Testo Unico sulla Sicurezza in formato ePub. Gratis…

IMG_0091Quante volte, al primo appuntamento, vi è capitato di conversare amabilmente dei contenuti dell’art. 26, comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008 e non ricordarvi se fosse sanzionato o meno?

In quante occasioni, per far colpo su una persona, vi siete fatti grossi della vostra conoscenza del Testo unico e poi, di fronte alla richiesta del vostro interlocutore, non siete stati in grado di citare a memoria il p.to 3.2.2 dell’Allegato VI?

E vogliamo parlare di tutte quelle volte in cui vi siete distratti sul più bello (sì, proprio quel “sul più bello”) perché non riuscivate a ricordarvi di quanti centimetri le tavole di rivestimento devono sporgere dal bordo degli scavi?

Per evitare che situazioni imbarazzanti come queste si ripetano, ho redatto per voi il Testo unico sulla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro in formato ePub. In questo modo potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

Lo scaricate da qui (il file pesa circa 23 MB. Scaricando direttamente da smartphone, vi si aprirà la pagina del servizio Onedrive. Cliccando sull’icona della una freccia rivolta verso il basso – nello screenshot qui sotto l’ho inscritta in un cerchio rosso – parte il download).

IMG_0099

Una volta che avrete scaricato il file, se avete un iPhone (o iPad), potete aprirlo con l’applicazione iBooks. Sui terminali Android dovete avere un lettore di ePub (es. Moon+ reader, eReader Prestigio ecc.)

Alcune istruzioni per facilitarne l’uso.

  1. attraverso l’indice dell’ePub potete navigare direttamente tra i Titoli e gli allegati del Decreto (vedi screenshot più sotto);
  2. all’inizio di ogni Titolo avete l’elenco degli articoli. “Tappando” col dito su quello che vi interessa, sarete inviati al testo corrispondente (vedi screenshot più sotto);
  3. Le note sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappando su di esso si aprono le indicazioni relative ai provvedimenti di modifica subiti dal Decreto;
  4. Le sanzioni, ove presenti, sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappandovi sopra col dito vi apparirà l’entità della sanzione;
  5. Usando i menu di navigazioni in intestazione o piè di pagina (vedi screenshot più sotto), potete andare dove vi pare, ingrandire o ridurre i caratteri, fare ricerche testuali, inserire segnalibri.

Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato a tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
  3. saltando tra le note e le sanzioni, in uno specifico ordine che conosco solo io e che riproduce la disposizione sequenziale dei nucleotidi del mio DNA, potete accedere a tutte le modifiche future del D.Lgs. n. 81/2008, fino al 2028;
  4. saltare tra le note, i rinvii degli articoli, gli allegati crea dipendenza… Se vi rendete conto che state passando le ore sul Testo unico, fatevi un giro su Pornhub o leggetevi i commenti ad un articolo del Fatto Quotidiano.

Se avete problemi con il download o, meglio ancora, se volete darmi suggerimenti, o ci sono specifiche richieste per migliorare l’eBook, scrivete un commento a questo post.

 

Annunci

Il marketing della sicurezza

Parliamoci chiaro: la sicurezza sul lavoro è anche un business.
Non c’è niente di male nel riconoscerlo. Anzi, mi chiedo come si possa non riconoscerlo.

Non mi riferisco solo a coloro i quali prestano servizi di consulenza alle aziende. Penso anche alle aziende stesse, alla loro necessità di ridurre infortuni e malattie professionali, oltre che per etica del lavoro, anche per evitarne le conseguenze economiche e legali o per migliorare la propria immagine.

Per certi versi è anche un vantaggio, soprattutto quando incentiva a migliorarsi. Se sicurezza e business si sostengono a vicenda, questo non può che far bene.

Ciò che non condivido è la trasformazione della sicurezza in “prodotto”, sia da parte dei consulenti che delle stesse aziende. Quando la sicurezza diventa un prodotto, come succede anche in campo pubblicitario, si fanno promesse che non si possono mantenere.

A cosa mi riferisco? Di seguito alcuni esempi:

  • Modelli OHSAS 18001 che «basta tenere tutto sotto controllo…»
  • Based Behaviour Safety che «oltre il 90% degli infortuni sono prodotti da azioni insicure…»
  • Procedure di sicurezza che «devono solo fare quello che c’è scritto qui…»

Ma anche slogan aziendali, tipo:

  • Safety first!
  • infortuni zero!!
  • Tutti gli incidenti possono essere prevenuti!!!1!(uno)!

Come per la mia proposta di BBBS®, sono tutte risposte semplici a problemi complessi. Si tratta di pratiche similari alle guarigioni miracolose e, come queste ultime, hanno le stesse premesse:

  1. attrarre persone vulnerabili con la promessa di un miracolo;
  2. dar loro “prova” del potere di guarigione (in questa fase l’uso di statistiche, studi e aneddotistica è essenziale, spesso facendo riferimento a situazioni similari);
  3. condizionare il successo al loro, personale, volume di fede: quanto più ci crederanno, tanto più il risultato sarà garantito.

Se le cose non vanno come sperato, non è perché il mondo è più complesso di come lo si voleva rappresentare, ma perché le cose non sono state applicate correttamente o non ci si è creduto abbastanza.

Purtroppo no: non tutti gli incidenti possono essere prevenuti e nessuno strumento, metodo, slogan ci permetterà mai di azzerare il rischio.

L’obiettivo dell’eliminazione dei rischi (art. 15, comma 1, lett. c) del D.Lgs n. 81/2008) è irraggiungibile, inesigibile, inattuabile. È solo marketing giuridico.

Non esistono cure miracolose, non è una questione di fede: l’entropia avrà sempre la meglio.

È già abbastanza ambizioso raggiungere risultati realisticamente possibili, senza alcuna necessità di promettere a nessuno il raggiungimento di obiettivi naturalmente impossibili.

La soluzione definitiva al problema della sicurezza sui luoghi di lavoro

Hai speso mostrilioni di euro in formazione e-learning ma i lavoratori continuano a fare come gli pare?
Nonostante la valutazione dei rischi, fatta col migliore software in circolazione, dica che il rischio sia accettabile ovunque, i lavoratori si ostinano a farsi male?
Sei convinto che almeno l’88% degli incidenti sia legato ad azioni insicure?

Ho quello che fa per te: la BBBS®!

Baseball Bat Based Safety®

Testato in Italia nella prima metà del secolo scorso su oppositori politici, minoranze etniche e altre eccezioni, l’introduzione della BBBS® nella tua azienda unirà l’efficacia e il basso costo del metodo alla soddisfazione derivante dalla sua applicazione.

Efficacia
Una sola randellata ben assestata sulla schiena dice più di 16 ore di formazione conforme ai requisiti dell’Accordo Stato-Regioni.
Considerata l’evoluzione delle più classiche tecniche comportamentali, è scientificamente provato che la somministrazione di massimo 3 sedute di BBBS® modifica il 98% dei comportamenti indesiderati.

Basso costo
Consulenti superpagati, modelli organizzativi, organismi di vigilanza saranno solo un ricordo.
Con soli 49,00 € ti porti a casa tutto quello che serve per l’applicazione della BBBS® (offerta valida per un solo utilizzatore):

BBBS

Con l’acquisto di 10 unità avrai uno sconto del 10% e la possibilità di partecipare ad un corso di addestramento per la somministrazione efficace del metodo BBBS®.

Soddisfazione
Diciamoci la verità: la compilazione dei moduli per la denuncia dei near-miss è deprimente, ti passa la voglia di “fare” sicurezza.
Al contrario, l’applicazione della BBBS® crea dipendenza nel somministratore, grazie alla immediata produzione di adrenalina e serotonina che gratificano la tua funzione di educatore. Non potrai più farne a meno!

La sicurezza nella tua azienda è una questione di impugnatura.

Non esitare a contattarmi.


Questo post è dedicato a coloro i quali pensano che esistano soluzioni semplici a problemi complessi.

Una farfalla ci seppellirà

Nel 1684 E. Halley (sì, quello della cometa, tra le altre cose) andò a Cambridge per parlare con I. Newton (sì, quello delle leggi della dinamica, tra le altre cose) di una cosetta su cui si era fissato e quando ti fissi è brutto.

Tutto era iniziato una sera al pub. Halley e R. Hooke (sì, quello della legge sulla forza elastica, tra le altre cose) accettarono una scommessa su chi sarebbe stato il primo a trovare la legge matematica che descrive il moto dei pianeti intorno al sole (chi non fa scommesse del genere al pub con gli amici?) postulato da Keplero.

Hooke sosteneva di conoscere già la risposta, ma era quel tipo di amici ai quali devi sempre fare la tara di ciò che ti raccontano (ed infatti, non tira fuori la soluzione).

Siccome non riusciva a venirne a capo, Halley va a parlarne a Newton (ricorre cioè all’aiuto a casa… Di Newton), nella speranza che quello potesse dargli qualche dritta, un po’ di polvere puffa, suggerirgli una magicabula per vincere la scommessa e farsi il grosso con Hooke.

Qui viene il bello… inizia a parlarne a Newton e quello fa: «Ah sì, quella faccenda… L’ho risolta 5 anni fa! C’ho le carte qui, da qualche parte sulla scrivania!».

Newton aveva già risolto il problema del moto dei corpi in orbita (senza il quale oggi non avremmo le leggi della dinamica e quella di gravitazione universale, il calcolo infinitesimale e tante altre cosette utili), ma non avendo pubblicato nulla era come se tutto ciò non fosse mai accaduto (se non per Newton).

Facciamo un salto di quasi tre secoli. Siamo nel 2002 ad una conferenza stampa e il segretario della difesa statunitense D. Rumsfeld, alla domanda su legami tra governo iracheno e armi di distruzione di massa e terrorismo, risponde:

“Ci sono fatti noti conosciuti, le cose che sappiamo di sapere. Ci sono fatti ignoti conosciuti, vale a dire le cose che ora sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche fatti ignoti sconosciuti, le cose che non sappiamo di non sapere.”

Considerando che l’Iraq non aveva armi di distruzione di massa, che lui lo sapeva e che doveva intortarla, per questa frase Rumsfeld ha vinto il premio Antani D’oro che la Fondazione Conte Mascetti assegna a chiunque riesca a giustificare una guerra con una supercazzola.

Ora, però, fermatevi un attimo a rileggere quello che ha detto Rumsfeld. Scoprirete che una bella fetta di epistemologia è racchiusa là dentro.

Per esempio, mentre per Halley la legge matematica che descriveva il moto delle orbite dei pianeti era un “fatto ignoto conosciuto” (cioè: «So cosa non so»), la stessa cosa non si poteva dire di Newton per il quale la medesima legge era un “fatto noto conosciuto” (cioè: «So cosa so»).

Quando facciamo una valutazione dei rischi, noi valutiamo solo i “fatti noti conosciuti”. Considerando che la maggioranza dei “fatti noti” è “conosciuta” ai più, non serve un vero esperto: quasi tutti sono in gradi di rendersi conto se c’è un rischio di caduta dall’alto o di natura meccanica o elettrica, ecc.

Una percentuale piuttosto elevata del lavoro di Consulente per la sicurezza lo potrebbe fare chiunque abbia un po’ di esperienza nel campo specifico in cui il consulente sta consigliando.

Le cose cambiano quando si supera il variabile confine dei “fatti noti conosciuti”.

Qui molte certezze vengono meno e si può cadere nelle sabbie mobili dei “fatti ignoti conosciuti” o risucchiati nel gorgo dei “fatti ignoti sconosciuti”. Eh già…

Quando ti trovi davanti ad una persona apparentemente inanimata all’interno di uno spazio confinato, o sai di non sapere o sei spacciato.

Ed in molti casi, purtroppo, è la seconda a prevalere: se non sai di non sapere, non farai nemmeno nulla per difenderti. I fatti ignoti sconosciuti sono semplicemente le domande che non sono ancora state poste. L’assenza totale di percezione (in molti casi) di rischi all’interno degli spazi confinati, accompagnata con la mancanza di conoscenza dei rischi propri degli spazi confinati è un esempio tipico di quello che fanno i “fatti ignoti sconosciuti”.

Chi invece sa di non sapere, idealmente si astiene dall’entrare nello spazio confinato, ma non sa che fare. E qui entriamo in gioco noi.

Infatti, quando si supera la soglia dei “fatti noti conosciuti”, quello è il momento in cui ci vuole l’esperto. L’esperto fa proprio questo di mestiere: incrementa l’area dei fatti noti conosciuti. È in grado di fare valutazioni dei rischi complesse; ha competenze che gli permettono di sapere che certe cose esistono e che devono essere tenute in considerazione; ha un bagagliaio pieno zeppo di soluzioni.

Qual è il problema? L’errore dell’esperto.

Quello che Rumsfeld non ha detto è che ci sono anche i “fatti noti sconosciuti” (cioè: «Non so ciò che so»). Secondo me sono i peggiori, perché sono i più comuni, quella che ci sono sempre e non si vedono praticamente mai, se non quando qualcosa ne appalesa l’esistenza.

La cosa brutta, brutta è che sbagliamo con rigore e serietà, dato che quella è la nostra materia, l’abbiamo studiata, ci hanno chiamato anche per quello… Un “fatto noto sconosciuto” non è altro che un “fatto noto conosciuto” in cui non siamo riusciti (per vari motivi) ad usare tutte le nostre risorse per risolvere il problema (pensate a tutti quei compiti in classe di fisica in cui conoscevate la teoria, avevate inquadrato il problema, ma che avete risolto in modo errato. Semplicemente perché non avete considerato un elemento minuscolo ma essenziale nella traccia del problema, ma non ne siete stati consapevoli finché non avete visto la correzione del professore).

Sono quei fatti che abbiamo sotto gli occhi, ma di cui non cogliamo la rilevanza. E non possiamo usare ciò che sappiamo se gli elementi che analizziamo ci appaiono irrilevanti e dunque vengono scartati.

Il guaio è che, quando ci si incappa, prima che ci si accorga del problema per noi quelli sono “fatti noti conosciuti” e li trattiamo come tali.

Come dico sempre nei miei corsi di formazione sulla valutazione dei rischi: «Quando guardate una scaffalatura alta, dovete chiedervi “Dov’è la scala che serve a raggiungere i ripiani più alti?”».

Volete esempi di “fatti noti sconosciuti”?

11 settembre 2001 (sì, quello dell’attentato): se tutti gli arei fossero stati dotati di cabine di pilotaggio protette da porte blindate, tutto quello che sappiamo di quell’evento non sarebbe mai avvenuto. Attentatori armati di taglierino non sarebbero mai potuti entrare nel cock-pit, sopprimere i piloti e prendere il comando degli aerei.

Immaginate un modello causale lineare tipo “domino”: con una misura così semplice e a basso costo, avreste impedito che l’attentato dell’11 settembre 2001 avvenisse con le modalità che conoscete, Rumsfeld non avrebbe detto quella frase, avreste evitato un paio di guerre in medio oriente e qualche centinaio di migliaio di morti.

Questo è il fantastico mondo dei modelli causali lineari: basta mettere una barriera e le tessere di domino a valle restano in piedi.

Tuttavia, 14 anni dopo aver evitato il più grave attentato della storia moderna (cosa di cui, però, nessuno vi avrebbe ringraziato, non essendo mai accaduto), il copilota di un aereo di linea in volo tra Barcellona e Dusseldorf avrebbe usato la vostra porta per suicidare sé stesso, portandosi dietro, già che c’era, le 150 persone che si trovavano a bordo.

Fin qui è facile: l’analisi retrospettiva (hindsight bias) fa apparire tutto prevedibile e prevenibile.

Lascio ai risolutori particolarmente abili il compito di dimostrare mediante congetture come il ricorso alla presenza contemporanea e costante di almeno due piloti nella cabina di pilotaggio, ovvero la misura posta a difesa del ripetersi di eventi come quello appena su narrato, generi nuovi scenari incidentali.

Benvenuti nel magico mondo delle complessità, nel quale ogni soluzione genera nuovi problemi, la ridondanza aumenta la complessità e non si possono valutare e impedire tutti i rischi, dove gli errori sono latenti, dove causa ed effetto non sono lineari ed in cui il battito d’ali delle farfalle è preso molto sul serio.

Ecco, in conclusione, quello che per me è un altro dei grossi problemi degli approcci basati sulle valutazioni dei rischi, ovvero sulla conoscenza: a fronte di un solo modo di funzionamento che garantisca il successo e che consiste nel valutare bene i fatti noti conosciuti, ne abbiamo ben altri tre che possono danneggiarci e nei confronti dei quali possiamo fare poco o nulla.

Una farfalla ci seppellirà.

Butterfly effect

 

La normalità degli incidenti

In un precedente post ho cercato di rappresentare alcuni limiti dell’attuale approccio prevenzionistico basato sulla valutazione dei rischi.

Come sappiamo, l’uso di questo strumento è stato introdotto dai recepimenti delle direttive comunitarie di fine anni ’80 come misura complementare alla prevenzione/protezione di natura puramente tecnologica che, storicamente, dalla rivoluzione industriale in poi, ha rappresentato il paradigma stesso di “sicurezza”.

Questa faccenda della valutazione dei rischi nasce da studi iniziati nella seconda parte degli anni ’70 che avevano evidenziato come molti incidenti che, a prima vista, sembravano avere natura tecnologica, in realtà nascondevano anche (o soprattutto) tutta una serie di fallimenti, errori, omissioni a livello organizzativo.

Ciò che ha solleticato l’interesse del legislatore comunitario è l’apparente, ovvia conclusione che, dopo aver attuato le misure tecnologicamente fattibili, se valuti i rischi rimanenti e ti organizzi adeguatamente, è praticamente impossibile che qualcosa possa andar male (e se qualcosa va male è, ovviamente, perché hai eseguito male qualcuno dei passaggi precedenti).

Su queste premesse è costruito l’intero paradigma della sicurezza del D.Lgs. n. 81/2008.

Ora, io sostengo con forza che questo approccio è totalmente insufficiente, velleitario, platonico e ci sta facendo spendere un mucchio di energie e risorse.

Se guardiamo le statistiche INAIL, in particolare le serie storiche di dati dal 1951 al 2010[1], mostrano come dal 1994 (anno di introduzione del D.Lgs n. 626/1994) il numero degli infortuni mortali e non mortali sia sì lentamente decresciuto, ma seguendo una tendenza già abbondantemente avviata in precedenza.

2

1

Analogamente dal 2008 (anno di introduzione del D.Lgs. n. 81/2008) al 2015.

3

4

Occorre inoltre tenere conto che:

  • Questi numeri sono assoluti, mentre si sarebbe dovuto analizzare il tasso infortunistico sul numero di ore lavorate, ma l’INAIL non fornisce questo dato (e io un po’ mi rompo a incrociarlo con le statistiche ISTAT);
  • Dal 2008 al 2015 il numero di ore lavorate si è ridotto drasticamente a causa della crisi economica. L’INAIL stessa afferma che questo spiega in parte la riduzione del numero di infortuni degli ultimi anni;
  • Non c’è mica solo la normativa ad essersi evoluta dal 1951 ad oggi, eh… anche la tecnologia, la consapevolezza e la cultura hanno fatto passi da giganti e possono contribuire a spiegare il trend infortunistico.

A mio avviso, pur non potendo trarre conclusioni definitive, ci sono forti elementi di dubbio sull’efficacia di questo approccio come arma finale nella lotta al fenomeno degli infortuni sul lavoro.

La questione è che tutta ‘sta faccenda è nata già vecchia perché, mentre varavano la direttiva comunitaria, altri approcci teorici tendevano a smontare questa rappresentazione platonica del rischio il cui principale difetto è quello di non tenere conto della complessità dei sistemi.

Nel 1984 Charles Perrow disegnò la Normal Accidents Theory che, in sostanza, afferma che, eventi apparentemente stupidi e errori/fallimenti non critici possono a volte interagire tra loro in modi totalmente inattesi, fino a produrre disastri. Egli arriva ad affermare che, in sistemi particolarmente complessi, l’incidente è sostanzialmente inevitabile (da cui la denominazione di incidente “normale”).

C’è un famoso grafico che, in funzione di due parametri che Perrow considera cruciali (interazione e connessione), permette di sapere dove si colloca un’ipotetica organizzazione rispetto alla sempre maggiore ineluttabilità dell’incidente (angolo in alto a destra).

3-Perrow-from-Accidents-Normal

La faccenda è che anche questo grafico (risalente all’edizione del 1984) dovrebbe essere aggiornato alla complessità crescente di oltre 30 anni di evoluzione tecnologica e organizzativa.

Oggi qualunque linea e processo di produzione si è spostato verso l’alto e verso destra.

Un cantiere odierno è abbondantemente nel quadrante 2, oggi molto più che in passato.

Ciò che rende sempre più normali gli incidenti è la sempre minore comprensione del funzionamento delle cose e dei sistemi da parte di chi lavora e di chi organizza e ciò a causa dell’incremento della complessità tecnologica (compreso l’uso l’uso di software) e organizzativa che fanno sì che gli incidenti siano il prodotto di persone normali che fanno lavori normali in organizzazione normali.

A valle dell’incidente, al contrario, tutto sarà spiegato ricorrendo alla rappresentazione di eventi eccezionali prodotti da scorrette decisioni determinate da errate valutazioni dei rischi.

La verità è che, con un approccio di tipo riduzionista possiamo anche mettere in sicurezza le singole parti di un sistema, ma non è detto che il sistema nel suo complesso sarà sicuro, poiché non si possono studiare, a causa della complessità, le interazioni tra le parti. Insistere sulla necessità di eliminare o ridurre tutti i rischi attraverso la loro valutazione non renderà la realtà più semplice e gli incidenti meno inevitabili.

 

 

[1] Purtroppo l’INAIL, dal 2010 in poi, ha modificato la modalità di aggregazione dei dati, per cui i grafici dal 1951 al 2010 e quello dal 2008 al 2015 non possono essere comparati, nemmeno come tendenze di andamento, ma devono essere analizzati separatamente

Cos’è per voi la sicurezza?

Per quanto possa apparire una questione meramente filosofica, quasi tutti i miei corsi di formazione iniziano con una domanda: «Cos’è per voi la sicurezza?».

Provateci se vi capita (ammesso che già non lo facciate)…

L’art. 2 del D.Lgs n. 81/2008, quello delle “Definizioni”, riferisce cosa debba intendersi per «Pericolo», «Rischio», »Prevenzione», ma non ci dà una definizione di «Sicurezza». Quella che potrebbe avvicinarsi di più è, forse, la definizione di «Salute», intesa come «stato di completo benessere, fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità».

Tecnicamente, da questa definizione emergono due aspetti rilevanti:

  1. Trattandosi di uno “stato”, esso è soggetto ad evoluzione.
  2. L’assenza di malattia o infermità non è condizione sufficiente per affermare che l’individuo goda di uno stato di buona salute.

Lo “stato” di salute, evidentemente, è influenzato da caratteristiche soggettive dell’individuo, ma anche dalle condizioni al contorno. Non potendo il datore di lavoro incidere più di tanto sulle prime, quello che può fare è agire sulle seconde, le condizioni presenti sul luogo di lavoro. Tuttavia, si pone un problema non indifferente di prevedibilità degli stati futuri. In sostanza, ci si chiede se, mantenendo invariate le condizioni al contorno, quelle che al momento sembrano garantire al lavoratore il mantenimento del suo stato di buona salute, quest’ultima sarà garantita anche nel futuro.

La risposta è rigorosamente: NO!

Direi che è abbastanza ovvio. Per esempio, il datore di lavoro monitora, attraverso la sorveglianza sanitaria, lo stato di salute dei lavoratori. Ma il fatto che questi godano di un ottimo stato di salute (oggi), non implica che il lavoro sia sicuro. Un’analisi accurata dei rischi, potrebbe rilevare che, se venissero mantenute quelle condizioni di lavoro, lo stato di salute potrebbe averne pregiudizio. Dovremmo dire piuttosto che, nonostante le condizioni con cui viene svolto il lavoro, i lavoratori (oggi) godono di un ottimo stato di salute.

In sostanza, attraverso la valutazione dei rischi, la sorveglianza sanitaria e altri strumenti di monitoraggio, il datore di lavoro può fare una fotografia della «salute» dei lavoratori nella propria azienda, ma non ha alcuna certezza che l’assenza di malattie o infermità sia correlata con le misure di prevenzione e protezione attuate (punto n.2 di cui sopra).

Riassumendo, in presenza di una malattia o infermità correlabile con il lavoro, noi abbiamo la certezza dell’assenza di una condizione di sicurezza in azienda, ma in assenza di malattie o infermità non possiamo dire nulla in proposito (sto semplificando. In realtà esistono anche altri indicatori, ovviamente, ma se anche questi tacciono, il discorso è identico).

Regola aurea quando si parla di sicurezza: assenza di prove non è prova di assenza.

Tornando alla domanda iniziale, ascoltando le risposte dei partecipanti al corso, alla fine si arriva sempre lì: la sicurezza viene definita come assenza di esiti indesiderati, come incidenti, malattie o infortuni o assenza di rischi o pericoli.

In pratica, la sicurezza è definita come assenza di qualcosa.

Questa definizione, però è strana, quantomeno nelle sue implicazioni epistemiche (scrivere questa parola è l’unico motivo per cui pubblico questo post). Ciò significa, infatti, che, in presenza di qualcosa – attraverso la manifestazione “sensibile” di un incidente di una malattia, di un infortunio o la rilevazione di un pericolo o la valutazione di un rischio – è possibile sapere che manca la sicurezza. In compenso se non ci sono manifestazioni o se il pericolo non viene rilevato e il rischio valutato (per esempio perché occulti), non si può affermare con sicurezza che vi sia sicurezza.

Queste banali considerazioni, sono a mio avviso, il paradigma della strategia prevenzionistica attuale e il suo stesso limite.

Ci viene chiesto e adottiamo, per garantire la sicurezza, misure proattive (individuazione dei pericoli, analisi e valutazione dei rischi) o reattive (indagini degli incidenti, infortuni, near-miss), ma c’è sempre un gigantesco problema di fondo: i rischi che si valutano e gli incidenti che accadono sono solo un’infinitesima, minuscola, irrilevante frazione dei rischi realmente presenti (e non rilevati) e degli incidenti che non sono accaduti, ma che sarebbero potuti accadere e che, forse, accadranno.

Continuare a proporre un modello di gestione della sicurezza sul lavoro che passi attraverso la valutazione di tutti i rischi, può forse soddisfare il nostro patologico bisogno di certezze e darci la sensazione di aver fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza.

Col senno di poi, ad infortunio avvenuto, sarà semplice trovare il rischio non adeguatamente valutato e, sulla base dell’obbligo di valutare tutti i rischi, affermare la colpa consistente nel non essersi impegnati abbastanza.

Forse, però, sarebbe il caso anche di andare un po’ oltre questo paradigma. Non si tratta di negare l’importanza della valutazione dei rischi, ma riconsiderarne l’efficacia quale strumento principale per la prevenzione.

Pongo una domanda (ammesso che ci sia ancora qualcuno all’ascolto): cosa succederebbe se, oltre che analizzare i – relativamente – pochi casi in cui le cose sono andate male (incidenti) o in cui potrebbero andare male (rischi), analizzassimo anche come sia possibile che, nella stragrande maggioranza dei casi, le cose vadano bene (nonostante tutto)?