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Dove sta scritto?… Abilitazione all’uso di attrezzature

800px-The_fall_of_harrenhal_by_reneaigner-d4lr28cDomenica scorsa ho portato mio figlio al mare.

Il bambino ha due anni e mezzo e, per semplicità di trattazione, lo chiamerò nel seguito “Bambino”. Il suo nome di battesimo è, in realtà, Itztlacoliuhqui-Ixquimilli perchè da subito la sua…  “esuberanza” mi ha ricordato l’omonimo dio Azteco, avente le seguenti prerogative:

  • Dio dell’oscurità, dei disastri, della febbre e dell’ossidiana;
  • Dio della pietra, in modo specifico, dei coltelli di pietra sacrificali.
  • Dio della seconda ora della notte.

Dicevamo, Bambino mi fa: «Costruiamo un castello di sabbia?».

Io, che sui castelli di sabbia c’ho perfino sostenuto un esame, gli rispondo da padre premuroso (e anche per non irritarlo): «Bell’idea. Sai perchè il castello di sabbia sta in piedi? Adesso papà te lo spiega…».

Bambino: «Voglio costruire il castello di Harrenhal. E dovremo anche sciogliere la sabbia col fuoco per ricreare l’effetto dell’attacco dei draghi di Aegon il Conquistatore».

Io: «Sì, non credo che il proprietario del lido avrà nulla da ridire se costruiamo una fornace tra gli ombrelloni per portare la sabbia a circa 2300°C. Giusto per vetrificarla un po’…».

Bambino: «Il castello dovrà essere a grandezza naturale. Scala 1:1. Coi pavimenti in ardesia liscia».

Arriva il momento in cui un genitore si trova a dover rispondere delle proprie scelte educative, anche quelle apparentemente più innocue, come aver preferito che Bambino guardasse Game of Thrones invece di Masha e l’Orso.

È importante, se il bambino ti mette alla prova, non mandare messaggi contrastanti, altrimenti finisce che non ti crederà più quando cercherai di spiegargli l’importanza di costruire bunker e accumulare viveri per prepararsi all’imminente avvento dell’epidemia zombie che falcidierà la specie umana (se non avete ancora iniziato, muovetevi. Manca poco).

Così, vado a noleggiare a freddo un miniescavatore per iniziare a scavare le fondamenta del castello.
Ed ero lì che mi accingevo a pagare, quando il noleggiatore mi fa: «Mi dispiace, ma non posso darglielo… Lei non è abilitato all’uso degli escavatori idraulici come previsto dall’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012».

Ed io: «Lei si sbaglia. Il miniescavatore lo posso utilizzare anche con il brevetto di parapendio».

DOVE STA SCRITTO?

Gli escavatori idraulici rientrano, in effetti, tra le attrezzature per le quali l’Accordo Stato-Regioni del 22 febbraio 2012 prevede l’abilitazione all’uso.
Essi sono così definiti nell’Accordo medesimo:

Escavatori idraulici: macchina semovente a ruote, a cingoli o ad appoggi articolati, provvista di una struttura: superiore (torretta) normalmente in grado dì ruotare di 360° e che supporta un braccio escavatore azionato da un sistema idraulico e progettata principalmente per scavare con una cucchiaia o una benna rimanendo ferma, con massa operativa maggiore di 6000 kg.

Il caso vuole che la norma UNI EN 474-5 «Macchine movimento terra: Requisiti per escavatori idraulici» definisca, al paragrafo 3.1.2:

compact excavator
excavator and minimal swing radius excavator with an operating mass (see ISO 6016:1998) of less than or equal to 6.000 kg.

Un miniescavatore, per definizione, ha dunque una massa operativa inferiore alla soglia oltre la quale diviene obbligatoria l’abilitazione all’utilizzo.
In caso di dubbi, tuttavia, basta guardare il manuale dell’attrezzatura per verificarne la massa operativa.

Medesimo discorso riguarda anche le pale caricatrici frontalicosì definite dall’Accordo:

Pale caricatrici frontali: macchina semovente a ruote o a cingoli, prowista dì una parte anteriore che funge da sostegno ad un dispositivo di carico, progettata principalmente per il carico o lo scavo per mezzo di una benna tramite il movimento in avanti della macchina, con massa operativa maggiore di 4500 kg.

In questo caso, è la norma UNI EN 474-3 «Macchine movimento terra: Requisiti per caricatori» a definire, al paragrafo 3.2:

compact loader
loader with an operating mass (see ISO 6016:1998) of 4.500 kg or less, designed to work in confined spaces with the associated needs for greater manoeuvrability

Quindi no, miniescavatori o minipale caricatrici frontali non necessitano di abilitazione all’utilizzo.

Ovviamente, questo non significa che possano essere condotte senza la minima preparazione. In tal senso, in questi casi si applica quanto previsto dall’art. 73, comma 4 del D.Lgs. n. 81/2008 che prevede formazione, informazione e addestramento per l’uso di queste attrezzature poiché certamente richiedono «conoscenze e responsabilità particolari».

 


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Se hai letto questo articolo, se sei finito su questo blog non è un caso.
Lo hanno voluto gli Dei antichi e nuovi. Forse uno strappo del tessuto spazio-tempo. Male che va te lo ha suggerito Google. Comunque sei qui.
Non sottovalutare questi segnali. Non ribellarti al Fato.
Che tu visiti siti sporcaccioni o cerchi ricette di cucina moldave, questo blog continuerà a essere ciò che realmente vuoi.
Bramerai i prossimi articoli. Supplicherai che scriva qualcos’altro.
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Dove sta scritto?… Quando va fatta la sorveglianza sanitaria e quando no

Vado direttamente al punto: non si possono sottoporre i lavoratori a sorveglianza sanitaria quando vi pare.

DOVE STA SCRITTO?

Nell’art. 5 dello Statuto dei lavoratori (L. n. 300/1970).

Sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente.

non so se è sufficientemente chiaro: la sorveglianza sanitaria è l’eccezione, non la regola (ne avevo parlato anche qui)
Un’eccezione motivata da finalità di tutela che, non solo devono sussistere, ma anche essere previste dalla legge che, infatti, dice (art. 41 del D.Lgs. n. 81/2008):

La sorveglianza sanitaria è effettuata dal medico competente:
a) nei casi previsti dalla normativa vigente, nonché dalle indicazioni fornite dalla Commissione consultiva di cui all’articolo 6;
b) qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

Ora, siccome la Commissione consultiva permanente non svolge altra funzione che quella di occupare volume nell’universo che potrebbe essere meglio e più utilmente impiegato per  piantare alberi,  figurati se ha dato qualche indicazione in merito.

Per cui, fatta eccezione i casi in cui è il lavoratore a richiederla, la sorveglianza sanitaria può essere effettuata solo «nei casi previsti dalla normativa vigente».

Intendendosi vietata in tutti gli altri casi.
Se proprio ci tenete a far visitare il lavoratore, potete avvalervi del 3° comma dell’art. 5 dello Statuto dei lavoratori che dice:

Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico.

Vi starete dunque chiedendo: «E quali sono questi casi in cui la sorveglianza sanitaria è obbligatoria?».
Effettivamente non c’è un elenco ufficiale, te li devi cercare da solo.
Riporto quelli che ho trovato io. Sono sicuramente i più comuni.

Laddove ne avessi dimenticato qualcuno, potete segnalarlo nei commenti e io lo aggiungo alla lista, ringraziandovi e citandovi con nome e cognome. Alla mia morte (ammesso che io possa morire, evenienza di cui non v’è alcuna evidenza scientifica né risulta sia mai accaduto prima) verrete tumulati con me, scriveranno canti su di voi e non sarete mai dimenticati perché questo blog diventerà Patrimonio del Sistema Solare (ricordo che il sito è gemellato con la costellazione di Andromeda, per cui vi leggono anche nelle altre galassie).

Cominciamo dunque dai casi facili, facili presenti nel D.Lgs. n. 81/2008:

  • mansioni che comportano rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute proprie e di terzi, anche in riferimento ad un’assunzione solo sporadica di sostanze stupefacenti (mentre no, i controlli per la verifica dell’assunzione di alcol non rientrano nella sorveglianza sanitaria);
  • Movimentazione manuale dei carichi, in presenza di rischio evidenziato dalla valutazione (sui movimenti rapidi e ripetitivi sono agnostico);
  • Lavoro al videoterminale, laddove il lavoratore superi in modo sistematico e abituale le 20 ore di lavoro settimanali di fronte al VDT;
  • Rumore, al superamento dei valori superiori di azione;
  • Vibrazioni, al superamento dei valori superiori di azione;
  • Campi elettromagnetici, in funzione degli esiti della valutazione dei rischi;
  • Radiazioni ottiche artificiali, in funzione degli esiti della valutazione dei rischi;
  • Microclima (riferito essenzialmente ad ambienti termici severi);
  • Atmosfere iperbariche (es. immersioni subacquee, attività in camere iperbariche, esplorazione del pianeta Giove. Per i cassoni ad aria compressa – ma ce ne stanno ancora? – c’è una norma specifica)
  • Agenti chimici, in caso presenza di rischio non irrilevante per la salute per esposizione a agenti tossici acuti, corrosivi, irritanti, sensibilizzanti, tossici per il ciclo riproduttivo o con effetti sull’allattamento, tossici specifici per organo bersaglio, tossici in caso di aspirazione, cancerogeni e mutageni di categoria 2;
  • Agenti cancerogeni, laddove la valutazione evidenzi un rischio per la salute;
  • Amianto, per lavoratori addetti alle opere di manutenzione, rimozione, smaltimento e trattamento dell’amianto e dei relativi rifiuti, nonché bonifica;
  • Agenti biologici, laddove la valutazione ne rilevi la necessità;
  • Esposizione a rischio da ferita da taglio e punta nel settore della sanità;
  • ATEX. Scherzetto 🙂

Poi ci sono i casi che derivano dall’applicazione di norme speciali:

  • Radiazioni ionizzanti, lavoratori esposti di categoria A e B (D.Lgs. n. 230/1995)
  • Spazi confinati. Chiunque svolga lavori in spazi confinati. Chiunque. Anche i lavoratori autonomi (D.P.R. n. 177/2011);
  • Lavoro notturno, secondo la definizione del D.Lgs. n. 66/2003;
  • Lavoro in cassoni ad aria compressa (D.Lgs. n. 321/1956);
  • Lavoratori minori, nel senso non ancora maggiorenni (L. n. 977/1967);
  • Lavori su impianti elettrici ad alta tensione. La sorveglianza sanitaria è necessaria per ottenere il documento di abilitazione (D.M. 4 febbraio 2011).
  • Personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e spettacolo in locali pubblici. Visita preassuntiva per la verifica dell’idoneità e per la verifica di assenza di uso di alcol e droghe ai fini dell’iscrizione all’elenco prefettizio (D.M. 6 ottobre 2009).

Ci sarà presumibilmente perplessità e smarrimento in alcuni tra voi che non vedono riportati tra i suddetti casi, per esempio, il lavoro in quota , lo stress lavoro-correlato o la guida di automezzi. E come non citare le posture incongrue o il microclima in ambienti moderati o l’esposizione prolungata al sole?

Ritenetevi fortunati. C’è chi crede che la terra sia piatta e la Commissione consultiva permanente esista davvero.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Questo blog genera assuefazione.
Ogni resistenza è inutile. Sarete assimilati (cit.)
Dunque, perché non semplificarsi la vita e rendere agevole l’accesso al vizio?
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Niente spam, non temere.

 

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Dove sta scritto?… Guanti in cabina elettrica

1° principio della dinamica:

Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso.

Ne vediamo gli effetti nella vita di tutti i giorni: certe cose si fanno così, semplicemente perché in epoche oscure e dimenticate si è iniziato a fare così e da allora si è sempre fatto così.

Dopo un po’ non ci si torna più su… e la forza agente dall’esterno necessaria a cambiare lo stato delle cose dovrà avere un’intensità direttamente proporzionale all’inerzia ormai acquisita dalla convinzione che le cose stiano così come si è sempre detto e fatto.

È il caso dei guanti isolanti in cabina elettrica.
Li trovi in quasi tutte le cabine (come anche pedane e tappetini, eh). Ligiamente inseriti nella loro cassettina, belli imbustati, che ti guardano con aria di sfida come per dire: «Cazzo vuoi? C’ero prima io… Ci sono sempre stato e sempre ci sarò. Quando tu sarai cenere io sarò ancora lattice»
È possibile che in principio ci fosse solo il guanto. La cabina elettrica venne costruita intorno al guanto solo tempo dopo, come tempio del culto guantico, una sorta di cattedrale giubilare per manutentori.

Pur tuttavia col dovuto rispetto per questo culto millenario, l’ineluttabile verità è che la loro presenza, quale presidio costante all’interno delle cabine MT/BT, non è prevista.

DOVE STA SCRITTO?

Come al solito il problema è questo: se non c’è scritto da nessuna parte che debbano esserci, figurati se qualcuno si sia preso la briga di scrivere da qualche parte che NON debbano esserci.

In ogni caso, chiunque affermi che la loro presenza sia un obbligo, ha l’onere della prova: è lui che deve dimostrare la veridicità della sua affermazione.

Comprare un paio di guanti isolanti e lasciarli in cabina a marcire è uno spreco. Meglio darli in dotazione ai lavoratori.

Ah, a proposito… Gia che ci siamo, sfatiamo un’altra leggenda: no, i guanti isolanti non scadono.

È necessario piuttosto verificarne il loro stato di conservazione prima di ogni utilizzo: prova di gonfiaggio con aria e controllo visivo (per i guanti per lavori sotto tensione in BT – classi 0 e 00 – non è obbligatoria la prova dielettrica).

guanto-dielettrico

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Aggiornamento della formazione dei lavoratori: quale sanzione?

Qual è la sanzione per il mancato aggiornamento della formazione in materia di sicurezza dei lavoratori?

La risposta è inequivocabilmente: «Non c’è nessuna sanzione». 

Basta andare a guardare il testo di legge e si vede benissimo. O meglio non vedi niente, perché l’art. 37, comma 6 del D.Lgs. n. 81/2008  che impone l’obbligo di aggiornamento, non è assistito da alcuna sanzione.

Questo è il momento nel quale si scatenano i ninja del diritto de’ noartri (in foto) che invariabilmente ti dicono: «Ah beh… Quindi se non c’è sanzione non c’è obbligo».

Ninja del diritto

Le norme penali sono costituite, in genere, da due parti:
1. il precetto, cioè quello che devi fare o che non puoi fare;
2. la sanzione, cioè quello che ti succede se non rispetti il precetto.

Quando la norma penale è costituita dal solo precetto, si parla di norma imperfetta (è il caso del citato art. 37, comma 6).

Ma l’assenza di sanzione non muta di una virgola l’obbligo di adempiere al precetto.

Il ronin del codice penale, tuttavia, non si perde d’animo e, a questo punto, è solito rispondere: «E vabbeh, sarà come dici tu, ma tanto se mi pigliano non possono farmi niente perché non c’è la sanzione» (normalmente aggiungendo: «specchio riflesso»).
In generale, purtroppo per costoro, se la violazione di un obbligo è considerata in nesso di causalità con un eventuale infortunio, è scientificamente dimostrato come i giudici siano immuni alla temibile formula dello «specchio riflesso» e ti condannano mentre tu eri ancora lì a fare «Gné, gné, gné…».

Ciò detto e precisato, tuttavia, in più di un’occasione mi sono stati riferiti casi di verbali di prescrizione da parte degli Organi di Vigilanza per il mancato aggiornamento.
Ma quale sanzione hanno potuto applicare se l’obbligo di aggiornamento non è sanzionato?

La violazione dell’art. 37, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che impone l’obbligo di formazione.
Il ragionamento che suppongo abbiano seguito gli UPG per elevare questi verbali è il seguente:

  1. l’articolo 37, comma 2 dice che la formazione dei lavoratori di cui al comma 1 deve essere conforme all’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011;
  2. Il suddetto Accordo, tra le altre cose, dice che la formazione dei lavoratori deve essere aggiornata con frequenza quinquennale per una durata complessiva di 6 ore;
  3. TAAAAC! ecco il collegamento tra l’obbligo di aggiornamento disposto dall’art. 37, comma 6 e la sanzione prevista per la violazione del comma 1.

Le cose non stanno così e temo che l’errore sia generato da pigrizia mentale.

L’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 è stato emanato in forza, come già detto della disposizione dell’art. 37, comma 2 che dice testualmente:

La durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione di cui al comma 1 sono definiti mediante Accordo….

Come vedete la norma rimanda l’efficacia dell’Accordo al comma 1 e al solo comma 1 dell’art. 37, con ciò limitando la tassatività delle disposizioni dell’Accordo al solo precetto imposto dal comma 1.

E di che parla l’art. 37, comma 1? Ecco qui:

Il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a:
a) concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri dei vari soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza;
b) rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda.

Anche solo confrontando questo testo con i contenuti della formazione di cui al punto 4 dell’Accordo, ci si rende conto che il precetto dell’art. 37, comma 1 riguarda solo e solamente la formazione generale e specifica dell’Accordo.

Detto in altre parole, alla Conferenza Stato-Regioni era stato dato un preciso mandato: dacci indicazioni su come fare per benino la formazione vera e propria dei lavoratori, quella richiesta dal comma 1.

Loro sono andati oltre il mandato conferito e hanno disciplinato anche la formazione e l’aggiornamento di dirigenti e preposti (art. 37, comma 7) nonché l’aggiornamento dei lavoratori (art. 37, comma 6).

Per quanto riguarda la formazione e l’aggiornamento dei dirigenti e preposti, è lo stesso Accordo nella premessa ad affermare come le indicazioni in esso contenute siano facoltative (per i ninja e ronin del fantadiritto sono le indicazioni dell’Accordo ad essere facoltative, non gli obblighi di formazione e aggiornamento dei dirigenti e dei preposti.

L’Accordo del 25 luglio 2012 ha ulteriormente chiarito che fare la formazione e l’aggiornamento ai dirigenti e ai preposti come dice l’Accordo 21 dicembre 2011 costituisce presunzione di conformità semplice al dettato normativo.
Si parte, cioè, dal presupposto che se fai come dice l’Accordo fai bene ma, se fai diversamente, non è detto che tu faccia male.

Il motivo della facoltà di seguire o meno le indicazioni dell’Accordo è banale: l’art. 37, comma 7 che impone la formazione dei dirigenti e preposti non è l’art. 37, comma 1 che impone la formazione dei lavoratori e ‘sto comma 1 è l’unico per disciplinare il quale la Conferenza Stato-Regioni ha ricevuto specifico mandato.

Ma se questo è vero per il comma 7, è altrettanto vero per il comma 6 che impone l’aggiornamento della formazione dei lavoratori.

Conseguentemente:

le indicazioni dell’Accordo in materia di aggiornamento dei lavoratori eccedono i limiti conferiti dal mandato alla Conferenza Stato-Regioni e non sono pertanto vincolanti.

In poche parole, se l’aggiornamento dei lavoratori è senza ombra di dubbio obbligatorio, non è obbligatorio che venga eseguito con frequenza quinquennale e/o abbia durata di 6 ore.

E, a maggior ragione:

la violazione delle indicazioni in materia di aggiornamento dei lavoratori previste dall’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 non può essere sanzionata con la sanzione prevista per la mancata formazione dei lavoratori.

Se il legislatore avesse voluto che l’Accordo si occupasse anche di aggiornamento dei lavoratori, l’avrebbe scritto chiaramente aggiungendo al comma 2 un riferimento anche al comma 6, oltre che al comma 1.

Così non è.

E l’interpretazione dell’intenzionalità del legislatore non autorizza nessuno, tantomeno un UPG, a ragionare considerando il mancato aggiornamento come fosse mancata formazione per punirne la violazione.

La norma in questo caso non è indeterminata: il comma 1 dice chiaramente qual è il suo scopo, il comma 2 altrettanto e analogamente il comma 6.

Non c’è spazio per alcuna possibile interpretazione differente dall’interpretazione letterale della norma (art. 12, disp. prel. c.c.) e, oltretutto, un ragionamento per analogia vìolerebbe l’art. 14, disp. prel. c.c.:

Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati.

Qui i casi sono precisamente individuati e così le sanzioni ad essi applicabili e, banalmente, non c’è sanzione applicabile per la violazione dell’obbligo di aggiornamento.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
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Dove sta scritto?… Formazione per trabattelli

Ponteggio
Ho un cliente normocondriaco: appena scopre dell’esistenza di una norma, ne legge  ossessivamente il campo di applicazione e giunge sistematicamente alla conclusione di rientrarvici e di trovarsi in difetto.

In genere gli somministro un placebo: gli faccio una certificazione in cui gli dichiaro che è tutto a posto e gliela invio tramite PEC così c’ha pure la data certa (quest’ultima ha su di lui un immediato effetto calmante).

Solo che stavolta aveva ragione di dubitare…

CLIENTE NORMOCONDRIACO: «Sciagura, catastrofe, piaghe e orrore».

IO: «Aspe’… Ti ho inviato una PEC con il verbale di sopralluogo che ho fatto ieri. Leggila e poi raccontami che cosa è successo».

CLIENTE: «Ecco, appunto… Dopo che sei venuto in cantiere (in senso motorio, si intende), il CSE ha detto che non gli abbiamo mandato gli attestati per gli addetti al montaggio dei ponteggi».

IO: «Il caso vuole che tu non abbia ponteggi…»

CLIENTE: «Sì, ma lui dice che vale anche per i trabattelli. Devo far fare immediatamente il corso di 28 ore per il montaggio dei ponteggi o mi chiudono l’azienda, mi sequestrano l’asciugatrice e la ASL mi deporta in un cantiere al confine con la Slovenia»

IO: «No, non è così. Non permetterò a nessuno di farti del male. Per alleviare i sintomi, leggiti 4 pagine del POS e non andare sul sito della Gazzetta Ufficiale».

Dove sta scritto?

L’argomento è ampiamente dibattuto, ma qualcuno ancora ci casca.
Metto qui le mie memorie, così la prossima volta che qualcuno mi richiede ‘sto corso, gli giro il link e faccio prima.

È una lunga storia e, come tutte le storie, ha un principio: il 19 luglio 2005.
È il giorno di Santo Arsenio, uno che, quando Roma fu conquistata dai barbari, pianse per 53 anni. Poi morì, con gli occhi senza più ciglia perché consumate dalle lacrime.

Quel giorno lì, entrò in vigore il D.Lgs. n. 235/2003 che recepiva la Direttiva 2001/45/CE e inseriva una serie di nuovi articoli nel D.Lgs. n. 626/1994 a proposito dei lavori in quota.
Il nuovo art. 36-quater era dedicato ai ponteggi e introduceva l’obbligo di redazione del PIMUS, la formazione dei lavoratori addetti al montaggio dei ponteggi e tante altre amenità.

Poi arrivò anche l’Accordo Stato-Regioni 26 gennaio 2006 che definiva i programmi e le durate del corso per il montaggio dei ponteggi di cui parlava l’art. 36-quater.

Tutto andava bene fino a che il 3 novembre 2006 non uscì la circolare n. 30/2006 del Ministero del Lavoro che forniva chiarimenti sull’uso dei trabattelli.

In questa circolare, il funzionario faceva notare che all’art. 36-quater, comma 4, lett. d) venivano citati i «ponteggi su ruote» e che quindi sì, le nuove norme riguardavano anche loro e, quindi, anche chi montava i trabattelli doveva frequentare il corso di 28 ore previsto dal nuovo accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006.

Un’interpretazione un po’ severa della norma, ma in fondo ci stava.

Anche quando arrivò il D.Lgs. n. 81/2008 non vi furono motivi per rivedere l’interpretazione che la circolare n. 30/2006 faceva della norma: una parte dell’articolo 36-quater – tra cui il citato comma 4, lett. d) – finì pari, pari nel testo del nuovo art. 136 del Testo unico, rubricato «Montaggio e smontaggio».
L’accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006 confluì nell’Allegato XXI del TU.
Non una virgola mutata, non una lettera saltata. Copia-incolla.
Non avrei saputo fare di meglio copiando il compito in classe del mio compagno di banco.

All’epoca il mondo era diverso, la mortadella aveva un altro sapore e le rondini facevano ancora il nido nel mio garage.
Poi arrivò il D.Lgs. n. 106/2009 e nulla fu più come prima.

Durante la scrittura di questo decreto correttivo, qualcuno notò l’anomalia di considerare il trabattello come fosse un ponteggio fisso e si decise di rimuovere il riferimento ai trabattelli dall’art. 136 spostandolo all’art. 140 rubricato – guarda il caso – «Ponti su ruote a torre».

Se oggi leggete il testo dell’art. 136, comma 4, lett. d), vedrete che c’è scritto: «Soppressa» (chiaro omaggio al salume vicentino).

Il castello interpretativo della circolare n. 30/2006 viene meno, perché dentro l’art. 136 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che parla di formazione degli addetti al montaggio dei ponteggi non c’è più traccia di trabattelli.

Quelli che continuano ancora a citare ‘sta benedetta circolare per giustificare la necessità del corso di formazione anche per i trabattelli, sono anacronistici e non hanno seguito l’evoluzione normativa.

Quelli che, invece, dicono che l’obbligo di formazione continua a sussistere perché l’art. 136 parla comunque di ponteggi e i trabattelli sono ponteggi, semplicemente non sanno quello che dicono perché, al contrario, è evidente la volontà del legislatore di distinguere i due apprestamenti. Infatti:

  1. l’art. 136 è inserito nella Sezione V, del Capo II del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008. Questa Sezione è rubricata: «Ponteggi fissi». È vero che, come recita il brocardo latino, «Rubrica legis non est lex» (la rubrica di una legge non è legge), ma essa aiuta nella corretta interpretazione della norma.
    Il contenuto dell’art. 136 è perfetto, se applicato a ponteggi fissi, siano essi di metallo, legno, bambù o qualsivoglia altro materiale.
  2. l’art. 140 è inserito nella nella Sezione VI, del Capo II del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008. Questa Sezione è rubricata: «Ponteggi movibili».
    Se la logica è: «Vedi che sono ponteggi? Movibili, ma pur sempre ponteggi», allora bisogna redigere il PIMUS e fare la formazione anche a chi monta un ponte su cavalletti, contenuto nella medesima Sezione all’art. 139, quindi anch’esso un ponteggio. Movibile, ma ponteggio.
  3. che l’intenzione del legislatore sia chiaramente quella di distinguere ponteggi fissi da ponti mobili,  lo so per certo, perché durante la scrittura del D.Lgs. n. 106/2009 io ero lì e ho una bozza del Decreto in cui è fornita la motivazione della soppressione della lett. d), comma 4 dall’art. 136, cioè il riferimento ai trabattelli.
    E sapete che dice?

La soppressione si rende necessaria in quanto la Sezione V si riferisce ai “Ponteggi fissi”. Pertanto la stessa disposizione è stata spostata nel successivo art. 140 e cioè all’interno della Sezione VI “Ponteggi movibili”.

Per concludere, l’unica formazione prevista è quella specifica, integrata nell’obbligo di cui all’art. 37, comma 1 e dell’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011.
Poi chi volesse far frequentare il corso di 28 ore ai propri lavoratori è liberissimo di farlo. Ma non diciamo che è obbligatorio.

Questo post è dedicato, tra gli altri, ai redattori del Quaderno Tecnico dell’INAIL intitolato «Trabattelli» che, a pag. 21, continuano a riportare questa sciocchezza dell’obbligatorietà del corso di formazione da 28 ore di cui all’Allegato XXI per chi monta trabattelli.
Spiace che l’errore sia stato riportato anche nell’edizione del 2018 e si spera che venga corretto quanto prima, evitando l’ingenerarsi di confusione data l’autorevolezza della fonte.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
È la prima volta che leggi questo blog?
Allora è probabile che ci ritornerai. Senti a me: ti conviene ricevere delle notifiche quando scriverò nuovi post.
Guarda in alto a destra, c’è la mia foto. Indipendentemente dal tuo sesso, resisti alla tentazione carnale e  guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
Se invece non era la prima volta che leggevi questo blog, allora lo vedi che c’avevo ragione? Fai come ti dico, senti a me…

Pubblicato in: dove sta scritto?

Dove sta scritto?… Caldaia MARCIA

melanzane-sottolioMi chiama il Cliente e mi fa: «C’è qui l’ispettore per la verifica periodica dell’impianto di terra che TU mi hai detto che dovevamo fare. Mi sta dicendo cose sulla caldaia e dice che non siamo in regola. Te lo passo…».

Ispettore: «Buongiorno ingegnere»

IO: «Buongiorno a Lei. Mi dica tutto. Non si tenga dentro nulla, si lasci andare liberamente»

Ispettore: «Avete richiesto una verifica periodica quinquennale dell’impianto di messa a terra. Io qui però vedo che avete una caldaia a metano di potenzialità termica > 116 kW»

IO: «Eh, sì. D’inverno c’hanno freddo. Abbiamo presentato la SCIA ai Vigili del fuoco. È tutto a posto»

Ispettore: «Mica tanto… Se l’attività è soggetta al controllo periodico dei VVF, la verifica dell’impianto di terra la dovete richiedere con frequenza biennale»

IO: «Lei è confuso»

DOVE STA SCRITTO?

Nel DPR 462/2001 e nella norma CEI 64/8.

Ricominciamo daccapo.

Il DPR 462/2001 prevede che le verifiche biennali vengano eseguite, tra gli altri, sugli impianti di messa a terra per ambienti a maggior rischio in caso di incendio (da qui l’acronimo MARCI).

La confusione sta nel confondere i luoghi MARCI con gli ambienti soggetti a controllo da parte dei Vigili del fuoco.

È bene precisare che la norma CEI 64/8, all’art. 751.03.1.1, dice esplicitamente che:

L’individuazione degli ambienti MARCI non rientra nello scopo della presente sezione.
(omissis)
Tali parametri devono essere opportunamente esaminati nel più vasto ambito della valutazione dei rischi e della prevenzione incendi, a monte del progetto elettrico.

Al successivo art. 751.03.1.2, aggiunge:

In generale, in assenza di valutazioni eseguite nel rispetto di quanto indicato in art. 751.03.1.1, gli ambienti dove si svolgono le attività elencate bel DPR 151/2011 sono considerati MARCI.

Ed è qui che, con un volo pindarico, si era teletrasportato l’ispettore:

attività soggetta a controllo VVF –> Luogo MARCI –> verifica biennale

Ma il determinismo causale tra la premessa e la conclusione era tutto nella sua testa. La norma CEI 64/8 non dice questo e va letta nel suo complesso, fermo restando che, all’articolo succitato, la norma si limita a fornire un criterio di carattere generale ma la valutazione se un ambiente è MARCI o NON MARCI è, in ultimo, affidata sempre al datore di lavoro.

La norma infatti, pur non avendo tra i propri obiettivi quello di definire i luoghi MARCI, nei successivi articoli, definisce i requisiti che gli impianti elettrici devono possedere per essere installati in detti luoghi, dividendoli in 3 tipologie:

  1. ambienti ad elevato affollamento o elevato tempo di sfollamento o elevato danni a cose e animali;
  2. ambienti con strutture portanti combustibili;
  3. ambienti con materiale combustibile in lavorazione, convogliamento, manipolazione o deposito quando il carico d’incendio specifico di progetto supera450 MJ/m2.

Quest’ultimo è il  caso che avrebbe potuto riguardarmi.

Tuttavia, se eseguissimo il calcolo del carico d’incendio specifico di progetto previsto dal DM 9 marzo 2007, non si arriverebbe mai a 450 MJ/m2*.

Insomma, dalla valutazione dei rischi, emerge che la centrale termica non è un locale a maggior rischio in caso di incendio e, pertanto, la verifica periodica dell’impianto di messa a terra (in assenza di altre causali che ne potrebbero ridurre la periodicità) era e resta quinquennale.

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* Il metano ha un potere calorifico di 50 MJ/kg (31,65 kJ/m3).
Una caldaia da 116 kW mi può consumare al massimo 116*3,6/31,65=13,2 m3/h di metano.
Avendo il metano una densità di 0,7 kg/m3/h, in un’ora avrò nel locale 9,24 kg di metano e, dunque, 462 MJ che, per una centrale termica di 20 m2, mi fanno 23,1 MJ/m2 di carico di incendio specifico.
Il tutto supponendo che la centrale termica sia installata in un vasetto per le melanzane sottolio a chiusura ermetica.
Aggiungici i vari fattori moltiplicativi previsti dal DM 9 marzo 2007 e ad un carico d’incendio specifico di progetto di 450 MJ/m2 ci arrivi dopo oltre 16 ore di rilascio in vasetto di melanzane sottolio di 20 m2 ad elevato rischio di incendio e privo di qualunque misura, anche minima, di protezione antincendio.

 

Pubblicato in: dove sta scritto?, Normativa

Dove sta scritto?… Uffici in condominio

Riunione di condominioIo (in qualità di consulente): «…E poi ci sarebbero da installare lampade di emergenza e segnaletica lungo le rampe di scale e occorre invertire il verso di apertura dell’uscita di emergenza»

Cliente (in qualità di datore di lavoro): «Ma mica devo farlo io… Io sono semplicemente in affitto. E poi le scale e il portone sono del condominio… Ci devono pensare loro a metterle a posto»

Io: «Guardi la capisco… Anch’io vivo in un condominio e… A proposito, sapeva che il termine condomino deriva dall’inglese «condom» («profilattico» in italiano), evocativo della tipica forma ad apparato urogenitale che caratterizza la testa di quei soggetti che, anziché vivere in un condominio, vivono per il condominio, avendo come unica ragione di vita quella di trasformare le riunioni di condominio in una rappresentazione delle Nozze Rosse di Game of Thrones? Ma sto divagandando… No, purtroppo è un problema tutto suo»

Dove sta scritto?

Nota prot. n. P1560/4122 sott. 54 del 07-12-1998

Al riguardo si precisa che negli edifici a destinazione mista in cui siano presenti ai vari piani oltre ad appartamenti di civile abitazione, anche locali adibiti ad uffici, studi professionali ed altre attività lavorative compatibili con la destinazione d’uso dell’edificio, le vie di uscita comuni devono essere conformi alle norme di sicurezza dei luoghi di lavoro. Ciò premesso ne consegue che il sistema di apertura dei portoni condominiali, di ingresso all’edificio, deve conformarsi ai criteri stabiliti al punto 3.10 dell’allegato III al D.M. 10 marzo 1998, emanato dal Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro del Lavoro, in attuazione al dettato dell’art. 13 del decreto legislativo n° 626/1994.

Aggiungo: …e non è un problema del condominio. Quello sta bene così come sta.
Sei tu che c’hai messo un ufficio dentro e sei obbligato a rispettare le norme antinfortunistiche.