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Castelli di sabbia fatti per benino

castelloSapere come le cose funzionano, aiuta a farle funzionare meglio.
Spesso ci si accontenta dei risultati, ma la comprensione dei meccanismi è indispensabile quando si vuole replicare il successo.

Ad esempio, vi siete mai chiesti perché i castelli di sabbia stanno in piedi? Io non me l’ero mai chiesto prima che la domanda mi fosse posta all’esame di geotecnica (tutto vero), una di quelle circostanze nelle quali la comprensione del meccanismo fa la differenza tra buttare in un inceneritore mesi di studio o passarsi una buona estate costruendo castelli di sabbia.

Per i più scettici, voglio precisare che la costruzione di un buon castello di sabbia non è un semplice gioco. Esso farà cascare le donne ai vostri piedi, senza nemmeno che abbiate dovuto passare l’inverno in palestra e, inoltre, costituirà l’invidia di tutti i bambini della spiaggia.
Unendo i due fenomeni, assisterete alla visione di orde di bambini che cercheranno di fare un castello più bello del vostro (non riuscendoci perché non leggono il mio blog), aiutati dai loro papà che cercano solo di fare colpo sulle femmine sapiens (inutilmente, perché saranno tutte già vostra prerogativa in quanto maschi alpha, mastri di castelli di sabbia).
Appartenendo al sesso maschile, non so dire cosa accadrebbe nel caso fosse una donna a costruire un castello di sabbia. Sicuramente la faccenda dei bambini sarebbe la stessa, anzi rosicano di più se siete femmine. Ma sono pronto a scommettere che anche il maschio adulto ci cascherebbe. Almeno, io ci cascherei…

Anni prima dell’esame, avevo attraversato una fase della vita nella quale ero costantemente di buon umore e perennemente in movimento. Un’energia irrefrenabile   pervadeva tutto il mio essere come se avessi ingoiato una pasticca di plutonio; riuscivo a fare il triplo delle cose che faccio oggi (tipo come riesce a fare qualunque donna) e i miei comportamenti erano molto più disinibiti.
So che sembrano i sintomi della fase maniacale di un disturbo bipolare ma, a quanto pare, sono semplicemente caratteristici della fase della fanciullezza.

Ecco, all’epoca, quando ero bambino, passavo ore, nell’area di spiaggia contigua alla battigia, baloccandomi con l’edificazione di splendidi manieri di rena, con tanto di fossato con i coccodrilli (ok, erano paguri, ma erano la cosa più vicina al coccodrillo che avessi trovato), ponte levatoio, garitte di vedetta con balestrerie e dongioni decorati con bandiere.

Ai tempi, di geotecnica capivo poco, ma una cosa mi era chiara: la sabbia raccolta in prossimità della battigia era migliore come materiale da costruzione. Ora, ai fini dell’esame di geotecnica, la sabbia è un materiale incoerente. Se prendi la sabbia asciutta, al più puoi costruire dei “coni” (questo perché l’angolo di attrito interno del materiale è diverso da zero).
L’argilla asciutta, invece, ha una sua coesione propria, mi sta in piedi… Costruire un castello con l’argilla (tipo con la sabbia di fiume) equivale a barare: onta e disonore al costruttore di castelli di argilla.

La mia esperienza mi diceva che la sabbia funzionava con l’acqua, ma geotecnicamente parlando la sabbia non ha potere assorbente… Cosa diavolo la teneva unita? La risposta, cioè il meccanismo, è: la capillarità, quella roba che fa risalire l’acqua quando immergi un angolo di Scottex in un bicchiere.

In pratica, l’acqua si infiltra tra i granelli di sabbia (anche risalendo) e la sua tensione superficiale li tiene incollati l’uno all’altro formando dei “legami”. Quindi più acqua metti più “legami” si formano? No: se mettete troppa acqua, assisterete al fenomeno della liquefazione della sabbia e la struttura verrà giù perché manco l’angolo di attrito interno è in grado di contrastare il peso.

Quanta acqua ci vuole? Ecco, questo è il segreto e dipende dal tipo di sabbia, ma oscilla tra l’1 e il 2%.
L’altra cosa che dovete fare è “strizzare” la sabbia. Dopo averla presa col secchiello, compattatela lì dentro, spingendo forte ed eliminando l’acqua in eccesso. Così facendo, oltre ad eliminare l’eccedenza che indebolisce la struttura, avrete avvicinato fra loro i granelli, rendendoli più fungibili alla capillarità.

Ecco, basta. Questo era tutto quello che sapevo. Al termine dell’esame il professore di geotecnica aveva finalmente capito come costruire un castello di sabbia.
Spero abbia passato una buona estate e mi auguro facciate voi altrettanto.

Ci rileggiamo a settembre!

 

 

 

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Ancora un paio di cose semplici sui microinterruttori

Una settimana fa avevo postato un articolo sui microinterruttori, nel quale spiegavo le cose più semplici da controllare quando si fa una verifica sulla sicurezza delle macchine.
Stento ancora a crederci, ma qualcuno lo ha letto e mi ha fatto un’osservazione che merita di essere inserita tra le cose semplici da tenere in considerazione (grazie Emil).

Per capire bene quello che Emil voleva dirmi, ho chiesto aiuto a mio figlio di un anno e mezzo che il mese scorso si è autocostruito un mangiapannolini con lame trituratrici in grado di convertire il rifiuto in filtri A1 per le maschere per le vie respiratorie (quando il filtro sta per perdere la propria capacità filtrante, il lavoratore sente un persistente odore di merda e capisce che deve cambiarlo).

Per spiegarmi la faccenda, mi ha fatto un disegnino rappresentandomi con le fattezze di Peppa Pig

image0011.jpg

L’accorto neonato mi ha spiegato che, prevedendo che potessi farmi male, aveva installato sul coperchio del macchinario un microinterruttore a camma lineare ad apertura negativa (vedi il micro nel cerchio rosso).
Quando il coperchio si apre, la molla viene rilasciata ed i contatti sono aperti.
Chiudendo il coperchio del mangiapannolini, si comprime la molla e si chiudono i contatti, cosicché il macchinario possa funzionare.

Il guaio di questa modalità di funzionamento – mi spiegava il premuroso poppante – è che, se a coperchio chiuso i contatti si incollano o la molla si rompe, quando Peppa Pig va ad aprire lo sportello per buttare dentro il pannolino, il “pirulino” del micro non torna su, i contatti rimangono chiusi e il macchinario continuerebbe a funzionare con lo sportello aperto col rischio che Peppa Pig (che poi sarei io) si maciulli le mani .

«Era proprio questo quello che Emil ti diceva di precisare», mi puntualizza il bambino mediounenne:

Mai, mai, mai applicare a rilascio un microinterruttore di sicurezza.

I micro ad apertura positiva (indicati col cerchio con la freccia all’interno) hanno, al contrario, i contatti normalmente chiusi. Il funzionamento è esattamente l’opposto e ti accorgi che sono stati installati correttamente perché, quando il riparo è aperto, non puoi azionarne il meccanismo. Dovete controllare proprio questo…

Come ha risolto quindi mio figlio il problema della sicurezza di Peppa Pig? Semplice… Ha installato un secondo dispositivo (ridondanza) ma con un meccanismo di azionamento differente e ad apertura positiva (diversificazione), per esempio un micro a cerniera.

In questo modo, non solo ha fatto sì che, nel caso del guasto di uno dei due micro, ci fosse sempre l’altro a garantire la sicurezza, ma ha anche ridotto la probabilità che uno stesso fattore esterno (es. le vibrazioni, un pannolino che si incastra sul micro a camma, ecc.) potesse mettere fuori uso entrambi i dispositivi.

Ecco la seconda cosa semplice da verificare:

Se su un riparo sono installati due micro, devono essere di tipo differente e, almeno uno dei due, deve essere ad apertura positiva.

 

 

 

Pubblicato in: macchine

Un paio di cose semplici sui microinterruttori

Questo post è principalmente rivolto a chi di sicurezza delle macchine sa poco o nulla…. Niente di complesso, ma tanto di utile.

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Se hai una macchina con dei ripari mobili, è probabile che a questi siano associati dei microinterruttori: sono, banalmente, quei dispositivi che si assicurano che il riparo sia al posto suo quando devi eseguire le attività pericolose.

Ci sono un paio di cose che devi sapere (in realtà ce ne sono tante, ma iniziamo da queste e poi vediamo):

  1. Se l’interblocco è meccanico (es. a camma, a cerniera, linguetta, ecc.) il meccanismo deve essere «ad apertura positiva». Questo consente al dispositivo di garantire la condizione di sicurezza anche se c’è un problema nei contatti.
    Come ti accorgi se il tuo microinterruttore è ad apertura positiva? Deve esserci questo simbolo qui (un cerchio con una freccia all’interno):
    Schermata 2018-07-16 alle 11.34.59
    Chiaramente è inutile che cerchiate questo simbolo se l’interblocco non funziona con un meccanismo meccanico (come per esempio nel caso dei microinterruttori RFID).
    Se il micro meccanico non ha questo simbolo, devi sostituirlo (o raddoppiarlo) con un dispositivo ad apertura positiva.
  2. Se trovate un microinterruttore a chiavetta, è probabile che sia a bassa o media codifica per cui deve essere stata adottata almeno una tra le seguenti misure per  impedire la manomissione:
    – dispositivo schermato o nascosto;
    – punto di installazione fuori portata;
    – monitoraggio o test periodici del suo funzionamento.
  3. Sì, sì, avevo detto che erano solo un paio di cose da verificare. Ma anche questa è facile… Tranne in quelli meccanici a camma, gli attuatori (la parte che fa azionare il dispositivo, per esempio la chiavetta) degli interblocchi (anche non meccanici) devono essere fissati in modo inviolabile (es. saldatura, rivetti, viti one-way)
Pubblicato in: dove sta scritto?, Normativa

Dove sta scritto?… Uffici in condominio

Riunione di condominioIo (in qualità di consulente): «…E poi ci sarebbero da installare lampade di emergenza e segnaletica lungo le rampe di scale e occorre invertire il verso di apertura dell’uscita di emergenza»

Cliente (in qualità di datore di lavoro): «Ma mica devo farlo io… Io sono semplicemente in affitto. E poi le scale e il portone sono del condominio… Ci devono pensare loro a metterle a posto»

Io: «Guardi la capisco… Anch’io vivo in un condominio e… A proposito, sapeva che il termine condomino deriva dall’inglese «condom» («profilattico» in italiano), evocativo della tipica forma ad apparato urogenitale che caratterizza la testa di quei soggetti che, anziché vivere in un condominio, vivono per il condominio, avendo come unica ragione di vita quella di trasformare le riunioni di condominio in una rappresentazione delle Nozze Rosse di Game of Thrones? Ma sto divagandando… No, purtroppo è un problema tutto suo»

Dove sta scritto?

Nota prot. n. P1560/4122 sott. 54 del 07-12-1998

Al riguardo si precisa che negli edifici a destinazione mista in cui siano presenti ai vari piani oltre ad appartamenti di civile abitazione, anche locali adibiti ad uffici, studi professionali ed altre attività lavorative compatibili con la destinazione d’uso dell’edificio, le vie di uscita comuni devono essere conformi alle norme di sicurezza dei luoghi di lavoro. Ciò premesso ne consegue che il sistema di apertura dei portoni condominiali, di ingresso all’edificio, deve conformarsi ai criteri stabiliti al punto 3.10 dell’allegato III al D.M. 10 marzo 1998, emanato dal Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro del Lavoro, in attuazione al dettato dell’art. 13 del decreto legislativo n° 626/1994.

Aggiungo: …e non è un problema del condominio. Quello sta bene così come sta.
Sei tu che c’hai messo un ufficio dentro e sei obbligato a rispettare le norme antinfortunistiche.

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza

D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub… Gratis! (Ver.1.01 con sanzioni aggiornate)

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Avrete sicuramente sentito dire che con il Decreto Direttoriale n. 12 del 6 giugno 2018 è stata prevista una rivalutazione del +1,9% degli importi delle sanzioni del D.Lgs. n. 81/2008…

Dal 1 luglio 2018 tutte le sanzioni irrogate dagli Organi di vigilanza saranno calcolate tenendo conto di questo aumento.

Adesso potete scaricare da qui il testo completo del Decreto in formato ePub, con l’aggiornamento delle sanzioni.

È gratis e non dovete registrarvi da nessuna parte, potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

Il file pesa circa 23 MB. Scaricando direttamente da smartphone, vi si aprirà la pagina del servizio Onedrive. Cliccando sull’icona della una freccia rivolta verso il basso – nello screenshot qui sotto l’ho inscritta in un cerchio rosso – parte il download.

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Una volta che avrete scaricato il file, se avete un iPhone (o iPad), potete aprirlo con l’applicazione iBooks. Sui terminali Android dovete avere un lettore di ePub (es. Moon+ reader, eReader Prestigio ecc.)

N.B. Se sul vostro iPhone è già presente la precedente versione, cancellatela. Altrimenti continuerete a visualizzare quella.

Alcune istruzioni per facilitarne l’uso.

  1. attraverso l’indice dell’ePub potete navigare direttamente tra i Titoli e gli allegati del Decreto (vedi screenshot più sotto);
  2. all’inizio di ogni Titolo avete l’elenco degli articoli. “Tappando” col dito su quello che vi interessa, sarete inviati al testo corrispondente (vedi screenshot più sotto);
  3. Le note sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappando su di esso si aprono le indicazioni relative ai provvedimenti di modifica subiti dal Decreto;
  4. Le sanzioni, ove presenti, sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappandovi sopra col dito vi apparirà l’entità della sanzione;
  5. Usando i menu di navigazioni in intestazione o piè di pagina (vedi screenshot più sotto), potete andare dove vi pare, ingrandire o ridurre i caratteri, fare ricerche testuali, inserire segnalibri.

Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato con tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post e c’è un capitolo Note che specifica quali modifiche sono state apportate alla versione);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
  3. saltando tra le note e le sanzioni, in uno specifico ordine che conosco solo io e che riproduce la disposizione sequenziale dei nucleotidi del mio DNA, potete accedere a tutte le modifiche future del D.Lgs. n. 81/2008, fino al 2028;
  4. saltare tra le note, i rinvii degli articoli, gli allegati crea dipendenza… Se vi rendete conto che state passando le ore sul Testo unico, fatevi un giro su Pornhub o leggetevi i commenti ad un articolo del Fatto Quotidiano.

Se avete problemi con il download o, meglio ancora, se volete darmi suggerimenti, o ci sono specifiche richieste per migliorare l’eBook, scrivete un commento a questo post.

Pubblicato in: organismi di vigilanza

Prescrizione ingiusta… Che fare?

11011216_1652923291620155_8768032087348643907_oSuccede… Ti arriva un bel giorno un controllo della ASL in azienda.

La prima cosa da fare è fingersi morti come fanno gli opossum. Per un buon esito della tanatosi (si chiama così, questa tecnica) è necessario tirare fuori la lingua e rallentare il battito cardiaco (roba che richiede anni di allenamento).
Da studi condotti su campioni rappresentativi di soggetti appartenenti agli Organismi di vigilanza, pare infatti che questi non sanzionino i cadaveri.

Ma, se com’è probabile che accada, l’UPG vi dovesse sgamare, allargate le braccia e consegnatevi pronunciando nitidamente la formula: «Ecce homo», manifestando in tal modo la vostra decisa volontà a collaborare e consegnandovi al loro imparziale giudizio.
Potreste entrare in uno stato di grazia, avere visioni mistiche (tipo vedere apparire un RLST) ed essere avvolti da luce circonfusa. Tutto normale… L’effetto termina appena l’UPG rileva qualcosa che non va.

Non ci occuperemo in questo breve post di quei casi in cui l’UPG ha manifestamente ragione, ma di quelle situazioni in cui ha torto marcio e non riuscite a dissuaderlo.

Esempi in ordine sparso:

  • mancata redazione del DVR perché manca la firma del datore di lavoro;
  • ponteggi che non sono messi a terra (elettricamente, si intende. Ne abbiamo parlato qui);
  •  mancata collaborazione con il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza mai eletto dai lavoratori
  • mancata consultazione per non aver richiesto all’organismo paritetico che vi venisse assegnato un RLST;
  • mancata formazione PES/PAV per lavoratori che effettuano lavori sui quadri elettrici a bordo macchina (anche se qui è la norma CEI 11-27 a contenere un errore);
  • mancata formazione per non aver richiesto la collaborazione degli organismi paritetici;

Cosa dovete fare in questi casi?

Rassegnarsi ad ottemperare alla prescrizione e pagare la sanzione è il comportamento più comune, anche se poi l’ingiustizia subita avrà riflessi irreparabili sulla vostra psiche e tutte le volte che vedrete un vigile della Municipale per strada, vi verrà voglia di metterlo sotto con l’auto.

L’alternativa è la RESISTENZA!

Prima cosa: preparate una relazione nella quale spiegherete cosa vi è stato contestato e perché, secondo voi, il rilievo che vi è stato mosso non stia né in cielo, né in terra, allegando foto o altri elementi probanti.
La relazione deve contenere solo elementi oggettivi e riportare i riferimenti legislativi e delle norme di buona tecnica che vi danno ragione.
Partite da presupposto (assolutamente fondato) che il PM al quale è stato assegnato il vostro caso  non capisce una benamata ceppa di roba tecnica (e forse non vuole nemmeno capirla, sennò non avrebbe scelto giurisprudenza all’università), il D.Lgs. n. 81/2008 lo conosce per sommi capi e, appena vedrà formule o numeri, sarà lui ad entrare in uno stato di tanatosi.
Se non si riuscisse a semplificare oltremodo e/o in poche righe la ragione delle vostre ragioni, scrivete quello che dovete scrivere, ma poi inserite un paragrafo conclusioni nel quale riassumerete in modo estremamente semplice la faccenda e il perché richiedete l’archiviazione della prescrizione.

Seconda cosa: fate leggere la relazione alla persona più stupida che conoscete. Se capisce quello che avete scritto, in particolare le conclusioni, siete a posto. Inutile insistere su ciò che non capisce. La colpa è vostra: dovete riscriverla.
Non sto sottovalutando le capacità di comprensione dei PM, ci mancherebbe… Siete voi che state sovrastimando la vostra capacità di farvi comprendere quando si parla di cose tecniche.

Terza cosa: telefonate al centralino della Procura e fatevi passare l’ufficio notizie di reato. Quando vi risponderà l’impiegato, gli comunicherete i riferimenti necessari per individuare il Pubblico Ministero al quale è stato assegnato il procedimento penale a vostro carico.
Se tutto va bene, non risponderà alla vostra richiesta. È una buona notizia, vuol dire che uno sconosciuto non può telefonare in Procura e farsi i fatti vostri. Il GDPR funziona, la macchina della Giustizia è perfetta e il Paese può uscire dalla crisi.
La cattiva notizia è che sarete però costretti a recarvi di persona in Procura a richiedere l’informazione.

Quarta cosa: una volta noto il nome del PM, inviategli la relazione (la PEC va bene, altrimenti per raccomandata). Non sarebbe male se metteste in copia anche l’ufficio dell’ASL di competenza.

A quel punto attendete.
Se  l’ispettore capisce di aver avuto torto, potrà lui stesso ritirare la prescrizione comunicandolo al PM.
In alternativa potrebbe essere il PM a richiedere l’archiviazione al GIP.
In entrambi i casi vi verrà data notizia della chiusura del procedimento penale a vostro carico.

Attenzione però… L’attesa non può durare per sempre… Il tempo previsto per l’adempimento alla prescrizione va comunque avanti.
Laddove dovesse scadere, non potreste più fruire della procedura semplificata per l’estinzione del reato di cui al D.Lgs. n. 758/1994 e dovrete far valere le vostre ragioni davanti ad un giudice

 

 

Pubblicato in: cultura della sicurezza

Alcol, test e attività sospette

Divieto_FBLa settimana scorsa, ho deciso di crearmi un account su Facebook col mio vero nome e cognome. Inserisco, quindi, tutti i miei dati (veri) e, dopo qualche minuto, mi ritrovo un profilo pubblico nuovo di pacca.

Inizio così la scalata alle amicizie: faccio inviti a pioggia, mi sento amato dalla gente che accetta, ricevo messaggi privati, cerco gente che non vedo da una vita, mi faccio i fatti tuoi, ecc..

Non faccio in tempo a congratularmi con me stesso per aver superato la mia naturale ritrosia nei confronti dell’umanità che, dopo poche ore, provo ad accedere e, invece del mio diario, si apre una pagina in cui FB mi comunica che il mio account è sospeso per attività sospetta.
È vero, non sono sempre stato ingegnere e ho fatto cose poco edificanti nella mia vita mortale, ma pensavo di aver saldato i debiti con la società.

Per quanto tempo uno deve essere perseguitato per aver incollato, in un lontano aprile 1991, le pagine dei registri dei professori, obbligandoli a rifare TUTTE le interrogazioni?
Cosa devo fare ancora per dimostrare che sono uscito dal tunnel dei citofoni e che se oggi vedo una pulsantiera, non ho più l’impulso insopprimibile di premerne ogni bottone, qualunque sia l’ora del giorno o della notte?

Convinto dunque di stare subendo un’ingiustizia, cerco una via d’uscita e questa mi viene offerta dalla possibilità di inviare a FB una foto in cui sia inquadrato bene il mio irresististibile volto.
Lo faccio. Spavaldo e risoluto!

Pensavo sarebbe stata una roba rapida. Immaginavo che un agente della polizia di Facebook del nucleo attività sospette sarebbe venuto fino a casa mia per chiedermi se conosco l’uomo della foto (cioè me stesso) e se avessi effettivamente aperto un account su FB (e soprattutto, come cavolo mi era venuto in mente di inserire i miei dati reali).

Passano 24 h. Sono tranquillo, tutto quello che avevo detto a FB su di me trasuda il profilo di una persona con una condotta chiara, specchiata e illibatissima. Ogni tanto provo a vedere se mi hanno riattivato l’account, ma mi compare sempre la solita schermata che mi comunica che stanno controllando la mia foto.
Passano 48 h. Ormai controllo l’account ogni 5 minuti per vedere se è stato riattivato. Non lavoro più, le mie funzioni biologiche si riducono al clic sul pulsante “Accedi”. Mia moglie mi attacca una flebo ed il catetere. Mio figlio di un anno e mezzo pronuncia la sua prima frase: «Papà, sei un coglione!»
Passano 72 h. Le mie certezze vacillano e, insieme a loro, il mio matrimonio. Gli assistenti sociali portano via mio figlio (volevano prendere me, ma puzzavo troppo).

Finché… al 1.367.923-esimo tentativo, provo ad accedere e FB mi comunica che il mio account è stato disabilitato definitivamente.
Non una spiegazione, non una motivazione, non un «Ci dispiace».

È la fine dell’incubo e so cosa mi aspetta… C’è uno studio di Elisabeth Kübler Ross che spiega che ci sono 5 stadi di reazione alla notizia di una prognosi mortale: negazione, rabbia, negoziazione, depressione, accettazione.
Decido di scrivere a FB per dire: «Parliamone…», ma siccome questa sarebbe già la fase di negoziazione ed io ci tengo a fare le cose in ordine,  prima dico: «Non è possibile», subito dopo aggiungo: «Mavaff….» e quindi scrivo a FB:

Considerando che:
– mi sono registrato col mio reale nome e cognome ed i miei veri dati anagrafici,
– che la foto è la mia,
– che le informazioni che ho inserito sul mio profilo sono tutte reali e verificabili,
il mio è un caso eclatante di “falso positivo” a cui chiedo venga posto rimedio.
Vi inviterei, inoltre, a riflettere attentamente sui valori di specificità dei vostri test di controllo.

Allego la mia carta di identità e invio (giuro, fatto anche questo).

Dopo nemmeno 12 ore l’account viene di nuovo riattivato (a proposito, cliccando sui simboli dei social nella barra a destra di questo articolo, potete seguirmi anche lì…).

Ma com’è potuta succedere una cosa del genere? Eh, dipende dalla specificità del test (secondo me è stato il mio riferimento a questa roba a convincere Zuckerberg a ridarmi la mia identità).
Ma cos’è la specificità? Eh… è una cosa più rilevante di quanto si pensi.

Prendi il test dell’alcolemia che si usa in molte regioni per verificare se un lavoratore ha assunto alcol.
La sensibilità di questo test è del 98%. Questo significa che se hai bevuto, 98 volte su 100 quello ti sgama.
La specificità è anch’essa del 98%. Questo significa che se NON hai bevuto quello, 98 volte su 100, ti dice che NON hai bevuto (pensa te…).
Sono i dati reali relativi a questo test. Roba precisa… Eh, dipende che intendi per precisa…

Supponiamo di avere una popolazione di 10.000 lavoratori e che lo 0,5% di loro (50 lavoratori) assuma alcol durante l’orario di lavoro. Se li sottoponi a test alcolemico, con i dati di prima, otterrai questi risultati:

  • 49 lavoratori (il 98% dei 50 bevitori) risulterà positivo;
  • 1 lavoratore (il 2% restante dei 50 bevitori effettivi), la passerà liscia.

Bene, dunque? Fino ad un certo punto… C’è anche l’altra faccia della medaglia:

  • 9751 lavoratori (il 98% dei 9950 NON bevitori) risulteranno effettivamente NON bevitori;
  • 199 lavoratori (il 2% restante dei 9950 NON bevitori), verranno considerati bevitori pur NON avendo toccato nemmeno un bicchierino.

In altre parole, su un numero complessivo di 248 persone risultate positive al test, solo 49, cioè il 33%, sono effettivamente bevitori.
2 esiti positivi su 3 sono, invece FALSI POSITIVI esattamente come le mie attività sospette su Facebook.
Tuttavia questi lavoratori saranno sottoposti a nuovi test, sospesi dalla mansione a rischio, ecc. finché la prognosi non sarà definitivamente sciolta.

No, della specificità dei test non si parla mai… E non è un bene. Ha molte conseguenze anche nella nostra vita personale, per esempio quando vai a farti una mammografia o l’esame della prostata o altro.

Si pensa sempre che i falsi positivi siano meno gravi dei falsi negativi, ma si sottovalutano molto le loro conseguenze. Chiedetevi quante escissioni chirurgiche inutili vengano eseguite o a quanti esami invasivi le persone si sottopongano per questo motivo.

Saper leggere gli esiti dei test o ricevere le informazioni corrette sugli esiti dei test è importante. Molto importante…