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Un metodo per riutilizzare i facciali filtranti che funziona. Forse stavolta davvero…

1208482560.jpg.0.jpgMentre in Italia prosegue la ricerca per trovare un metodo che consenta di disinfettare i facciali FFP2 e FFP3, per fronteggiare la scarsità di questi dispositivi indispensabili per la protezione degli operatori sanitari che operano a contatto con malati di COVID-19, il 29 marzo scorso la FDA (Food and Drug Administration) negli USA ha approvato e autorizzato l’impiego di un procedimento per la decontaminazione dei facciali filtranti N95 (equivalenti alle nostre FFP2).

La cosa incredibile è come questa notizia sia potuta passare inosservata in qualunque quotidiano, televisione, agenzia… Nemmeno Barbara D’Urso se n’è accorta…

Qui la lettera di autorizzazione, dal sito della FDA (così siete sicuri che non è una bufala).

Il metodo è stato sviluppato dall’azienda Battelle la quale afferma che ogni unità del suo CCDS Critical Care Decontamination System™ può decontaminare 80.000 facciali, attraverso l’uso di elevate concentrazioni di vapori di perossido di idrogeno per 2,5 ore.

Il metodo è incompatibile con facciali filtranti contenenti materiali a base di cellulosa e non potrà essere usato su DPI visibilmente sporchi.
Tuttavia, i facciali decontaminati potranno essere nuovamente sottoposti a trattamento per un totale di 20 volte ciascuno.

Credo si tratti di una notizia importantissima, considerato che la Battelle ha già iniziato la produzione su larga scala di questi sistemi e sono già stati consegnati i primi nell’area di New York.
Spero che qualcuna tra le Autorità Italiane preposte alla gestione dell’emergenza verifichi immediatamente la possibilità di accedere all’acquisto di questi dispositivi.

Ovviamente non è un metodo che chiunque può farsi in casa, ma nell’attesa che anche da noi si arrivi ad una soluzione per fronteggiare la scarsità di dispositivi, evitiamo di usare metodi di comprovata inefficacia e dannosi, tipo disinfettarli con alcol etilico.
Vedi anche qua:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
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Addendum all’eptalogo per fare la spesa in sicurezza

Carrello

In questi giorni ho ricevuto un sacco di osservazioni, precisazioni, puntualizzazioni, richieste di chiarimento e simili, riguardanti l’eptalogo per fare la spesa che avevo pubblicato in un precedente post.

Inizialmente l’ho presa un po’ sul personale… Mi sono domandato se anche Mosé sul Sinai si fosse messo a discutere con Dio dopo che questi gli aveva dettato i 10 comandamenti, cominciandolo a tempestare di domande del tipo: «Tutto qui? E le canne? Se le potemo fa’ le canne? E i vegani? So’ permessi o li dobbiamo sterminare come a Sodoma?».

Capisco che il paragone con Dio possa sembrare azzardato, ma sono certo che anche lui ce l’abbia messa tutta (OK, magari in primi comandamenti sono un po’ autoreferenziali ma l’impegno è evidente) per fare una sintesi delle cose più importanti che si devono osservare. Eppure, alla fine, comunque hanno dovuto scrivere un catechismo che spiegasse punto, punto quello che voleva dire.

E allora pure io mi sento in dovere di dire qualche parola in più sulle cose da fare quando si fa la spesa.

Disinfetta l’impugnatura del carrello della spesa. È probabile che se ne occupi già il supermercato, ma se non ne avete certezza, fatelo voi. Come? Ne avevo già parlato nell’eptalogo, al punto 3: portatevi il disinfettante da casa. In alternativa potreste usare quello che c’è all’ingresso del supermercato per disinfettare le mani, ma è un po’ macchinoso.
Tenete presente che è scientificamente provato che l’impugnatura del carrello della spesa è una delle cose più luride che ci siano sulla faccia della terra.
Magari starai pensando: «E a me che mme frega? Io mi metto i guanti». Se ancora dopo un mese di quarantena la pensi così, non hai capito molto di quello che sta succedendo e, se in tanti la pensano come te, ci libereremo di questo virus solo quando lui si sarà rotto le palle di noi.
I comportamenti, tutti i comportamenti che mettiamo in campo devono essere finalizzati principalmente ad evitare la diffusione del contagio, non a proteggerci singolarmente.
Dunque, se tu metti i guanti e tocchi qualcosa di contaminato, poi coi tuoi guantini continuerai a contaminare tutto quello che tocchi. Idem se ti disinfetti le mani e non l’impugnatura del carrello della spesa.
Al contrario, se disinfetti le tue manine laboriose e anche la solida impugnatura del tuo amorevole carrello della spesa, le tue appendici e i loro pollici opponibili resteranno immacolate e tu potrai andare in giro per il supermercato puro come se avessi appena finito di prepararti per la colonscopia.
Vuoi usare i guanti? Bene, ma devi disinfettare l’impugnatura del carrello della spesa.
Se poi decidi di disinfettarlo ANCHE prima di rimetterlo a posto, avrai dato un esempio di civiltà e altruismo.

Alla fine della spesa. È stata la principale osservazione che mi è stata mossa. Ok, tutto giusto, ma poi una volta arrivati a casa, che ci facciamo con la spesa? Sinceramente, questa preoccupazione mi pare sopravvalutata e anche per questo non è nell’eptalogo essenziale.
Cominciamo col dire che molto dipende proprio dall’osservanza del punto precedente e delle principali regole di igiene: se tutti si disinfettassero le mani, tossissero nell’incavo del braccio, disinfettassero l’impugnatura del carrello, le merci esposte nel supermercato non rischierebbero di essere contaminate.
Detto questo, io non vivrei con l’incubo del contagio derivante dalla spesa una volta a casa. Basta osservare le principali norme di igiene anche in questo caso. Il cibo si trova all’interno di confezioni e ciò che non lo è (es. frutta e verdura) va comunque lavato. La cottura uccide i virus e prima di mangiare o toccare i cibi, lavatevi le mani. Tutto qui.
Non vi fidate? Allora disinfettate le confezioni, ma secondo me rischiate di fare più casino che altro, soprattutto su contenitori porosi. Ci sono persone che lasciano ferma la spesa per 3 giorni (c’è qualcosa di salvifico in questa tempistica) prima di metterla a posto. Fate come volete se vi fa stare meglio.
Con le buste della spesa, quelle in plastica io le butto. Quelle riutilizzabili le lavo.

Spesa on line. Vabbeh, questa deve essere la prima opzione per tutti, a prescindere. Il problema è che in questo periodo le date di consegna dei supermercati che offrono questo servizio sono saturate per settimane (almeno qui a Roma, sicuramente nella mia zona).
Inoltre, è probabile che in molte città o quartieri periferici non sia proprio presente il servizio. Tuttavia, vi invito a informarvi meglio con amici, parenti, conoscenti.
Ieri, ho scoperto di avere un’amica che è un ninja della ricerca di servizi di consegna on line (catene del freddo, prodotti calabresi, frutta e verdura, ecc.) e di cui ignoravo queste competenze. Ci potrebbero essere in quartiere anche piccoli negozietti che offrono la consegna a domicilio. Magari non trovate tutto, ma sicuramente vi si riduce la necessità di uscire di casa.

Disinfettare le superfici. Non darò consigli su come prepararsi un disinfettante partendo da alcol etilico e vi sconsiglio di fare ricerche sull’argomento (rischiate di farvi male). Usate la comune candeggina per il bucato (ipoclorito di sodio) che, in commercio, è diluita al 5%.
Ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua per avere una concentrazione finale dello 0,1% che è quella consigliata.
Se le superfici sono sporche, PRIMA dovete pulirle e DOPO disinfettare con la soluzione che avete preparato (il tempo di contatto minimo è 10 minuti, cioè NON dovete risciacquare prima)
N.B.: è solo ad uso di disinfezione delle superfici, non dovete usarla su corpo o mani.
N.M.M.B. (Nota Molto, Molto BENE): non miscelare MAI con ACIDI.

Di nuovo, ricordiamo che, in ordine di priorità, le cose importanti da fare sono:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse anche tu vuoi un carrello della spesa come quello in figura.
Ho intenzione, nei prossimi post, di pubblicare a puntate le istruzioni per costruire un carrello che va a candeggina e i cui gas di scarico uccidono il virus.
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Riutilizzare un facciale FFP2/P3

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Siamo in emergenza e lo sappiamo.
I facciali filtranti FFP2 e FFP3 scarseggiano e, soprattutto nelle aree in cui l’epidemia è più diffusa, gli operatori sanitari sono costretti a riutilizzare il proprio DPI.
Per cui, giustamente, ci si sta ponendo il problema di come fare per garantire la sicurezza di queste persone che hanno il diritto alla paura come tutti, ma hanno più ragione di tutti di avere paura.

Molti schemi sono saltati o salteranno, ma nella ricerca delle soluzioni alternative o persino “esotiche” dobbiamo farci guidare dove possibile dall’evidenza scientifica e, dove questa non arriva, affidarci a questo principio fondamentale:

primum non nocere 

La iatrogenesi è sempre dietro l’angolo e, a volte, le cure possono essere peggiori dei mali.

Ho già accennato in questo articolo la questione relativa al riutilizzo dei facciali filtranti, specificando che, allo stato attuale delle conoscenze (o, perlomeno, della mia conoscenza) non c’è un metodo di efficacia riconosciuta che consenta la disinfezione dei DPI per le vie respiratorie, ma questo non significa non ci siano metodi meno consigliabili di altri.

Per varie ragioni, si è diffusa la percezione che tra i metodi che possono garantire questo risultato vi sia l’impiego di alcol (etilico o isopropilico al 70%), asperso sul DPI.
Mentre non ho letto alcuno studio scientifico che dimostri l’affidabilità di questo metodo, ho letto diversi studi che fanno propendere verso la sua dannosità, su tutti questo (spiega anche perché il filtro si danneggia), questo e questo.
Tra i metodi attualmente più titolati in termini di efficacia e che andrebbero maggiormente approfonditi c’è quello dell’impiego della luce ultravioletta (UV-C), ma anche qui non abbiamo certezze, ma parrebbe sembrare meno iatrogeno.

Non ho risposte certe sul metodo che andrebbe, perciò, impiegato.
Quello che so per certo è che i danni che un DPI può riportare a seguito di un “ricondizionamento” non adatto, possono non essere visibili e dunque produrre una esposizione inconsapevole al contagio.

Certo è che la contaminazione del filtro non è l’unico problema. Quando lo stesso facciale filtrante viene utilizzato molteplici volte, magari per una settimana, gli allacci possono perdere di elasticità, pregiudicando la tenuta. È un aspetto da verificare e tener molto ben presente.

Invito, inoltre, tutti coloro i quali utilizzano facciali filtranti a dare la massima importanza alla prova di tenuta, ripetendola anche più volte in caso di utilizzo prolungato (nel qual caso, è consigliabile usare DPI con valvola di espirazione, ricordando che non sono certificati EN 14683, una evidenza da tener presente almeno quando si ha a che fare con soggetti non contagiati o se si opera in campo sterile. Si veda in proposito l’articolo già citato per ulteriori approfondimenti).

Un’ulteriore riflessione è la seguente: siamo sicuri che sia indispensabile disinfettare i DPI se c’è il dubbio – nemmeno tanto improbabile –  che possano essere danneggiati dal processo di disinfezione? Siamo sicuri che questo rischio sia inferiore a quello che correrebbe un operatore ben addestrato e consapevole del rischio nel riutilizzarle con la consapevolezza che la loro parte esterna è contaminata (fornendogli anche adeguate istruzioni sul come conservarle)? In un caso non conosciamo gli effetti collaterali della cura, nell’altro – ritengo – sia possibile fronteggiare il rischio.
Ribadisco che mi sto riferendo esclusivamente all’emergenza derivante dalla carenza di DPI che riguarda i soli operatori sanitari, persone di indiscussa professionalità e competenza in materia di rischio biologico.

Infine – e non prendetemi per pazzo – dico questo: sono già stati annunciati gli esiti di uno studio relativo ai tempi di sopravvivenza del virus SARS-COV-2 su varie superfici. È un’ovvietà quella che sto per dire, ma è possibile fare uno studio del genere – con la massima priorità – sui facciali filtranti (testando vari modelli per vedere quale sia la varianza degli esiti)?
Potrebbe essere che la migliore soluzione non sia altro che quella di lasciarle “riposare” all’aria (in condizioni di temperatura e umidità controllate per essere sicuri della ripetibilità del metodo).
N.B.: non esiste nessuna evidenza scientifica della validità di questo metodo, nemmeno se lasciate il facciale “a riposo” per un mese. È un semplice invito a fare studi in proposito (se non li si stanno già facendo).
NON FATE GIRARE INFORMAZIONI ERRATE.

Un commosso e infinito «grazie» a tutti voi. Sapete a chi mi riferisco…


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Stavolta non ho nessuna voglia di scherzare.
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DPI e mascherine: come funziona la protezione delle vie respiratorie dal contagio da Covid-19

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Ho scritto questo articolo con l’intenzione di dare informazioni corrette su DPI e mascherine

Non è scritto con un linguaggio particolarmente tecnico per riuscire a parlare anche a chi tecnico non è e vuole capire bene come stanno le cose.

Ok,  è un po’ lungo per gli standard della rete e a cui ci siamo abituati, ma è il prezzo da pagare per capire le cose.

La cultura ognuno se la deve conquistare. Solo l’ignoranza si espande gratuitamente

Per leggere il post dovete andare su questo sito (cliccando verrete depredati di ogni avere, la vostra anima sarà venduta al diavolo e il vostro computer si riempirà di virus talmente aggressivi che dovrete dargli fuoco: altro che la COVID-19… Scherzo, non succede nulla. Finite sulla pagina di Teknoring, che è un portale tecnico di WKI, la casa editrice che pubblica anche i miei libri).

Buona lettura!

Andrea


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post è evidente che la protezione per le vie respiratorie è un’ossessione per te.
Per venire incontro alle tue esigenze, sto creando una linea di mascherine che, in funzione del modello, risaltano gli occhi, danno un aspetto tenebroso, profumano di varie essenze, hanno l’aria condizionata, ecc.
Se vuoi sapere quando le metterò in commercio, guarda in alto su questa pagina.
Quella foto che vedi sono io. Senza mascherina il mio volto può lasciare perplessi, lo capisco… Ma non è questo il punto.
Guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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10 FAQ sulle mascherine

FAQ

1. Perché continui a parlarci di mascherine e respiratori?

In effetti l’argomento è meno importante di tante altre misure di prevenzione come il lavaggio delle mani e la distanza di sicurezza, ma ha scalato le classifiche dell’interesse generale e questo rischia di cambiare l’ordine delle priorità nella testa delle persone se non si comunica adeguatamente come stanno le cose.
Una “maschera” è un oggetto visibile, comprensibile, intuibile nel suo funzionamento e, pertanto, percepito come più efficace di una distanza (“chi me lo dice che il virus non viaggia più lontano di 1 m?”) o il lavaggio delle mani (“E del virus che dall’asfalto contaminato passa alle suole delle scarpe, ti entra in casa e ti aggredisce nel sonno, ne vogliamo parlare?”).
Modificare le priorità e non dare la giusta rilevanza alle cose equivale, più o meno, ad attaccarti al culo della macchina che ti precede, tanto c’hai la cintura di sicurezza e i riflessi pronti.

2. Ci sono differenze tra le mascherine chirurgiche e le maschere FFP2 o FFP3?

Molte. Le maschere chirurgiche sono dispositivi ad uso medico con la funzione di impedire a chi le porta di sputazzare addosso a qualcun altro, contagiandolo se lo sputazzatore è infetto. In subordine, queste maschere proteggono anche dalle sputazzate che ti possono arrivare da altri, ma non sono altrettanto efficaci contro l’inalazione di particelle in sospensione (vedi anche FAQ 9) perché “calzano larghe” e, dunque, non garantiscono una buona tenuta dei bordi dall’ingresso di contaminanti verso l’interno.
Le maschere FFP2 o FFP3 (la loro denominazione corretta è “respiratori a filtro”) sono invece Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) e isolano le vie respiratorie del portatore dai contaminanti (polveri, aerosol, sputazzi) presenti nell’aria. Si distinguono per la loro efficienza filtrante e anche (direi, soprattutto) per la perdita di tenuta verso l’interno (ovvero l’ipotesi che il contaminante passi comunque, in qualche modo, vedi anche FAQ 6).

3. Ma è vero che i respiratori non riescono a fermare i virus perché sono troppo piccoli rispetto alle “maglie” del filtro?

Non è vero. Le particelle più piccole di 0,3 μm, come i virus, esibiscono un moto cosiddetto “browniano” (Einstein lo spiegò in modo abbastanza semplice, con lo zucchero, dimostrando indirettamente che gli atomi esistevano veramente. Ma lui era Einstein e faceva cose). In sostanza, sono talmente piccole che sbattono a qualunque cosa, comprese le molecole di gas contenute nell’aria, e il loro moto non segue una direzione prevedibile. Pertanto è altamente probabile che finiranno per impattare contro una fibra del filtro e rimanere lì. Gli studi condotti mostrano che essi potrebbero filtrare particelle fino a 0,007 μm (molto più piccole di un virus).

4. Quante volte posso riutilizzare la maschera e quanto dura la sua efficacia?

Maschere chirurgiche e respiratori sono da intendersi monouso. In condizioni ordinarie, la loro efficacia è garantita per tutto il tempo per cui sono indossate, ma nella pratica bisognerebbe sostituirle se, per gli effetti della respirazione o del parlare si inumidiscono. Inoltre non vanno mai rimosse dal viso. Altrimenti bisogna sostituirle.

5. Ok, sono monouso. In teoria… Ma non mi dirai che non c’è modo di farle “rinvenire” come le lenticchie?

Ecco. Questo è un esempio del perché trovo preoccupante che l’attenzione si concentri sulle mascherine. Contrariamente alla comune percezione, dietro questi, apparentemente semplici, mezzi di protezione c’è un mondo complesso, fatto di prove, test e certificazioni. Quando le condizioni al contorno non possono essere rispettate, il risultato non è più garantito.
Una delle condizioni è che le maschere e i respiratori sono monouso. Dopo il loro primo impiego, devono intendersi contaminate e pertanto non riutilizzabili. È vero, esistono anche respiratori con filtri riutilizzabili ma le considerazioni non cambiano, specie per la popolazione non professionale. Il rischio è quello di contaminarsi indossando un respiratore o una maschera contaminati.
Ciò detto, sono stati fatti degli studi per capire se si possono riutilizzare i respiratori e per trovare dei metodi per decontaminarli, proprio per circostanze come quelle attuali, nelle quali non c’è disponibilità di presidi e c’è un’emergenza in corso.
Con riferimento ai soli respiratori (e non alle mascherine chirurgiche) sono stati testati vari metodi: autoclavaggio, calore secco a 160°C, disinfezione con alcol isopropilico al 70%, acqua e sapone per 20 minuti, ossido di etilene, nebulizzazione con perossido di idrogeno, microonde, luce ultravioletta.
Quella che ha portato ai risultati migliori senza produrre un considerevole degrado del respiratore è stata la luce ultravioletta.

6. C’è altro che devo sapere?

Un sacco di cose. Una delle più importanti è che l’efficacia del respiratore dipende dalla sua adattabilità al viso, ovvero dell’aderenza dello stesso alla faccia. Barba, baffi, basette ne riducono l’efficacia. Ma soprattutto deve essere indossato correttamente e non deve essere spostato (o spostarsi accidentalmente). Tutto questo influisce sul reale valore della perdita di tenuta verso l’interno dichiarato del respiratore che è, nella pratica, ben più basso di quello teorico.
È altresì prevista l’esecuzione di una “prova di tenuta” per verificare che siano state indossate bene. È per questo che negli ambienti di lavoro è previsto l’addestramento per l’uso di questi DPI. I produttori forniscono queste indicazioni nelle istruzioni allegate alla confezione del respiratore.
Altre limitazioni potrebbero derivare da pregresse condizioni di salute compromessa che  potrebbero rendere la persona non idonea ad indossare il DPI.
E lavati sempre le mani dopo averla tolta, non toccando nient’altro prima di essertele lavate.
Inoltre, ricorda molto bene che, se quella respiratoria è la più comune via di infezione, non è l’unica. È necessario anche proteggere gli occhi, indossando occhiali di protezione.

7. Quindi mi stai dicendo che le mascherine non servono?

NO. Assolutamente no! Mascherine e respiratori sono importanti, purché accompagnate da un uso consapevole dei loro limiti e soprattutto se impiegate nel corretto ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

Detto questo, ricorda: un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche.

8. Ricominciamo daccapo… Ma allora, quando devo indossare le maschere/respiratori?

Il grosso della risposta dipende da chi sei e che ci devi fare.
Per le persone comuni l’OMS continua a consigliarne l’uso se:

  1. si è infetti, per evitare di trasmettere l’infezione;
  2. se si deve prestare assistenza a persone contagiate o presunte tali.

Le disposizioni del Governo aggiungono, a questi, i casi in cui non è possibile mantenere la distanza di sicurezza di 1 m.

9. Ma se le mascherine non proteggono quanto i respiratori, è inutile indossarle se voglio proteggermi?

Con tutte le dovute cautele del caso e in considerazione che ci si trova in una condizione di emergenza e di indisponibilità di DPI, c’è da dire che gli studi condotti su personale infermieristico e il virus dell’influenza non hanno dimostrato una significativa differenza di efficacia tra i due presidi.
Questo ovviamente vale in circostanze ordinarie, quale può essere la semplice vicinanza ad un soggetto contagiato o presunto tale. Non è il caso di operazioni ad elevato rischio di aerosolizzazione (intubazione di un paziente, broncoscopia, ecc.).
Insomma, per le persone comuni che fanno cose comuni e la usano bene, la mascherina chirurgica potrebbe rappresentare un presidio altrettanto valido che non i respiratori FFP2 o FFP3.
Ad ogni modo, anche se siamo tutti brutte persone e pensiamo principalmente a noi stessi, deve passare il fondamentale concetto che mascherine/respiratori sono più importanti nel prevenire il diffondersi del contagio che nel proteggere chi le indossa.

10. L’ho usata. Non ho un inceneritore in casa. Che ci faccio?

Mettila in un sacchetto di plastica (senza toccare niente) e chiudi il sacchetto.
Lavati le mani.

Se cerchi altre letture sull’argomento:

 


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Ora sei intrappolato tra le maglie di questo blog e non riuscirai a liberarti, quindi smettila di opporre resistenza e accetta l’idea di passare insieme questo periodo di quarantena.
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Quanto dura un respiratore a filtro?

Hudhayfa al-Shahad tries an improvised gas mask in IdlibPer i non addetti ai lavori: i respiratori sono i dispositivi di protezione individuali che impediscono di respirare aria contaminata da gas, polveri, aerosol, compreso dunque, il droplet che può contenere il nuovo coronavirus.

In questo post tratterò solo il caso di quest’ultimo e non scenderò in tecnicismi, né mi dilungherò, al fine di garantire la massima comprensione del concetto, rivolgendomi esclusivamente al personale non sanitario.
Inoltre, non tratterò il caso delle mascherine ad uso medico per le quali, le considerazioni che seguono sono da intendersi come peggiorative.

L’efficienza di un respiratore a filtro FFP2 o FFP3 è garantita per tempi lunghissimi nel caso di esposizione a rischio biologico, anche per molte settimane di utilizzo e riutilizzo (ovviamente è stato simulato in laboratorio), ma ai fini pratici essi devono essere considerati

MONOUSO

Il riutilizzo di un respiratore contaminato espone la persona che lo indossa al rischio di contagio attraverso il contatto con le mani e successiva trasmissione attraverso le mucose (questo è vero anche per i respiratori concepiti come riutilizzabili).
Inutile discutere della probabilità che il DPI sia contaminato, perché altrimenti dovreste prima chiedervi che lo indossate a fare.
Ovviamente ci sarebbero anche rischi di natura igienica, ma diciamo che ve ne frega poco (ne accenno comunque nel post scriptum in fondo).

In sintesi, queste sono le misure da adottare in ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

I respiratori (e le mascherine) sono una gran cosa, ma sono meno importanti delle misure di protezione collettiva.

Per inciso, se i respiratori (o mascherine) fossero pienamente disponibili e tutti li indossassero, costituirebbero di per sé una misura di protezione collettiva contro il contagio. Ma oggi non è così.

Altri articoli sull’argomento:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post probabilmente anche tu ti sarai chiesto dove trovino le mascherine tutte le genti che circolano per strada.
Da nessuna parte. Riutilizzano sempre la stessa.
È stato stimato che ogni utilizzo ulteriore di quelle mascherine è equivalente a leccare le fughe delle mattonelle di un bagno pubblico nel quale un avventore aveva aerografato con la propria urina la scritta: «Benvenuto nella COVID-19».
Se quindi non vuoi sentirti l’unico cretino che sembra non aver trovato una mascherina e non vuoi cedere all’idea di costruirtene una in casa  con i pannolini di tuo figlio, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Fidati, c’è gente messa peggio.
Adesso guarda appena sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Virus e maschere fatte in casa. Ma davvero?

mascheraSì, davvero. Nel senso che già in passato qualcuno si era posto il problema di come affrontare un’eventuale epidemia, nel caso le maschere avessero cominciato a scarseggiare.

Ma questo “qualcuno” non è lumachina69 o chiunque pubblichi video in rete su come costruire mascherine con carta da forno, preservativi usati o impacchi di Simmenthal. Senza nulla togliere all’autorevolezza di polpetta75, quello che fa la differenza è che i dati che riporto sono corroborati dalla ricerca scientifica.

Nella fattispecie, richiamo brevemente gli esiti di una ricerca pubblicata su «Disaster Medicine and Public Health Preparedness», una rivista con un Impact Factor pari a 1,031.

Nello studio è stata testata l’efficienza filtrante di vari materiali a due microorganismi, di cui uno (il batteriofago MS2) ha dimensioni minori del virus dell’influenza (siamo nell’ordine dei nanometri). Come materiale di controllo è stato impiegato il filtro di una maschera chirurgica EN 14863 classe I).

Questi i risultati dell’efficienza filtrante media dei materiali, riportati in ordine decrescente:

  • Maschera chirurgica: 89,52%
  • Sacchetto per aspirapolvere (già…): 85,95%
  • Strofinaccio (eh…): 72,46%
  • Misto cotone: 70,24%
  • Federa antimicrobica: 68,90%
  • Lino: 61,67%
  • Federa: 57,13%
  • Seta (buona anche per ricevimenti, la sera): 54,32%
  • Maglietta 100% cotone: 50,85%
  • Sciarpa: 48,87%

Sembrerebbe che costruendoti una mascherina con un sacchetto per l’aspirapolvere (no, non dovete mettervelo in testa facendo i buchi per gli occhi), si ottengano effetti comparabili alla mascherina chirurgica. Non è così. La caduta di pressione che si genera dalla respirazione rende questo materiale non adatto per la costruzione di maschere e questo riguarda anche lo strofinaccio.

E le cose diventano ancora più precarie quando, anziché testare il materiale con un macchinario, si costruisce artigianalmente la mascherina e si fanno i test di adattamento nel mondo reale. In questo caso i risultati dello studio mostrano, un fattore di protezione mediano per le maschere fatte in casa che è meno della metà di quello delle maschere chirurgiche (nonostante le persone fossero state informate sulla modalità corretta di indossamento).

Buone notizie, invece, per quanto riguarda la capacità delle maschere fatte in casa di arrestare i microorganismi espulsi tossendo.  Il test eseguito mostra risultati apprezzabili. Questo significa che le maschere homemade possono rappresentare una barriera per evitare di contagiare altri, non per proteggere sé stessi.

E adesso che ci siamo tolti il pensiero, diciamo le cose come stanno (ne avevo già parlato qua). Quanto sopra detto riguarda le maschere chirurgiche, ovvero roba che appartiene alla categoria “Dispositivo medico” e che ha la funzione di proteggere non sé stessi, ma gli altri, dal proprio sputazzo.
Altra cosa sono i respiratori, cioè i facciali filtranti FFP2 e FFP3 (roba che appartiene alla categoria DPI) che hanno la funzione di proteggere chi le indossa dagli sputazzi degli altri.

Alcuni punti fermi (FERMI, non pareri, pur autorevoli, di fagottino73):

  1. non ci sono evidenze scientifiche che i respiratori proteggano più della maschera chirurgica da infezioni virali. Gli studi condotti su personale sanitario non hanno mostrato differenze rilevanti tra l’una e l’altra (Fonti: qui e qui);
  2. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute indicano la necessità di utilizzo delle maschere in uno di questi due casi:
    • Sei tu ad avere contratto il virus;
    • Stai prestando cure a un paziente infetto.

Ma allora perché tutti vogliono queste maschere? Essenzialmente perché sono convinti che tanto male non fa e poi perché rappresentano una soluzione semplice. Le cose non stanno proprio così:

  • un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche;
  • Gli incidenti stradali sono il risultato di comportamenti scorretti alla guida, assai più che non della carenza di dispositivi di sicurezza nell’auto. Allo stesso modo, la protezione tecnologica con l’uso di maschere o respiratori è secondaria rispetto alla protezione, per sé e per gli altri, offerta dalle seguenti misure:
    • LAVARSI LE MANI
    • Incrementare la distanza sociale: almeno 1 m (a Catanzaro abbiamo un proverbio: «A ‘nu parmu do’ u culu meu, futta cu voi», che più o meno significa  «A un palmo dal mio ano, sei libero di avere rapporti sessuali con chi ti pare»)
    • Starsene a casa

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

Pubblicato in: Altro, Senza categoria

Titanic e COVID-19

L’altro giorno ero a pranzo con un responsabile dell’Istituto Superiore di Sanità e, ovviamente, si discuteva della gestione dell’epidemia e di come far capire alle persone la complessità della situazione e la necessità di non limitare la propria attenzione al numero dei morti.

E lui diceva: «Che poi, se confrontiamo il nostro numero dei morti con quello della Cina, vediamo che la percentuale totale è maggiore. Ma se guardiamo i morti per fasce di età, stiamo sotto».

Ovviamente aveva ragione. Se guardiamo il tasso di letalità totale del COVID-19, i cinesi contagiati hanno meno probabilità di morire degli italiani (2,3% loro, 3,5% noi).
Ma se guardiamo il tasso di sopravvivenza diviso per fasce di età, gli italiani di ciascuna fascia di età hanno più probabilità di sopravvivere dei corrispettivi contagiati cinesi.
Anche i più anziani (> 80 anni) hanno un tasso di sopravvivenza maggiore dei loro coetanei cinesi.

WTF!! Come diavolo è possibile una cosa del genere?
A volte succede e la mancata interpretazione corretta del dato può dare origine a distorsioni rilevanti nella comprensione del fenomeno.

Vediamo un caso analogo per capirne di più.

A seguito dell’affondamento del Titanic, ci furono numerose polemiche circa il trattamento subito dai passeggeri di terza classe (quella che costava “dolore e spavento”) rispetto a quelli della prima e seconda classe, ai quali sarebbe stata data la precedenza sulle scialuppe di salvataggio.
Ma c’è chi se l’è passata peggio. Qui i dati (e interessanti considerazioni).

Su 706 passeggeri di terza classe (compresi i bambini) se ne salvò il 25,21%, mentre tra i membri di equipaggio, si salvò il 23,35% dei 908 componenti. Anche togliendo i bambini, il tasso di sopravvivenza dei passeggeri di terza classe è pari al 24, 1%, comunque superiore a quello dell’equipaggio.

Adesso analizziamo i dati dividendoli per uomini e donne:

Tassi di sopravvivenza

A differenza di prima, considerando le due popolazioni divise per sesso, maschi e femmine dell’equipaggio avevano maggiori probabilità di sopravvivere rispetto ai maschi e femmine di terza classe.

‘Sta cosa strana è nota come paradosso di Simpson e si può generare quando si generano sproporzioni elevate nel confronto tra popolazioni.

Ora, del Titanic ce ne sbatte il giusto, mentre al momento abbiamo una faccenda urgente da affrontare con la COVID-19.
Ma quindi stiamo messi peggio noi o i cinesi? Qual è il dato più importante da guardare dell’istogramma del Ministero?

Dipende.
Io ho 46 anni (portati come una cangura porta un cangurino nel proprio marsupio)… A me interessa sapere che il tasso di letalità per quelli della mia età è del 0,5% e se fossi un cinese avrei più del doppio delle probabilità di restarci.

Ma se mi interessa sapere come stiamo messi sulla popolazione generale, guardo il dato complessivo… E non è rassicurante (ma si dovrebbero anche aggiungere molte altre cose che mitigano notevolmente il rischio).

Quello che si deve evitare è pensare che, siccome sei italiano, hai 3,5 probabilità su 100 di morire. Vero in media, falso in pratica, dato che noi non siamo qualunquemente italiani, ma apparteniamo ad una certa fascia di età e questa impatta più sul singolo che non la sua nazionalità.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse vuoi saperne di più su cosa ti aspetta nel prossimo futuro: cosa accadrà quando finirà la Nutella nei supermercati? Gli Australiani fanno scorte di carta igienica: rischiamo di morire tutti di diarrea? Cosa sanno loro che noi ignoriamo?
Se vuoi avere risposte a tutte le domande che non ti sei mai fatto su argomenti di cui non te ne frega nulla, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Sono immune al SARS-COV-2 come gli scarafaggi e i tardigradi, ma non posso darti i miei anticorpi: il mio sistema immunitario è incompatibile con quello di voi umani.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: dove sta scritto?, valutazione dei rischi

Dove sta scritto?… Coronavirus e aggiornamento del DVR

BiohazardUna nuova epidemia si aggira per il nostro Paese, ribattezzata dagli esperti COVIDVR-19, dove:
– “CO” sta per corona,
– “VI” sta per virus,
– “DVR” sta per documento di valutazione dei rischi.

Non se ne sa molto ma, a quanto pare, la diffusione della malattia produce un aggiornamento generalizzato di tutti i documenti di valutazione dei rischi, ansia da prestazione nel RSPP, secchezza delle fauci in caso di contatto con UPG.
Ovviamente, a causa del rischio di esposizione al nuovo coronavirus.

Scene di panico ovunque: coordinatori che sospendono i lavori in cantiere se le imprese non aggiornano il POS; carrozzerie che inseriscono in procedura il tampone sui cruscotti…
Numerosi gli appelli degli scienziati per evitare l’allarmismo e produzione di carta inutile: «Il DVR deve essere aggiornato solo in alcuni casi».

DOVE STA SCRITTO?

Il caso vuole che il D.Lgs. 81/2008 abbia un capitolo espressamente dedicato al rischio biologico, il Titolo X il quale, all’art. 271, definisce le norme per la valutazione del rischio.

Mettiamo per un attimo da parte coloro i quali – es. ricercatori – stanno deliberatamente mettendo le mani sul nuovo virus SARS-CoV-2: è evidente che per costoro la valutazione del rischio ed il suo aggiornamento sono ampiamente dovuti.
Restano tutti gli altri, la stragrande maggioranza delle aziende, ovvero quelle che pur non avendo la deliberata intenzione di operare col coronavirus, possono essere esposte al rischio di contagio.

A questi, l’art. 271 ha dedicato il comma 4 che recita:

Nelle attività, quali quelle riportate a titolo esemplificativo nell’Allegato XLIV, che, pur non comportando la deliberata intenzione di operare con agenti biologici, possono implicare il rischio di esposizioni dei lavoratori agli stessi, il datore di lavoro può prescindere dall’applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 273, 274, commi 1 e 2, 275, comma 3, e 279, qualora i risultati della valutazione dimostrano che l’attuazione di tali misure non è necessaria.

Cominciamo dall’Allegato XLIV. Questo contiene un elenco non esaustivo di attività per le quali, pur non essendoci la manipolazione diretta di agenti biologici, esiste un rischio di esposizione agli stessi. In questo elenco troviamo: industrie alimentari, servizi funebri, servizi sanitari, smaltimento e raccolta rifiuti, ecc.

Si tratta, nel complesso di attività, per le quali il rischio biologico non è quello tipico della popolazione non lavorativa, poiché nello svolgimento delle ordinarie attività è intrinsecamente possibile il contatto con agenti biologici di varia natura. Queste sono tenute ex lege alla valutazione del rischio biologico ed al suo aggiornamento, in quanto l’esposizione dei lavoratori e, specificatamente, la probabilità di contrarre un’infezione, è maggiore proprio a causa dell’attività lavorativa. Si tratta perciò di un rischio professionale.

Poi ci sono ancora “altri”…

E già, perché se non ci fossero “ancora altri” sarebbe stato inutile per il legislatore specificare l’elenco esemplificativo dell’Allegato XLIV. Sarebbe bastato scrivere: «Nelle attività, che, pur non comportando la deliberata… ecc., ecc.». Al contrario, con questo elenco – pur esemplificativo – si è espressamente voluto escludere tutte quelle attività per il quale il rischio biologico non è un rischio professionale, ovvero è un rischio del tutto comparabile a quello della popolazione non lavorativa. Ne sono un esempio imprese edili, carrozzieri, carpenterie metalliche, uffici non aperti al pubblico, ecc.

Per queste la valutazione del rischio biologico sarebbe equiparabile alla valutazione del rischio chimico a causa dell’inquinamento atmosferico.
Un muratore non ha un maggior rischio biologico di ammalarsi della COVID-19 perché va in cantiere di quanto ce l’abbia andando a fare la spesa.

Quindi un falegname non deve fare niente? Non proprio.
Non confondiamo le cose: la valutazione del rischio e la redazione del DVR sono obblighi specifici il cui adempimento segue determinate regole imposte dalla legge. Per esempio, il DVR va aggiornato entro 30 giorni e la valutazione del rischio biologico, ove necessaria, deve essere condotta secondo le regole dell’art. 271 del D.Lgs. n. 81/2008. Questo obbligo scatta se l’azienda svolge un’attività rientrante nel campo di applicazione del Titolo X.

Dopodiché ci sono altri obblighi generali e specifici. L’art. 2087 c.c., infatti, afferma che il datore di lavoro è, sempre e comunque, garante dell’integrità psicofisica dei lavoratori. Inoltre, ci sono gli obblighi di informazione di cui all’art. 18, comma 1, lett. i) che si concretizzano nell’adozione delle cautele previste, se non imposte, dalla pubblica autorità e dal Ministero della salute (per esempio queste) ed il dovere di mantenersi aggiornati sulla loro evoluzione.

Ulteriori informazioni su questo blog:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse eri indeciso se aggiornare il DVR.
Se si trattava di un idraulico, sei vittima della psicosi collettiva.
Questo blog organizza terapie di gruppo per aiutare tutti coloro i quali non vogliono cedere a qualunque fesseria circola sui social o tra i media.
Se vuoi sapere quando ci sarà la prossima seduta, guarda in alto. La foto che vedi sono io. Non mi chiedere di aggiornarti comunque e a tutti i costi il DVR per l’idraulico.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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