La mosca nel cervello: nudge theory

La prima volta che mi trovai prepotentemente al cospetto della “nudge theory” fu all’aeroporto di Schipol ad Amsterdam. Nel bagno.

All’interno dei water dell’aeroporto (immagino solo in quelli degli uomini) era disegnata in posizione strategica una piccola e fastidiosa mosca. Un invito irresistibile, per qualunque maschio in possesso di tutte le proprie facoltà idrauliche, a trasformarsi in un cecchino per centrare quell’insopportabile insetto che invade il nostro territorio, scaricandolo negli inferi delle acque nere.

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Tornai nella sala d’aspetto tutto soddisfatto, raccontando a mia moglie con dovizia di particolari tutta la faccenda della mosca, il mio entusiasmo per quella trovata geniale, la mia mira infallibile, il mio rammarico per non avere una riserva aggiuntiva di pipì.
Se avessi avuto un modulo di suggerimenti da compilare, avrei suggerito a quelli di Schipol di mettere all’ingresso della toilette un mirino da posizionare sul… Vabbeh, avete capito.

Quella mosca era un “nudge”, un pungolo, una spinta lieve.

Con un piccolo, semplice disegno sulla superficie smaltata di un gabinetto, i gestori dell’aeroporto di Schipol hanno ridotto considerevolmente il quantitativo di acqua in eccesso del nostro corpo che veniva inopinatamente disperso dagli avventori sulle superfici orizzontali della toilette.

Oggi la Banca di Svezia ha assegnato il premio Nobel dell’economia a Richard Thaler per “il suo contributo negli studi sull’economia comportamentale”, autore insieme a Cass Sunstein di «La spinta gentile» (edito da Feltrinelli).

Grazie a questo libro ho scoperto il termine “nudge” e tutta la teoria che ci sta dietro (tra l’altro è pure citata la mosca di Schipol, quindi io, a prescindere, gli credo).

R. Thaler è un sostenitore del «paternalismo libertario», che detto così è un quasi ossimoro, tipo l’anarco-monarchia. Invece ha un suo perché.
Nella sostanza, ammettendo l’impossibilità di togliere alle persone la loro libertà di operare delle scelte attraverso l’imposizione dall’alto dei comportamenti corretti (paternalismo), c’è un’alternativa possibile all’idea del «Vabbeh, allora fate un po’ come c…o vi pare».

L’alternativa è il paternalismo libertario: lasciare le persone libere di fare come c…o gli pare, infilandogli però la mosca nel cervello, invece che nel water (non è un incentivo ad orinare in testa al prossimo…).

La faccenda è semplice: è noto, molto noto, talmente noto che non so nemmeno perché ve lo sto dicendo, che le persone quando si tratta di decidere sono influenzate da molti fattori, tali per cui la scelta razionalmente corretta, quella economicamente più conveniente, non è detto che verrà presa.

Insomma non è detto che facciate la cosa giusta nonostante abbiate tutti gli elementi corretti a disposizione per farla (secondo mia madre, io sono la vostra unica chance per non sbagliare mai. Dovete guardare con molta attenzione quello che faccio io e poi fare l’esatto contrario).

Se volete saperne di più (e vi assicuro che lo volete), leggetevi «Pensieri lenti e veloci» di D. Kahneman (edito da Mondadori). Non dite che non ve l’ho detto.

La mosca nel cervello sfrutta alcune euristiche decisionali che normalmente impieghiamo per prendere le decisioni, per spingerci a fare la cosa “giusta” decisa da qualcun altro, pur potendo decidere di fare la cosa sbagliata.

Tu sei libero di pisciare anche sulla tavoletta o di aerografare le pareti della toilette con il tuo getto maschio e virile, Nessuno può impedirtelo. Ma un piccolo insetto disegnato nel water, ha il potere di condizionare la tua decisione in modo determinante.

Esempi di nudge che vedete tutti i giorni:

  • le scritte e le immagini sui pacchetti di sigarette;
  • i prodotti che si vuole far comprare disposti a portata di mano sullo scaffale;
  • il cicalino in auto se non ti allacci la cintura di sicurezza;
  • il cartello negli hotel che ti chiede di non lasciare gli asciugamani a terra se non vuoi che vengano lavati, spiegandoti perché (detersivi, inquinamento, ecc.);
  • la monetina nel carrello della spesa.

Esempio di un nudge che vorrei: applicazione del principio del silenzio-assenso nella donazione di organi. È dimostrato che nei paesi in cui esso è applicato e costituisce la scelta di default, i donatori sono la maggioranza. Di brutto. Se invece devi scegliere se donare (come in Italia), i donatori diventano minoranza.
La scelta è sempre quella: donare o non donare.
Ma come la si porge è essenziale.

Molti di questi concetti possono essere applicati alla sicurezza sul lavoro.

Ora arriva il disclaimer, bello evidente.

La scienza comportamentale non è una scienza esatta.
L’ingegneria nemmeno, ma è un tantinello più precisa e affidabile.

Intendo dire che prima si proteggono le macchine e lo si fa, quando è tecnicamente possibile, in modo che le protezioni non possano essere eluse.
Poi si forniscono i DPI ai lavoratori, se necessario.

Adesso, se volete, potete utilizzare un nudge per evitare che una sacca di riottosi continui ad eludere protezioni o a non indossare i DPI.
O magari per spingerli ad adottare comportamenti sicuri.

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“Cultura della sicurezza”, questa sconosciuta.

Ieri chiacchieravo di “cultura della sicurezza” con una persona molto simpatica che mi aveva chiesto un parere in proposito, premettendomi che secondo lei in Italia, nonostante le norme, essa fosse insufficiente.

Io le ho detto di non essere pienamente d’accordo. Vorrei esprimere qui il mio ragionamento.

Questa espressione, “cultura della sicurezza”, è abusata. Tutti ne parlano, ma poi, quando chiedi loro di definirtela, non sanno risponderti.

Il concetto di “cultura della sicurezza” è relativo, non assoluto. È il frutto di un tempo, di un’epoca, di stili di vita e sociali, di esperienze condivise dall’intero gruppo sociale a cui la si vuol riferire. Possiamo ritenere che in Italia la “cultura della sicurezza” sia più sviluppata che in Bangladesh (ammesso che sia vero), ma meno che in Giappone (ammesso che sia vero), ma non si può affermare che i giapponesi siano i titolari dell’ortodossia della “cultura della sicurezza” o che tutti dovrebbero tendere alla “cultura della sicurezza” giapponese, perché questo richiederebbe, anzitutto, essere giapponesi.

In poche parole In Italia abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo, per ciò che siamo, per quello in cui crediamo. Non è né un male, né un bene.

Misurare la “cultura della sicurezza” sulla base del numero di infortuni non è utile.

Un’azienda che non ha mai avuto infortuni, nonostante non rispetti le norme di sicurezza, non ha un’elevata “cultura della sicurezza”. Ha solo un culo di ragguardevoli dimensioni.
Così come avere un infortunio in azienda non significa necessariamente che lì non vi sia  “cultura della sicurezza” (raccontatelo ai progettisti della centrale di Fukushima, a proposito di Giappone).

E rispettare le norme di sicurezza è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente per dire: «Abbiamo una cultura della sicurezza adeguata».

Esempio pratico.

Oggi quasi tutti indossano la cintura di sicurezza. Possiamo affermare che essa è parte integrante della nostra “cultura della sicurezza”.
Non esattamente. Solamente pochi sono intimamente convinti della necessità di indossare la cintura di sicurezza.
Dite che non è vero? Allora perché la maggioranza di quelli che la indossano alla guida non la indossa anche quando siede sui sedili posteriori?

E anche se tutti la indossassero sia sui sedili anteriori che posteriori (cosa che, tra l’altro è un obbligo previsto dal codice della strada), questo non sarebbe sufficiente a dire che finalmente la “cultura della sicurezza” sia stata acquisita.

La “cultura della sicurezza” è definita solo dall’attitudine mentale (il mindset) con la quale si guida. Puoi indossare tutte le cinture di sicurezza che ti pare, ma se parli al telefono mentre guidi, non hai un mindset adeguato ai rischi che ti circondano. Poco importa che si usi il vivavoce o l’auricolare.

La “cultura della sicurezza” può essere suggerita dall’alto, con le norme, per imposizione. Ma attecchisce solo quando emerge dal basso, dai comportamenti quotidiani di ciascuno e dall’interiorizzazione del loro significato.

Quindi, sì: abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo. Ha a che fare con noi. Se vogliamo elevarla, ciascuno di noi deve mettersi in gioco.

Oggi ho incontrato il  CEO di un’azienda (un acronimo che indica il maschio alpha) in qualità di suo RSPP. Si tratta di un’importante azienda in cui una parte del personale deve fare tragitti quotidiani medio-lunghi in auto per necessità lavorative.

Tra le altre cose illuminate dette di fronte ai dirigenti interessati, ha espresso la volontà di vietare ogni comunicazione di lavoro (telefonate, mail, sms, piccioni viaggiatori…) verso e da parte di questi lavoratori “nomadi” dopo le 18:30, per dar loro la possibilità di fare il tragitto di ritorno verso il loro alloggio in maggiore sicurezza, con minore stress.
Questo non impedirà che quei lavoratori facciano telefonate private, ma è un segnale rilevante. Lui ci crede e si mette in gioco perché quella è la sua “cultura della sicurezza”, questo è il suo mindset.

Quando io avevo fatto in passato la medesima proposta ad aziende con situazioni simili, mi è stato risposto: «È impossibile».

Per dirla con le parole di A. Einstein:

«Chi dice che è impossibile, cerchi di non disturbare chi lo sta facendo».

La messa a terra sui ponteggi spiegata semplice

Non capisco come  sia possibile ma, nell’anno di grazia 2017 d.C., a molti non è chiaro se il ponteggio in un cantiere abbia la necessità o meno della messa a terra.

Enucleo di seguito i casi che possono presentarsi, sperando di fare chiarezza sull’argomento.

  • Caso 1 – Il ponteggio è una massa;
  • Caso 2 – Il ponteggio è una massa estranea;
  • Caso 3 – Il ponteggio non è autoprotetto dalle scariche atmosferiche.

Vediamoli singolarmente.

Caso 1

Il punto 23.2 della norma CEI 64-8 definisce la massa nel seguente modo:

«Parte conduttrice di un componente elettrico che può essere toccata e che non è in tensione in condizioni ordinarie, ma che può andare in tensione in condizioni di guasto.
Nota – Una parte conduttrice che può andare in tensione solo perché è in contatto con una massa non è da considerare una massa».

Cominciamo col fare delle esclusioni semplici.

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Supponiamo che sul ponteggio venga utilizzato un frullatore ad immersione, quelli che gli operai generalmente usano per prepararsi il milk-shake (è noto che l’operaio mi è ghiotto di frullati). Quasi certamente, il minipimer in questione sarà di classe II, riconoscibile dal simbolo dei due quadrati concentrici.
In questo caso, per definizione, l’apparecchio è intrinsecamente progettato per non necessitare di connessione a terra. Insomma, lui stesso non è una massa. Figuriamoci se può esserlo il ponteggio.

Per alimentare il minipimer, quasi certamente l’operaio goloso, mi avrà steso una prolunga. Se il cavo è H07RN-F (tipico), vale lo stesso ragionamento: trattasi di cavo di classe II.

Insomma, quando avete a che fare con roba di classe II, il problema non ve lo dovete proprio porre.

Può succedere, tuttavia, che l’operaio debba utilizzare un’attrezzatura di classe I. Supponiamo ad esempio che abbia la necessità di fare il bucato sul ponteggio e installi una lavatrice.
La lavatrice, non so perché, è l’elettrodomestico più ricorrente a livello didattico quando si tratta di spiegare il rischio da contatti indiretti. La trovate in una moltitudine di slides sul rischio elettrico. Ma se preferite, potete usare anche un argano a motore elettrico (anche se non so come farete a fare un bucato con l’argano).

Gli apparecchi di classe I hanno solo un isolamento principale, per cui, in caso di cedimento dello stesso, il loro involucro diverrebbe una massa, per come è stata prima definita. Il caso vuole che la norma imponga che tali attrezzature siano dotate di una messa a terra di protezione che, attraverso il suo conduttore, finirà dritta nell’impianto di messa a terra del cantiere (del cantiere eh, non del ponteggio. Del cantiere). In poche parole hanno la loro messa a terra.
La magicabula che spezza l’incantesimo, in questo caso, è la nota al punto 23.2 della norma CEI: un ponteggio (parte conduttrice) a contatto con una massa (lavatrice o argano) non diventa massa.

Quindi, anche con la roba di classe I non c’è motivo di mettere a terra il ponteggio.

Se per alimentare la lavatrice l’operaio ha utilizzato i cavi unipolari senza guaina (quelli che corrono nelle pareti di casa vostra, per capirci…), beh in quel caso lo avrà sicuramente posato all’interno del suo tubo protettivo.
Come dite? Non l’ha fatto??!? La soluzione in quel caso non è mettere a terra il ponteggio, ma infilare il cavo nel tubo protettivo, perché la posa non è a norma.

Considerando che gli apparecchi di classe 0 (quelli che hanno solo un isolamento principale, ma nessun conduttore di protezione per la messa a terra) sono vietatissimi ed è più facile trovare un chilo di eroina pura al fruttivendolo sotto casa, direi che abbiamo finito.

Ah no, già… apparecchi di classe III. Vabbeh, questi sono alimentati a tensione di sicurezza… Lo dice la parola stessa. Quindi no, manco in questo caso ci vuole la messa a terra.

Caso 2

Il punto 23.3 della solita norma CEI, ci dice è che una massa estranea è una:

«parte conduttrice non facente parte dell’impianto elettrico in grado di introdurre un potenziale, generalmente il potenziale di terra».

Il ponteggio è una parte conduttrice? Sì.
Fa parte dell’impianto elettrico? No.
Quindi è una massa estranea!

Non è detto. Si tratta di vedere se può introdurre un potenziale pericoloso (non roba che esce dal ponteggio, ma roba che può entrarci) a causa della sua bassa resistenza rispetto a terra.
In questo caso, siccome i cantieri sono un ambiente a maggior rischio elettrico, si deve misurare se la resistenza verso terra è maggiore di 200 Ohm. Se lo è NON devi collegare a terra o vanifichi l’isolamento naturale.

Quando una roba è sicura, la devi lasciare com’è. Te lo dice anche la norma CEI 64-17:

« Si ricorda che tutti i manufatti metallici di cantiere (recinzioni, ponteggi, tettoie ecc.) che non siano né masse né masse estranee non devono essere collegate all’impianto di terra».

Chiaro no?

Caso 3

Fulmini. Se leggendo questo post ti è venuto qualche dubbio, ti sfugge qualcosa o altro, allora non sei in grado di valutare il rischio che il ponteggio sia colpito da un fulmine.
Affidati ad un tecnico capace che ti faccia il calcolo ai sensi della norma CEI EN 62305 e vivi sereno. Non ti inventare niente.
Se dal calcolo emerge che la struttura è autoprotetta, la messa a terra non serve.

Il marketing della sicurezza

Parliamoci chiaro: la sicurezza sul lavoro è anche un business.
Non c’è niente di male nel riconoscerlo. Anzi, mi chiedo come si possa non riconoscerlo.

Non mi riferisco solo a coloro i quali prestano servizi di consulenza alle aziende. Penso anche alle aziende stesse, alla loro necessità di ridurre infortuni e malattie professionali, oltre che per etica del lavoro, anche per evitarne le conseguenze economiche e legali o per migliorare la propria immagine.

Per certi versi è anche un vantaggio, soprattutto quando incentiva a migliorarsi. Se sicurezza e business si sostengono a vicenda, questo non può che far bene.

Ciò che non condivido è la trasformazione della sicurezza in “prodotto”, sia da parte dei consulenti che delle stesse aziende. Quando la sicurezza diventa un prodotto, come succede anche in campo pubblicitario, si fanno promesse che non si possono mantenere.

A cosa mi riferisco? Di seguito alcuni esempi:

  • Modelli OHSAS 18001 che «basta tenere tutto sotto controllo…»
  • Based Behaviour Safety che «oltre il 90% degli infortuni sono prodotti da azioni insicure…»
  • Procedure di sicurezza che «devono solo fare quello che c’è scritto qui…»

Ma anche slogan aziendali, tipo:

  • Safety first!
  • infortuni zero!!
  • Tutti gli incidenti possono essere prevenuti!!!1!(uno)!

Come per la mia proposta di BBBS®, sono tutte risposte semplici a problemi complessi. Si tratta di pratiche similari alle guarigioni miracolose e, come queste ultime, hanno le stesse premesse:

  1. attrarre persone vulnerabili con la promessa di un miracolo;
  2. dar loro “prova” del potere di guarigione (in questa fase l’uso di statistiche, studi e aneddotistica è essenziale, spesso facendo riferimento a situazioni similari);
  3. condizionare il successo al loro, personale, volume di fede: quanto più ci crederanno, tanto più il risultato sarà garantito.

Se le cose non vanno come sperato, non è perché il mondo è più complesso di come lo si voleva rappresentare, ma perché le cose non sono state applicate correttamente o non ci si è creduto abbastanza.

Purtroppo no: non tutti gli incidenti possono essere prevenuti e nessuno strumento, metodo, slogan ci permetterà mai di azzerare il rischio.

L’obiettivo dell’eliminazione dei rischi (art. 15, comma 1, lett. c) del D.Lgs n. 81/2008) è irraggiungibile, inesigibile, inattuabile. È solo marketing giuridico.

Non esistono cure miracolose, non è una questione di fede: l’entropia avrà sempre la meglio.

È già abbastanza ambizioso raggiungere risultati realisticamente possibili, senza alcuna necessità di promettere a nessuno il raggiungimento di obiettivi naturalmente impossibili.

Dove sta scritto? … Segnaletica

E niente… Anche laddove non penseresti mai che qualcuno possa sollevarti un’obiezione, c’è sempre quello che ne sa una più del diavolo.

E il diavolo, come si sa, si annida nei dettagli che, in questo caso, sono rappresentati dai seguenti pittogrammi:

Uscita di emergenza

Quello di sinistra è il segnale previsto dal D.Lgs. n. 81/2008, mentre quello di destra è il medesimo segnale introdotto dalla EN ISO 7010:2012.

Diavolo (che guarda il dettaglio del cartello di destra con sguardo lubrico): il cartello non è conforme. L’art. 163, comma 1 dice che i cartelli devono essere quelli dell’allegato XXV del D.Lgs n. 81/2008 e quel pittogramma lì, nell’allegato XXV, non ci sta. Per giunta manca la freccia. Non basta togliere il cartello: dovrai demolire il muro. Così è scritto.

Io (brandendo il Testo unico nella mano destra e armato di erogatore di acqua santa, croci, aglio, paletti di frassino e pallottole d’argento): ma manco per niente. Quel cartello lì ce lo posso mettere e lo lascio così com’è. Vade retro Satana!

Dove sta scritto?

Al punto 1.3 dell’Allegato XXV del D.Lgs. n. 81/2008 che mi dice:

«i pittogrammi potranno differire leggermente dalle figure riportate al punto 3 o presentare rispetto ad esse un maggior numero di particolari, purché il significato sia equivalente e non sia reso equivoco da alcuno degli adattamenti o delle modifiche apportati».

Ora la faccenda diventa: si tratta di una differenza leggera? L’assenza di freccia è equivoca? Qualche lavoratore rischia di non uscirmi dalla porta in caso di emergenza prendendo la direzione sbagliata?

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sul punto ha un pensiero preciso in proposito, riportato nella circolare 16 luglio 2013, n. 30 che, tra le altre cose, dice:

«Dal confronto emerge chiaramente che la differenza fra i simboli utilizzati dalla norma UNI EN ISO 7010:2012 e quelli previsti dal  D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. non equivocano il significato, rendendo equivalenti, al fine del loro utilizzo in ambito nazionale, i simboli».

Anche questa volta il Male è stato sconfitto.

In ogni caso, dovreste dare un’occhiata ai nuovi pittogrammi introdotti dalla norma EN ISO 7010 (sì, anche questi possono essere utilizzati – anche se non riportati nell’Allegato XXV del D.Lgs. n. 81/2008 – ai sensi dell’art. 163, comma 2 del Decreto). Ce ne sono diversi interessanti che si prestano a molteplici interpretazioni.

A me vengono in mente queste (spero di non aver frainteso il significato originale):

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La soluzione definitiva al problema della sicurezza sui luoghi di lavoro

Hai speso mostrilioni di euro in formazione e-learning ma i lavoratori continuano a fare come gli pare?
Nonostante la valutazione dei rischi, fatta col migliore software in circolazione, dica che il rischio sia accettabile ovunque, i lavoratori si ostinano a farsi male?
Sei convinto che almeno l’88% degli incidenti sia legato ad azioni insicure?

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Testato in Italia nella prima metà del secolo scorso su oppositori politici, minoranze etniche e altre eccezioni, l’introduzione della BBBS® nella tua azienda unirà l’efficacia e il basso costo del metodo alla soddisfazione derivante dalla sua applicazione.

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Non esitare a contattarmi.


Questo post è dedicato a coloro i quali pensano che esistano soluzioni semplici a problemi complessi.

Dove sta scritto?… Formazione e-learning RLS

Giusto perché non ci siano fraintendimenti: per me seguire un corso di formazione sulla sicurezza in modalità e-learning è come pretendere di fare educazione sessuale a tuo figlio facendogli guardare i video su youporn.

In effetti ora le cose potrebbero migliorare grazie allo sviluppo di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata o, addirittura, attraverso l’implementazione di ambienti di realtà virtuale. Mi riferisco alla possibilità di fare educazione sessuale mediante youporn, chiaramente… Non credo ci siano speranze per la formazione sulla sicurezza in e-learning….

Detto questo, con i miei clienti sono limpido e trasparente come un vaso di cristallo di Boemia appena modellato e uscito dalla fornace. Quando uno di loro mi dice che deve fare formazione, io gli rappresento entrambe le alternative: o la fai o non la fai. Se la vuoi fare, c’è l’aula. Se non la vuoi fare, c’è l’e-learning.

Ma il cliente oggi mi si informa, legge, anticipa. E così ogni tanto mi arriva quello che fa:

CLIENTE (tutto informato e pieno di sapere): «È stato eletto il nuovo RLS. Mi dai qualche riferimento per un corso e-learning fatto bene?»

IO: «Brav’uomo, per quanto voglia aiutarla a spendere male i suoi soldi, questa volta sono costretto ad impedirglielo, mio malgrado. Il corso e-learning al suo RLS, lei non lo può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Nell’Allegato V dell’Accordo Stato-Regioni del 7 luglio 2016, che dice che per l’RLS la formazione NON è erogabile in modalità e-learning fatto salvo diverse indicazioni del CCNL.

Alla data odierna di oggi in questo istante e non più tardi, gli unici CCNL che mi risulta abbiano “diverse indicazioni” sono i seguenti (quindi quelli per i quali la formazione in modalità e-learning del RLS è ammessa):

  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore commercio – ANPIT
  • CCNL per gli addetti all’industria di ricerca, di estrazione, di raffinazione, di cogenerazione, di lavorazione o alla distribuzione di prodotti petroliferi
    (escluse la ricerca, l’estrazione, ecc. delle rocce asfaltiche e bituminose)
    e per gli addetti del settore energia ENI (solo per aziende a rischio basso)
  • CCNL Intersettoriale: commercio, terziario, distribuzione, servizi, pubblici esercizi e turismo – CIFA
  • CCNL per i dipendenti dalle imprese artigiane e/o delle piccole imprese industriali tradizionali di pulizia e/o di servizi integrati multiservizi _ global service – CNAI
  • CCNL per i dipendenti da cooperative, consorzi e società consortili esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi – Sistema cooperativo
  • CCNL per i dipendenti dalle aziende esercenti attività nel settore terziario e servizi – CNAI
  • CCNL per i dipendenti del terziario: commercio, distribuzione e servizi – Sistema Impresa (solo RLST)

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice “SI, fatto salvo diverse indicazioni CCNL”. Quindi, gli aggiornamenti periodici sono sempre ammessi in modalità e-learning, a meno di espliciti divieti contenuti nel CCNL.