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10 FAQ sulle mascherine

FAQ

1. Perché continui a parlarci di mascherine e respiratori?

In effetti l’argomento è meno importante di tante altre misure di prevenzione come il lavaggio delle mani e la distanza di sicurezza, ma ha scalato le classifiche dell’interesse generale e questo rischia di cambiare l’ordine delle priorità nella testa delle persone se non si comunica adeguatamente come stanno le cose.
Una “maschera” è un oggetto visibile, comprensibile, intuibile nel suo funzionamento e, pertanto, percepito come più efficace di una distanza (“chi me lo dice che il virus non viaggia più lontano di 1 m?”) o il lavaggio delle mani (“E del virus che dall’asfalto contaminato passa alle suole delle scarpe, ti entra in casa e ti aggredisce nel sonno, ne vogliamo parlare?”).
Modificare le priorità e non dare la giusta rilevanza alle cose equivale, più o meno, ad attaccarti al culo della macchina che ti precede, tanto c’hai la cintura di sicurezza e i riflessi pronti.

2. Ci sono differenze tra le mascherine chirurgiche e le maschere FFP2 o FFP3?

Molte. Le maschere chirurgiche sono dispositivi ad uso medico con la funzione di impedire a chi le porta di sputazzare addosso a qualcun altro, contagiandolo se lo sputazzatore è infetto. In subordine, queste maschere proteggono anche dalle sputazzate che ti possono arrivare da altri, ma non sono altrettanto efficaci contro l’inalazione di particelle in sospensione (vedi anche FAQ 9) perché “calzano larghe” e, dunque, non garantiscono una buona tenuta dei bordi dall’ingresso di contaminanti verso l’interno.
Le maschere FFP2 o FFP3 (la loro denominazione corretta è “respiratori a filtro”) sono invece Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) e isolano le vie respiratorie del portatore dai contaminanti (polveri, aerosol, sputazzi) presenti nell’aria. Si distinguono per la loro efficienza filtrante e anche (direi, soprattutto) per la perdita di tenuta verso l’interno (ovvero l’ipotesi che il contaminante passi comunque, in qualche modo, vedi anche FAQ 6).

3. Ma è vero che i respiratori non riescono a fermare i virus perché sono troppo piccoli rispetto alle “maglie” del filtro?

Non è vero. Le particelle più piccole di 0,3 μm, come i virus, esibiscono un moto cosiddetto “browniano” (Einstein lo spiegò in modo abbastanza semplice, con lo zucchero, dimostrando indirettamente che gli atomi esistevano veramente. Ma lui era Einstein e faceva cose). In sostanza, sono talmente piccole che sbattono a qualunque cosa, comprese le molecole di gas contenute nell’aria, e il loro moto non segue una direzione prevedibile. Pertanto è altamente probabile che finiranno per impattare contro una fibra del filtro e rimanere lì. Gli studi condotti mostrano che essi potrebbero filtrare particelle fino a 0,007 μm (molto più piccole di un virus).

4. Quante volte posso riutilizzare la maschera e quanto dura la sua efficacia?

Maschere chirurgiche e respiratori sono da intendersi monouso. In condizioni ordinarie, la loro efficacia è garantita per tutto il tempo per cui sono indossate, ma nella pratica bisognerebbe sostituirle se, per gli effetti della respirazione o del parlare si inumidiscono. Inoltre non vanno mai rimosse dal viso. Altrimenti bisogna sostituirle.

5. Ok, sono monouso. In teoria… Ma non mi dirai che non c’è modo di farle “rinvenire” come le lenticchie?

Ecco. Questo è un esempio del perché trovo preoccupante che l’attenzione si concentri sulle mascherine. Contrariamente alla comune percezione, dietro questi, apparentemente semplici, mezzi di protezione c’è un mondo complesso, fatto di prove, test e certificazioni. Quando le condizioni al contorno non possono essere rispettate, il risultato non è più garantito.
Una delle condizioni è che le maschere e i respiratori sono monouso. Dopo il loro primo impiego, devono intendersi contaminate e pertanto non riutilizzabili. È vero, esistono anche respiratori con filtri riutilizzabili ma le considerazioni non cambiano, specie per la popolazione non professionale. Il rischio è quello di contaminarsi indossando un respiratore o una maschera contaminati.
Ciò detto, sono stati fatti degli studi per capire se si possono riutilizzare i respiratori e per trovare dei metodi per decontaminarli, proprio per circostanze come quelle attuali, nelle quali non c’è disponibilità di presidi e c’è un’emergenza in corso.
Con riferimento ai soli respiratori (e non alle mascherine chirurgiche) sono stati testati vari metodi: autoclavaggio, calore secco a 160°C, disinfezione con alcol isopropilico al 70%, acqua e sapone per 20 minuti, ossido di etilene, nebulizzazione con perossido di idrogeno, microonde, luce ultravioletta.
Quella che ha portato ai risultati migliori senza produrre un considerevole degrado del respiratore è stata la luce ultravioletta.

6. C’è altro che devo sapere?

Un sacco di cose. Una delle più importanti è che l’efficacia del respiratore dipende dalla sua adattabilità al viso, ovvero dell’aderenza dello stesso alla faccia. Barba, baffi, basette ne riducono l’efficacia. Ma soprattutto deve essere indossato correttamente e non deve essere spostato (o spostarsi accidentalmente). Tutto questo influisce sul reale valore della perdita di tenuta verso l’interno dichiarato del respiratore che è, nella pratica, ben più basso di quello teorico.
È altresì prevista l’esecuzione di una “prova di tenuta” per verificare che siano state indossate bene. È per questo che negli ambienti di lavoro è previsto l’addestramento per l’uso di questi DPI. I produttori forniscono queste indicazioni nelle istruzioni allegate alla confezione del respiratore.
Altre limitazioni potrebbero derivare da pregresse condizioni di salute compromessa che  potrebbero rendere la persona non idonea ad indossare il DPI.
E lavati sempre le mani dopo averla tolta, non toccando nient’altro prima di essertele lavate.
Inoltre, ricorda molto bene che, se quella respiratoria è la più comune via di infezione, non è l’unica. È necessario anche proteggere gli occhi, indossando occhiali di protezione.

7. Quindi mi stai dicendo che le mascherine non servono?

NO. Assolutamente no! Mascherine e respiratori sono importanti, purché accompagnate da un uso consapevole dei loro limiti e soprattutto se impiegate nel corretto ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

Detto questo, ricorda: un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche.

8. Ricominciamo daccapo… Ma allora, quando devo indossare le maschere/respiratori?

Il grosso della risposta dipende da chi sei e che ci devi fare.
Per le persone comuni l’OMS continua a consigliarne l’uso se:

  1. si è infetti, per evitare di trasmettere l’infezione;
  2. se si deve prestare assistenza a persone contagiate o presunte tali.

Le disposizioni del Governo aggiungono, a questi, i casi in cui non è possibile mantenere la distanza di sicurezza di 1 m.

9. Ma se le mascherine non proteggono quanto i respiratori, è inutile indossarle se voglio proteggermi?

Con tutte le dovute cautele del caso e in considerazione che ci si trova in una condizione di emergenza e di indisponibilità di DPI, c’è da dire che gli studi condotti su personale infermieristico e il virus dell’influenza non hanno dimostrato una significativa differenza di efficacia tra i due presidi.
Questo ovviamente vale in circostanze ordinarie, quale può essere la semplice vicinanza ad un soggetto contagiato o presunto tale. Non è il caso di operazioni ad elevato rischio di aerosolizzazione (intubazione di un paziente, broncoscopia, ecc.).
Insomma, per le persone comuni che fanno cose comuni e la usano bene, la mascherina chirurgica potrebbe rappresentare un presidio altrettanto valido che non i respiratori FFP2 o FFP3.
Ad ogni modo, anche se siamo tutti brutte persone e pensiamo principalmente a noi stessi, deve passare il fondamentale concetto che mascherine/respiratori sono più importanti nel prevenire il diffondersi del contagio che nel proteggere chi le indossa.

10. L’ho usata. Non ho un inceneritore in casa. Che ci faccio?

Mettila in un sacchetto di plastica (senza toccare niente) e chiudi il sacchetto.
Lavati le mani.

Se cerchi altre letture sull’argomento:

 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post presumibilmente, anche tu, come il virus, esibisci un moto browniano saltellando tra siti che spiegano come sanificare le suole delle scarpe camminando in una pozza di acido per batterie e altri che mostrano come esista una evidente correlazione tra la fine della saga di Star Wars e l’inizio della pandemia .
Ora sei intrappolato tra le maglie di questo blog e non riuscirai a liberarti, quindi smettila di opporre resistenza e accetta l’idea di passare insieme questo periodo di quarantena.
Quindi, guarda in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando usciranno le nuove puntate della mia serie “Stranger virus”.

 

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Quanto dura un respiratore a filtro?

Hudhayfa al-Shahad tries an improvised gas mask in IdlibPer i non addetti ai lavori: i respiratori sono i dispositivi di protezione individuali che impediscono di respirare aria contaminata da gas, polveri, aerosol, compreso dunque, il droplet che può contenere il nuovo coronavirus.

In questo post tratterò solo il caso di quest’ultimo e non scenderò in tecnicismi, né mi dilungherò, al fine di garantire la massima comprensione del concetto, rivolgendomi esclusivamente al personale non sanitario.
Inoltre, non tratterò il caso delle mascherine ad uso medico per le quali, le considerazioni che seguono sono da intendersi come peggiorative.

L’efficienza di un respiratore a filtro FFP2 o FFP3 è garantita per tempi lunghissimi nel caso di esposizione a rischio biologico, anche per molte settimane di utilizzo e riutilizzo (ovviamente è stato simulato in laboratorio), ma ai fini pratici essi devono essere considerati

MONOUSO

Il riutilizzo di un respiratore contaminato espone la persona che lo indossa al rischio di contagio attraverso il contatto con le mani e successiva trasmissione attraverso le mucose (questo è vero anche per i respiratori concepiti come riutilizzabili).
Inutile discutere della probabilità che il DPI sia contaminato, perché altrimenti dovreste prima chiedervi che lo indossate a fare.
Ovviamente ci sarebbero anche rischi di natura igienica, ma diciamo che ve ne frega poco (ne accenno comunque nel post scriptum in fondo).

In sintesi, queste sono le misure da adottare in ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

I respiratori (e le mascherine) sono una gran cosa, ma sono meno importanti delle misure di protezione collettiva.

Per inciso, se i respiratori (o mascherine) fossero pienamente disponibili e tutti li indossassero, costituirebbero di per sé una misura di protezione collettiva contro il contagio. Ma oggi non è così.

Altri articoli sull’argomento:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post probabilmente anche tu ti sarai chiesto dove trovino le mascherine tutte le genti che circolano per strada.
Da nessuna parte. Riutilizzano sempre la stessa.
È stato stimato che ogni utilizzo ulteriore di quelle mascherine è equivalente a leccare le fughe delle mattonelle di un bagno pubblico nel quale un avventore aveva aerografato con la propria urina la scritta: «Benvenuto nella COVID-19».
Se quindi non vuoi sentirti l’unico cretino che sembra non aver trovato una mascherina e non vuoi cedere all’idea di costruirtene una in casa  con i pannolini di tuo figlio, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Fidati, c’è gente messa peggio.
Adesso guarda appena sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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Virus e maschere fatte in casa. Ma davvero?

mascheraSì, davvero. Nel senso che già in passato qualcuno si era posto il problema di come affrontare un’eventuale epidemia, nel caso le maschere avessero cominciato a scarseggiare.

Ma questo “qualcuno” non è lumachina69 o chiunque pubblichi video in rete su come costruire mascherine con carta da forno, preservativi usati o impacchi di Simmenthal. Senza nulla togliere all’autorevolezza di polpetta75, quello che fa la differenza è che i dati che riporto sono corroborati dalla ricerca scientifica.

Nella fattispecie, richiamo brevemente gli esiti di una ricerca pubblicata su «Disaster Medicine and Public Health Preparedness», una rivista con un Impact Factor pari a 1,031.

Nello studio è stata testata l’efficienza filtrante di vari materiali a due microorganismi, di cui uno (il batteriofago MS2) ha dimensioni minori del virus dell’influenza (siamo nell’ordine dei nanometri). Come materiale di controllo è stato impiegato il filtro di una maschera chirurgica EN 14863 classe I).

Questi i risultati dell’efficienza filtrante media dei materiali, riportati in ordine decrescente:

  • Maschera chirurgica: 89,52%
  • Sacchetto per aspirapolvere (già…): 85,95%
  • Strofinaccio (eh…): 72,46%
  • Misto cotone: 70,24%
  • Federa antimicrobica: 68,90%
  • Lino: 61,67%
  • Federa: 57,13%
  • Seta (buona anche per ricevimenti, la sera): 54,32%
  • Maglietta 100% cotone: 50,85%
  • Sciarpa: 48,87%

Sembrerebbe che costruendoti una mascherina con un sacchetto per l’aspirapolvere (no, non dovete mettervelo in testa facendo i buchi per gli occhi), si ottengano effetti comparabili alla mascherina chirurgica. Non è così. La caduta di pressione che si genera dalla respirazione rende questo materiale non adatto per la costruzione di maschere e questo riguarda anche lo strofinaccio.

E le cose diventano ancora più precarie quando, anziché testare il materiale con un macchinario, si costruisce artigianalmente la mascherina e si fanno i test di adattamento nel mondo reale. In questo caso i risultati dello studio mostrano, un fattore di protezione mediano per le maschere fatte in casa che è meno della metà di quello delle maschere chirurgiche (nonostante le persone fossero state informate sulla modalità corretta di indossamento).

Buone notizie, invece, per quanto riguarda la capacità delle maschere fatte in casa di arrestare i microorganismi espulsi tossendo.  Il test eseguito mostra risultati apprezzabili. Questo significa che le maschere homemade possono rappresentare una barriera per evitare di contagiare altri, non per proteggere sé stessi.

E adesso che ci siamo tolti il pensiero, diciamo le cose come stanno (ne avevo già parlato qua). Quanto sopra detto riguarda le maschere chirurgiche, ovvero roba che appartiene alla categoria “Dispositivo medico” e che ha la funzione di proteggere non sé stessi, ma gli altri, dal proprio sputazzo.
Altra cosa sono i respiratori, cioè i facciali filtranti FFP2 e FFP3 (roba che appartiene alla categoria DPI) che hanno la funzione di proteggere chi le indossa dagli sputazzi degli altri.

Alcuni punti fermi (FERMI, non pareri, pur autorevoli, di fagottino73):

  1. non ci sono evidenze scientifiche che i respiratori proteggano più della maschera chirurgica da infezioni virali. Gli studi condotti su personale sanitario non hanno mostrato differenze rilevanti tra l’una e l’altra (Fonti: qui e qui);
  2. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute indicano la necessità di utilizzo delle maschere in uno di questi due casi:
    • Sei tu ad avere contratto il virus;
    • Stai prestando cure a un paziente infetto.

Ma allora perché tutti vogliono queste maschere? Essenzialmente perché sono convinti che tanto male non fa e poi perché rappresentano una soluzione semplice. Le cose non stanno proprio così:

  • un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche;
  • Gli incidenti stradali sono il risultato di comportamenti scorretti alla guida, assai più che non della carenza di dispositivi di sicurezza nell’auto. Allo stesso modo, la protezione tecnologica con l’uso di maschere o respiratori è secondaria rispetto alla protezione, per sé e per gli altri, offerta dalle seguenti misure:
    • LAVARSI LE MANI
    • Incrementare la distanza sociale: almeno 1 m (a Catanzaro abbiamo un proverbio: «A ‘nu parmu do’ u culu meu, futta cu voi», che più o meno significa  «A un palmo dal mio ano, sei libero di avere rapporti sessuali con chi ti pare»)
    • Starsene a casa

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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Titanic e COVID-19

L’altro giorno ero a pranzo con un responsabile dell’Istituto Superiore di Sanità e, ovviamente, si discuteva della gestione dell’epidemia e di come far capire alle persone la complessità della situazione e la necessità di non limitare la propria attenzione al numero dei morti.

E lui diceva: «Che poi, se confrontiamo il nostro numero dei morti con quello della Cina, vediamo che la percentuale totale è maggiore. Ma se guardiamo i morti per fasce di età, stiamo sotto».

Ovviamente aveva ragione. Se guardiamo il tasso di letalità totale del COVID-19, i cinesi contagiati hanno meno probabilità di morire degli italiani (2,3% loro, 3,5% noi).
Ma se guardiamo il tasso di sopravvivenza diviso per fasce di età, gli italiani di ciascuna fascia di età hanno più probabilità di sopravvivere dei corrispettivi contagiati cinesi.
Anche i più anziani (> 80 anni) hanno un tasso di sopravvivenza maggiore dei loro coetanei cinesi.

WTF!! Come diavolo è possibile una cosa del genere?
A volte succede e la mancata interpretazione corretta del dato può dare origine a distorsioni rilevanti nella comprensione del fenomeno.

Vediamo un caso analogo per capirne di più.

A seguito dell’affondamento del Titanic, ci furono numerose polemiche circa il trattamento subito dai passeggeri di terza classe (quella che costava “dolore e spavento”) rispetto a quelli della prima e seconda classe, ai quali sarebbe stata data la precedenza sulle scialuppe di salvataggio.
Ma c’è chi se l’è passata peggio. Qui i dati (e interessanti considerazioni).

Su 706 passeggeri di terza classe (compresi i bambini) se ne salvò il 25,21%, mentre tra i membri di equipaggio, si salvò il 23,35% dei 908 componenti. Anche togliendo i bambini, il tasso di sopravvivenza dei passeggeri di terza classe è pari al 24, 1%, comunque superiore a quello dell’equipaggio.

Adesso analizziamo i dati dividendoli per uomini e donne:

Tassi di sopravvivenza

A differenza di prima, considerando le due popolazioni divise per sesso, maschi e femmine dell’equipaggio avevano maggiori probabilità di sopravvivere rispetto ai maschi e femmine di terza classe.

‘Sta cosa strana è nota come paradosso di Simpson e si può generare quando si generano sproporzioni elevate nel confronto tra popolazioni.

Ora, del Titanic ce ne sbatte il giusto, mentre al momento abbiamo una faccenda urgente da affrontare con la COVID-19.
Ma quindi stiamo messi peggio noi o i cinesi? Qual è il dato più importante da guardare dell’istogramma del Ministero?

Dipende.
Io ho 46 anni (portati come una cangura porta un cangurino nel proprio marsupio)… A me interessa sapere che il tasso di letalità per quelli della mia età è del 0,5% e se fossi un cinese avrei più del doppio delle probabilità di restarci.

Ma se mi interessa sapere come stiamo messi sulla popolazione generale, guardo il dato complessivo… E non è rassicurante (ma si dovrebbero anche aggiungere molte altre cose che mitigano notevolmente il rischio).

Quello che si deve evitare è pensare che, siccome sei italiano, hai 3,5 probabilità su 100 di morire. Vero in media, falso in pratica, dato che noi non siamo qualunquemente italiani, ma apparteniamo ad una certa fascia di età e questa impatta più sul singolo che non la sua nazionalità.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse vuoi saperne di più su cosa ti aspetta nel prossimo futuro: cosa accadrà quando finirà la Nutella nei supermercati? Gli Australiani fanno scorte di carta igienica: rischiamo di morire tutti di diarrea? Cosa sanno loro che noi ignoriamo?
Se vuoi avere risposte a tutte le domande che non ti sei mai fatto su argomenti di cui non te ne frega nulla, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Sono immune al SARS-COV-2 come gli scarafaggi e i tardigradi, ma non posso darti i miei anticorpi: il mio sistema immunitario è incompatibile con quello di voi umani.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: dove sta scritto?, valutazione dei rischi

Dove sta scritto?… Coronavirus e aggiornamento del DVR

BiohazardUna nuova epidemia si aggira per il nostro Paese, ribattezzata dagli esperti COVIDVR-19, dove:
– “CO” sta per corona,
– “VI” sta per virus,
– “DVR” sta per documento di valutazione dei rischi.

Non se ne sa molto ma, a quanto pare, la diffusione della malattia produce un aggiornamento generalizzato di tutti i documenti di valutazione dei rischi, ansia da prestazione nel RSPP, secchezza delle fauci in caso di contatto con UPG.
Ovviamente, a causa del rischio di esposizione al nuovo coronavirus.

Scene di panico ovunque: coordinatori che sospendono i lavori in cantiere se le imprese non aggiornano il POS; carrozzerie che inseriscono in procedura il tampone sui cruscotti…
Numerosi gli appelli degli scienziati per evitare l’allarmismo e produzione di carta inutile: «Il DVR deve essere aggiornato solo in alcuni casi».

DOVE STA SCRITTO?

Il caso vuole che il D.Lgs. 81/2008 abbia un capitolo espressamente dedicato al rischio biologico, il Titolo X il quale, all’art. 271, definisce le norme per la valutazione del rischio.

Mettiamo per un attimo da parte coloro i quali – es. ricercatori – stanno deliberatamente mettendo le mani sul nuovo virus SARS-CoV-2: è evidente che per costoro la valutazione del rischio ed il suo aggiornamento sono ampiamente dovuti.
Restano tutti gli altri, la stragrande maggioranza delle aziende, ovvero quelle che pur non avendo la deliberata intenzione di operare col coronavirus, possono essere esposte al rischio di contagio.

A questi, l’art. 271 ha dedicato il comma 4 che recita:

Nelle attività, quali quelle riportate a titolo esemplificativo nell’Allegato XLIV, che, pur non comportando la deliberata intenzione di operare con agenti biologici, possono implicare il rischio di esposizioni dei lavoratori agli stessi, il datore di lavoro può prescindere dall’applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 273, 274, commi 1 e 2, 275, comma 3, e 279, qualora i risultati della valutazione dimostrano che l’attuazione di tali misure non è necessaria.

Cominciamo dall’Allegato XLIV. Questo contiene un elenco non esaustivo di attività per le quali, pur non essendoci la manipolazione diretta di agenti biologici, esiste un rischio di esposizione agli stessi. In questo elenco troviamo: industrie alimentari, servizi funebri, servizi sanitari, smaltimento e raccolta rifiuti, ecc.

Si tratta, nel complesso di attività, per le quali il rischio biologico non è quello tipico della popolazione non lavorativa, poiché nello svolgimento delle ordinarie attività è intrinsecamente possibile il contatto con agenti biologici di varia natura. Queste sono tenute ex lege alla valutazione del rischio biologico ed al suo aggiornamento, in quanto l’esposizione dei lavoratori e, specificatamente, la probabilità di contrarre un’infezione, è maggiore proprio a causa dell’attività lavorativa. Si tratta perciò di un rischio professionale.

Poi ci sono ancora “altri”…

E già, perché se non ci fossero “ancora altri” sarebbe stato inutile per il legislatore specificare l’elenco esemplificativo dell’Allegato XLIV. Sarebbe bastato scrivere: «Nelle attività, che, pur non comportando la deliberata… ecc., ecc.». Al contrario, con questo elenco – pur esemplificativo – si è espressamente voluto escludere tutte quelle attività per il quale il rischio biologico non è un rischio professionale, ovvero è un rischio del tutto comparabile a quello della popolazione non lavorativa. Ne sono un esempio imprese edili, carrozzieri, carpenterie metalliche, uffici non aperti al pubblico, ecc.

Per queste la valutazione del rischio biologico sarebbe equiparabile alla valutazione del rischio chimico a causa dell’inquinamento atmosferico.
Un muratore non ha un maggior rischio biologico di ammalarsi della COVID-19 perché va in cantiere di quanto ce l’abbia andando a fare la spesa.

Quindi un falegname non deve fare niente? Non proprio.
Non confondiamo le cose: la valutazione del rischio e la redazione del DVR sono obblighi specifici il cui adempimento segue determinate regole imposte dalla legge. Per esempio, il DVR va aggiornato entro 30 giorni e la valutazione del rischio biologico, ove necessaria, deve essere condotta secondo le regole dell’art. 271 del D.Lgs. n. 81/2008. Questo obbligo scatta se l’azienda svolge un’attività rientrante nel campo di applicazione del Titolo X.

Dopodiché ci sono altri obblighi generali e specifici. L’art. 2087 c.c., infatti, afferma che il datore di lavoro è, sempre e comunque, garante dell’integrità psicofisica dei lavoratori. Inoltre, ci sono gli obblighi di informazione di cui all’art. 18, comma 1, lett. i) che si concretizzano nell’adozione delle cautele previste, se non imposte, dalla pubblica autorità e dal Ministero della salute (per esempio queste) ed il dovere di mantenersi aggiornati sulla loro evoluzione.

Ulteriori informazioni su questo blog:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse eri indeciso se aggiornare il DVR.
Se si trattava di un idraulico, sei vittima della psicosi collettiva.
Questo blog organizza terapie di gruppo per aiutare tutti coloro i quali non vogliono cedere a qualunque fesseria circola sui social o tra i media.
Se vuoi sapere quando ci sarà la prossima seduta, guarda in alto. La foto che vedi sono io. Non mi chiedere di aggiornarti comunque e a tutti i costi il DVR per l’idraulico.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

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Virus e mascherine

Peppazombie

Questo post ha valenza generale pertanto, anziché vincere facile parlando del coronavirus, la star del momento, mi porto avanti, trattando il caso del virus responsabile della diffusione dell’epidemia di zombie che nel prossimo futuro potrebbe cancellare il mondo come noi lo conosciamo (l’immagine di copertina serve a sensibilizzare anche mio figlio di 3 anni all’argomento, grandemente sottovalutato).

Anche se, in effetti, molte sono le similitudini tra i due virus.
Per esempio, tutti sanno che il morso di uno zombie ha una probabilità del 100% di trasmettere il virus. Quello che non tutti sanno è che comunque l’infezione si trasmette tramite i fluidi in genere.
Ora, mentre gli zombie non tendono a stuprare gli umani (quindi non dovete preoccuparvi della trasmissione per via sessuale, a meno che non siate voi a stuprare lo zombie…. c’è a chi piace…), il problema è che il virus può diffondersi con tosse e starnuti.
E gli zombie mi sono cagionevoli di salute e, anche se nei film non lo mostrano mai, starnutiscono e tossiscono, trasmettendo il virus per via aerea in un raggio di due metri.
Esattamente come il coronavirus.

Indossare una maschera di protezione può sembrare una buona idea per difendersi dal virus e, infatti, pare stiano andando a ruba.
Ci sono due tipi di mascherine potenzialmente utili allo scopo: quelle chirurgiche e i facciali filtranti antipolvere.

La mascherina chirurgica ha la funzione principale di proteggere chi ci circonda. Per esempio, evita che un chirurgo – mentre esegue un’operazione a cuore aperto – sputi o starnutisca nel torace del paziente. Ma non tutela efficacemente chi la porta dal rischio di infezioni, anche perché non aderisce perfettamente al viso.

I facciali filtranti antipolvere sono invece pensati per tutelare chi li indossa dal respirare polveri ma vanno bene anche per aerosol, quindi anche lo spray di sputazza che produci quando starnutisci.
Ne esistono di tre classi, in ordine crescente di protezione (rif. UNI EN 149:2009): FFP1, FFP2 e FFP3.
Per dire, la FFP3 è certificata per un’efficienza filtrante del 99%. Sembra tanto (e lo è), ma significa comunque che almeno 1 roba su 100 passa.
Poi ci sono tutte le altre “inefficienze” che si sommano se non la si indossa correttamente.

Considerate che la prova di tenuta, secondo la norma UNI EN 149, prevede che il soggetto non abbia barba e basette, prima di indossare la maschera legga le istruzioni del fabbricante e scelga un facciale della misura corretta. Inoltre un tizio dovrà spiegargli come la si indossa correttamente e verificare successivamente il corretto adattamento al viso del soggetto della maschera indossata.
Diciamo che ci sono buone possibilità che, la persona media, non riesca a farlo e quindi la tenuta reale della maschera sia inferiore.

Inoltre gli studi condotti nel mondo reale non dimostrano che i facciali filtranti antipolvere siano più efficaci a proteggerti rispetto a quelle chirurgiche (Fonti: qui e qui). Lo sono solo in teoria, ma non ci sono prove che lo siano in pratica e, al contrario, si potrebbe ingenerare nella persona che le indossa un senso di falsa protezione che può aumentare il rischio di esposizione.

Ma c’è di più e questo riguarda entrambe le maschere.

  1. Non devi mai togliertele. Mai. Neanche per il tempo necessario per fare una telefonata. O se Charlize Theron (Brad Pitt come alternativa) vuole pomiciare con te. O per scaccolarti. Mai.
  2. Sono sempre da considerarsi monouso, perché non puoi sapere se siano state contaminate. E costicchiano (almeno quelle antipolvere).

E poi, mica ci sono solo naso e bocca… Gli occhi per esempio? Il virus può entrare anche da lì. In parole povere, indossare una mascherina può essere utile per ridurre la probabilità che siate voi ad infettare altre persone, ma non è la cosa principale da fare per proteggersi.

Infatti, al netto della trasmissione per morsicatura nel caso degli zombie e finché non trovano un vaccino, la principale forma di prevenzione contro il contagio da parte del virus (e vale anche per il coronavirus, l’influenza, ecc.) è sempre la stessa:

DOVETE LAVARVI LE MANI.
AVEVO GIÀ SPIEGATO QUI PERCHÉ E COME SI FA.

Un’altra cosa che accomuna il virus responsabile della zombiezzazione e il coronavirus è che, di entrambi non è ancora noto con certezza il tasso netto di riproduzione R0.
Eh?
Si tratta di un indice che ci dice quante persone non infette è potenzialmente in grado di contagiare una persona infetta. Un virus con R0=3, per esempio, significa che una persona infetta può contagiare 3 persone nel suo periodo di infettività. Che a loro volta ne contageranno altre 3 a testa e via dicendo, con una crescita esponenziale.
Per dire, il morbillo ha un R0 compreso tra 12 e 18, l’HIV ha R0=2-5, l’ebola ha R0=1,5-2,5.

Sia del coronavirus che del C@2z0! (la sigla che gli scienziati hanno scelto per identificare il virus degli zombie) invece non si sa bene.
Il coronavirus è dato (attualmente) con un R0=2,2-3,5 (*), mentre il virus degli zombie ha un R0 potenzialmente infinito, dato che allo stato attuale delle conoscenze la persona rimane permanentemente infetta e non muore per effetto del virus, ma rimane zombiezzata.

Ora, soprattutto a quelli che sottovalutano il rischio zombie (ma il discorso vale anche per il coronavirus) voglio dire che il problema è che, per riuscire a stimare decentemente R0, la malattia deve essere sufficientemente diffusa. Ma le misure di contenimento che sono state prese tendono proprio a impedire che ciò accada, inficiando la stima (il governo ci tiene all’oscuro del numero di zombie attualmente rilevati e li ha segregati in una base militare sotterranea di cui nessuno conosce l’ubicazione).

E ragionamenti analoghi si possono fare per il tasso di letalità e il tasso di mortalità facendole potenzialmente diventare delle profezie che si autoannullano: se si parla molto di una malattia, le persone tenderanno, per esempio, ad andare in ospedale ai primi sintomi. In questo modo si riduce la diffusione della malattia facendola sembrare meno “contagiosa” di quanto lo sia intrinsecamente e/o si riduce il tasso di mortalità.
Questo è uno dei motivi per cui molte persone hanno la percezione che le ultime epidemie (SARS, A H1N1) di cui si parlava tanto, siano state sopravvalutate.
Quindi, occhio quando sentite dire che un virus è meno letale dell’influenza, abbassando così la percezione del rischio: se non sono disponibili dati a sufficienza, non è detto che lo sia intrinsecamente, potrebbe esserlo solo nelle condizioni di controllo attuali e al netto di sue future mutazioni. Ma non bisogna nemmeno impanicarsi.

(*) Fonte 1, Fonte 2, Fonte 3


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post anche tu sei preoccupato dell’approssimarsi dell’epidemia zombie.
Fare scorta di cibo, acqua, armi potrebbe non essere sufficiente. Dobbiamo organizzare i superstiti.
Per far questo guarda in alto. La foto che vedi sono io. Non ho barba e basette per consentire il corretto adattamento delle mascherine. E non sono calvo.
Ad ogni modo, smettila di guardarmi come se fossi il tuo salvatore. Quando gli zombie attaccheranno, ricorda: sei solo.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e per tenerci in contatto allo scoppio dell’epidemia.

Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. versione Divina Scuola di Hokuto

WewillbefreeCi eravamo lasciati nel 2019 con la pubblicazione della versione contronatura di ANA.R.CHIM. e riprendiamo proprio da lì, adesso, che siamo nel 2020 e, per poco, un olocausto nucleare non ci riportava ai livelli di civiltà di vari millenni fa.

In questi giorni mi sono passate davanti tutte le puntate di Ken il Guerriero e ho capito che non avrei potuto lasciare ai pochi superstiti una versione di ANA.R.CHIM. che non fosse conforme agli standard  della Scuola di Hokuto.

Anche grazie alle segnalazioni di alcuni utenti, avevo infatti scoperto che selezionando simultaneamente le celle H1087 e BM980 di una delle schede del foglio di calcolo e premendo shift, si sarebbe attivato il punto di pressione Jagger che permette di controllare la volontà di una persona facendole eseguire un compito. Se questo non viene eseguito, la testa esplode.
Questo comando è espressamente vietato dalla norma tecnica TOKI 696969 della Divina Scuola.

Nella nuova versione, scaricabile da QUI, il bug è stato corretto. Kenshiro approva!
Inoltre, le altre principali novità di questa versione sono:

  1. Nella scheda “Inventario” è possibile direttamente inserire alcune indicazioni di pericolo con la relativa categoria come richiesto da Movarisch. Ora si possono inserire fino a 10 indicazioni di pericolo con categoria;
  2. Nella scheda “Inventario” è stato corretto un bug che impediva di selezionare i prodotti di processo;
  3. Nella scheda “Val-Ina” è stato corretto un coefficiente che sovrastimava il rischio quando si selezionava lo stato fisico “pastoso”;
  4. Nella scheda “Val-Inc” è stato corretto un bug che non consentiva di selezionare la presenza di acqua in presenza di alcune indicazioni di pericolo;
  5. Nella scheda “Val-Amb” è stato corretto un bug che non consentiva di selezionare la presenza di acqua o acidi in presenza di alcune indicazioni di pericolo;
  6. Nella scheda “Movarisch” corretto un bug che assegnava un indice di rischio errato in caso fosse stato selezionato “Nessun contatto” cutaneo;
  7. Rimosse le schede “Val-Canc” e “Bilan-Canc”;
  8. Aggiunte alcune note esplicative;
  9. Migliorati alcuni aspetti di mera funzionalità.

Se vedete qualcosa che non va, fatemelo sapere. Vediamo che si può fare.

Chi non conoscesse ANA.R.CHIM., può scoprire di cosa si tratta in questo post.
Ah, è gratis 🙂

NOTE
[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.
[2] Per usare Movarisch è necessario preventivamente inserire i dati nelle schede Inventario e Val-Ina.
[3] Le metodologie ANA.R.CHIM. e Movarisch non sono perfettamente sovrapponibili. Non tutte le indicazioni di pericolo Hxxx sono contemplate in Movarisch. Pertanto, se dopo aver compilato tutti i dati, la casella Rcum in Movarisch rimane vuota, non è un errore. Evidentemente quella sostanza pericolosa non è valutabile in Movarisch
[4] Nella scheda Bilan-Sal trovate la sintesi, organizzata in modo gerarchico dei punteggi di ANA.R.CHIM. e Movarisch 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Nel corpo umano sono distribuiti centinaia di Punti Nascosti dei Meridiani (経絡秘孔 Keiraku Hikō), noti anche come Hikō, Tsubo o “punti di pressione”: colpirli senza conoscere le tecniche di Hokuto, cioè con forza insufficiente o ignorando i risultati del colpo porta immancabilmente a violente ripercussioni, in molti casi letali.
Questo blog usa i punti di pressione e il D.Lgs. n. 81/2008 solo a scopi terapeutici.
Se vuoi unirti anche tu alla Divina Scuola di Hokuto, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi stamparla e mostrarla nel caso in cui venissi aggredito da qualche successore della Scuola di Nanto, ma non funziona contro il colpo detto Pugno dell’Uccello d’Acqua che costringe chiunque lo subisca a mettere la data certa sul POS.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. Nuova versione contronatura

WewillbefreeCosa succede se metti insieme vino e limone? Oppure se fai accoppiare un rinoceronte maschio con un chihuahua? In genere nulla di buono (soprattutto per la chihuahua). Ci sono abbinamenti che sono contro natura. Punto e basta.

Proprio per questo pensavo che se avessi messo insieme ANA.R.CHIM. e Movarisch in un unico foglio di calcolo, esso si sarebbe annichilito con grande rilascio di energia, aprendo un portale che avrebbe messo in comunicazione il nostro mondo con quello della Conferenza Stato-Regioni, avverando la profezia:

Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli (Apocalisse 12,9).

Prudentemente, mi sono rifugiato in una piega del tessuto temporale e, lo scorso 31 novembre, ho fatto tutte le prove necessarie. Se qualcosa fosse andato storto, l’universo avrebbe continuato ad esistere.
Dopo vari tentativi e la distruzione di alcuni universi paralleli, sono infine riuscito a rendere stabile il tool.

Potete scaricarlo da QUIÈ un foglio di calcolo di Excel (vedi nota [1]).

Le principali novità di questa versione sono:

  1. Integrazione con Movarisch (vedi nota [2], [3], [4])
  2. Inserimento di nuove indicazioni di pericolo in ANA.R.CHIM. (da H228 a H231)
  3. È stata inserita anche in alto la sintesi delle valutazioni

Se vedete qualcosa che non va, fatemelo sapere. Vediamo che si può fare.

Chi non conoscesse ANA.R.CHIM., può scoprire di cosa si tratta in questo post.
Ah, è gratis 🙂

Edit: la versione attualmente scaricabile è quella del 14 gennaio 2020. Se siete in possesso di una versione precedente, fate un nuovo download.

NOTE
[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.
[2] Per usare Movarisch è necessario preventivamente inserire i dati nelle schede Inventario e Val-Ina.
[3] Le metodologie ANA.R.CHIM. e Movarisch non sono perfettamente sovrapponibili. Non tutte le indicazioni di pericolo Hxxx sono contemplate in Movarisch. Pertanto, se dopo aver compilato tutti i dati, la casella Rcum in Movarisch rimane vuota, non è un errore. Evidentemente quella sostanza pericolosa non è valutabile in Movarisch
[4] Nella scheda Bilan-Sal trovate la sintesi, organizzata in modo gerarchico dei punteggi di ANA.R.CHIM. e Movarisch 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, forse anche tu lotti contro le forze oscure.
Questo blog contribuisce alla lotta contro vampiri, zombie e membri della Conferenza Stato-Regioni.
Se vuoi unirti a noi, guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Puoi stamparla e usarla, in caso di pericolo, per difenderti dalle creature della notte. Ma non basta per vincere la lotta contro il male.
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Pubblicato in: cultura della sicurezza

Manuale Sicurezza sul Lavoro 2019: non tutti sanno che…

Sicurezza_sul_lavoro_2019_20287.ashxA volte la vita ci riserva sorprese.

Una volta ho acquistato un coltellino multiuso e, solo dopo qualche anno, ho scoperto che, nascosto in un’ansa sottile, esso celava anche un cacciavite.

Grazie a quel cacciavite ho vinto il premio Mc Gyver per essere riuscito a montare uno scaffale Ikea senza che avanzassero pezzi e lasciarci le dita.

Ora, tanti di voi hanno acquistato il Manuale Sicurezza sul Lavoro 2019 e mi hanno scritto:

«Caro Andrea, grazie al Manuale Sicurezza ho ritrovato la gioia di vivere e il segreto per fare la carne alla genovese. Ma per essere pienamente felice avrei bisogno del testo dell’articolo di ISL sui ripari interbloccati citato a pag. 875 del Manuale. Puoi aiutarmi a fare di me una persona completa e appagata?».

Cari Lettori:

  1. Tutti gli approfondimenti, la modulistica, la giurisprudenza citati nel Manuale sono disponibili e scaricabili dal link riportato a pagina IX della presentazione;
  2. Se avete acquistato il formato cartaceo, sapevatelo che il Manuale è consultabile anche online. All’ultima pagina trovate le indicazioni per attivare la consultazione (c’è tipo un gratta-e-vinci: grattatevelo);
  3. Ciò era vero anche per le edizioni precedenti.

Il Manuale è in vendita QUI (shop online della casa editrice Wolters Kluver Italia).

Nel Manuale Sicurezza sul Lavoro c’è tutto quello di cui avete bisogno: dalle ricette di cucina a come calcolare l’esposizione di un lavoratore ad un agente chimico.
Una volta Superman mi ha detto: «Mi hanno chiesto il DUVRI. Se nel tuo Manuale c’è scritto come salvare il mondo, riducendo al minimo le interferenze tra l’impiego dei miei superpoteri, la popolazione civile e la minaccia aliena, ti prometto che farò tutto quello che vuoi».

Da allora Superman gira con le mutande sopra i pantaloni.


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Puoi guardarmi gratis, l’attraenza e l’incredibilismo non hanno prezzo. Ma non fermarti ad essi.
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Pubblicato in: dove sta scritto?, macchine

Dove sta scritto?… Cos’è un’attrezzatura di lavoro e cosa no

Bue

Cominciamo con un veloce test per verificare il vostro fabbisogno formativo.
Quale tra queste è un’attrezzatura di lavoro (per ricordarvi la risposta selezionata, vi consiglio di usare un chiodo per incidere una X sullo schermo del vostro dispositivo, in corrispondenza dei cerchietti rossi)?

O Il bue che tira l’aratro
O Un ponteggio
O Un’automobile
O Una scaffalatura
O Una scrivania
O Una plafoniera a soffitto

Risposta: nessuna tra quelle su menzionate.

DOVE STA SCRITTO?

Nella definizione di «attrezzatura di lavoro», riportata nell’art. 69 del D.Lgs. n. 81/2008.

Attrezzatura di lavoro: qualsiasi macchina, apparecchio, utensile o impianto, inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo, destinato ad essere usato durante il lavoro.

Mi è già capitato di affrontare questo argomento in passato, ma ritengo valga la pena farlo ancora una volta, ispirato da una recente discussione tra colleghi su Facebook.

Spesso accade che, per pigrizia o eccesso di semplificazione, si tenda ad associare il concetto di «attrezzatura di lavoro» a qualunque cosa venga utilizzata per lavorare, badando solo alla sua «funzione», indipendentemente dalla sua «natura».

Ma in effetti, la norma non è così generica.
Al contrario, la definizione limita il concetto di «attrezzatura di lavoro» a 4 specifiche fattispecie:

  • macchina;
  • apparecchio;
  • utensile;
  • impianto.

Facciamo una precisazione doverosa. Il Titolo III del D.Lgs. n. 81/2008, del quale l’art. 69 fa parte, gode di autonomia del contesto definitorio, un’espressione che significa banalmente che la definizione di «attrezzatura di lavoro» vale solo per questo Titolo qui… Se la stessa parola ricorre in altre parti del testo di legge (o in altre leggi), potrà assumere significati diversi.

Detto questo, notate che, il precedente, è un elenco chiuso.
Non ci puoi mettere dentro altra roba che non sia tra quella elencata. Per esempio un mezzo di trasporto, un arredo, un’opera provvisionale…

Ci sono molti casi nel Decreto in cui, al contrario, il legislatore non è stato così preciso, creando degli elenchi aperti (per esempio quando all’art. 66 si definiscono gli «ambienti sospetti di inquinamento», oltre ai casi specifici espressamente citati in quanto luoghi a rischio, compare l’aggettivo «…e simili» che estende la casistica anche situazioni analoghe).

Ma nel caso dell’art. 69 non l’ha fatto, quindi non possiamo che limitare la nostra analisi a ciò che rientra in una di quelle 4 casistiche precedentemente elencate, escludendo ciò che, al contrario, semplicemente ci assomiglia.

Ora, possiamo anche entrare nel merito di ciascuna delle singole definizioni.

Partiamo da «Macchina». È il caso più semplice, dato che abbiamo una Direttiva di prodotto che ci dice esattamente cos’è una macchina.
Non vado oltre perché, di suo, la definizione del D.Lgs. n. 17/2010 è complessa, ma nel tempo è stata abbondantemente sviscerata.

Con «Apparecchio» non siamo stati altrettanto fortunati. Non abbiamo norme specifiche a cui riferirci per derivarne una definizione, per cui non possiamo che ricorrere al senso comune del termine, riferibile non solo a roba meccanica ma anche elettronica (es. un computer).

Analogamente dobbiamo ragionare nel caso di «Utensile». È rilevante che la norma non riporti l’accento sulle vocali e, pertanto, non sembrerebbe esserci la distinzione, che a me è stata insegnata alle elementari, tra utènsile e utensìle.
Tuttavia, il primo (utènsile, con accento sdrucciolo) si riferisce a roba anche complessa come i macchinari, ma nella lingua Italiana è usato solo come aggettivo (per es. macchina utensile) e, dunque, non è il nostro caso. Al contrario del secondo (utensìle, con accento piano) che si riferisce, in sostanza, ad attrezzi manuali (es. cacciavite martello) o accessori per macchinari (es. la lama della sega circolare) e, nella nostra lingua, è sempre un sostantivo. Ed è in questa accezione che il termine viene impiegato dalla norma.

Un po’ più complessa è la faccenda legata al concetto di «Impianto», un termine che infiniti addusse lutti agli Achei (cit.)
Se infatti ricordate l’analoga definizione di «attrezzatura» riportata nel D.Lgs. n. 626/1994 e anche nella prima versione del Testo unico, troverete che in essa mancava l’inciso (ora presente, vedi sopra): «…inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo».
Ciò aveva dato la stura ad una serie di interpretazioni ninja che facevano rientrare nel concetto di «attrezzatura» anche gli impianti elettrici, di riscaldamento, idraulici, ecc.
Un’evidente follia che venne, infine, corretta dal D.Lgs. n. 106/2009 che, con l’inserimento del suddetto inciso, ha ricondotto al concetto di «impianto» ciò che in altri termini può anche essere visto come un «insieme di macchine» secondo la Direttiva macchine.

Alla luce di queste semplici considerazioni, potete riscontrare come nessuna delle presunte attrezzature elencate nel mio test sia riconducibile ad una di queste 4 fattispecie

Spesso, nel tentativo di stabilire cosa sia un’attrezzatura e cosa no, mi capita di assistere ad esercizi di scervellamento consistenti nel provare a dare un nome alle cose.
Per esempio, più volte ho avuto questa discussione:

IO: «Il ponteggio non è un’attrezzatura di lavoro»
L’ALTRO: «E allora cos’è?»

La risposta corretta è: «un’opera provvisionale», ma ai fini dell’applicazione del concetto di attrezzatura di lavoro, la risposta giusta è: «È irrilevante», dato che:

non è una macchina       +
non è un apparecchio    +
non è un utensile            +
non è un impianto          =
———————————————————–
NON È UN’ATTREZZATURA DI LAVORO
(N.d.A.: la circostanza che il mondo intero consideri il ponteggio un’attrezzatura di lavoro, per fortuna, non genera conseguenze, dato che i controlli e le verifiche che il Titolo III prevedrebbe se lo fosse, sono ampiamente coperti dalle indicazioni contenute nel Titolo IV e nei suoi allegati).

Analogamente, nell’interpello 16/2013, la Commissione Interpelli si premura di definirci le scaffalature “leggere” come “elementi di arredo»….
È irrilevante, perché, indovinate un po’… Non sono macchine (tranne quelle motorizzate), non sono apparecchi, ecc.

N.B.: attenzione alle attrezzature sui mezzi di trasporto! Per esempio il camion della monnezza: il compattatore in sé è un’attrezzatura, in quanto macchina. Non lo è il mezzo di trasporto sul quale il compattatore è installato. Così come l’aratro è un’attrezzatura di lavoro, ma non lo è il bue.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, quasi certamente avrai ricercato una risposta esistenziale al perché, in giro, quando si parla di te, spesso si usino frasi del tipo: «Ma chi? Quell’attrezzo?».
Questo blog ha restituito dignità al bue e (all’approssimarsi del Natale) anche all’asinello, spesso indebitamente fatti rientrare nel concetto di attrezzatura di lavoro in quanto presunti impianti di riscaldamento di Gesù bambino.
In generale, questo blog può fornire risposta agli enigmi più profondi della tua esistenza, per esempio:
«il sapone si sporca quando mi lavo le mani?»
«i maiali sudano?» (velata allusione al fatto che spesso ti dicano: «sudi come un maiale»)
«i pinguini hanno le ginocchia?»
e tante altre ancora.
Hai solo un modo per avere tutte queste risposte.
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Non concentrarti su quella: non puoi spiegarmi né con la teoria creazionista né con quella evoluzionista.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.