Dove sta scritto?… Registro esposti ai cancerogeni

È andata così.

IO: «Ma il registro degli esposti ad cancerogeni non è aggiornato… Scusa, ti era stato comunicato che il lavoratore tal dei tali è esposto ad agenti cancerogeni?»

MEDICO COMPETENTE: «Sì, sì. Gli ho fatto pure tutti le analisi del caso, compresa l’ispezione anale e l’esame dell’alito e delle urine (cit.)»

IO: «Ok, ma allora perché non hai aggiornato il registro degli esposti?»

MEDICO COMPETENTE: «E io che c’entro? Se la deve vedere il datore di lavoro! È lui che deve istituire e aggiornare il registro. Io, mi limito a conservarglielo. Come dice la legge, “ne curo la tenuta”»

IO (mi è partito il pippone in versione apocalittica): «Veramente te ne devi occupare tu, di tutto, anche dell’aggiornamento o l’inchiostro non versato sul registro ricadrà sul tuo camice, il lupo ingoierà il sole e l’agnello belerà di dolore e ciò apparirà agli uomini una grande sventura. Così fu detto»

DOVE STA SCRITTO?

I primi riferimenti alle modalità di tenuta del registro degli esposti ad agenti cancerogeni sono rinvenibili in un frammento del Protovangelo di Walter, risalente all’anno 8 d.C. e rinvenuto sulle coste del Lussemburgo (la circostanza che il Lussemburgo sia sprovvisto di coste contribuisce a infittire il mistero che circola sulla reale identità di Walter), ma possiamo per comodità riferirci al D.Lgs. n.81/2008, il quale all’art. 243, comma 1 recita:

«… Detto registro è istituito ed aggiornato dal datore di lavoro che ne cura la tenuta per il tramite del medico competente».

Ora, a me non pare un passaggio particolarmente oscuro o disseminato di insidie interpretative.

Quello che, a quanto pare, ha creato un po’ di confusione l’espressione usata dal legislatore (“cura la tenuta”), interpretata dal medico competente nell’accezione di: “stare attento che la Fatina dei dentini  non si mangi il registro o che il fantasma Formaggino non se lo porti via”.

Vagli invece a spiegare che per “cura la tenuta”, il legislatore intendeva “occuparsi di tutto ciò che concerne la compilazione, l’aggiornamento e la conservazione del registro”.

Torna utile a tal proposito un po’ di memoria… Senza risalire al Protovangelo di Walter, basta riguardare il D.Lgs. n. 626/1994 che all’art. 70, comma 1 conteneva la stessa identica frase dell’art. 243, comma 1 del T.U.

Ai tempi il Coordinamento tecnico per la sicurezza nei luoghi di lavoro redasse (sì, è un passato remoto. No, non si dice “redigette”) una serie di linee guida che, ai sensi dell’art. 27 della seiduesei, avevano funzioni di indirizzo e coordinamento per la corretta applicazione del Decreto.

Nella Linea guida n. 15 «Protezione da agenti cancerogeni e/o mutageni», aggiornata nel 2002, si afferma:

«Ciò premesso, il registro previsto dal comma 1 dell’art. 70 del D.Lgs. 626/94 è istituito dal Datore di Lavoro, il quale si avvale per questa funzione del medico competente per tramite del quale, sulla base di procedure e protocolli definiti, il registro viene compilato e tenuto aggiornato».

So cosa stai pensando, medico competente scettico, diffidente, irresoluto e tentennante: «Eh, ma il D.Lgs. n. 626/1994 è stato abrogato».

Come mi dice sempre mia madre: «Vedi che se ti applichi, quando vuoi le cose le sai?».

Ora però andiamo oltre… Se la norma abrogata e il Testo unico attuale dicono le stesse cose con le stesse parole, in assenza di nuove interpretazioni sullo stesso punto, il senso che era contenuto nelle linee guida sarà rimasto invariato o no?

Non è che abrogato il D.Lgs. n. 626/1994 hanno dovuto riscrivere tutte le circolari interpretative, le note e i chiarimenti forniti nei suoi 14 anni di vigenza…

Quindi, mettiti l’anima in pace e, per favore, cura la tenuta del registro.

registro

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Dove sta scritto? …La verità, vi prego, sulle ciabatte

Anche le fognature della sicurezza nei luoghi di lavoro sono piene di coccodrilli albini.
Alcuni di questi miti sono diventati virali prima dell’avvento dei social network e la loro sopravvivenza è alimentata e incoraggiata dall’effetto Lindy: quanto più una fesseria risale nel tempo, tanto più probabilmente te la ritroverai nel futuro.

PANTOFOLA ST REGIS

Ieri un collega mi fa:

COLLEGA: «Tu come ti comporti con l’uso delle ciabatte sui luoghi di lavoro?».

IO: «Assolutamente vietate. I lavoratori devono indossare calzature idonee… Le pantofole vanno bene la sera a casa, come la vestaglia».

COLLEGA (visibilmente scollegato): «Eh? AH! No, io mi riferisco alle ciabatte elettriche, le prese multiple. Lo so che sono vietate, ma come fai ché le prese fisse a muro non sono mai sufficienti? E poi, spesso, me le ritrovo messe per terra invece che essere fissate in verticale…»

IO (dissotterrando l’ascia di guerra): «…Viso pallido, tu parli con lingua biforcuta».

Dove sta scritto?

Infatti, dove sta scritto che le prese multiple sono vietate e, in generale, non possono essere usate sui luoghi di lavoro? Semplicemente da nessuna parte. Trattasi di fesseria seriale.
Purtroppo, su una cosa il collega aveva ragione: le prese non bastano mai (tanto che sentiamo la necessità di aggiungervi anche le prese per il culo). Ma le norme non vietano l’uso in collegamento permanente delle prese multiple mobili.

Sulla faccenda che non possano essere installate in orizzontale, il mito trova origine nell’applicazione errata del commento all’art. 537.5.2 della norma CEI 64-8 che dice:

«… si raccomanda che per le prese a spina ad installazione fissa la direzione d’inserzione delle relative spine risulti orizzontale (o prossima all’orizzontale)»

Appunto: prese a spina ad installazione fissa. Le ciabatte elettriche non c’entrano nulla e, comunque, quel commento non è, a prescindere, una prescrizione tassativa.

Le prese multiple, come tutto, devono essere costruite a regola d’arte. E basta.

Non sono tutte uguali e comprarle al risparmio, significa tirarsi addosso i guai.

Un conto è l’ordinaria prudenza, un conto è la superstizione. Le prese multiple non sono un ricettacolo di spiriti maligni (ma possono diventarlo di polvere, se lasciate a terra e se non si riesce a pulire bene a causa dei grovigli di cavi) e sono più frequentemente causa di infortuni derivanti da inciampo che di natura elettrica.

Ricordiamo che, a monte, la presa mobile multipla deve essere allacciata ad una presa fissa la cui linea deve essere protetta (lo dicono le norme) dalle sovracorrenti mediante interruttori automatici magnetotermici. Pertanto, in caso di sovraccarico della linea, con potenziale rischio di incendio, interverrebbe la protezione dell’impianto (N.B.: sovraccarico della linea. Se sovraccaricate la presa multipla e questa ha una portata massima inferiore a quella della linea a cui è collegata – sulla base della quale è stato scelto il magnetotermico – la protezione potrebbe non intervenire).

E, a dirla tutta, le ciabatte sono molto meglio degli adattatori tripli, non fosse altro che, anziché massimo 1500 W, permettono di gestire carichi che possono arrivare fino a 3000 W (da verificare rispetto al prodotto effettivamente acquistato leggendo la dicitura stampigliata sul dispositivo).

 

Dove sta scritto? … Segnaletica

E niente… Anche laddove non penseresti mai che qualcuno possa sollevarti un’obiezione, c’è sempre quello che ne sa una più del diavolo.

E il diavolo, come si sa, si annida nei dettagli che, in questo caso, sono rappresentati dai seguenti pittogrammi:

Uscita di emergenza

Quello di sinistra è il segnale previsto dal D.Lgs. n. 81/2008, mentre quello di destra è il medesimo segnale introdotto dalla EN ISO 7010:2012.

Diavolo (che guarda il dettaglio del cartello di destra con sguardo lubrico): il cartello non è conforme. L’art. 163, comma 1 dice che i cartelli devono essere quelli dell’allegato XXV del D.Lgs n. 81/2008 e quel pittogramma lì, nell’allegato XXV, non ci sta. Per giunta manca la freccia. Non basta togliere il cartello: dovrai demolire il muro. Così è scritto.

Io (brandendo il Testo unico nella mano destra e armato di erogatore di acqua santa, croci, aglio, paletti di frassino e pallottole d’argento): ma manco per niente. Quel cartello lì ce lo posso mettere e lo lascio così com’è. Vade retro Satana!

Dove sta scritto?

Al punto 1.3 dell’Allegato XXV del D.Lgs. n. 81/2008 che mi dice:

«i pittogrammi potranno differire leggermente dalle figure riportate al punto 3 o presentare rispetto ad esse un maggior numero di particolari, purché il significato sia equivalente e non sia reso equivoco da alcuno degli adattamenti o delle modifiche apportati».

Ora la faccenda diventa: si tratta di una differenza leggera? L’assenza di freccia è equivoca? Qualche lavoratore rischia di non uscirmi dalla porta in caso di emergenza prendendo la direzione sbagliata?

Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sul punto ha un pensiero preciso in proposito, riportato nella circolare 16 luglio 2013, n. 30 che, tra le altre cose, dice:

«Dal confronto emerge chiaramente che la differenza fra i simboli utilizzati dalla norma UNI EN ISO 7010:2012 e quelli previsti dal  D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. non equivocano il significato, rendendo equivalenti, al fine del loro utilizzo in ambito nazionale, i simboli».

Anche questa volta il Male è stato sconfitto.

In ogni caso, dovreste dare un’occhiata ai nuovi pittogrammi introdotti dalla norma EN ISO 7010 (sì, anche questi possono essere utilizzati – anche se non riportati nell’Allegato XXV del D.Lgs. n. 81/2008 – ai sensi dell’art. 163, comma 2 del Decreto). Ce ne sono diversi interessanti che si prestano a molteplici interpretazioni.

A me vengono in mente queste (spero di non aver frainteso il significato originale):

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Dove sta scritto?… Formazione e-learning RLS

Giusto perché non ci siano fraintendimenti: per me seguire un corso di formazione sulla sicurezza in modalità e-learning è come pretendere di fare educazione sessuale a tuo figlio facendogli guardare i video su youporn.

In effetti ora le cose potrebbero migliorare grazie allo sviluppo di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata o, addirittura, attraverso l’implementazione di ambienti di realtà virtuale. Mi riferisco alla possibilità di fare educazione sessuale mediante youporn, chiaramente… Non credo ci siano speranze per la formazione sulla sicurezza in e-learning….

Detto questo, con i miei clienti sono limpido e trasparente come un vaso di cristallo di Boemia appena modellato e uscito dalla fornace. Quando uno di loro mi dice che deve fare formazione, io gli rappresento entrambe le alternative: o la fai o non la fai. Se la vuoi fare, c’è l’aula. Se non la vuoi fare, c’è l’e-learning.

Ma il cliente oggi mi si informa, legge, anticipa. E così ogni tanto mi arriva quello che fa:

CLIENTE (tutto informato e pieno di sapere): «È stato eletto il nuovo RLS. Mi dai qualche riferimento per un corso e-learning fatto bene?»

IO: «Brav’uomo, per quanto voglia aiutarla a spendere male i suoi soldi, questa volta sono costretto ad impedirglielo, mio malgrado. Il corso e-learning al suo RLS, lei non lo può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Nell’Allegato V dell’Accordo Stato-Regioni del 7 luglio 2016, che dice che per l’RLS la formazione NON è erogabile in modalità e-learning fatto salvo diverse indicazioni del CCNL.

Alla data odierna di oggi in questo istante e non più tardi, gli unici CCNL che mi risulta abbiano “diverse indicazioni” sono i seguenti (quindi quelli per i quali la formazione in modalità e-learning del RLS è ammessa):

  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore commercio – ANPIT
  • CCNL per gli addetti all’industria di ricerca, di estrazione, di raffinazione, di cogenerazione, di lavorazione o alla distribuzione di prodotti petroliferi
    (escluse la ricerca, l’estrazione, ecc. delle rocce asfaltiche e bituminose)
    e per gli addetti del settore energia ENI (solo per aziende a rischio basso)
  • CCNL Intersettoriale: commercio, terziario, distribuzione, servizi, pubblici esercizi e turismo – CIFA
  • CCNL per i dipendenti dalle imprese artigiane e/o delle piccole imprese industriali tradizionali di pulizia e/o di servizi integrati multiservizi _ global service – CNAI
  • CCNL per i dipendenti da cooperative, consorzi e società consortili esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi – Sistema cooperativo
  • CCNL per i dipendenti dalle aziende esercenti attività nel settore terziario e servizi – CNAI
  • CCNL per i dipendenti del terziario: commercio, distribuzione e servizi – Sistema Impresa (solo RLST)

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice “SI, fatto salvo diverse indicazioni CCNL”. Quindi, gli aggiornamenti periodici sono sempre ammessi in modalità e-learning, a meno di espliciti divieti contenuti nel CCNL.

Dove sta scritto?…. Data certa

Non avrei mai voluto scrivere questo «Dove sta scritto?», dato che il tema è davvero tedioso, ma la sua necessità nasce da un’obiezione che mi è stata sollevata da un avvocato.
Tra l’altro un bravo avvocato, ma pur sempre un avvocato, ovvero una persona dotata di conoscenze avvocatesche, in grado di esercitare la propria avvocataggine con competenza in tutte le sedi in cui è richiesta avvocatazione. Appena, però, egli esce dal labirintico e mal tracciato sterrato del diritto per immettersi nel più certo e rettilineo sentiero della scienza e della tecnica, mi si perde. I paradossi dell’orientamento…

Eravamo lì, che si discuteva della consegna di un DVR che avevo redatto per l’azienda cliente e dico: «Ah, e mi raccomando, ricordate di assegnare data certa al DVR. Potete fare come vi pare, ma il mio consiglio è quello di inviare dal vostro indirizzo PEC al mio indirizzo PEC un messaggio contenente in allegato il DVR firmato dal datore di lavoro»

AVV. (in tutta la sua avvocatosità): «Gli allegati di una PEC non sono opponibili ai terzi in quanto dalla ricevuta di consegna non è possibile desumere il contenuto dell’allegato. Solo il corpo della mail è “certo”».

IO: «È una sciocchezza, tecnicamente non sta né in cielo, né in terra».

DOVE STA SCRITTO?

Doverosa premessa: noto in rete che questa leggenda metropolitana è piuttosto diffusa in rete ed è propalata, in particolare, su siti avvocateschi.

Più in fondo trovate metodi alternativi a quelli “canonici” per dare data certa ai DVR, ma ora concentriamoci sulla PEC.

Innanzitutto, che in termini di “certezza della data”, in una PEC non ci sia differenza tra corpo della mail e allegato, sta scritto nel D.P.R. n. 68/2005 «Regolamento recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata», il quale all’art. 1, comma 1, lett. f) mi precisa cos’è un messaggio di PEC:

un documento informatico composto dal testo del messaggio, dai dati di certificazione e dagli eventuali documenti informatici allegati.

Sappiamo quindi per certo che, per legge, un messaggio di PEC comprende anche gli allegati, ma questo non è sufficiente a rispondere all’obiezione dell’avvocato che possiamo dividere in due sotto-obiezioni:

  1. guardando la ricevuta di consegna non possiamo dire nulla sull’effettivo avvenuto invio dell’allegato;
  2. guardando la ricevuta di consegna non possiamo sapere quale sia il contenuto dell’allegato alla PEC, né dire se esso sia stato successivamente modificato.

Da qui segue lo spiegone del perché quello che dice l’avvocato non sta né in cielo, né in terra e, comunque, potrei sollevare analoghe obiezioni di inaffidabilità su altri modi che la giurisprudenza e la norma definiscono idonei per assegnare data certa ai documenti.

La risposta alle due obiezioni deve essere rintracciata nel disciplinare tecnico che spiega come deve essere un servizio di PEC per essere considerato fatto per benino.

In sostanza ti viene spiegato che il messaggio che vuoi inviare tramite PEC (con tutti i pezzi) arriva al tuo gestore PEC che lo infila in una «busta di trasporto» (si chiama così), chiude la busta e ti invia una mail di accettazione, firmata con una chiave (sigillo). È analogo a quanto avverrebbe nel mondo materiale: scrivi un DVR, lo stampi e lo infili, con una lettera di accompagnamento, in una busta di carta gialla che poi chiudi e sigilli con ceralacca (chi non ha un anello con il proprio stemma nobiliare da usare come stampo?): la lettera di accompagnamento è il corpo della mail, il DVR rappresenta l’allegato alla mail e la busta gialla costituisce la busta di trasporto.

A quel punto, la busta chiusa e sigillata viene inoltrata al gestore PEC del destinatario (in mezzo succedono una serie di cose che non vi riferisco e che però garantiscono che il messaggio non sia stato modificato e sia completo) il quale ti invia una ricevuta di consegna, anch’essa firmata digitalmente, che può essere:

  • completa, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione ed il messaggio originale;
  • breve, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione ed un estratto del messaggio originale.
  • sintetica, caratterizzata dal contenere in allegato i dati di certificazione

La ricevuta completa risponde facilmente alla sotto-obiezione 1, poiché contiene anche l’allegato alla PEC e quindi possiamo sapere che esso è stato inviato e volendo, possiamo anche visualizzarlo. Con la breve, la stessa cosa si può fare mediante il codice hash contenuto nella ricevuta di consegna. Con la sintetica devi chiedere al tuo gestore di mandarti il documento allegato.

La sotto-obiezione 2 viene meno se si conosce  come funziona tecnicamente il sistema. Come scrivevo prima, tutte le varie ricevute sono firmate (sigillate) dai vari gestori. È la firma la garanzia che l’allegato sia quello che avevi inviato e che non sia stato successivamente modificato durante il viaggio. per questo viene usato lo standard di crittografia S/MIME.

Quindi, con certezza, ciò che mandi è quello che arriva (che poi è il fine della PEC).

Se un allegato viene modificato dal destinatario, dopo averlo scaricato, è sempre possibile controllare se esso non coincide con l’originale inviato, poiché i due file devono essere identici, informaticamente parlando.

Veniamo ai metodi alternativi per dare data certa ai DVR:

  1. Ingoiare il DVR e presentarsi al pronto soccorso accusando crampi e dolori addominali. Dopo essersi sottoposti all’operazione chirurgica, allegare al documento estratto dalla panza la radiografia e il certificato medico ai fini dell’attestazione della data;
  2. Rapire una persona, fotografarla con il DVR in mano ed inviare ad un giornale a diffusione nazionale la foto. Il giorno dopo acquistare il giornale ed allegare la prima pagina con la foto in questione al DVR;
  3. Uccidere una persona con il DVR e lasciare il documento lì sul luogo, come arma del delitto. La data di registrazione da parte dell'”ufficio depositi prove” della Polizia assegna data certa al DVR. L’unico problema è che, per consultarlo, dovrete costituirvi;
  4. Fare un figlio e, subito dopo il parto, lanciarlo nello spazio, in un’apposita navetta che viaggia a velocità nota, con una copia del DVR, quanto più possibile vicina alla velocità della luce (è importante che l’astronave vada molto veloce per aumentare i tempi di validità del metodo, così il bambino mi invecchia meno velocemente). Grazie alle leggi della relatività speciale, nota l’età del bambino, sarà possibile calcolare la data del DVR.

Ce ne sarebbero molti altri e sono sicuro che i commentatori non si faranno pregare in tale senso.

Sì, la data certa del DVR è una cagata pazzesca.

Dove sta scritto?… Nomina preposti e dirigenti

Fin dalla notte dei tempi, gli esseri umani hanno imparato a leggere le tracce, scrutare i segni, cercare impronte.
Se trovavi le ceneri di un bivacco ancora calde, voleva dire che da lì, poco tempo prima, era passato qualcuno.
Se, stampata in terra, scrutavi l’inconfondibile orma di un mallosauro, voleva dire che quella era zona di mallosauri…

(a questo punto vi starete chiedendo cosa sia un mallosauro… Brevemente, si tratta di un misterioso rettile che si nutre esclusivamente del mallo delle noci. Nessuno l’ha mai catturato o visto ma, se andate sotto un noce, potete tranquillamente rinvenire molte noci col guscio intatto e il gheriglio all’interno, private del mallo. Se l’è mangiato il mallosauro…).

Quindi tipicamente, se in azienda c’è un preposto o un dirigente, da qualche parte deve esserci il foglio di nomina che li ha generati.

DOVE STA SCRITTO?

Ecco, appunto… Da nessuna parte.

I preposti e i dirigenti sono generati e non creati dalla sostanza dell’organizzazione decisa dal datore di lavoro.

Quando questi ha deciso che Tizio e Caio dovessero assumere una posizione sovraordinata e di supremazia rispetto ad altri lavoratori, con quella decisione si sono generati dirigenti e preposti (l’uno o l’altro in ragione delle competenze ed attribuzioni conferite).

Nessun atto di nomina, nessuna delega, nessuna cerimonia di investitura o sacrificio di agnelli sull’altare…

L’atto di nomina dei dirigenti e dei preposti è come il mallosauro: ne vedi gli effetti, ma non riesci a catturarlo.

Te lo dice anche l’art. 299 del D.Lgs. n. 81/2008: ti basta anche solo millantare la tua posizione di dirigente e preposto (tipicamente: «Lei non sa chi sono io!») e dare indicazioni a qualcuno su quello che deve fare, per assumerti tutte le responsabilità conseguenti.

I cultori delle marche da bollo si rassegnino: per una volta si bada più alla sostanza che alla panza.

 

Dove sta scritto? … Part-time

Questo è uno di quei casi in cui consigli errati possono determinare ricadute onerose a livello gestionale…

DATORE DI LAVORO: ho assunto 4 persone con mansioni amministrative, contratto part-time da 16 ore/settimana ciascuna. Il mio consulente dice che non posso più svolgere direttamente l’incarico di RSPP perché prima avevo 27 lavoratori, ed ora sono diventati 31.

NdR: l’azienda opera nel settore dell’artigianato,

IO: il suo consulente si sbaglia.

DOVE STA SCRITTO?

Quasi all’inizio: art. 4, comma 2 del D.Lgs. n. 81/2008, rubricato (guarda caso) «Computo dei lavoratori» che recita:

«…i lavoratori assunti a tempo parziale ai sensi del decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 61, e successive modificazioni, si computano sulla base del numero di ore di lavoro effettivamente prestato nell’arco di un semestre».

Su un orario lavorativo di 40 h/settimanali, 4 lavoratori che operino in regime di part-time per 16 h/settimanali cadauno (ovvero 64 h/settimana in totale), “valgono” poco più di un lavoratore e mezzo… Arrotondando per eccesso a due lavoratori, arriveremmo a 29 lavoratori, numero comunque inferiore alla soglia di 30 lavoratori prevista dall’Allegato II del D.Lgs. n. 81/2008 perché il datore di lavoro possa esercitare direttamente il ruolo di RSPP.