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Verifica della conformità delle mascherine chirurgiche

Era già un mondo difficile.
Ancor prima che tutto questo avesse inizio era frequente leggere frasi del tipo: «Avvolte ci penso, ma non sò, apparte tutto, qual’è d’avvero il modo migliore per dire che è tutto apposto», assistere allo spargimento del parmigiano sulla pasta alla carbonara e altri orrori che mettono in discussione il nostro livello di civiltà.
Ora ci aggiungiamo anche la messa in commercio di mascherine chirurgiche non idonee nel corso di una pandemia che finora in Italia ha prodotto oltre 30000 decessi, con la stessa nonchalance con la quale distribuiresti figurine Panini false.
Dopo di questo c’è solo la vendita di reni di bambino su ebay e la legalizzazione della caccia al delfino.

In queste settimane ho speso moltissime ore del mio tempo per verificare se ciò che mi veniva presentato fosse effettivamente una mascherina chirurgica o qualcos’altro. E ho ricevuto decine di mail, telefonate, apparizioni in sogno nelle quali mi si chiedeva come fare a distinguere una mascherina chirurgica da un perizoma medico-chirurgico.
E allora mi sono chiesto: «Perché è così difficile fare un controllo che non dovrei nemmeno fare, dacché dovrei dare per scontato che, se qualcuno mi propone un prodotto marcato CE, questo sia ciò che dice di essere?».
Per capirlo, dobbiamo orientarci nel magico mondo della normativa di ‘sta roba qui.
Vi renderò la vita facile, ma – vi avverto – non è un percorso breve.
Iniziamo.

Direttiva di prodotto

Le mascherine chirurgiche rientrano nel campo di applicazione della Direttiva 93/42/CEE riguardante i dispositivi medici (il 26 maggio 2020 doveva entrare in vigore il nuovo Reg. UE 745/2017 che avrebbe sostituito questa Direttiva, ma data l’emergenza COVID-19 la scadenza è stata posticipata di un anno), recepita in Italia con il D.Lgs. n. 46/1997.
Questa norma è una “Direttiva di prodotto” ovvero consente l’immissione in commercio dei dispositivi medici sul mercato europeo con regole uguali per tutti i Paesi. Tra queste regole ci sono i “Requisiti Essenziali di Sicurezza” (RES) che, come dice l’espressione stessa, sono le caratteristiche che il dispositivo deve possedere (art. 4 del D.Lgs. n. 46/1997) per essere considerato un prodotto “sicuro”. Compresa una mascherina chirurgica.

Tuttavia, secondo le regole di classificazione di questi prodotti (art. 8 del D.Lgs. n. 46/1997), le mascherine chirurgiche rientrano tra i «dispositivi medici di classe I», ovvero quelli più semplici e meno pericolosi. Per questo motivo per la loro immissione sul mercato non è previsto l’intervento di un Organismo Notificato, ovvero un ente terzo che ne certifichi la conformità e verifichi il rispetto dei RES; al contrario progettazione e produzione vengono valutate ed accertate solo dal fabbricante.

Norme armonizzate

E qui arriva il bello.
I RES di cui all’Allegato I del D.Lgs. n. 46/1997 sono espressi in forma generica, senza entrare in dettagli tecnici quali, ad esempio, qual è l’efficienza di filtrazione minima che la mascherina chirurgica deve possedere. Come fa il fabbricante, lui da solo, a decidere quanto sputazzo deve filtrare la sua mascherina per affermare che essa rispetta i RES?

A tal fine, l’art. 6 del D.Lgs. n. 46/1997 dice che si presumono idonei quei prodotti realizzati conformemente alle norme armonizzate, ovvero a normative tecniche che entrano nel merito dei dettagli tecnici e che sono ufficializzate a tal fine.
Per le mascherine chirurgiche queste sono:

  • le norme della serie EN ISO 10993, ai fini della valutazione biologica dei materiali;
  • EN 14683:2019+AC:2019.

Quest’ultima, nello specifico, fornisce i requisiti prestazionali e i metodi di prova per testare se la mascherina arresta lo sputazzo, quanto ne arresta, quanto ti rende difficile respirarci attraverso, se può farti venire un’eritema in faccia, se può essere contaminata quando la indossi, ecc.
per giunta, questa stessa norma, tra le sue indicazioni – che dunque diventano vincolanti quando la applichi – ti dice che sulla confezione delle mascherine ci devi scrivere:

  • il riferimento alla EN 14683:2019
  • il tipo di mascherina (le mascherine, in funzione delle prestazioni si distinguono in tre “tipi”: I, II, IIR).

Quindi un primo indizio per sapere se la tua mascherina è conforme, è che questi dati siano riportati sulla confezione.

Altri indizi

Per essere immesse sul mercato, le mascherine conformi alla Direttiva 93/42/CEE devono inoltre riportare il nome o ragione sociale e indirizzo del fabbricante.
La Cina è il principale produttore mondiale di mascherine (da sola ne produce il 50%) ma, trattandosi di un Paese extraeuropeo, laddove il fabbricante fosse cinese, la confezione delle mascherine importate in Europa deve, riportare anche il nome e l’indirizzo del suo mandatario cioè il rappresentante del fabbricante nella comunità europea. C’è da dire che il fabbricante potrebbe essere europeo, ma aver esternalizzato la produzione vera e propria in Cina. In questo caso vale la prima opzione. Ma, se come normalmente accade, il fabbricante è extraeuropeo, l’assenza del nome e indirizzo del mandatario sulla confezione significa che qualcosa non va. Sapevatelo. Non è una semplice questione formale… Anzi, la dice lunga… Banalmente significa che l’importatore italiano ha comprato le mascherine sul primo sito online che ha trovato, ma non ha espletato le verifiche necessarie per verificare che quelle mascherine fossero effettivamente idonee e conformi agli standard europei, altrimenti non gli sarebbe costato nulla diventare lui il mandatario in 5 minuti o l’importatore. È che proprio non sa quello che comporta immettere sul mercato europeo un prodotto.

Oltre questa informazione “anagrafica”, l’etichetta sulla confezione deve riportare:

  • l’indicazione di cosa ci sia dentro la confezione (es. “mascherina chirurgica”);
  • la dicitura che specifichi se il prodotto è sterile o meno (per la maggioranza degli usi non sanitari non è necessario sia sterile);
  • il numero di codice del lotto. I dispositivi medici devono essere tracciabili;
  • la dicitura “monouso”, se la mascherina lo è;
  • le condizioni di conservazione (temperatura, umidità, non tenerla sotto pioggia o sole, ecc.);
  • eventuale data di scadenza;
  • eventuali istruzioni (es. per il lavaggio, se non è monouso);
  • marchio CE.

Se la mascherina è stata autorizzata in deroga ai sensi del Decreto Cura Italia, deve esserci anche scritto:

  • «realizzato ai sensi dell’art. 15 comma 2 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18»;
  • se la maschera è di tipo I: «Le maschere facciali ad uso medico di tipo I dovrebbero essere utilizzate solo per i pazienti e per altre persone per ridurre il rischio di diffusione delle infezioni, in particolare in situazioni epidemiche o pandemiche. Le maschere di Tipo I non sono destinate all’uso da parte di operatori sanitari in sala operatoria o in altre attività mediche con requisiti simili».

Sembra facile

Starete pensando: «Beh, quindi siamo a posto. Che ci vuole? Basta vedere se ci sono tutte queste cosine qui sulla scatoletta e il meno è fatto».
Purtroppo, quello che avete visto finora è lo scenario migliore.
Poi c’è il mondo delle soluzioni “esotiche”, la fantastica arte ninja del rispetto spannometrico dei RES.
Infatti, quello che ancora non vi avevo detto è che l’applicazione delle norme armonizzate da parte dei fabbricanti è volontario, anche se auspicabile; il loro rispetto assicura una presunzione di conformità ai RES, che invece il fabbricante dovrà compiutamente dimostrare in caso di non utilizzo delle norme stesse.

È un po’ come se vi dicessero: «C’è da fare il tiramisù. Puoi farlo seguendo la ricetta tradizionale col mascarpone, caffè e tutte cose. Oppure, vedi tu che metterci dentro. La cosa fondamentale è che sia un vero tiramisù».
Il problema è che se non segui la ricetta tradizionale, non c’è modo di sapere – se non assaggiandolo – se quello che hai davanti è un vero tiramisù.

Ecco appunto… Nel mondo reale, la maggioranza delle mascherine che vedete in giro non ha mai visto una sola prova di laboratorio: si tratta di roba che il fabbricante ha marcato CE sulla base di… Ah, boh!
Quando dico «Ah, boh!», intendo proprio che se non fai quelle prove, non esiste altro modo di sapere se le tue mascherine hanno, per esempio, un’efficienza filtrante batterica (BFE) almeno del 95% (tipo I) o 98% (tipo II e IIR).
Dal punto di vista della presunzione delle loro prestazioni sono, letteralmente, la stessa cosa di una mascherina di comunità. Ma col marchio CE.
Di fatto scommettono sul fatto che nessuno mai chiederà loro conto di dimostrare che quelle mascherine siano idonee.

Il Ministero della salute sul proprio sito afferma: «Le mascherine chirurgiche, per essere sicure, devono essere prodotte nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019» e «Ogni altra mascherina reperibile in commercio, diversa da quelle sopra elencate, non è un dispositivo medico».
Purtroppo non è vero…

Il repertorio dei dispositivi medici

L’art. 13 del D.Lgs. n. 46/1997 prevede i fabbricanti e i mandatari sul territorio italiano debbano registrare al Ministero della salute i loro dispositivi medici, prima di metterli in commercio.
L’elenco dei dispositivi registrati è disponibile qui.
Potete rintracciare tutte le mascherine chirurgiche registrate in questa banca dati (dovete inserire uno dei seguenti numeri CND: T020601 o T020602 o T020699 che sono i codici riferiti alle mascherine). Alla data odierna ne risultano iscritte 1134.
La registrazione richiede che, di fatto, per una mascherina chirurgica gli unici dati rilevanti siano il nome e l’indirizzo del fabbricante/mandatario, l’immagine dell’etichetta, la scheda tecnica, come potete verificare dalla lettura del corposo manuale per l’uso della banca dati.
Almeno la scheda tecnica, ci si aspetterebbe, debba contenere i dati relativi ai test di laboratorio… Nulla di tutto questo (pag. 184 del manuale).

Il risultato è che la registrazione di questi prodotti non implica alcuna verifica circa la loro conformità. Così su tonnellate di confezioni di mascherine chirurgiche trovate la dicitura «Dispositivo medico di classe I» e risultano regolarmente registrate in banca dati. Ma quando chiedete al produttore di mandarvi una copia dei test di laboratorio «nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019» come scrive il Ministero della Salute sul suo sito, non ricevete risposta.
La risposta la ottenete, al contrario, senza problemi, da quelli che sulla conformità del loro prodotto ci hanno investito, che i test li hanno fatti e che, tra l’altro, lo dichiarano (ovviamente) sulla confezione, come previsto dalla stessa EN 14863.

Potete tranquillamente rintracciare anche mascherine monovelo regolarmente registrate come dispositivi medici di classe I. Con tanto di scritta «Made in Italy» o «Prodotto in Italia». In moltissimi casi, la registrazione (uno dei dati che risultano nella banca dati) del prodotto risale ad aprile o maggio 2020.

Provate a cercare su internet: «mascherina dispositivo medico di classe I». Guardate le immagini: troverete roba che ha scandalizzato gli italiani quando si era loro detto che quelle erano le mascherine chirurgiche con le quali si intendeva fronteggiare l’emergenza.
Peccato che, forse, quelle mascherine erano davvero registrate come «dispositivi medici di classe I».
Guardate le confezioni: non troverete un riferimento alla norma EN 14683 nemmeno con un microscopio elettronico a scansione.

E quindi?

Quindi va molto male.
Ai fini della protezione dal contagio sui luoghi di lavoro sono stati resi obbligatori dall’Accordo tra Governo e parti sociali i facciali filtranti (sui quali è possibile effettuare delle verifiche più affidabili) o le mascherine chirurgiche. Queste ultime rappresentano il presidio più razionale, dato che i facciali sono prodotti in numero ancora inferiore.
Ma che senso ha avere imposto mascherine “chirurgiche” se la stragrande maggioranza di questi presidi, di fatto, non fornisce alcuna certezza relativa alle sue prestazioni?
Che differenza c’è, tra acquistare una mascherina “chirurgica” marcata CE, ma prodotta senza l’applicazione delle norme armonizzate e una mascherina “di comunità”?
Oggi le aziende si stanno dannando per trovare e acquistare mascherine “chirurgiche”, spendendo anche più di quanto spenderebbero acquistando delle mascherine di comunità, per ritrovarsi poi con il medesimo livello di sicurezza che avrebbero se avessero direttamente acquistato delle “buone” maschere di comunità.

Ho clienti che hanno acquistato migliaia di mascherine “chirurgiche” per poi, dopo una mia verifica, essersi resi conto di non poterci fare nulla.
E sono certo che anche a voi che leggete sia capitata la stessa cosa.
E se non vi è capitata è perché non avevate letto questo post. Fate adesso la verifica… Ecco, adesso anche a voi è capitata la stessa cosa.

La questione è molto semplice: checché ne dica il Commissario Arcuri, oggi è semplicemente IMPOSSIBILE importare o produrre mascherine chirurgiche VERE in numero bastante. La quantità di meltblown necessaria in una pandemia, la parte filtrante intermedia utilizzata per la quasi totalità di questi prodotti, non esiste sul pianeta Terra. E non si produce dall’oggi al domani. Parliamo di un processo industriale complesso che richiede know-how e specifici macchinari che non si comprano in concessionaria.
Le maschere chirurgiche che circolano, pur marcate CE, se venissero sottoposte alle prove di laboratorio, non supererebbero i test.
Qualcuno vuole finalmente fare i conti con la realtà e adeguarsi a questa anziché pretendere che sia la realtà ad adeguarsi ai suoi desideri?


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Sto per brevettare un aspiravirus che si indossa sulla schiena e ha una bocchetta di aspirazione poco invadente che si applica in prossimità della bocca e delle narici. Tutto quello che entra e esce dalle alte vie respiratorie viene intercettato dal mio aspiravirus portatile, con un’efficienza prossima al 99,997%.
L’unica pecca, al momento, è che si genera il vuoto spinto, per cui in molti casi la persona muore di anossia, ma è un problema che può essere bypassato con una tracheotomia e inserendo nel vostro collo una cannuccia da cui respirare (ovviamente la cannuccia e compresa nel prezzo).
Se vuoi comprare l’aspiravirus e un intervento di tracheotomia rapido, devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e metterò in vendita l’aspiravirus.

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Mascherine per tutti? Decisamente sì.

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Nel contrasto alla diffusione del contagio non tutto quello che fai ha lo stesso valore. Questa non è la prima epidemia nella storia dell’umanità e, pur non conoscendo questo virus, le tragiche esperienze del passato (anche antico) e le evidenze scientifiche ci hanno insegnato che il distanziamento sociale, l’isolamento dei casi e l’igiene delle mani sono misure fondamentali per contrastare le epidemie, in assenza di vaccini.

Non diamolo per scontato. Per secoli abbiamo “combattuto” le epidemie sostanzialmente aspettando che il contagio uccidesse quelli che doveva uccidere e attendendo che si creasse una sufficiente immunità di gregge. Nel frattempo, però, per non stare con le mani in mano, le abbiamo tentate tutte: dalla penitenza, ai salassi; dalla somministrazione di mercurio, allo stigma sociale o addirittura ammalandoci di proposito (con il vaiolo, per esempio, si  pagava una persona che aveva contratto la malattia in forma lieve sperando che il virus riservasse lo stesso trattamento).

Tutto questo ci dice che nella storia dell’umanità la diffusione delle epidemie non è mai stata caratterizzata da un evidente rapporto tra causa ed effetto e che, prima che si arrivasse ad elaborare misure effettivamente efficaci come i lazzaretti (“isolamento dei casi”), il rinchiudersi in casa (“distanziamento sociale”), la combustione dei cadaveri, delle case e degli effetti personali dei contagiati (“disinfezione”) ci sono voluti millenni, durante i quali abbiamo fatto tante prove ed errori (alcuni dei quali gravissimi, come per esempio riunirci nelle chiese per pregare che tutto finisse).

Oggi però sappiamo un sacco di cose. Se siete risultati positivi al tampone, non vi hanno bruciato casa e magari vi siete limitati a lavarvi i vestiti in lavatrice.
Ma tante cose ancora non ci sono perfettamente note. Per esempio, anche se può sembrare strano, noi non sappiamo se l’impiego di mascherine chirurgiche da parte della popolazione possa essere davvero utile.

Esattamente. Non abbiamo studi che confermino che, a differenza dell’isolamento dei casi, del distanziamento sociale, del lavaggio delle mani, distribuire a tutti mascherine chirurgiche comporti dei benefici.
Al contrario, sappiamo che comporta la riduzione della disponibilità di questi presidi per gli operatori sanitari e che questo determina un rischio certo di collasso del sistema.
Ed è quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha detto fin dall’inizio, chiedendo a tutti di limitarne l’impiego solo a specifici casi (se si è contagiati o si presta assistenza a persone contagiate).

Questa carenza non è facilmente risolvibile. Il 50% della produzione di mascherine chirurgiche è in Cina. Per darci degli ordini di grandezza, prima dell’inizio di tutto questo, in Cina si producevano 20 milioni di mascherine al giorno e per affrontare l’epidemia, in un mese ne hanno dovute importare 2 miliardi, il 70% delle quali destinato ad operatori sanitari. In un mese, inoltre, hanno aumentato la loro produzione interna di quasi il 600% producendo oltre 100 milioni di mascherine al giorno.
Anche se sono numeri grezzi, danno un’idea: non siamo nemmeno lontanamente vicini al fabbisogno di presidi per la popolazione.
Considerate anche che quelli sono cinesi: se il governo dice che devono aumentare la produzione di mascherine, loro, in poche ore, ti convertono una fabbrica di involtini primavera in una manifattura tessile (e sono in grado anche di riutilizzare allo scopo gli involtini primavera, così dopo l’uso puoi anche friggere la mascherina e mangiartela). Eppure le mascherine non bastano nemmeno a loro.
E non sembra che nel breve termine le cose possono cambiare molto.

Insomma, effettivamente consigliare a tutti di indossare mascherine chirurgiche non è una buona idea se non vogliamo continuare a vedere gli operatori sanitari lavorare senza protezioni, con tutto quello che ne consegue per loro e noi tutti.

L’alternativa, almeno nel breve termine, è quella di ricorrere a “mascherine non mediche“, ovvero prive di specifici requisiti prestazionali. Ne avevo già parlato in questo articolo, sottolineando come non potessero essere considerate una protezione efficace per evitare di “prendersi il virus“.

Nei miei articoli precedenti su questo blog ho sempre fornito le fonti scientifiche delle mie affermazioni, precisando costantemente come, nella fase di contrasto dell’epidemia in cui ci troviamo (ancora oggi, 20 aprile), l’impiego delle mascherine sia assolutamente secondario rispetto allo stare a casa, alla distanza di sicurezza e al lavaggio delle mani.
In questa attuale fase di contrasto.
Ma ci stiamo preparando ad un’altra fase, nella quale dovranno essere impiegati anche nuovi strumenti e che ci vedrà di nuovo per strada, in numero crescente, dunque più vicini, ma soprattutto in tanti.

Tanti. Tanti di cui la maggioranza non è stata ancora contagiata e tanti che sono ancora contagiati e non lo sanno. Tanti, così tanti che sembra che ci siamo riprodotti per scissione binaria – tipo l’Escherichia coli – durante la quarantena. O forse non sono più semplicemente abituato a vedere gente e mi sembrate di più di prima, mentre invece la catastrofe è che siamo meno di prima e rischiamo di avere ancora molti altri morti se non stiamo attenti.

E all’aumentare del numero di persone per strada, al lavoro, nei luoghi pubblici, la distanza di sicurezza, comunque fondamentale, deve fare i conti con la complessità del sistema. È come quando siamo in macchina. Idealmente tutti teniamo una distanza di sicurezza dalla macchina che ci precede, ma quanto più aumenta la densità del traffico, tanto più è difficile garantirne l’adozione e piccole variazioni nei comportamenti di ciascuno, rendono il sistema caotico. In questo parallelismo, il contagio dà vita all’ingorgo: il comportamento dei singoli ha effetti sulla guida di tutti, producendo un risultato (l’ingorgo) che è più della somma delle piccole frenate.

La mascherina è come una distanza di sicurezza indossabile che interviene nel supplire la carenza di distanza di sicurezza fisica.
Ma può funzionare davvero? Non abbiamo studi scientifici che lo affermano. Ma assenza di prove non è prova di assenza. E possiamo fare qualche ragionamento sfruttando proprio la caratteristica della crescita esponenziale del fenomeno, attraverso il numero R0 cioè: il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva.

N.B.: i numeri che seguono non devono essere presi alla lettera, servono solamente a fare un ragionamento.

In Lombardia è stato stimato che all’inizio dell’epidemia fosse R0 = 2,96 (diciamo 3 per comodità di calcolo). Questo significa che ogni persona contagia 3 persone, quindi avremo che il numero di contagiati totali sarà:

  1. 1 + 3 = 4
  2. 1 + 3 + 9 = 13
  3. 1 + 3 + 9 + 27 = 40
  4. 1 + 3 + 9 + 27 + 81 = 121

Dopo 17 passaggi avremo superato la dimensione della popolazione italiana (oltre 64 milioni di persone contagiate).
Ora supponiamo di indossare tutti una mascherina, e che l’adozione di questa misura consenta di ridurre il valore di R0 da 3 a 2,9 (una riduzione di appena il 3,4%). In questo caso, dopo 17 passaggi il numero dei contagiati sarebbe di 38 milioni (cioè il 40% in meno rispetto a prima).
Cioè, anche ammesso che le mascherine servano a poco, quel poco significherebbe comunque tantissimo in un fenomeno con crescita esponenziale, ovvero contribuisce in modo sensibile all’appiattimento della tristemente nota “curva dei contagi”.

Sotto questo punto di vista è come la velocità in macchina: se invece di andare a 100 km/h vai a 70 km/, stai riducendo la velocità del 30%.
In compenso, l’energia cinetica si riduce di oltre il 50% e quindi un’eventuale incidente avrà conseguenze enormemente inferiori.

Usare la mascherina ci fornirà un vantaggio sensibile solo se la indossiamo tutti e teniamo ben presente che la mascherina è solo una misura ulteriore al distanziamento sociale e al lavaggio delle mani, scordandoci completamente l’idea che esse siano sufficienti a proteggerci se anche gli altri non le indossano.

Anche in assenza di evidenze scientifiche circa la loro utilità, tenendo fermo il fondamentale criterio del “primum non nocere” (in questo caso rispettato, perché i danni collaterali derivanti dall’uso delle mascherine non sembrano essere superiori a loro benefici), in base al principio di precauzione personalmente ritengo che l’uso delle mascherine non mediche dovrebbe essere considerato per tutti e in tutti i casi in cui – in ambiente diverso da quello della propria abitazione – non sia obbligatorio indossare maschere chirurgiche o DPI (fatta eccezione per i bambini piccoli e persone per le quali l’uso non sia sconsigliato dalle condizioni di salute o per altri rischi).

Per quanto riguarda la tipologia più adatta di queste mascherine non mediche, in queste settimane se ne sono viste di tutti i tipi (modello “Bugs Bunny”, in simil-cartaigienica, semirigide, a pannolino, ecc.) e un amico (grazie Renato) mi ha fornito interessanti aneddoti in merito e particolari costruttivi che rafforzano la necessità di considerarle sempre come misure secondarie.
È evidente che non tutte le mascherine sono uguali, sia per materiali che per comodità ed efficienza (qualunque essa sia) e l’obiettivo deve essere quello di trovare il miglior equilibrio tra la semplicità costruttiva (e dunque la realizzabilità delle stesse a livello industriale in grande numero) e il costo, senza che questo significhi andare pesantemente a scapito della loro indossabilità e ragionevole efficacia (come si è visto in alcuni casi).

L’alternativa è quella di farsele in casa. Ma, a quel punto, o te la fai bene o non ne vale la pena.

Dai miei studi (non sono ironico, ho letto un mucchio di studi scientifici) è emerso che i materiali migliori per costruirsi una mascherina siano il tessuto non tessuto (migliore del cotone) e lo scottex.
Per quanto riguarda le prestazioni, questo studio afferma che una mascherina di questo tipo ha un’efficienza filtrante del 95%. Ora, per me, la questione non è se si tratta del 95% o del 90% o dell’80%. La questione è che ci sono buone probabilità che sia più di 0% e funzioni meglio di altri materiali.
Unendo vari tutorial, dopo aver convinto mia moglie di aver già preso le mie goccine e dopo aver superato i vari test  a cui mi ha sottoposto per verificare un mancato aggravamento delle mie condizioni mentali, lei ha riesumato la macchina da cucire.
La mia esperienza è: si può fare e la resistenza respiratoria è accettabile per lo svolgimento di attività non gravose.

Materiali necessari

  • Forbici
  • Due pezzi di tessuto  (meglio se di due colori distinti, così potrete distinguere facilmente qual è la parte che deve sempre andare a contatto con il viso)
  • una metrata di elastico
  • Ago e filo o, meglio ancora, una macchina da cucire (e una moglie)
  • Una stampa del modello di mascherina che trovate più sotto (scaricate l’immagine e stampatela)
  • 3-4 fogli di scottex (o due fogli piegati a metà)

Costruzione

  1. tagliate la stoffa seguendo le dimensioni del modello di carta e mettete i due strati uno sull’altro.
  2. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura A
  3. rivoltate il “coso” che avete cucito, in modo che la stoffa che avanza finisca all’interno. Mica vorrete andare in giro come se vi foste fatti la mascherina da soli!
  4. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura B
  5. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia
  6. piegate la vostra mascherina come indicato nel modello. Aiutatevi materialmente col modello di carta, piegano la carta. Mettete punti di cucito man mano. ‘Sta parte è una gran rottura. Usate il ferro da stiro
  7. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia, fatevi aiutare da qualcuno che tenga gli elastici fermi sulla testa mentre provate la mascherina. Segnate la lunghezza corretta (tagliando l’elastico in eccesso) e cucite l’elastico alla mascherina
  8. sigillate tutto cucendo lungo la cucitura C
  9. prendete lo scottex e tagliatelo/piegatelo fino ad inserire 3-4 strati nella mascherina attraverso lo spazio vuoto lasciato sopra tra le cuciture A e B. È il vostro filtro.
  10. rifinite come meglio vi pare.
  11. dopo l’uso, rimuovete lo scottex. La mascherina può essere lavata in acqua e sapone  o ipoclorito di sodio al 0,1% (prendete la candeggina: ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua)
  12. ENJOY! E statemi lontani e lavatevi le mani.

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V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

 

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Anche se indossi la mascherina, stammi lontano

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Non finirò mai di ripeterlo: nella gerarchia delle cose buone e giuste da fare per evitare il diffondersi del contagio e prevenire il beccarsi la COVID-19, le misure di gran lunga più importanti sono:

Anche indossando una mascherina chirurgica, queste due misure devono essere considerate le più importanti in assoluto e, per nessun motivo, mettersi qualcosa in faccia deve indurre qualcuno a pensare di non essere capace di contagiare qualcun altro o – peggio ancora – di essere protetto dal contagio.

È di ieri uno studio pubblicato dalla rivista Annals of Internal Medicine nel quale i ricercatori Sud Coreani hanno preso 4 malati di COVID-19 e li hanno fatti tossire per 5 volte ciascuno in ognuna di queste condizioni (i Sud Coreani sono fatti così):

  • Senza niente in faccia
  • con indosso una mascherina chirurgica
  • con indosso una mascherina di cotone (il modello Bugs Bunny (cit.), per capirsi)

La carica virale è stata rilevata mediante una piastra di Petri, diversa per ogni colpo di tosse, posizionata a 20 cm dalla loro bocca. Poi hanno fatto anche dei tamponi sulla superficie interna delle maschere e sulla superficie esterna delle maschere.

Risultato:

  1. anche indossando una mascherina chirurgica o di cotone, l’aerosol è comunque passato, con una carica virale sostanzialmente indifferente che le si indossasse o meno.
  2. la carica virale rilevata sull’esterno delle maschere era superiore a quella dell’interno delle maschere.

Questo significa che quindi manco le mascherine chirurgiche servono a impedire il contagio? Calma.

Stiamo parlando di colpi di tosse che generano, perciò, aerosol, non semplici sputazzi.
Senza tossire, ci sono buone speranze che le mascherine chirurgiche fermino il grosso degli sputazzi e, dunque, della diffusione.
Perciò, è molto bello che tu abbia indossato la mascherina.
Anche se non è raccomandato dal WHO, dal Ministero della Salute, è molto bello che tu l’abbia fatto.
Io, nel profondo del mio cuore so che tu l’hai fatto per ridurre la diffusione del contagio (e anche un po’ perché speri che ti protegga). Non c’è niente di male, anzi, te ne do merito. E ti voglio bene.
Ma non è che io posso vivere con l’incubo che ti scappi un colpo di tosse o uno starnuto mentre siamo in coda per entrare al supermercato.
Quindi, stammi lontano. Tu e la tua mascherina.

Inoltre, se tossisci, anche se sei lontano da me, la carica virale passa sulla superficie esterna della mascherina e, se la tocchi, poi con le tue manacce zozze contaminerai tutto quello con cui vieni in contatto (cross-contamination).
Quindi, lavati le mani.

Se vuoi leggere altro sull’argomento, qui trovi pane per i tuoi denti:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Non è stato Google, un link trovato su Facebook o da qualche altra parte ad averti portato su questo blog, ma l’intera storia dell’Universo dal big bang ad oggi.
Potevi finire su Pornhub (categoria: Mascherine in lattice) o sul sito di Libero, invece sei finito qua.
Ora, davvero intendi opporti all’Universo? Devo ricordarti cosa è successo ai dinosauri? O al dodo? Anche loro erano convinti di poter fare come gli pareva.
Perciò, abbandonati. Ormai sei intrappolato in questo blog come una mosca scivolata nel water (e sì, qualcuno ha pure fatto quello che doveva fare e non ha tirato lo sciacquone. E tu sei lì e nuoti).
Non temere, ti salvo io. Devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post, la tua ciambella per rimanere a galla.

Pubblicato in: Altro, cultura della sicurezza

Riutilizzare un facciale FFP2/P3

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Siamo in emergenza e lo sappiamo.
I facciali filtranti FFP2 e FFP3 scarseggiano e, soprattutto nelle aree in cui l’epidemia è più diffusa, gli operatori sanitari sono costretti a riutilizzare il proprio DPI.
Per cui, giustamente, ci si sta ponendo il problema di come fare per garantire la sicurezza di queste persone che hanno il diritto alla paura come tutti, ma hanno più ragione di tutti di avere paura.

Molti schemi sono saltati o salteranno, ma nella ricerca delle soluzioni alternative o persino “esotiche” dobbiamo farci guidare dove possibile dall’evidenza scientifica e, dove questa non arriva, affidarci a questo principio fondamentale:

primum non nocere 

La iatrogenesi è sempre dietro l’angolo e, a volte, le cure possono essere peggiori dei mali.

Ho già accennato in questo articolo la questione relativa al riutilizzo dei facciali filtranti, specificando che, allo stato attuale delle conoscenze (o, perlomeno, della mia conoscenza) non c’è un metodo di efficacia riconosciuta che consenta la disinfezione dei DPI per le vie respiratorie, ma questo non significa non ci siano metodi meno consigliabili di altri.

Per varie ragioni, si è diffusa la percezione che tra i metodi che possono garantire questo risultato vi sia l’impiego di alcol (etilico o isopropilico al 70%), asperso sul DPI.
Mentre non ho letto alcuno studio scientifico che dimostri l’affidabilità di questo metodo, ho letto diversi studi che fanno propendere verso la sua dannosità, su tutti questo (spiega anche perché il filtro si danneggia), questo e questo.
Tra i metodi attualmente più titolati in termini di efficacia e che andrebbero maggiormente approfonditi c’è quello dell’impiego della luce ultravioletta (UV-C), ma anche qui non abbiamo certezze, ma parrebbe sembrare meno iatrogeno.

Non ho risposte certe sul metodo che andrebbe, perciò, impiegato.
Quello che so per certo è che i danni che un DPI può riportare a seguito di un “ricondizionamento” non adatto, possono non essere visibili e dunque produrre una esposizione inconsapevole al contagio.

Certo è che la contaminazione del filtro non è l’unico problema. Quando lo stesso facciale filtrante viene utilizzato molteplici volte, magari per una settimana, gli allacci possono perdere di elasticità, pregiudicando la tenuta. È un aspetto da verificare e tener molto ben presente.

Invito, inoltre, tutti coloro i quali utilizzano facciali filtranti a dare la massima importanza alla prova di tenuta, ripetendola anche più volte in caso di utilizzo prolungato (nel qual caso, è consigliabile usare DPI con valvola di espirazione, ricordando che non sono certificati EN 14683, una evidenza da tener presente almeno quando si ha a che fare con soggetti non contagiati o se si opera in campo sterile. Si veda in proposito l’articolo già citato per ulteriori approfondimenti).

Un’ulteriore riflessione è la seguente: siamo sicuri che sia indispensabile disinfettare i DPI se c’è il dubbio – nemmeno tanto improbabile –  che possano essere danneggiati dal processo di disinfezione? Siamo sicuri che questo rischio sia inferiore a quello che correrebbe un operatore ben addestrato e consapevole del rischio nel riutilizzarle con la consapevolezza che la loro parte esterna è contaminata (fornendogli anche adeguate istruzioni sul come conservarle)? In un caso non conosciamo gli effetti collaterali della cura, nell’altro – ritengo – sia possibile fronteggiare il rischio.
Ribadisco che mi sto riferendo esclusivamente all’emergenza derivante dalla carenza di DPI che riguarda i soli operatori sanitari, persone di indiscussa professionalità e competenza in materia di rischio biologico.

Infine – e non prendetemi per pazzo – dico questo: sono già stati annunciati gli esiti di uno studio relativo ai tempi di sopravvivenza del virus SARS-COV-2 su varie superfici. È un’ovvietà quella che sto per dire, ma è possibile fare uno studio del genere – con la massima priorità – sui facciali filtranti (testando vari modelli per vedere quale sia la varianza degli esiti)?
Potrebbe essere che la migliore soluzione non sia altro che quella di lasciarle “riposare” all’aria (in condizioni di temperatura e umidità controllate per essere sicuri della ripetibilità del metodo).
N.B.: non esiste nessuna evidenza scientifica della validità di questo metodo, nemmeno se lasciate il facciale “a riposo” per un mese. È un semplice invito a fare studi in proposito (se non li si stanno già facendo).
NON FATE GIRARE INFORMAZIONI ERRATE.

Un commosso e infinito «grazie» a tutti voi. Sapete a chi mi riferisco…


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Stavolta non ho nessuna voglia di scherzare.
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