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Verifica della conformità delle mascherine chirurgiche

Era già un mondo difficile.
Ancor prima che tutto questo avesse inizio era frequente leggere frasi del tipo: «Avvolte ci penso, ma non sò, apparte tutto, qual’è d’avvero il modo migliore per dire che è tutto apposto», assistere allo spargimento del parmigiano sulla pasta alla carbonara e altri orrori che mettono in discussione il nostro livello di civiltà.
Ora ci aggiungiamo anche la messa in commercio di mascherine chirurgiche non idonee nel corso di una pandemia che finora in Italia ha prodotto oltre 30000 decessi, con la stessa nonchalance con la quale distribuiresti figurine Panini false.
Dopo di questo c’è solo la vendita di reni di bambino su ebay e la legalizzazione della caccia al delfino.

In queste settimane ho speso moltissime ore del mio tempo per verificare se ciò che mi veniva presentato fosse effettivamente una mascherina chirurgica o qualcos’altro. E ho ricevuto decine di mail, telefonate, apparizioni in sogno nelle quali mi si chiedeva come fare a distinguere una mascherina chirurgica da un perizoma medico-chirurgico.
E allora mi sono chiesto: «Perché è così difficile fare un controllo che non dovrei nemmeno fare, dacché dovrei dare per scontato che, se qualcuno mi propone un prodotto marcato CE, questo sia ciò che dice di essere?».
Per capirlo, dobbiamo orientarci nel magico mondo della normativa di ‘sta roba qui.
Vi renderò la vita facile, ma – vi avverto – non è un percorso breve.
Iniziamo.

Direttiva di prodotto

Le mascherine chirurgiche rientrano nel campo di applicazione della Direttiva 93/42/CEE riguardante i dispositivi medici (il 26 maggio 2020 doveva entrare in vigore il nuovo Reg. UE 745/2017 che avrebbe sostituito questa Direttiva, ma data l’emergenza COVID-19 la scadenza è stata posticipata di un anno), recepita in Italia con il D.Lgs. n. 46/1997.
Questa norma è una “Direttiva di prodotto” ovvero consente l’immissione in commercio dei dispositivi medici sul mercato europeo con regole uguali per tutti i Paesi. Tra queste regole ci sono i “Requisiti Essenziali di Sicurezza” (RES) che, come dice l’espressione stessa, sono le caratteristiche che il dispositivo deve possedere (art. 4 del D.Lgs. n. 46/1997) per essere considerato un prodotto “sicuro”. Compresa una mascherina chirurgica.

Tuttavia, secondo le regole di classificazione di questi prodotti (art. 8 del D.Lgs. n. 46/1997), le mascherine chirurgiche rientrano tra i «dispositivi medici di classe I», ovvero quelli più semplici e meno pericolosi. Per questo motivo per la loro immissione sul mercato non è previsto l’intervento di un Organismo Notificato, ovvero un ente terzo che ne certifichi la conformità e verifichi il rispetto dei RES; al contrario progettazione e produzione vengono valutate ed accertate solo dal fabbricante.

Norme armonizzate

E qui arriva il bello.
I RES di cui all’Allegato I del D.Lgs. n. 46/1997 sono espressi in forma generica, senza entrare in dettagli tecnici quali, ad esempio, qual è l’efficienza di filtrazione minima che la mascherina chirurgica deve possedere. Come fa il fabbricante, lui da solo, a decidere quanto sputazzo deve filtrare la sua mascherina per affermare che essa rispetta i RES?

A tal fine, l’art. 6 del D.Lgs. n. 46/1997 dice che si presumono idonei quei prodotti realizzati conformemente alle norme armonizzate, ovvero a normative tecniche che entrano nel merito dei dettagli tecnici e che sono ufficializzate a tal fine.
Per le mascherine chirurgiche queste sono:

  • le norme della serie EN ISO 10993, ai fini della valutazione biologica dei materiali;
  • EN 14683:2019+AC:2019.

Quest’ultima, nello specifico, fornisce i requisiti prestazionali e i metodi di prova per testare se la mascherina arresta lo sputazzo, quanto ne arresta, quanto ti rende difficile respirarci attraverso, se può farti venire un’eritema in faccia, se può essere contaminata quando la indossi, ecc.
per giunta, questa stessa norma, tra le sue indicazioni – che dunque diventano vincolanti quando la applichi – ti dice che sulla confezione delle mascherine ci devi scrivere:

  • il riferimento alla EN 14683:2019
  • il tipo di mascherina (le mascherine, in funzione delle prestazioni si distinguono in tre “tipi”: I, II, IIR).

Quindi un primo indizio per sapere se la tua mascherina è conforme, è che questi dati siano riportati sulla confezione.

Altri indizi

Per essere immesse sul mercato, le mascherine conformi alla Direttiva 93/42/CEE devono inoltre riportare il nome o ragione sociale e indirizzo del fabbricante.
La Cina è il principale produttore mondiale di mascherine (da sola ne produce il 50%) ma, trattandosi di un Paese extraeuropeo, laddove il fabbricante fosse cinese, la confezione delle mascherine importate in Europa deve, riportare anche il nome e l’indirizzo del suo mandatario cioè il rappresentante del fabbricante nella comunità europea. C’è da dire che il fabbricante potrebbe essere europeo, ma aver esternalizzato la produzione vera e propria in Cina. In questo caso vale la prima opzione. Ma, se come normalmente accade, il fabbricante è extraeuropeo, l’assenza del nome e indirizzo del mandatario sulla confezione significa che qualcosa non va. Sapevatelo. Non è una semplice questione formale… Anzi, la dice lunga… Banalmente significa che l’importatore italiano ha comprato le mascherine sul primo sito online che ha trovato, ma non ha espletato le verifiche necessarie per verificare che quelle mascherine fossero effettivamente idonee e conformi agli standard europei, altrimenti non gli sarebbe costato nulla diventare lui il mandatario in 5 minuti o l’importatore. È che proprio non sa quello che comporta immettere sul mercato europeo un prodotto.

Oltre questa informazione “anagrafica”, l’etichetta sulla confezione deve riportare:

  • l’indicazione di cosa ci sia dentro la confezione (es. “mascherina chirurgica”);
  • la dicitura che specifichi se il prodotto è sterile o meno (per la maggioranza degli usi non sanitari non è necessario sia sterile);
  • il numero di codice del lotto. I dispositivi medici devono essere tracciabili;
  • la dicitura “monouso”, se la mascherina lo è;
  • le condizioni di conservazione (temperatura, umidità, non tenerla sotto pioggia o sole, ecc.);
  • eventuale data di scadenza;
  • eventuali istruzioni (es. per il lavaggio, se non è monouso);
  • marchio CE.

Se la mascherina è stata autorizzata in deroga ai sensi del Decreto Cura Italia, deve esserci anche scritto:

  • «realizzato ai sensi dell’art. 15 comma 2 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18»;
  • se la maschera è di tipo I: «Le maschere facciali ad uso medico di tipo I dovrebbero essere utilizzate solo per i pazienti e per altre persone per ridurre il rischio di diffusione delle infezioni, in particolare in situazioni epidemiche o pandemiche. Le maschere di Tipo I non sono destinate all’uso da parte di operatori sanitari in sala operatoria o in altre attività mediche con requisiti simili».

Sembra facile

Starete pensando: «Beh, quindi siamo a posto. Che ci vuole? Basta vedere se ci sono tutte queste cosine qui sulla scatoletta e il meno è fatto».
Purtroppo, quello che avete visto finora è lo scenario migliore.
Poi c’è il mondo delle soluzioni “esotiche”, la fantastica arte ninja del rispetto spannometrico dei RES.
Infatti, quello che ancora non vi avevo detto è che l’applicazione delle norme armonizzate da parte dei fabbricanti è volontario, anche se auspicabile; il loro rispetto assicura una presunzione di conformità ai RES, che invece il fabbricante dovrà compiutamente dimostrare in caso di non utilizzo delle norme stesse.

È un po’ come se vi dicessero: «C’è da fare il tiramisù. Puoi farlo seguendo la ricetta tradizionale col mascarpone, caffè e tutte cose. Oppure, vedi tu che metterci dentro. La cosa fondamentale è che sia un vero tiramisù».
Il problema è che se non segui la ricetta tradizionale, non c’è modo di sapere – se non assaggiandolo – se quello che hai davanti è un vero tiramisù.

Ecco appunto… Nel mondo reale, la maggioranza delle mascherine che vedete in giro non ha mai visto una sola prova di laboratorio: si tratta di roba che il fabbricante ha marcato CE sulla base di… Ah, boh!
Quando dico «Ah, boh!», intendo proprio che se non fai quelle prove, non esiste altro modo di sapere se le tue mascherine hanno, per esempio, un’efficienza filtrante batterica (BFE) almeno del 95% (tipo I) o 98% (tipo II e IIR).
Dal punto di vista della presunzione delle loro prestazioni sono, letteralmente, la stessa cosa di una mascherina di comunità. Ma col marchio CE.
Di fatto scommettono sul fatto che nessuno mai chiederà loro conto di dimostrare che quelle mascherine siano idonee.

Il Ministero della salute sul proprio sito afferma: «Le mascherine chirurgiche, per essere sicure, devono essere prodotte nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019» e «Ogni altra mascherina reperibile in commercio, diversa da quelle sopra elencate, non è un dispositivo medico».
Purtroppo non è vero…

Il repertorio dei dispositivi medici

L’art. 13 del D.Lgs. n. 46/1997 prevede i fabbricanti e i mandatari sul territorio italiano debbano registrare al Ministero della salute i loro dispositivi medici, prima di metterli in commercio.
L’elenco dei dispositivi registrati è disponibile qui.
Potete rintracciare tutte le mascherine chirurgiche registrate in questa banca dati (dovete inserire uno dei seguenti numeri CND: T020601 o T020602 o T020699 che sono i codici riferiti alle mascherine). Alla data odierna ne risultano iscritte 1134.
La registrazione richiede che, di fatto, per una mascherina chirurgica gli unici dati rilevanti siano il nome e l’indirizzo del fabbricante/mandatario, l’immagine dell’etichetta, la scheda tecnica, come potete verificare dalla lettura del corposo manuale per l’uso della banca dati.
Almeno la scheda tecnica, ci si aspetterebbe, debba contenere i dati relativi ai test di laboratorio… Nulla di tutto questo (pag. 184 del manuale).

Il risultato è che la registrazione di questi prodotti non implica alcuna verifica circa la loro conformità. Così su tonnellate di confezioni di mascherine chirurgiche trovate la dicitura «Dispositivo medico di classe I» e risultano regolarmente registrate in banca dati. Ma quando chiedete al produttore di mandarvi una copia dei test di laboratorio «nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019» come scrive il Ministero della Salute sul suo sito, non ricevete risposta.
La risposta la ottenete, al contrario, senza problemi, da quelli che sulla conformità del loro prodotto ci hanno investito, che i test li hanno fatti e che, tra l’altro, lo dichiarano (ovviamente) sulla confezione, come previsto dalla stessa EN 14863.

Potete tranquillamente rintracciare anche mascherine monovelo regolarmente registrate come dispositivi medici di classe I. Con tanto di scritta «Made in Italy» o «Prodotto in Italia». In moltissimi casi, la registrazione (uno dei dati che risultano nella banca dati) del prodotto risale ad aprile o maggio 2020.

Provate a cercare su internet: «mascherina dispositivo medico di classe I». Guardate le immagini: troverete roba che ha scandalizzato gli italiani quando si era loro detto che quelle erano le mascherine chirurgiche con le quali si intendeva fronteggiare l’emergenza.
Peccato che, forse, quelle mascherine erano davvero registrate come «dispositivi medici di classe I».
Guardate le confezioni: non troverete un riferimento alla norma EN 14683 nemmeno con un microscopio elettronico a scansione.

E quindi?

Quindi va molto male.
Ai fini della protezione dal contagio sui luoghi di lavoro sono stati resi obbligatori dall’Accordo tra Governo e parti sociali i facciali filtranti (sui quali è possibile effettuare delle verifiche più affidabili) o le mascherine chirurgiche. Queste ultime rappresentano il presidio più razionale, dato che i facciali sono prodotti in numero ancora inferiore.
Ma che senso ha avere imposto mascherine “chirurgiche” se la stragrande maggioranza di questi presidi, di fatto, non fornisce alcuna certezza relativa alle sue prestazioni?
Che differenza c’è, tra acquistare una mascherina “chirurgica” marcata CE, ma prodotta senza l’applicazione delle norme armonizzate e una mascherina “di comunità”?
Oggi le aziende si stanno dannando per trovare e acquistare mascherine “chirurgiche”, spendendo anche più di quanto spenderebbero acquistando delle mascherine di comunità, per ritrovarsi poi con il medesimo livello di sicurezza che avrebbero se avessero direttamente acquistato delle “buone” maschere di comunità.

Ho clienti che hanno acquistato migliaia di mascherine “chirurgiche” per poi, dopo una mia verifica, essersi resi conto di non poterci fare nulla.
E sono certo che anche a voi che leggete sia capitata la stessa cosa.
E se non vi è capitata è perché non avevate letto questo post. Fate adesso la verifica… Ecco, adesso anche a voi è capitata la stessa cosa.

La questione è molto semplice: checché ne dica il Commissario Arcuri, oggi è semplicemente IMPOSSIBILE importare o produrre mascherine chirurgiche VERE in numero bastante. La quantità di meltblown necessaria in una pandemia, la parte filtrante intermedia utilizzata per la quasi totalità di questi prodotti, non esiste sul pianeta Terra. E non si produce dall’oggi al domani. Parliamo di un processo industriale complesso che richiede know-how e specifici macchinari che non si comprano in concessionaria.
Le maschere chirurgiche che circolano, pur marcate CE, se venissero sottoposte alle prove di laboratorio, non supererebbero i test.
Qualcuno vuole finalmente fare i conti con la realtà e adeguarsi a questa anziché pretendere che sia la realtà ad adeguarsi ai suoi desideri?


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Sto per brevettare un aspiravirus che si indossa sulla schiena e ha una bocchetta di aspirazione poco invadente che si applica in prossimità della bocca e delle narici. Tutto quello che entra e esce dalle alte vie respiratorie viene intercettato dal mio aspiravirus portatile, con un’efficienza prossima al 99,997%.
L’unica pecca, al momento, è che si genera il vuoto spinto, per cui in molti casi la persona muore di anossia, ma è un problema che può essere bypassato con una tracheotomia e inserendo nel vostro collo una cannuccia da cui respirare (ovviamente la cannuccia e compresa nel prezzo).
Se vuoi comprare l’aspiravirus e un intervento di tracheotomia rapido, devi solo guardare in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e metterò in vendita l’aspiravirus.

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Mascherine per tutti? Decisamente sì.

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Nel contrasto alla diffusione del contagio non tutto quello che fai ha lo stesso valore. Questa non è la prima epidemia nella storia dell’umanità e, pur non conoscendo questo virus, le tragiche esperienze del passato (anche antico) e le evidenze scientifiche ci hanno insegnato che il distanziamento sociale, l’isolamento dei casi e l’igiene delle mani sono misure fondamentali per contrastare le epidemie, in assenza di vaccini.

Non diamolo per scontato. Per secoli abbiamo “combattuto” le epidemie sostanzialmente aspettando che il contagio uccidesse quelli che doveva uccidere e attendendo che si creasse una sufficiente immunità di gregge. Nel frattempo, però, per non stare con le mani in mano, le abbiamo tentate tutte: dalla penitenza, ai salassi; dalla somministrazione di mercurio, allo stigma sociale o addirittura ammalandoci di proposito (con il vaiolo, per esempio, si  pagava una persona che aveva contratto la malattia in forma lieve sperando che il virus riservasse lo stesso trattamento).

Tutto questo ci dice che nella storia dell’umanità la diffusione delle epidemie non è mai stata caratterizzata da un evidente rapporto tra causa ed effetto e che, prima che si arrivasse ad elaborare misure effettivamente efficaci come i lazzaretti (“isolamento dei casi”), il rinchiudersi in casa (“distanziamento sociale”), la combustione dei cadaveri, delle case e degli effetti personali dei contagiati (“disinfezione”) ci sono voluti millenni, durante i quali abbiamo fatto tante prove ed errori (alcuni dei quali gravissimi, come per esempio riunirci nelle chiese per pregare che tutto finisse).

Oggi però sappiamo un sacco di cose. Se siete risultati positivi al tampone, non vi hanno bruciato casa e magari vi siete limitati a lavarvi i vestiti in lavatrice.
Ma tante cose ancora non ci sono perfettamente note. Per esempio, anche se può sembrare strano, noi non sappiamo se l’impiego di mascherine chirurgiche da parte della popolazione possa essere davvero utile.

Esattamente. Non abbiamo studi che confermino che, a differenza dell’isolamento dei casi, del distanziamento sociale, del lavaggio delle mani, distribuire a tutti mascherine chirurgiche comporti dei benefici.
Al contrario, sappiamo che comporta la riduzione della disponibilità di questi presidi per gli operatori sanitari e che questo determina un rischio certo di collasso del sistema.
Ed è quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha detto fin dall’inizio, chiedendo a tutti di limitarne l’impiego solo a specifici casi (se si è contagiati o si presta assistenza a persone contagiate).

Questa carenza non è facilmente risolvibile. Il 50% della produzione di mascherine chirurgiche è in Cina. Per darci degli ordini di grandezza, prima dell’inizio di tutto questo, in Cina si producevano 20 milioni di mascherine al giorno e per affrontare l’epidemia, in un mese ne hanno dovute importare 2 miliardi, il 70% delle quali destinato ad operatori sanitari. In un mese, inoltre, hanno aumentato la loro produzione interna di quasi il 600% producendo oltre 100 milioni di mascherine al giorno.
Anche se sono numeri grezzi, danno un’idea: non siamo nemmeno lontanamente vicini al fabbisogno di presidi per la popolazione.
Considerate anche che quelli sono cinesi: se il governo dice che devono aumentare la produzione di mascherine, loro, in poche ore, ti convertono una fabbrica di involtini primavera in una manifattura tessile (e sono in grado anche di riutilizzare allo scopo gli involtini primavera, così dopo l’uso puoi anche friggere la mascherina e mangiartela). Eppure le mascherine non bastano nemmeno a loro.
E non sembra che nel breve termine le cose possono cambiare molto.

Insomma, effettivamente consigliare a tutti di indossare mascherine chirurgiche non è una buona idea se non vogliamo continuare a vedere gli operatori sanitari lavorare senza protezioni, con tutto quello che ne consegue per loro e noi tutti.

L’alternativa, almeno nel breve termine, è quella di ricorrere a “mascherine non mediche“, ovvero prive di specifici requisiti prestazionali. Ne avevo già parlato in questo articolo, sottolineando come non potessero essere considerate una protezione efficace per evitare di “prendersi il virus“.

Nei miei articoli precedenti su questo blog ho sempre fornito le fonti scientifiche delle mie affermazioni, precisando costantemente come, nella fase di contrasto dell’epidemia in cui ci troviamo (ancora oggi, 20 aprile), l’impiego delle mascherine sia assolutamente secondario rispetto allo stare a casa, alla distanza di sicurezza e al lavaggio delle mani.
In questa attuale fase di contrasto.
Ma ci stiamo preparando ad un’altra fase, nella quale dovranno essere impiegati anche nuovi strumenti e che ci vedrà di nuovo per strada, in numero crescente, dunque più vicini, ma soprattutto in tanti.

Tanti. Tanti di cui la maggioranza non è stata ancora contagiata e tanti che sono ancora contagiati e non lo sanno. Tanti, così tanti che sembra che ci siamo riprodotti per scissione binaria – tipo l’Escherichia coli – durante la quarantena. O forse non sono più semplicemente abituato a vedere gente e mi sembrate di più di prima, mentre invece la catastrofe è che siamo meno di prima e rischiamo di avere ancora molti altri morti se non stiamo attenti.

E all’aumentare del numero di persone per strada, al lavoro, nei luoghi pubblici, la distanza di sicurezza, comunque fondamentale, deve fare i conti con la complessità del sistema. È come quando siamo in macchina. Idealmente tutti teniamo una distanza di sicurezza dalla macchina che ci precede, ma quanto più aumenta la densità del traffico, tanto più è difficile garantirne l’adozione e piccole variazioni nei comportamenti di ciascuno, rendono il sistema caotico. In questo parallelismo, il contagio dà vita all’ingorgo: il comportamento dei singoli ha effetti sulla guida di tutti, producendo un risultato (l’ingorgo) che è più della somma delle piccole frenate.

La mascherina è come una distanza di sicurezza indossabile che interviene nel supplire la carenza di distanza di sicurezza fisica.
Ma può funzionare davvero? Non abbiamo studi scientifici che lo affermano. Ma assenza di prove non è prova di assenza. E possiamo fare qualche ragionamento sfruttando proprio la caratteristica della crescita esponenziale del fenomeno, attraverso il numero R0 cioè: il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva.

N.B.: i numeri che seguono non devono essere presi alla lettera, servono solamente a fare un ragionamento.

In Lombardia è stato stimato che all’inizio dell’epidemia fosse R0 = 2,96 (diciamo 3 per comodità di calcolo). Questo significa che ogni persona contagia 3 persone, quindi avremo che il numero di contagiati totali sarà:

  1. 1 + 3 = 4
  2. 1 + 3 + 9 = 13
  3. 1 + 3 + 9 + 27 = 40
  4. 1 + 3 + 9 + 27 + 81 = 121

Dopo 17 passaggi avremo superato la dimensione della popolazione italiana (oltre 64 milioni di persone contagiate).
Ora supponiamo di indossare tutti una mascherina, e che l’adozione di questa misura consenta di ridurre il valore di R0 da 3 a 2,9 (una riduzione di appena il 3,4%). In questo caso, dopo 17 passaggi il numero dei contagiati sarebbe di 38 milioni (cioè il 40% in meno rispetto a prima).
Cioè, anche ammesso che le mascherine servano a poco, quel poco significherebbe comunque tantissimo in un fenomeno con crescita esponenziale, ovvero contribuisce in modo sensibile all’appiattimento della tristemente nota “curva dei contagi”.

Sotto questo punto di vista è come la velocità in macchina: se invece di andare a 100 km/h vai a 70 km/, stai riducendo la velocità del 30%.
In compenso, l’energia cinetica si riduce di oltre il 50% e quindi un’eventuale incidente avrà conseguenze enormemente inferiori.

Usare la mascherina ci fornirà un vantaggio sensibile solo se la indossiamo tutti e teniamo ben presente che la mascherina è solo una misura ulteriore al distanziamento sociale e al lavaggio delle mani, scordandoci completamente l’idea che esse siano sufficienti a proteggerci se anche gli altri non le indossano.

Anche in assenza di evidenze scientifiche circa la loro utilità, tenendo fermo il fondamentale criterio del “primum non nocere” (in questo caso rispettato, perché i danni collaterali derivanti dall’uso delle mascherine non sembrano essere superiori a loro benefici), in base al principio di precauzione personalmente ritengo che l’uso delle mascherine non mediche dovrebbe essere considerato per tutti e in tutti i casi in cui – in ambiente diverso da quello della propria abitazione – non sia obbligatorio indossare maschere chirurgiche o DPI (fatta eccezione per i bambini piccoli e persone per le quali l’uso non sia sconsigliato dalle condizioni di salute o per altri rischi).

Per quanto riguarda la tipologia più adatta di queste mascherine non mediche, in queste settimane se ne sono viste di tutti i tipi (modello “Bugs Bunny”, in simil-cartaigienica, semirigide, a pannolino, ecc.) e un amico (grazie Renato) mi ha fornito interessanti aneddoti in merito e particolari costruttivi che rafforzano la necessità di considerarle sempre come misure secondarie.
È evidente che non tutte le mascherine sono uguali, sia per materiali che per comodità ed efficienza (qualunque essa sia) e l’obiettivo deve essere quello di trovare il miglior equilibrio tra la semplicità costruttiva (e dunque la realizzabilità delle stesse a livello industriale in grande numero) e il costo, senza che questo significhi andare pesantemente a scapito della loro indossabilità e ragionevole efficacia (come si è visto in alcuni casi).

L’alternativa è quella di farsele in casa. Ma, a quel punto, o te la fai bene o non ne vale la pena.

Dai miei studi (non sono ironico, ho letto un mucchio di studi scientifici) è emerso che i materiali migliori per costruirsi una mascherina siano il tessuto non tessuto (migliore del cotone) e lo scottex.
Per quanto riguarda le prestazioni, questo studio afferma che una mascherina di questo tipo ha un’efficienza filtrante del 95%. Ora, per me, la questione non è se si tratta del 95% o del 90% o dell’80%. La questione è che ci sono buone probabilità che sia più di 0% e funzioni meglio di altri materiali.
Unendo vari tutorial, dopo aver convinto mia moglie di aver già preso le mie goccine e dopo aver superato i vari test  a cui mi ha sottoposto per verificare un mancato aggravamento delle mie condizioni mentali, lei ha riesumato la macchina da cucire.
La mia esperienza è: si può fare e la resistenza respiratoria è accettabile per lo svolgimento di attività non gravose.

Materiali necessari

  • Forbici
  • Due pezzi di tessuto  (meglio se di due colori distinti, così potrete distinguere facilmente qual è la parte che deve sempre andare a contatto con il viso)
  • una metrata di elastico
  • Ago e filo o, meglio ancora, una macchina da cucire (e una moglie)
  • Una stampa del modello di mascherina che trovate più sotto (scaricate l’immagine e stampatela)
  • 3-4 fogli di scottex (o due fogli piegati a metà)

Costruzione

  1. tagliate la stoffa seguendo le dimensioni del modello di carta e mettete i due strati uno sull’altro.
  2. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura A
  3. rivoltate il “coso” che avete cucito, in modo che la stoffa che avanza finisca all’interno. Mica vorrete andare in giro come se vi foste fatti la mascherina da soli!
  4. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura B
  5. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia
  6. piegate la vostra mascherina come indicato nel modello. Aiutatevi materialmente col modello di carta, piegano la carta. Mettete punti di cucito man mano. ‘Sta parte è una gran rottura. Usate il ferro da stiro
  7. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia, fatevi aiutare da qualcuno che tenga gli elastici fermi sulla testa mentre provate la mascherina. Segnate la lunghezza corretta (tagliando l’elastico in eccesso) e cucite l’elastico alla mascherina
  8. sigillate tutto cucendo lungo la cucitura C
  9. prendete lo scottex e tagliatelo/piegatelo fino ad inserire 3-4 strati nella mascherina attraverso lo spazio vuoto lasciato sopra tra le cuciture A e B. È il vostro filtro.
  10. rifinite come meglio vi pare.
  11. dopo l’uso, rimuovete lo scottex. La mascherina può essere lavata in acqua e sapone  o ipoclorito di sodio al 0,1% (prendete la candeggina: ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua)
  12. ENJOY! E statemi lontani e lavatevi le mani.

Istruzioni mascherina.jpg


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

 

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DPI e mascherine: come funziona la protezione delle vie respiratorie dal contagio da Covid-19

dpi-mascherine-coronavirus-1

Ho scritto questo articolo con l’intenzione di dare informazioni corrette su DPI e mascherine

Non è scritto con un linguaggio particolarmente tecnico per riuscire a parlare anche a chi tecnico non è e vuole capire bene come stanno le cose.

Ok,  è un po’ lungo per gli standard della rete e a cui ci siamo abituati, ma è il prezzo da pagare per capire le cose.

La cultura ognuno se la deve conquistare. Solo l’ignoranza si espande gratuitamente

Per leggere il post dovete andare su questo sito (cliccando verrete depredati di ogni avere, la vostra anima sarà venduta al diavolo e il vostro computer si riempirà di virus talmente aggressivi che dovrete dargli fuoco: altro che la COVID-19… Scherzo, non succede nulla. Finite sulla pagina di Teknoring, che è un portale tecnico di WKI, la casa editrice che pubblica anche i miei libri).

Buona lettura!

Andrea


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post è evidente che la protezione per le vie respiratorie è un’ossessione per te.
Per venire incontro alle tue esigenze, sto creando una linea di mascherine che, in funzione del modello, risaltano gli occhi, danno un aspetto tenebroso, profumano di varie essenze, hanno l’aria condizionata, ecc.
Se vuoi sapere quando le metterò in commercio, guarda in alto su questa pagina.
Quella foto che vedi sono io. Senza mascherina il mio volto può lasciare perplessi, lo capisco… Ma non è questo il punto.
Guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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10 FAQ sulle mascherine

FAQ

1. Perché continui a parlarci di mascherine e respiratori?

In effetti l’argomento è meno importante di tante altre misure di prevenzione come il lavaggio delle mani e la distanza di sicurezza, ma ha scalato le classifiche dell’interesse generale e questo rischia di cambiare l’ordine delle priorità nella testa delle persone se non si comunica adeguatamente come stanno le cose.
Una “maschera” è un oggetto visibile, comprensibile, intuibile nel suo funzionamento e, pertanto, percepito come più efficace di una distanza (“chi me lo dice che il virus non viaggia più lontano di 1 m?”) o il lavaggio delle mani (“E del virus che dall’asfalto contaminato passa alle suole delle scarpe, ti entra in casa e ti aggredisce nel sonno, ne vogliamo parlare?”).
Modificare le priorità e non dare la giusta rilevanza alle cose equivale, più o meno, ad attaccarti al culo della macchina che ti precede, tanto c’hai la cintura di sicurezza e i riflessi pronti.

2. Ci sono differenze tra le mascherine chirurgiche e le maschere FFP2 o FFP3?

Molte. Le maschere chirurgiche sono dispositivi ad uso medico con la funzione di impedire a chi le porta di sputazzare addosso a qualcun altro, contagiandolo se lo sputazzatore è infetto. In subordine, queste maschere proteggono anche dalle sputazzate che ti possono arrivare da altri, ma non sono altrettanto efficaci contro l’inalazione di particelle in sospensione (vedi anche FAQ 9) perché “calzano larghe” e, dunque, non garantiscono una buona tenuta dei bordi dall’ingresso di contaminanti verso l’interno.
Le maschere FFP2 o FFP3 (la loro denominazione corretta è “respiratori a filtro”) sono invece Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) e isolano le vie respiratorie del portatore dai contaminanti (polveri, aerosol, sputazzi) presenti nell’aria. Si distinguono per la loro efficienza filtrante e anche (direi, soprattutto) per la perdita di tenuta verso l’interno (ovvero l’ipotesi che il contaminante passi comunque, in qualche modo, vedi anche FAQ 6).

3. Ma è vero che i respiratori non riescono a fermare i virus perché sono troppo piccoli rispetto alle “maglie” del filtro?

Non è vero. Le particelle più piccole di 0,3 μm, come i virus, esibiscono un moto cosiddetto “browniano” (Einstein lo spiegò in modo abbastanza semplice, con lo zucchero, dimostrando indirettamente che gli atomi esistevano veramente. Ma lui era Einstein e faceva cose). In sostanza, sono talmente piccole che sbattono a qualunque cosa, comprese le molecole di gas contenute nell’aria, e il loro moto non segue una direzione prevedibile. Pertanto è altamente probabile che finiranno per impattare contro una fibra del filtro e rimanere lì. Gli studi condotti mostrano che essi potrebbero filtrare particelle fino a 0,007 μm (molto più piccole di un virus).

4. Quante volte posso riutilizzare la maschera e quanto dura la sua efficacia?

Maschere chirurgiche e respiratori sono da intendersi monouso. In condizioni ordinarie, la loro efficacia è garantita per tutto il tempo per cui sono indossate, ma nella pratica bisognerebbe sostituirle se, per gli effetti della respirazione o del parlare si inumidiscono. Inoltre non vanno mai rimosse dal viso. Altrimenti bisogna sostituirle.

5. Ok, sono monouso. In teoria… Ma non mi dirai che non c’è modo di farle “rinvenire” come le lenticchie?

Ecco. Questo è un esempio del perché trovo preoccupante che l’attenzione si concentri sulle mascherine. Contrariamente alla comune percezione, dietro questi, apparentemente semplici, mezzi di protezione c’è un mondo complesso, fatto di prove, test e certificazioni. Quando le condizioni al contorno non possono essere rispettate, il risultato non è più garantito.
Una delle condizioni è che le maschere e i respiratori sono monouso. Dopo il loro primo impiego, devono intendersi contaminate e pertanto non riutilizzabili. È vero, esistono anche respiratori con filtri riutilizzabili ma le considerazioni non cambiano, specie per la popolazione non professionale. Il rischio è quello di contaminarsi indossando un respiratore o una maschera contaminati.
Ciò detto, sono stati fatti degli studi per capire se si possono riutilizzare i respiratori e per trovare dei metodi per decontaminarli, proprio per circostanze come quelle attuali, nelle quali non c’è disponibilità di presidi e c’è un’emergenza in corso.
Con riferimento ai soli respiratori (e non alle mascherine chirurgiche) sono stati testati vari metodi: autoclavaggio, calore secco a 160°C, disinfezione con alcol isopropilico al 70%, acqua e sapone per 20 minuti, ossido di etilene, nebulizzazione con perossido di idrogeno, microonde, luce ultravioletta.
Quella che ha portato ai risultati migliori senza produrre un considerevole degrado del respiratore è stata la luce ultravioletta.

6. C’è altro che devo sapere?

Un sacco di cose. Una delle più importanti è che l’efficacia del respiratore dipende dalla sua adattabilità al viso, ovvero dell’aderenza dello stesso alla faccia. Barba, baffi, basette ne riducono l’efficacia. Ma soprattutto deve essere indossato correttamente e non deve essere spostato (o spostarsi accidentalmente). Tutto questo influisce sul reale valore della perdita di tenuta verso l’interno dichiarato del respiratore che è, nella pratica, ben più basso di quello teorico.
È altresì prevista l’esecuzione di una “prova di tenuta” per verificare che siano state indossate bene. È per questo che negli ambienti di lavoro è previsto l’addestramento per l’uso di questi DPI. I produttori forniscono queste indicazioni nelle istruzioni allegate alla confezione del respiratore.
Altre limitazioni potrebbero derivare da pregresse condizioni di salute compromessa che  potrebbero rendere la persona non idonea ad indossare il DPI.
E lavati sempre le mani dopo averla tolta, non toccando nient’altro prima di essertele lavate.
Inoltre, ricorda molto bene che, se quella respiratoria è la più comune via di infezione, non è l’unica. È necessario anche proteggere gli occhi, indossando occhiali di protezione.

7. Quindi mi stai dicendo che le mascherine non servono?

NO. Assolutamente no! Mascherine e respiratori sono importanti, purché accompagnate da un uso consapevole dei loro limiti e soprattutto se impiegate nel corretto ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

Detto questo, ricorda: un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche.

8. Ricominciamo daccapo… Ma allora, quando devo indossare le maschere/respiratori?

Il grosso della risposta dipende da chi sei e che ci devi fare.
Per le persone comuni l’OMS continua a consigliarne l’uso se:

  1. si è infetti, per evitare di trasmettere l’infezione;
  2. se si deve prestare assistenza a persone contagiate o presunte tali.

Le disposizioni del Governo aggiungono, a questi, i casi in cui non è possibile mantenere la distanza di sicurezza di 1 m.

9. Ma se le mascherine non proteggono quanto i respiratori, è inutile indossarle se voglio proteggermi?

Con tutte le dovute cautele del caso e in considerazione che ci si trova in una condizione di emergenza e di indisponibilità di DPI, c’è da dire che gli studi condotti su personale infermieristico e il virus dell’influenza non hanno dimostrato una significativa differenza di efficacia tra i due presidi.
Questo ovviamente vale in circostanze ordinarie, quale può essere la semplice vicinanza ad un soggetto contagiato o presunto tale. Non è il caso di operazioni ad elevato rischio di aerosolizzazione (intubazione di un paziente, broncoscopia, ecc.).
Insomma, per le persone comuni che fanno cose comuni e la usano bene, la mascherina chirurgica potrebbe rappresentare un presidio altrettanto valido che non i respiratori FFP2 o FFP3.
Ad ogni modo, anche se siamo tutti brutte persone e pensiamo principalmente a noi stessi, deve passare il fondamentale concetto che mascherine/respiratori sono più importanti nel prevenire il diffondersi del contagio che nel proteggere chi le indossa.

10. L’ho usata. Non ho un inceneritore in casa. Che ci faccio?

Mettila in un sacchetto di plastica (senza toccare niente) e chiudi il sacchetto.
Lavati le mani.

Se cerchi altre letture sull’argomento:

 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post presumibilmente, anche tu, come il virus, esibisci un moto browniano saltellando tra siti che spiegano come sanificare le suole delle scarpe camminando in una pozza di acido per batterie e altri che mostrano come esista una evidente correlazione tra la fine della saga di Star Wars e l’inizio della pandemia .
Ora sei intrappolato tra le maglie di questo blog e non riuscirai a liberarti, quindi smettila di opporre resistenza e accetta l’idea di passare insieme questo periodo di quarantena.
Quindi, guarda in alto su questa pagina, sotto la mia foto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando usciranno le nuove puntate della mia serie “Stranger virus”.

 

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Quanto dura un respiratore a filtro?

Hudhayfa al-Shahad tries an improvised gas mask in IdlibPer i non addetti ai lavori: i respiratori sono i dispositivi di protezione individuali che impediscono di respirare aria contaminata da gas, polveri, aerosol, compreso dunque, il droplet che può contenere il nuovo coronavirus.

In questo post tratterò solo il caso di quest’ultimo e non scenderò in tecnicismi, né mi dilungherò, al fine di garantire la massima comprensione del concetto, rivolgendomi esclusivamente al personale non sanitario.
Inoltre, non tratterò il caso delle mascherine ad uso medico per le quali, le considerazioni che seguono sono da intendersi come peggiorative.

L’efficienza di un respiratore a filtro FFP2 o FFP3 è garantita per tempi lunghissimi nel caso di esposizione a rischio biologico, anche per molte settimane di utilizzo e riutilizzo (ovviamente è stato simulato in laboratorio), ma ai fini pratici essi devono essere considerati

MONOUSO

Il riutilizzo di un respiratore contaminato espone la persona che lo indossa al rischio di contagio attraverso il contatto con le mani e successiva trasmissione attraverso le mucose (questo è vero anche per i respiratori concepiti come riutilizzabili).
Inutile discutere della probabilità che il DPI sia contaminato, perché altrimenti dovreste prima chiedervi che lo indossate a fare.
Ovviamente ci sarebbero anche rischi di natura igienica, ma diciamo che ve ne frega poco (ne accenno comunque nel post scriptum in fondo).

In sintesi, queste sono le misure da adottare in ordine di priorità:

  1. state a casa;
  2. lavatevi le mani;
  3. se dovete uscire, mantenere la distanza di sicurezza;
  4. lavatevi le mani;
  5. se avete respiratori (o mascherine) che vi avanzano, indossateli, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  6. lavatevi le mani;
  7. se il punto 3 non è applicabile, indossate un respiratore o mascherina, ma dovete sostituirli dopo ogni utilizzo. E vi servono anche un paio di occhiali di protezione…;
  8. lavatevi le mani;
  9. se i punti 3 e 7 non sono applicabili, non svolgete l’attività.
  10. lavatevi le mani.

I respiratori (e le mascherine) sono una gran cosa, ma sono meno importanti delle misure di protezione collettiva.

Per inciso, se i respiratori (o mascherine) fossero pienamente disponibili e tutti li indossassero, costituirebbero di per sé una misura di protezione collettiva contro il contagio. Ma oggi non è così.

Altri articoli sull’argomento:


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post probabilmente anche tu ti sarai chiesto dove trovino le mascherine tutte le genti che circolano per strada.
Da nessuna parte. Riutilizzano sempre la stessa.
È stato stimato che ogni utilizzo ulteriore di quelle mascherine è equivalente a leccare le fughe delle mattonelle di un bagno pubblico nel quale un avventore aveva aerografato con la propria urina la scritta: «Benvenuto nella COVID-19».
Se quindi non vuoi sentirti l’unico cretino che sembra non aver trovato una mascherina e non vuoi cedere all’idea di costruirtene una in casa  con i pannolini di tuo figlio, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Fidati, c’è gente messa peggio.
Adesso guarda appena sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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Virus e maschere fatte in casa. Ma davvero?

mascheraSì, davvero. Nel senso che già in passato qualcuno si era posto il problema di come affrontare un’eventuale epidemia, nel caso le maschere avessero cominciato a scarseggiare.

Ma questo “qualcuno” non è lumachina69 o chiunque pubblichi video in rete su come costruire mascherine con carta da forno, preservativi usati o impacchi di Simmenthal. Senza nulla togliere all’autorevolezza di polpetta75, quello che fa la differenza è che i dati che riporto sono corroborati dalla ricerca scientifica.

Nella fattispecie, richiamo brevemente gli esiti di una ricerca pubblicata su «Disaster Medicine and Public Health Preparedness», una rivista con un Impact Factor pari a 1,031.

Nello studio è stata testata l’efficienza filtrante di vari materiali a due microorganismi, di cui uno (il batteriofago MS2) ha dimensioni minori del virus dell’influenza (siamo nell’ordine dei nanometri). Come materiale di controllo è stato impiegato il filtro di una maschera chirurgica EN 14863 classe I).

Questi i risultati dell’efficienza filtrante media dei materiali, riportati in ordine decrescente:

  • Maschera chirurgica: 89,52%
  • Sacchetto per aspirapolvere (già…): 85,95%
  • Strofinaccio (eh…): 72,46%
  • Misto cotone: 70,24%
  • Federa antimicrobica: 68,90%
  • Lino: 61,67%
  • Federa: 57,13%
  • Seta (buona anche per ricevimenti, la sera): 54,32%
  • Maglietta 100% cotone: 50,85%
  • Sciarpa: 48,87%

Sembrerebbe che costruendoti una mascherina con un sacchetto per l’aspirapolvere (no, non dovete mettervelo in testa facendo i buchi per gli occhi), si ottengano effetti comparabili alla mascherina chirurgica. Non è così. La caduta di pressione che si genera dalla respirazione rende questo materiale non adatto per la costruzione di maschere e questo riguarda anche lo strofinaccio.

E le cose diventano ancora più precarie quando, anziché testare il materiale con un macchinario, si costruisce artigianalmente la mascherina e si fanno i test di adattamento nel mondo reale. In questo caso i risultati dello studio mostrano, un fattore di protezione mediano per le maschere fatte in casa che è meno della metà di quello delle maschere chirurgiche (nonostante le persone fossero state informate sulla modalità corretta di indossamento).

Buone notizie, invece, per quanto riguarda la capacità delle maschere fatte in casa di arrestare i microorganismi espulsi tossendo.  Il test eseguito mostra risultati apprezzabili. Questo significa che le maschere homemade possono rappresentare una barriera per evitare di contagiare altri, non per proteggere sé stessi.

E adesso che ci siamo tolti il pensiero, diciamo le cose come stanno (ne avevo già parlato qua). Quanto sopra detto riguarda le maschere chirurgiche, ovvero roba che appartiene alla categoria “Dispositivo medico” e che ha la funzione di proteggere non sé stessi, ma gli altri, dal proprio sputazzo.
Altra cosa sono i respiratori, cioè i facciali filtranti FFP2 e FFP3 (roba che appartiene alla categoria DPI) che hanno la funzione di proteggere chi le indossa dagli sputazzi degli altri.

Alcuni punti fermi (FERMI, non pareri, pur autorevoli, di fagottino73):

  1. non ci sono evidenze scientifiche che i respiratori proteggano più della maschera chirurgica da infezioni virali. Gli studi condotti su personale sanitario non hanno mostrato differenze rilevanti tra l’una e l’altra (Fonti: qui e qui);
  2. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute indicano la necessità di utilizzo delle maschere in uno di questi due casi:
    • Sei tu ad avere contratto il virus;
    • Stai prestando cure a un paziente infetto.

Ma allora perché tutti vogliono queste maschere? Essenzialmente perché sono convinti che tanto male non fa e poi perché rappresentano una soluzione semplice. Le cose non stanno proprio così:

  • un uso non corretto di mascherine e respiratori può aumentare, anziché ridurre, il rischio di trasmissione dell’infezione. Per essere utile, e soprattutto per evitare problemi maggiori e falso senso di sicurezza, il loro uso deve essere accompagnato dallo scrupoloso rispetto di appropriate norme igieniche: in assenza di queste il loro uso potrebbe tradursi in un rischio aggiuntivo (per smaltimento non appropriato, per uso improprio di dispositivi che richiedono formazione e fit-test, per ingannevole senso di sicurezza che porta a trascurare altre precauzioni e misure igieniche;
  • Gli incidenti stradali sono il risultato di comportamenti scorretti alla guida, assai più che non della carenza di dispositivi di sicurezza nell’auto. Allo stesso modo, la protezione tecnologica con l’uso di maschere o respiratori è secondaria rispetto alla protezione, per sé e per gli altri, offerta dalle seguenti misure:
    • LAVARSI LE MANI
    • Incrementare la distanza sociale: almeno 1 m (a Catanzaro abbiamo un proverbio: «A ‘nu parmu do’ u culu meu, futta cu voi», che più o meno significa  «A un palmo dal mio ano, sei libero di avere rapporti sessuali con chi ti pare»)
    • Starsene a casa

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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Virus e mascherine

Peppazombie

Questo post ha valenza generale pertanto, anziché vincere facile parlando del coronavirus, la star del momento, mi porto avanti, trattando il caso del virus responsabile della diffusione dell’epidemia di zombie che nel prossimo futuro potrebbe cancellare il mondo come noi lo conosciamo (l’immagine di copertina serve a sensibilizzare anche mio figlio di 3 anni all’argomento, grandemente sottovalutato).

Anche se, in effetti, molte sono le similitudini tra i due virus.
Per esempio, tutti sanno che il morso di uno zombie ha una probabilità del 100% di trasmettere il virus. Quello che non tutti sanno è che comunque l’infezione si trasmette tramite i fluidi in genere.
Ora, mentre gli zombie non tendono a stuprare gli umani (quindi non dovete preoccuparvi della trasmissione per via sessuale, a meno che non siate voi a stuprare lo zombie…. c’è a chi piace…), il problema è che il virus può diffondersi con tosse e starnuti.
E gli zombie mi sono cagionevoli di salute e, anche se nei film non lo mostrano mai, starnutiscono e tossiscono, trasmettendo il virus per via aerea in un raggio di due metri.
Esattamente come il coronavirus.

Indossare una maschera di protezione può sembrare una buona idea per difendersi dal virus e, infatti, pare stiano andando a ruba.
Ci sono due tipi di mascherine potenzialmente utili allo scopo: quelle chirurgiche e i facciali filtranti antipolvere.

La mascherina chirurgica ha la funzione principale di proteggere chi ci circonda. Per esempio, evita che un chirurgo – mentre esegue un’operazione a cuore aperto – sputi o starnutisca nel torace del paziente. Ma non tutela efficacemente chi la porta dal rischio di infezioni, anche perché non aderisce perfettamente al viso.

I facciali filtranti antipolvere sono invece pensati per tutelare chi li indossa dal respirare polveri ma vanno bene anche per aerosol, quindi anche lo spray di sputazza che produci quando starnutisci.
Ne esistono di tre classi, in ordine crescente di protezione (rif. UNI EN 149:2009): FFP1, FFP2 e FFP3.
Per dire, la FFP3 è certificata per un’efficienza filtrante del 99%. Sembra tanto (e lo è), ma significa comunque che almeno 1 roba su 100 passa.
Poi ci sono tutte le altre “inefficienze” che si sommano se non la si indossa correttamente.

Considerate che la prova di tenuta, secondo la norma UNI EN 149, prevede che il soggetto non abbia barba e basette, prima di indossare la maschera legga le istruzioni del fabbricante e scelga un facciale della misura corretta. Inoltre un tizio dovrà spiegargli come la si indossa correttamente e verificare successivamente il corretto adattamento al viso del soggetto della maschera indossata.
Diciamo che ci sono buone possibilità che, la persona media, non riesca a farlo e quindi la tenuta reale della maschera sia inferiore.

Inoltre gli studi condotti nel mondo reale non dimostrano che i facciali filtranti antipolvere siano più efficaci a proteggerti rispetto a quelle chirurgiche (Fonti: qui e qui). Lo sono solo in teoria, ma non ci sono prove che lo siano in pratica e, al contrario, si potrebbe ingenerare nella persona che le indossa un senso di falsa protezione che può aumentare il rischio di esposizione.

Ma c’è di più e questo riguarda entrambe le maschere.

  1. Non devi mai togliertele. Mai. Neanche per il tempo necessario per fare una telefonata. O se Charlize Theron (Brad Pitt come alternativa) vuole pomiciare con te. O per scaccolarti. Mai.
  2. Sono sempre da considerarsi monouso, perché non puoi sapere se siano state contaminate. E costicchiano (almeno quelle antipolvere).

E poi, mica ci sono solo naso e bocca… Gli occhi per esempio? Il virus può entrare anche da lì. In parole povere, indossare una mascherina può essere utile per ridurre la probabilità che siate voi ad infettare altre persone, ma non è la cosa principale da fare per proteggersi.

Infatti, al netto della trasmissione per morsicatura nel caso degli zombie e finché non trovano un vaccino, la principale forma di prevenzione contro il contagio da parte del virus (e vale anche per il coronavirus, l’influenza, ecc.) è sempre la stessa:

DOVETE LAVARVI LE MANI.
AVEVO GIÀ SPIEGATO QUI PERCHÉ E COME SI FA.

Un’altra cosa che accomuna il virus responsabile della zombiezzazione e il coronavirus è che, di entrambi non è ancora noto con certezza il tasso netto di riproduzione R0.
Eh?
Si tratta di un indice che ci dice quante persone non infette è potenzialmente in grado di contagiare una persona infetta. Un virus con R0=3, per esempio, significa che una persona infetta può contagiare 3 persone nel suo periodo di infettività. Che a loro volta ne contageranno altre 3 a testa e via dicendo, con una crescita esponenziale.
Per dire, il morbillo ha un R0 compreso tra 12 e 18, l’HIV ha R0=2-5, l’ebola ha R0=1,5-2,5.

Sia del coronavirus che del C@2z0! (la sigla che gli scienziati hanno scelto per identificare il virus degli zombie) invece non si sa bene.
Il coronavirus è dato (attualmente) con un R0=2,2-3,5 (*), mentre il virus degli zombie ha un R0 potenzialmente infinito, dato che allo stato attuale delle conoscenze la persona rimane permanentemente infetta e non muore per effetto del virus, ma rimane zombiezzata.

Ora, soprattutto a quelli che sottovalutano il rischio zombie (ma il discorso vale anche per il coronavirus) voglio dire che il problema è che, per riuscire a stimare decentemente R0, la malattia deve essere sufficientemente diffusa. Ma le misure di contenimento che sono state prese tendono proprio a impedire che ciò accada, inficiando la stima (il governo ci tiene all’oscuro del numero di zombie attualmente rilevati e li ha segregati in una base militare sotterranea di cui nessuno conosce l’ubicazione).

E ragionamenti analoghi si possono fare per il tasso di letalità e il tasso di mortalità facendole potenzialmente diventare delle profezie che si autoannullano: se si parla molto di una malattia, le persone tenderanno, per esempio, ad andare in ospedale ai primi sintomi. In questo modo si riduce la diffusione della malattia facendola sembrare meno “contagiosa” di quanto lo sia intrinsecamente e/o si riduce il tasso di mortalità.
Questo è uno dei motivi per cui molte persone hanno la percezione che le ultime epidemie (SARS, A H1N1) di cui si parlava tanto, siano state sopravvalutate.
Quindi, occhio quando sentite dire che un virus è meno letale dell’influenza, abbassando così la percezione del rischio: se non sono disponibili dati a sufficienza, non è detto che lo sia intrinsecamente, potrebbe esserlo solo nelle condizioni di controllo attuali e al netto di sue future mutazioni. Ma non bisogna nemmeno impanicarsi.

(*) Fonte 1, Fonte 2, Fonte 3


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post anche tu sei preoccupato dell’approssimarsi dell’epidemia zombie.
Fare scorta di cibo, acqua, armi potrebbe non essere sufficiente. Dobbiamo organizzare i superstiti.
Per far questo guarda in alto. La foto che vedi sono io. Non ho barba e basette per consentire il corretto adattamento delle mascherine. E non sono calvo.
Ad ogni modo, smettila di guardarmi come se fossi il tuo salvatore. Quando gli zombie attaccheranno, ricorda: sei solo.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post e per tenerci in contatto allo scoppio dell’epidemia.