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Dove sta scritto?… Caldaia MARCIA

melanzane-sottolioMi chiama il Cliente e mi fa: «C’è qui l’ispettore per la verifica periodica dell’impianto di terra che TU mi hai detto che dovevamo fare. Mi sta dicendo cose sulla caldaia e dice che non siamo in regola. Te lo passo…».

Ispettore: «Buongiorno ingegnere»

IO: «Buongiorno a Lei. Mi dica tutto. Non si tenga dentro nulla, si lasci andare liberamente»

Ispettore: «Avete richiesto una verifica periodica quinquennale dell’impianto di messa a terra. Io qui però vedo che avete una caldaia a metano di potenzialità termica > 116 kW»

IO: «Eh, sì. D’inverno c’hanno freddo. Abbiamo presentato la SCIA ai Vigili del fuoco. È tutto a posto»

Ispettore: «Mica tanto… Se l’attività è soggetta al controllo periodico dei VVF, la verifica dell’impianto di terra la dovete richiedere con frequenza biennale»

IO: «Lei è confuso»

DOVE STA SCRITTO?

Nel DPR 462/2001 e nella norma CEI 64/8.

Ricominciamo daccapo.

Il DPR 462/2001 prevede che le verifiche biennali vengano eseguite, tra gli altri, sugli impianti di messa a terra per ambienti a maggior rischio in caso di incendio (da qui l’acronimo MARCI).

La confusione sta nel confondere i luoghi MARCI con gli ambienti soggetti a controllo da parte dei Vigili del fuoco.

È bene precisare che la norma CEI 64/8, all’art. 751.03.1.1, dice esplicitamente che:

L’individuazione degli ambienti MARCI non rientra nello scopo della presente sezione.
(omissis)
Tali parametri devono essere opportunamente esaminati nel più vasto ambito della valutazione dei rischi e della prevenzione incendi, a monte del progetto elettrico.

Al successivo art. 751.03.1.2, aggiunge:

In generale, in assenza di valutazioni eseguite nel rispetto di quanto indicato in art. 751.03.1.1, gli ambienti dove si svolgono le attività elencate bel DPR 151/2011 sono considerati MARCI.

Ed è qui che, con un volo pindarico, si era teletrasportato l’ispettore:

attività soggetta a controllo VVF –> Luogo MARCI –> verifica biennale

Ma il determinismo causale tra la premessa e la conclusione era tutto nella sua testa. La norma CEI 64/8 non dice questo e va letta nel suo complesso, fermo restando che, all’articolo succitato, la norma si limita a fornire un criterio di carattere generale ma la valutazione se un ambiente è MARCI o NON MARCI è, in ultimo, affidata sempre al datore di lavoro.

La norma infatti, pur non avendo tra i propri obiettivi quello di definire i luoghi MARCI, nei successivi articoli, definisce i requisiti che gli impianti elettrici devono possedere per essere installati in detti luoghi, dividendoli in 3 tipologie:

  1. ambienti ad elevato affollamento o elevato tempo di sfollamento o elevato danni a cose e animali;
  2. ambienti con strutture portanti combustibili;
  3. ambienti con materiale combustibile in lavorazione, convogliamento, manipolazione o deposito quando il carico d’incendio specifico di progetto supera450 MJ/m2.

Quest’ultimo è il  caso che avrebbe potuto riguardarmi.

Tuttavia, se eseguissimo il calcolo del carico d’incendio specifico di progetto previsto dal DM 9 marzo 2007, non si arriverebbe mai a 450 MJ/m2*.

Insomma, dalla valutazione dei rischi, emerge che la centrale termica non è un locale a maggior rischio in caso di incendio e, pertanto, la verifica periodica dell’impianto di messa a terra (in assenza di altre causali che ne potrebbero ridurre la periodicità) era e resta quinquennale.

_________________________________________________________________________________
* Il metano ha un potere calorifico di 50 MJ/kg (31,65 kJ/m3).
Una caldaia da 116 kW mi può consumare al massimo 116*3,6/31,65=13,2 m3/h di metano.
Avendo il metano una densità di 0,7 kg/m3/h, in un’ora avrò nel locale 9,24 kg di metano e, dunque, 462 MJ che, per una centrale termica di 20 m2, mi fanno 23,1 MJ/m2 di carico di incendio specifico.
Il tutto supponendo che la centrale termica sia installata in un vasetto per le melanzane sottolio a chiusura ermetica.
Aggiungici i vari fattori moltiplicativi previsti dal DM 9 marzo 2007 e ad un carico d’incendio specifico di progetto di 450 MJ/m2 ci arrivi dopo oltre 16 ore di rilascio in vasetto di melanzane sottolio di 20 m2 ad elevato rischio di incendio e privo di qualunque misura, anche minima, di protezione antincendio.

 

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Dove sta scritto?… Uffici in condominio

Riunione di condominioIo (in qualità di consulente): «…E poi ci sarebbero da installare lampade di emergenza e segnaletica lungo le rampe di scale e occorre invertire il verso di apertura dell’uscita di emergenza»

Cliente (in qualità di datore di lavoro): «Ma mica devo farlo io… Io sono semplicemente in affitto. E poi le scale e il portone sono del condominio… Ci devono pensare loro a metterle a posto»

Io: «Guardi la capisco… Anch’io vivo in un condominio e… A proposito, sapeva che il termine condomino deriva dall’inglese «condom» («profilattico» in italiano), evocativo della tipica forma ad apparato urogenitale che caratterizza la testa di quei soggetti che, anziché vivere in un condominio, vivono per il condominio, avendo come unica ragione di vita quella di trasformare le riunioni di condominio in una rappresentazione delle Nozze Rosse di Game of Thrones? Ma sto divagandando… No, purtroppo è un problema tutto suo»

Dove sta scritto?

Nota prot. n. P1560/4122 sott. 54 del 07-12-1998

Al riguardo si precisa che negli edifici a destinazione mista in cui siano presenti ai vari piani oltre ad appartamenti di civile abitazione, anche locali adibiti ad uffici, studi professionali ed altre attività lavorative compatibili con la destinazione d’uso dell’edificio, le vie di uscita comuni devono essere conformi alle norme di sicurezza dei luoghi di lavoro. Ciò premesso ne consegue che il sistema di apertura dei portoni condominiali, di ingresso all’edificio, deve conformarsi ai criteri stabiliti al punto 3.10 dell’allegato III al D.M. 10 marzo 1998, emanato dal Ministro dell’Interno di concerto con il Ministro del Lavoro, in attuazione al dettato dell’art. 13 del decreto legislativo n° 626/1994.

Aggiungo: …e non è un problema del condominio. Quello sta bene così come sta.
Sei tu che c’hai messo un ufficio dentro e sei obbligato a rispettare le norme antinfortunistiche.

 

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Dove sta scritto?… La verità, vi prego sulle ciabatte (e due…)

PANTOFOLA ST REGISAvevo già scritto un «Dove sta scritto» sulle prese multiple e, da creatura ingenua quale sono, ritenevo che gli animi si fossero sedati e che l’attenzione sarebbe infine passata ai veri temi della sicurezza (tipo la data certa, la nomina del RLS, la consultazione degli organismi paritetici… Tutte robe che fanno più vittime della Nutella con panna).

Invece no.

Vado da un Cliente e quello mi riferisce che sta sostituendo tutte le prese multiple. TUTTE. Parlo di un genocidio di decine, centinaia di ciabatte.

E me lo dice con la faccia di uno che ti sta mostrando quanto sia migliorato il suo stato di forma, ma nel frattempo ti guarda con lo sguardo goloso del consumatore seriale di orsetti gommosi. L’emozione contrastante di chi sa che la sicurezza è importante, ma tutto sommato ritiene sia una gran rottura di palle.

Io: «Qual è il problema? Il colore non si intona con la moquette?»
Lui (tirando in dentro la pancia): «No, non avevano il marchio CE»
Io: «Ah… Ehm… Bene… Sì. E chi te l’ha detto?»
Lui: «Nessuno. L’ho visto io. Puoi guardare anche tu…»
Io: «No, dicevo… chi ti ha detto che devono avere il marchio CE?»
Lui (con un improvviso desiderio di orsetto gommoso alla ciliegia): «L’ho letto su un documento sulla sicurezza negli uffici»
Io: «Nella migliore delle ipotesi hai capito male. Le prese multiple per gli uffici non sono soggette a marcatura CE»
Lui (masticando con rabbia l’orsetto gommoso): «Ma ormai l’ordine è partito» (Non rivelo la cifra per perché sarebbe come versare colla Artiglio su un’ustione).
Io: «Fingiti morto».

Dove sta scritto?

Prima una precisazione: il documento dal quale tutto ha avuto origine, in effetti non dice che le ciabatte devono avere il marchio CE. Il capitolo dedicato al rischio elettrico si chiude con una breve indicazione dei simboli più noti (IMQ, doppio quadrato) e a proposito del marchio CE dice: «è un requisito indispensabile per la commercializzazione del prodotto».

Vero, ma sempre se il prodotto rientra nel campo di applicazione di una Direttiva di prodotto.

In questo caso l’allegato II della Direttiva bassa tensione 2014/35/UE, esclude dal campo di applicazione: «Prese di corrente (basi e spine) a uso domestico».

Per quanto possa stupire, è così. Piuttosto occorrerebbe chiedersi come mai ci siano in vendita prese multiple con marchio CE…

 

P.S.: Lo stesso documento a pag. 14, a proposito dell’interruttore differenziale, afferma che il tasto di prova debba essere premuto ogni sei mesi.
Questa affermazione è vera solo se il costruttore non ha indicato una frequenza differente (a casa mia, per esempio, ho un differenziale con prova mensile)

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Dove sta scritto?… Registro esposti ai cancerogeni

È andata così.

IO: «Ma il registro degli esposti ad cancerogeni non è aggiornato… Scusa, ti era stato comunicato che il lavoratore tal dei tali è esposto ad agenti cancerogeni?»

MEDICO COMPETENTE: «Sì, sì. Gli ho fatto pure tutti le analisi del caso, compresa l’ispezione anale e l’esame dell’alito e delle urine (cit.)»

IO: «Ok, ma allora perché non hai aggiornato il registro degli esposti?»

MEDICO COMPETENTE: «E io che c’entro? Se la deve vedere il datore di lavoro! È lui che deve istituire e aggiornare il registro. Io, mi limito a conservarglielo. Come dice la legge, “ne curo la tenuta”»

IO (mi è partito il pippone in versione apocalittica): «Veramente te ne devi occupare tu, di tutto, anche dell’aggiornamento o l’inchiostro non versato sul registro ricadrà sul tuo camice, il lupo ingoierà il sole e l’agnello belerà di dolore e ciò apparirà agli uomini una grande sventura. Così fu detto»

DOVE STA SCRITTO?

I primi riferimenti alle modalità di tenuta del registro degli esposti ad agenti cancerogeni sono rinvenibili in un frammento del Protovangelo di Walter, risalente all’anno 8 d.C. e rinvenuto sulle coste del Lussemburgo (la circostanza che il Lussemburgo sia sprovvisto di coste contribuisce a infittire il mistero che circola sulla reale identità di Walter), ma possiamo per comodità riferirci al D.Lgs. n.81/2008, il quale all’art. 243, comma 1 recita:

«… Detto registro è istituito ed aggiornato dal datore di lavoro che ne cura la tenuta per il tramite del medico competente».

Ora, a me non pare un passaggio particolarmente oscuro o disseminato di insidie interpretative.

Quello che, a quanto pare, ha creato un po’ di confusione l’espressione usata dal legislatore (“cura la tenuta”), interpretata dal medico competente nell’accezione di: “stare attento che la Fatina dei dentini  non si mangi il registro o che il fantasma Formaggino non se lo porti via”.

Vagli invece a spiegare che per “cura la tenuta”, il legislatore intendeva “occuparsi di tutto ciò che concerne la compilazione, l’aggiornamento e la conservazione del registro”.

Torna utile a tal proposito un po’ di memoria… Senza risalire al Protovangelo di Walter, basta riguardare il D.Lgs. n. 626/1994 che all’art. 70, comma 1 conteneva la stessa identica frase dell’art. 243, comma 1 del T.U.

Ai tempi il Coordinamento tecnico per la sicurezza nei luoghi di lavoro redasse (sì, è un passato remoto. No, non si dice “redigette”) una serie di linee guida che, ai sensi dell’art. 27 della seiduesei, avevano funzioni di indirizzo e coordinamento per la corretta applicazione del Decreto.

Nella Linea guida n. 15 «Protezione da agenti cancerogeni e/o mutageni», aggiornata nel 2002, si afferma:

«Ciò premesso, il registro previsto dal comma 1 dell’art. 70 del D.Lgs. 626/94 è istituito dal Datore di Lavoro, il quale si avvale per questa funzione del medico competente per tramite del quale, sulla base di procedure e protocolli definiti, il registro viene compilato e tenuto aggiornato».

So cosa stai pensando, medico competente scettico, diffidente, irresoluto e tentennante: «Eh, ma il D.Lgs. n. 626/1994 è stato abrogato».

Come mi dice sempre mia madre: «Vedi che se ti applichi, quando vuoi le cose le sai?».

Ora però andiamo oltre… Se la norma abrogata e il Testo unico attuale dicono le stesse cose con le stesse parole, in assenza di nuove interpretazioni sullo stesso punto, il senso che era contenuto nelle linee guida sarà rimasto invariato o no?

Non è che abrogato il D.Lgs. n. 626/1994 hanno dovuto riscrivere tutte le circolari interpretative, le note e i chiarimenti forniti nei suoi 14 anni di vigenza…

Quindi, mettiti l’anima in pace e, per favore, cura la tenuta del registro.

registro

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Dove sta scritto? …La verità, vi prego, sulle ciabatte

Anche le fognature della sicurezza nei luoghi di lavoro sono piene di coccodrilli albini.
Alcuni di questi miti sono diventati virali prima dell’avvento dei social network e la loro sopravvivenza è alimentata e incoraggiata dall’effetto Lindy: quanto più una fesseria risale nel tempo, tanto più probabilmente te la ritroverai nel futuro.

PANTOFOLA ST REGIS

Ieri un collega mi fa:

COLLEGA: «Tu come ti comporti con l’uso delle ciabatte sui luoghi di lavoro?».

IO: «Assolutamente vietate. I lavoratori devono indossare calzature idonee… Le pantofole vanno bene la sera a casa, come la vestaglia».

COLLEGA (visibilmente scollegato): «Eh? AH! No, io mi riferisco alle ciabatte elettriche, le prese multiple. Lo so che sono vietate, ma come fai ché le prese fisse a muro non sono mai sufficienti? E poi, spesso, me le ritrovo messe per terra invece che essere fissate in verticale…»

IO (dissotterrando l’ascia di guerra): «…Viso pallido, tu parli con lingua biforcuta».

Dove sta scritto?

Infatti, dove sta scritto che le prese multiple sono vietate e, in generale, non possono essere usate sui luoghi di lavoro? Semplicemente da nessuna parte. Trattasi di fesseria seriale.
Purtroppo, su una cosa il collega aveva ragione: le prese non bastano mai (tanto che sentiamo la necessità di aggiungervi anche le prese per il culo). Ma le norme non vietano l’uso in collegamento permanente delle prese multiple mobili.

Sulla faccenda che non possano essere installate in orizzontale, il mito trova origine nell’applicazione errata del commento all’art. 537.5.2 della norma CEI 64-8 che dice:

«… si raccomanda che per le prese a spina ad installazione fissa la direzione d’inserzione delle relative spine risulti orizzontale (o prossima all’orizzontale)»

Appunto: prese a spina ad installazione fissa. Le ciabatte elettriche non c’entrano nulla e, comunque, quel commento non è, a prescindere, una prescrizione tassativa.

Le prese multiple, come tutto, devono essere costruite a regola d’arte. E basta.

Non sono tutte uguali e comprarle al risparmio, significa tirarsi addosso i guai.

Un conto è l’ordinaria prudenza, un conto è la superstizione. Le prese multiple non sono un ricettacolo di spiriti maligni (ma possono diventarlo di polvere, se lasciate a terra e se non si riesce a pulire bene a causa dei grovigli di cavi) e sono più frequentemente causa di infortuni derivanti da inciampo che di natura elettrica.

Ricordiamo che, a monte, la presa mobile multipla deve essere allacciata ad una presa fissa la cui linea deve essere protetta (lo dicono le norme) dalle sovracorrenti mediante interruttori automatici magnetotermici. Pertanto, in caso di sovraccarico della linea, con potenziale rischio di incendio, interverrebbe la protezione dell’impianto (N.B.: sovraccarico della linea. Se sovraccaricate la presa multipla e questa ha una portata massima inferiore a quella della linea a cui è collegata – sulla base della quale è stato scelto il magnetotermico – la protezione potrebbe non intervenire).

E, a dirla tutta, le ciabatte sono molto meglio degli adattatori tripli, non fosse altro che, anziché massimo 1500 W, permettono di gestire carichi che possono arrivare fino a 3000 W (da verificare rispetto al prodotto effettivamente acquistato leggendo la dicitura stampigliata sul dispositivo).

 

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Dove sta scritto? … Segnaletica

E niente… Anche laddove non penseresti mai che qualcuno possa sollevarti un’obiezione, c’è sempre quello che ne sa una più del diavolo.

E il diavolo, come si sa, si annida nei dettagli che, in questo caso, sono rappresentati dai seguenti pittogrammi:

Uscita di emergenza

Quello di sinistra è il segnale previsto dal D.Lgs. n. 81/2008, mentre quello di destra è il medesimo segnale introdotto dalla EN ISO 7010:2012.

Diavolo (che guarda il dettaglio del cartello di destra con sguardo lubrico): il cartello non è conforme. L’art. 163, comma 1 dice che i cartelli devono essere quelli dell’allegato XXV del D.Lgs n. 81/2008 e quel pittogramma lì, nell’allegato XXV, non ci sta. Per giunta manca la freccia. Non basta togliere il cartello: dovrai demolire il muro. Così è scritto.

Io (brandendo il Testo unico nella mano destra e armato di erogatore di acqua santa, croci, aglio, paletti di frassino e pallottole d’argento): ma manco per niente. Quel cartello lì ce lo posso mettere e lo lascio così com’è. Vade retro Satana!

Dove sta scritto?

Al punto 1.3 dell’Allegato XXV del D.Lgs. n. 81/2008 che mi dice:

«i pittogrammi potranno differire leggermente dalle figure riportate al punto 3 o presentare rispetto ad esse un maggior numero di particolari, purché il significato sia equivalente e non sia reso equivoco da alcuno degli adattamenti o delle modifiche apportati».

Ora la faccenda diventa: si tratta di una differenza leggera? L’assenza di freccia è equivoca? Qualche lavoratore rischia di non uscirmi dalla porta in caso di emergenza prendendo la direzione sbagliata?

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sul punto ha un pensiero preciso in proposito, riportato nella circolare 16 luglio 2013, n. 30 che, tra le altre cose, dice:

«Dal confronto emerge chiaramente che la differenza fra i simboli utilizzati dalla norma UNI EN ISO 7010:2012 e quelli previsti dal  D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. non equivocano il significato, rendendo equivalenti, al fine del loro utilizzo in ambito nazionale, i simboli».

Anche questa volta il Male è stato sconfitto.

In ogni caso, dovreste dare un’occhiata ai nuovi pittogrammi introdotti dalla norma EN ISO 7010 (sì, anche questi possono essere utilizzati – anche se non riportati nell’Allegato XXV del D.Lgs. n. 81/2008 – ai sensi dell’art. 163, comma 2 del Decreto). Ce ne sono diversi interessanti che si prestano a molteplici interpretazioni.

A me vengono in mente queste (spero di non aver frainteso il significato originale):

online_sign_ref_st851505842166    online_sign_ref_st921505842269

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Dove sta scritto?… Formazione e-learning RLS

Giusto perché non ci siano fraintendimenti: per me seguire un corso di formazione sulla sicurezza in modalità e-learning è come pretendere di fare educazione sessuale a tuo figlio facendogli guardare i video su youporn.

In effetti ora le cose potrebbero migliorare grazie allo sviluppo di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata o, addirittura, attraverso l’implementazione di ambienti di realtà virtuale. Mi riferisco alla possibilità di fare educazione sessuale mediante youporn, chiaramente… Non credo ci siano speranze per la formazione sulla sicurezza in e-learning….

Detto questo, con i miei clienti sono limpido e trasparente come un vaso di cristallo di Boemia appena modellato e uscito dalla fornace. Quando uno di loro mi dice che deve fare formazione, io gli rappresento entrambe le alternative: o la fai o non la fai. Se la vuoi fare, c’è l’aula. Se non la vuoi fare, c’è l’e-learning.

Ma il cliente oggi mi si informa, legge, anticipa. E così ogni tanto mi arriva quello che fa:

CLIENTE (tutto informato e pieno di sapere): «È stato eletto il nuovo RLS. Mi dai qualche riferimento per un corso e-learning fatto bene?»

IO: «Brav’uomo, per quanto voglia aiutarla a spendere male i suoi soldi, questa volta sono costretto ad impedirglielo, mio malgrado. Il corso e-learning al suo RLS, lei non lo può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Nell’Allegato V dell’Accordo Stato-Regioni del 7 luglio 2016, che dice che per l’RLS la formazione NON è erogabile in modalità e-learning fatto salvo diverse indicazioni del CCNL.

Alla data odierna di oggi in questo istante e non più tardi, gli unici CCNL che mi risulta abbiano “diverse indicazioni” sono i seguenti (quindi quelli per i quali la formazione in modalità e-learning del RLS è ammessa):

  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore commercio – ANPIT
  • CCNL per gli addetti all’industria di ricerca, di estrazione, di raffinazione, di cogenerazione, di lavorazione o alla distribuzione di prodotti petroliferi
    (escluse la ricerca, l’estrazione, ecc. delle rocce asfaltiche e bituminose)
    e per gli addetti del settore energia ENI (solo per aziende a rischio basso)
  • CCNL Intersettoriale: commercio, terziario, distribuzione, servizi, pubblici esercizi e turismo – CIFA
  • CCNL per i dipendenti dalle imprese artigiane e/o delle piccole imprese industriali tradizionali di pulizia e/o di servizi integrati multiservizi _ global service – CNAI
  • CCNL per i dipendenti da cooperative, consorzi e società consortili esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi – Sistema cooperativo
  • CCNL per i dipendenti dalle aziende esercenti attività nel settore terziario e servizi – CNAI
  • CCNL per i dipendenti del terziario: commercio, distribuzione e servizi – Sistema Impresa (solo RLST)

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice “SI, fatto salvo diverse indicazioni CCNL”. Quindi, gli aggiornamenti periodici sono sempre ammessi in modalità e-learning, a meno di espliciti divieti contenuti nel CCNL.

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice «”/”, fatto salvo diverse indicazioni CCNL». Quindi, gli aggiornamenti periodici non sono mai ammessi in modalità e-learning, a meno di esplicito consenso riportato nel CCNL.

Edit: ho commesso un errore materiale nella lettura della tabella.
Ringrazio M. Passariello che me lo ha fatto notare e mi scuso per l’errore.