Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza

Riutilizzare un facciale FFP2/P3

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Siamo in emergenza e lo sappiamo.
I facciali filtranti FFP2 e FFP3 scarseggiano e, soprattutto nelle aree in cui l’epidemia è più diffusa, gli operatori sanitari sono costretti a riutilizzare il proprio DPI.
Per cui, giustamente, ci si sta ponendo il problema di come fare per garantire la sicurezza di queste persone che hanno il diritto alla paura come tutti, ma hanno più ragione di tutti di avere paura.

Molti schemi sono saltati o salteranno, ma nella ricerca delle soluzioni alternative o persino “esotiche” dobbiamo farci guidare dove possibile dall’evidenza scientifica e, dove questa non arriva, affidarci a questo principio fondamentale:

primum non nocere 

La iatrogenesi è sempre dietro l’angolo e, a volte, le cure possono essere peggiori dei mali.

Ho già accennato in questo articolo la questione relativa al riutilizzo dei facciali filtranti, specificando che, allo stato attuale delle conoscenze (o, perlomeno, della mia conoscenza) non c’è un metodo di efficacia riconosciuta che consenta la disinfezione dei DPI per le vie respiratorie, ma questo non significa non ci siano metodi meno consigliabili di altri.

Per varie ragioni, si è diffusa la percezione che tra i metodi che possono garantire questo risultato vi sia l’impiego di alcol (etilico o isopropilico al 70%), asperso sul DPI.
Mentre non ho letto alcuno studio scientifico che dimostri l’affidabilità di questo metodo, ho letto diversi studi che fanno propendere verso la sua dannosità, su tutti questo (spiega anche perché il filtro si danneggia), questo e questo.
Tra i metodi attualmente più titolati in termini di efficacia e che andrebbero maggiormente approfonditi c’è quello dell’impiego della luce ultravioletta (UV-C), ma anche qui non abbiamo certezze, ma parrebbe sembrare meno iatrogeno.

Non ho risposte certe sul metodo che andrebbe, perciò, impiegato.
Quello che so per certo è che i danni che un DPI può riportare a seguito di un “ricondizionamento” non adatto, possono non essere visibili e dunque produrre una esposizione inconsapevole al contagio.

Certo è che la contaminazione del filtro non è l’unico problema. Quando lo stesso facciale filtrante viene utilizzato molteplici volte, magari per una settimana, gli allacci possono perdere di elasticità, pregiudicando la tenuta. È un aspetto da verificare e tener molto ben presente.

Invito, inoltre, tutti coloro i quali utilizzano facciali filtranti a dare la massima importanza alla prova di tenuta, ripetendola anche più volte in caso di utilizzo prolungato (nel qual caso, è consigliabile usare DPI con valvola di espirazione, ricordando che non sono certificati EN 14683, una evidenza da tener presente almeno quando si ha a che fare con soggetti non contagiati o se si opera in campo sterile. Si veda in proposito l’articolo già citato per ulteriori approfondimenti).

Un’ulteriore riflessione è la seguente: siamo sicuri che sia indispensabile disinfettare i DPI se c’è il dubbio – nemmeno tanto improbabile –  che possano essere danneggiati dal processo di disinfezione? Siamo sicuri che questo rischio sia inferiore a quello che correrebbe un operatore ben addestrato e consapevole del rischio nel riutilizzarle con la consapevolezza che la loro parte esterna è contaminata (fornendogli anche adeguate istruzioni sul come conservarle)? In un caso non conosciamo gli effetti collaterali della cura, nell’altro – ritengo – sia possibile fronteggiare il rischio.
Ribadisco che mi sto riferendo esclusivamente all’emergenza derivante dalla carenza di DPI che riguarda i soli operatori sanitari, persone di indiscussa professionalità e competenza in materia di rischio biologico.

Infine – e non prendetemi per pazzo – dico questo: sono già stati annunciati gli esiti di uno studio relativo ai tempi di sopravvivenza del virus SARS-COV-2 su varie superfici. È un’ovvietà quella che sto per dire, ma è possibile fare uno studio del genere – con la massima priorità – sui facciali filtranti (testando vari modelli per vedere quale sia la varianza degli esiti)?
Potrebbe essere che la migliore soluzione non sia altro che quella di lasciarle “riposare” all’aria (in condizioni di temperatura e umidità controllate per essere sicuri della ripetibilità del metodo).
N.B.: non esiste nessuna evidenza scientifica della validità di questo metodo, nemmeno se lasciate il facciale “a riposo” per un mese. È un semplice invito a fare studi in proposito (se non li si stanno già facendo).
NON FATE GIRARE INFORMAZIONI ERRATE.

Un commosso e infinito «grazie» a tutti voi. Sapete a chi mi riferisco…


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Stavolta non ho nessuna voglia di scherzare.
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