurezza, ma ha scalato le classifiche dell’interesse generale e questo rischia di cambiare l’ordine delle priorità nella testa delle persone se non si comunica adeguatamente come stanno le cose.
Una “maschera” è un oggetto visibile, comprensibile, intuibile nel suo funzionamento e, pertanto, percepito come più efficace di una distanza (“chi me lo dice che il virus non viaggia più lontano di 1 m?”) o il lavaggio delle mani (“E del virus che dall’asfalto contaminato passa alle suole delle scarpe, ti entra in casa e ti aggredisce nel sonno, ne vogliamo parlare?”).
Modificare le priorità e non dare la giusta rilevanza alle cose equivale, più o meno, ad attaccarti al culo della macchina che ti precede, tanto c’hai la cintura di sicurezza e i riflessi pronti.

2. Ci sono differenze tra le mascherine chirurgiche e le maschere FFP2 o FFP3?

Molte. Le maschere chirurgiche sono dispositivi ad uso medico con la funzione di impedire a chi le porta di sputazzare addosso a qualcun altro, contagiandolo se lo sputazzatore è infetto. In subordine, queste maschere proteggono anche dalle sputazzate che ti possono arrivare da altri, ma non sono altrettanto efficaci contro l’inalazione di particelle in sospensione (vedi anche FAQ 9) perché “calzano larghe” e, dunque, non garantiscono una buona tenuta dei bordi dall’ingresso di contaminanti verso l’interno.
Le maschere FFP2 o FFP3 (la loro denominazione corretta è “respiratori a filtro”) sono invece Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) e isolano le vie respiratorie del portatore dai contaminanti (polveri, aerosol, sputazzi) presenti nell’aria. Si distinguono per la loro efficienza filtrante e anche (direi, soprattutto) per la perdita di tenuta verso l’interno (ovvero l’ipotesi che il contaminante passi comunque, in qualche modo, vedi anche FAQ 6).

3. Ma è vero che i respiratori non riescono a fermare i virus perché sono troppo piccoli rispetto alle “maglie” del filtro?

Non è vero. Le particelle più piccole di 0,3 μm, come i virus, esibiscono un moto cosiddetto “browniano” (Einstein lo spiegò in modo abbastanza semplice, con lo zucchero, dimostrando indirettamente che gli atomi esistevano veramente. Ma lui era Einstein e faceva cose). In sostanza, sono talmente piccole che sbattono a qualunque cosa, comprese le molecole di gas contenute nell’aria, e il loro moto non segue una direzione prevedibile. Pertanto è altamente probabile che finiranno per impattare contro una fibra del filtro e rimanere lì. Gli studi condotti mostrano che essi potrebbero filtrare particelle fino a 0,007 μm (molto più piccole di un virus).

4. Quante volte posso riutilizzare la maschera e quanto dura la sua efficacia?

Maschere chirurgiche e respiratori sono da intendersi monouso. In condizioni ordinarie, la loro efficacia è garantita per tutto il tempo per cui sono indossate, ma nella pratica bisognerebbe sostituirle se, per gli effetti della respirazione o del parlare si inumidiscono. Inoltre non vanno mai rimosse dal viso. Altrimenti bisogna sostituirle.

5. Ok, sono monouso. In teoria… Ma non mi dirai che non c’è modo di farle “rinvenire” come le lenticchie?

Ecco. Questo è un esempio del perché trovo preoccupante che l’attenzione si concentri sulle mascherine. Contrariamente alla comune percezione, dietro questi, apparentemente semplici, mezzi di protezione c’è un mondo complesso, fatto di prove, test e certificazioni. Quando le condizioni al contorno non possono essere rispettate, il risultato non è più garantito.
Una delle condizioni è che le maschere e i respiratori sono monouso. Dopo il loro primo impiego, devono intendersi contaminate e pertanto non riutilizzabili. È vero, esistono anche respiratori con filtri riutilizzabili ma le considerazioni non cambiano, specie per la popolazione non professionale. Il rischio è quello di contaminarsi indossando un respiratore o una maschera contaminati.
Ciò detto, sono stati fatti degli studi per capire se si possono riutilizzare i respiratori e per trovare dei metodi per decontaminarli, proprio per circostanze come quelle attuali, nelle quali non c’è disponibilità di presidi e c’è un’emergenza in corso.
Con riferimento ai soli respiratori (e non alle mascherine chirurgiche) sono stati testati vari metodi: autoclavaggio, calore secco a 160°C, disinfezione con alcol isopropilico al 70%, acqua e sapone per 20 minuti, ossido di etilene, nebulizzazione con perossido di idrogeno, microonde, luce ultravioletta.
Quella che ha portato ai risultati migliori senza produrre un considerevole degrado del respiratore è stata la luce ultravioletta.

6. C’è altro che devo sapere?

Un sacco di cose. Una delle più importanti è che l’efficacia del respiratore dipende dalla sua adattabilità al viso, ovvero dell’aderenza dello stesso alla faccia. Barba, baffi, basette ne riducono l’efficacia. Ma soprattutto deve essere indossato correttamente e non deve essere spostato (o spostarsi accidentalmente). Tutto questo influisce sul reale valore della perdita di tenuta verso l’interno dichiarato del respiratore che è, nella pratica, ben più basso di quello teorico.
È altresì prevista l’esecuzione di una “prova di tenuta” per verificare che siano state indossate bene. È per questo che negli ambienti di lavoro è previsto l’addestramento per l’uso di questi DPI. I produttori forniscono queste indicazioni nelle istruzioni allegate alla confezione del respiratore.
Altre limitazioni potrebbero derivare da pregresse condizioni di salute compromessa che  potrebbero rendere la persona non idonea ad indossare il DPI.
E lavati sempre le mani dopo averla tolta, non toccando nient’altro prima di essertele lavate.
Inoltre, ricorda molto bene che, se quella respiratoria è la più comune via di infezione, non è l’unica. È necessario anche proteggere gli occhi, indossando occhiali di protezione.

7. Quindi mi stai dicendo che le mascherine non servono?

NO. Assolutamente no! Mascherine e respiratori sono importanti, purché accompagnate da un uso consapevole dei loro limiti e soprattutto se impiegate nel corretto ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

Detto questo, ricorda: un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche.

8. Ricominciamo daccapo… Ma allora, quando devo indossare le maschere/respiratori?

Il grosso della risposta dipende da chi sei e che ci devi fare.
Per le persone comuni l’OMS continua a consigliarne l’uso se:

  1. si è infetti, per evitare di trasmettere l’infezione;
  2. se si deve prestare assistenza a persone contagiate o presunte tali.

Le disposizioni del Governo aggiungono, a questi, i casi in cui non è possibile mantenere la distanza di sicurezza di 1 m.

9. Ma se le mascherine non proteggono quanto i respiratori, è inutile indossarle se voglio proteggermi?

Con tutte le dovute cautele del caso e in considerazione che ci si trova in una condizione di emergenza e di indisponibilità di DPI, c’è da dire che gli studi condotti su personale infermieristico e il virus dell’influenza non hanno dimostrato una significativa differenza di efficacia tra i due presidi.
Questo ovviamente vale in circostanze ordinarie, quale può essere la semplice vicinanza ad un soggetto contagiato o presunto tale. Non è il caso di operazioni ad elevato rischio di aerosolizzazione (intubazione di un paziente, broncoscopia, ecc.).
Insomma, per le persone comuni che fanno cose comuni e la usano bene, la mascherina chirurgica potrebbe rappresentare un presidio altrettanto valido che non i respiratori FFP2 o FFP3.
Ad ogni modo, anche se siamo tutti brutte persone e pensiamo principalmente a noi stessi, deve passare il fondamentale concetto che mascherine/respiratori sono più importanti nel prevenire il diffondersi del contagio che nel proteggere chi le indossa.

10. L’ho usata. Non ho un inceneritore in casa. Che ci faccio?

Mettila in un sacchetto di plastica (senza toccare niente) e chiudi il sacchetto.
Lavati le mani.

Se cerchi altre letture sull’argomento:

 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post presumibilmente, anche tu, come il virus, esibisci un moto browniano saltellando tra siti che spiegano come sanificare le suole delle scarpe camminando in una pozza di acido per batterie e altri che mostrano come esista una evidente correlazione tra la fine della saga di Star Wars e l’inizio della pandemia .
Ora sei intrappolato tra le maglie di questo blog e non riuscirai a liberarti, quindi smettila di opporre resistenza e accetta l’idea di passare insieme questo periodo di quarantena.
Quindi, guarda in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: Altro

Quanto dura un respiratore a filtro?

Hudhayfa al-Shahad tries an improvised gas mask in IdlibPer i non addetti ai lavori: i respiratori sono i dispositivi di protezione individuali che impediscono di respirare aria contaminata da gas, polveri, aerosol, compreso dunque, il droplet che può contenere il nuovo coronavirus.

In questo post tratterò solo il caso di quest’ultimo e non scenderò in tecnicismi, né mi dilungherò, al fine di garantire la massima comprensione del concetto, rivolgendomi esclusivamente al personale non sanitario.
Inoltre, non tratterò il caso delle mascherine ad uso medico per le quali, le considerazioni che seguono sono da intendersi come peggiorative.

L’efficienza di un respiratore a filtro FFP2 o FFP3 è garantita per tempi lunghissimi nel caso di esposizione a rischio biologico, anche per molte settimane di utilizzo e riutilizzo (ovviamente è stato simulato in laboratorio), ma ai fini pratici essi devono essere considerati

MONOUSO

Il riutilizzo di un respiratore contaminato espone la persona che lo indossa al rischio di contagio attraverso il contatto con le mani e successiva trasmissione attraverso le mucose (questo è vero anche per i respiratori concepiti come riutilizzabili).
Inutile discutere della probabilità che il DPI sia contaminato, perché altrimenti dovreste prima chiedervi che lo indossate a fare.
Ovviamente ci sarebbero anche rischi di natura igienica, ma diciamo che ve ne frega poco (ne accenno comunque nel post scriptum in fondo).

In sintesi, queste sono le misure da adottare in ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

I respiratori (e le mascherine) sono una gran cosa, ma sono meno importanti delle misure di protezione collettiva.

Per inciso, se i respiratori (o mascherine) fossero pienamente disponibili e tutti li indossassero, costituirebbero di per sé una misura di protezione collettiva contro il contagio. Ma oggi non è così.

Altri articoli sull’argomento:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post probabilmente anche tu ti sarai chiesto dove trovino le mascherine tutte le genti che circolano per strada.
Da nessuna parte. Riutilizzano sempre la stessa.
È stato stimato che ogni utilizzo ulteriore di quelle mascherine è equivalente a leccare le fughe delle mattonelle di un bagno pubblico nel quale un avventore aveva aerografato con la propria urina la scritta: «Benvenuto nella COVID-19».
Se quindi non vuoi sentirti l’unico cretino che sembra non aver trovato una mascherina e non vuoi cedere all’idea di costruirtene una in casa  con i pannolini di tuo figlio, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Fidati, c’è gente messa peggio.
Adesso guarda appena sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.