Pubblicato in: cultura della sicurezza

Quello che non ti uccide ti fortifica

Yoshitoshi_tanuki
Tanuki: cane procione munito di ultrascroto

Mi si permetta una breve introduzione…

Sabato scorso mi trovavo ad un seminario insieme ad un’altra 80ina di impallinati per riflettere di sicurezza sul lavoro a 10 anni dall’entrata in vigore del Testo unico. Trascorrere il sabato lontani da casa (la maggioranza era lì dal giorno prima, eh!) per parlare di ‘ste cose è la forma più avanzata che si conosca di disagio sociale, ben oltre il consumo di droghe e di pasta con i broccoli.
Solo un sottile diaframma ci separa dal ritrovarci a passare il nostro tempo libero guardando gli operai nei cantieri, al pari di un umarell.
E la sensazione di disagio peggiora di fronte alla constatazione che io fossi uno dei relatori, per quanto opportunamente messo per ultimo per dare al partecipante la possibilità di dileguarsi senza il rimorso di essersi perso nulla di importante.
Si calcoli che il giorno prima avevano già relazionato Ferdinando Izzo, Lino Emilio Ceruti e Carmelo Catanoso, mentre prima di me avrebbe parlato Aurora Brancia…. Diciamo che, grazie alla lungimiranza e capacità degli organizzatori, l’utilità del seminario sarebbe stata assicurata nonostante me.

Orbene, all’inizio del suo intervento la Dr.ssa Brancia (biologa prestata all’umanità) mi cita Paracelso nella forma originale della sua celebre frase (tradotta in italiano, benché lei l’abbia proposta anche in latino):

«Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto»

(N.d.A.: lascio al lettore il compito di ragionare sulla differenza sensibile esistente tra la versione  originale della frase e quella volgare «È la dose che fa il veleno»).

Avevo intenzione collegare elegantemente il mio intervento al seminario allacciandomi a questa frase, ma le mie limitate capacità mnemoniche – oltre alla mia nota idiosincrasia con qualunque forma di eleganza – non me lo hanno concesso. Ci provo ora.

In un universo statico e deterministico, la dose pericolosa (o quella non pericolosa) avrebbe un valore noto e uguale per tutti. Come è ovvio anche per coloro i quali non hanno ascoltato l’intervento della Dr.ssa Brancia, le cose non stanno così. Al contrario, gli organismi biologici sono l’uno differente dall’altro e soggetti a suscettibilità individuali che possono rendere pericoloso anche ciò che normalmente non lo è.

Questa “variabilità prestazionale” insita in ciascuno di noi ci preoccupa, ma non si pensa a come sia possibile trarne vantaggio. Se una roba è variabile, non necessariamente deve assumere valori negativi…

Mitridate VI re del Ponto, temendo di essere avvelenato, assumeva regolarmente modiche quantità di veleni, fino a divenirne immune (non fatelo a casa). La mitridatizzazione non è una leggenda, è stata sperimentata con successo. Io ad esempio sto seguendo una terapia per curare la mia allergia agli acari che consiste nel mangiare due volte a settimana piccole dosi di acari (sarò onesto: l’allergia agli acari, in realtà, è allergia alle loro feci. Quindi io assumo merda di acaro mediante compresse sublinguali. Ogni tanto vale la pena ingoiare merda. Aggiungo: anche se si basa su questo principio, l’omeopatia resta una fesseria).

Simile al mitridatismo, ma non uguale, è l’ormesi. In funzione della dose, l’organismo è in grado di variare la propria condizione di equilibrio, spostando verso l’alto l’asticella del limite delle proprie prestazioni, non limitandosi a diventare più resistente (come nel caso della mitridatizzazione), ma ricavandone addirittura un beneficio (per esempio, l’alcol etilico è tossico – è una realtà difficile da accettare, me ne rendo conto – ma l’organismo riesce a trarre addirittura beneficio dall’assunzione di modiche quantità di alcolici).

Se dal campo biologico ci spostiamo a quello organizzativo, capiamo perché l’approccio reattivo alla sicurezza non sia bastante. Attendere che l’organizzazione si becchi il morbillo per scatenare tutta la potenza di fuoco delle proprie difese immunitarie e farmacologiche potrebbe non essere sufficiente… e, perfino laddove riesca a sconfiggere il virus, al più sarebbe immune dal solo morbillo e, probabilmente, avrebbe persino acquisito inconsapevolmente la presunzione di essere invincibile da altri eventi.

Al contrario, un’organizzazione proattiva, è quella che si vaccina quando appaiono i segnali di una possibile pandemia. È quella che resta in ascolto, cerca e capta le anomalie al proprio interno, senza nasconderle; è quella attenta alle differenze, che si dota di strumenti per rilevarle; è quella che coglie i segnali deboli e gli scatena contro l’inferno, perché non sa se sono l’anticipazione di qualcosa di più grave e complesso (attenzione però agli effetti iatrogeni, ma di questo ne parlerò magari un’altra volta).

Ci vogliono gli attributi di un tanuki (cane procione dallo scroto oversize facente parte della cultura giapponese. Vedi immagine in apertura) per dare massima importanza ai dettagli apparentemente irrilevanti. Ma è più un problema di cultura organizzativa che di impossibilità.

E come ho cercato di spiegare nel mio intervento, c’è solo da trarne vantaggio.

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