Pubblicato in: dove sta scritto?, macchine

Dove sta scritto?… Cos’è un’attrezzatura di lavoro e cosa no

Bue

Cominciamo con un veloce test per verificare il vostro fabbisogno formativo.
Quale tra queste è un’attrezzatura di lavoro (per ricordarvi la risposta selezionata, vi consiglio di usare un chiodo per incidere una X sullo schermo del vostro dispositivo, in corrispondenza dei cerchietti rossi)?

O Il bue che tira l’aratro
O Un ponteggio
O Un’automobile
O Una scaffalatura
O Una scrivania
O Una plafoniera a soffitto

Risposta: nessuna tra quelle su menzionate.

DOVE STA SCRITTO?

Nella definizione di «attrezzatura di lavoro», riportata nell’art. 69 del D.Lgs. n. 81/2008.

Attrezzatura di lavoro: qualsiasi macchina, apparecchio, utensile o impianto, inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo, destinato ad essere usato durante il lavoro.

Mi è già capitato di affrontare questo argomento in passato, ma ritengo valga la pena farlo ancora una volta, ispirato da una recente discussione tra colleghi su Facebook.

Spesso accade che, per pigrizia o eccesso di semplificazione, si tenda ad associare il concetto di «attrezzatura di lavoro» a qualunque cosa venga utilizzata per lavorare, badando solo alla sua «funzione», indipendentemente dalla sua «natura».

Ma in effetti, la norma non è così generica.
Al contrario, la definizione limita il concetto di «attrezzatura di lavoro» a 4 specifiche fattispecie:

  • macchina;
  • apparecchio;
  • utensile;
  • impianto.

Facciamo una precisazione doverosa. Il Titolo III del D.Lgs. n. 81/2008, del quale l’art. 69 fa parte, gode di autonomia del contesto definitorio, un’espressione che significa banalmente che la definizione di «attrezzatura di lavoro» vale solo per questo Titolo qui… Se la stessa parola ricorre in altre parti del testo di legge (o in altre leggi), potrà assumere significati diversi.

Detto questo, notate che, il precedente, è un elenco chiuso.
Non ci puoi mettere dentro altra roba che non sia tra quella elencata. Per esempio un mezzo di trasporto, un arredo, un’opera provvisionale…

Ci sono molti casi nel Decreto in cui, al contrario, il legislatore non è stato così preciso, creando degli elenchi aperti (per esempio quando all’art. 66 si definiscono gli «ambienti sospetti di inquinamento», oltre ai casi specifici espressamente citati in quanto luoghi a rischio, compare l’aggettivo «…e simili» che estende la casistica anche situazioni analoghe).

Ma nel caso dell’art. 69 non l’ha fatto, quindi non possiamo che limitare la nostra analisi a ciò che rientra in una di quelle 4 casistiche precedentemente elencate, escludendo ciò che, al contrario, semplicemente ci assomiglia.

Ora, possiamo anche entrare nel merito di ciascuna delle singole definizioni.

Partiamo da «Macchina». È il caso più semplice, dato che abbiamo una Direttiva di prodotto che ci dice esattamente cos’è una macchina.
Non vado oltre perché, di suo, la definizione del D.Lgs. n. 17/2010 è complessa, ma nel tempo è stata abbondantemente sviscerata.

Con «Apparecchio» non siamo stati altrettanto fortunati. Non abbiamo norme specifiche a cui riferirci per derivarne una definizione, per cui non possiamo che ricorrere al senso comune del termine, riferibile non solo a roba meccanica ma anche elettronica (es. un computer).

Analogamente dobbiamo ragionare nel caso di «Utensile». È rilevante che la norma non riporti l’accento sulle vocali e, pertanto, non sembrerebbe esserci la distinzione, che a me è stata insegnata alle elementari, tra utènsile e utensìle.
Tuttavia, il primo (utènsile, con accento sdrucciolo) si riferisce a roba anche complessa come i macchinari, ma nella lingua Italiana è usato solo come aggettivo (per es. macchina utensile) e, dunque, non è il nostro caso. Al contrario del secondo (utensìle, con accento piano) che si riferisce, in sostanza, ad attrezzi manuali (es. cacciavite martello) o accessori per macchinari (es. la lama della sega circolare) e, nella nostra lingua, è sempre un sostantivo. Ed è in questa accezione che il termine viene impiegato dalla norma.

Un po’ più complessa è la faccenda legata al concetto di «Impianto», un termine che infiniti addusse lutti agli Achei (cit.)
Se infatti ricordate l’analoga definizione di «attrezzatura» riportata nel D.Lgs. n. 626/1994 e anche nella prima versione del Testo unico, troverete che in essa mancava l’inciso (ora presente, vedi sopra): «…inteso come il complesso di macchine, attrezzature e componenti necessari all’attuazione di un processo produttivo».
Ciò aveva dato la stura ad una serie di interpretazioni ninja che facevano rientrare nel concetto di «attrezzatura» anche gli impianti elettrici, di riscaldamento, idraulici, ecc.
Un’evidente follia che venne, infine, corretta dal D.Lgs. n. 106/2009 che, con l’inserimento del suddetto inciso, ha ricondotto al concetto di «impianto» ciò che in altri termini può anche essere visto come un «insieme di macchine» secondo la Direttiva macchine.

Alla luce di queste semplici considerazioni, potete riscontrare come nessuna delle presunte attrezzature elencate nel mio test sia riconducibile ad una di queste 4 fattispecie

Spesso, nel tentativo di stabilire cosa sia un’attrezzatura e cosa no, mi capita di assistere ad esercizi di scervellamento consistenti nel provare a dare un nome alle cose.
Per esempio, più volte ho avuto questa discussione:

IO: «Il ponteggio non è un’attrezzatura di lavoro»
L’ALTRO: «E allora cos’è?»

La risposta corretta è: «un’opera provvisionale», ma ai fini dell’applicazione del concetto di attrezzatura di lavoro, la risposta giusta è: «È irrilevante», dato che:

non è una macchina       +
non è un apparecchio    +
non è un utensile            +
non è un impianto          =
———————————————————–
NON È UN’ATTREZZATURA DI LAVORO
(N.d.A.: la circostanza che il mondo intero consideri il ponteggio un’attrezzatura di lavoro, per fortuna, non genera conseguenze, dato che i controlli e le verifiche che il Titolo III prevedrebbe se lo fosse, sono ampiamente coperti dalle indicazioni contenute nel Titolo IV e nei suoi allegati).

Analogamente, nell’interpello 16/2013, la Commissione Interpelli si premura di definirci le scaffalature “leggere” come “elementi di arredo»….
È irrilevante, perché, indovinate un po’… Non sono macchine (tranne quelle motorizzate), non sono apparecchi, ecc.

N.B.: attenzione alle attrezzature sui mezzi di trasporto! Per esempio il camion della monnezza: il compattatore in sé è un’attrezzatura, in quanto macchina. Non lo è il mezzo di trasporto sul quale il compattatore è installato. Così come l’aratro è un’attrezzatura di lavoro, ma non lo è il bue.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo, quasi certamente avrai ricercato una risposta esistenziale al perché, in giro, quando si parla di te, spesso si usino frasi del tipo: «Ma chi? Quell’attrezzo?».
Questo blog ha restituito dignità al bue e (all’approssimarsi del Natale) anche all’asinello, spesso indebitamente fatti rientrare nel concetto di attrezzatura di lavoro in quanto presunti impianti di riscaldamento di Gesù bambino.
In generale, questo blog può fornire risposta agli enigmi più profondi della tua esistenza, per esempio:
«il sapone si sporca quando mi lavo le mani?»
«i maiali sudano?» (velata allusione al fatto che spesso ti dicano: «sudi come un maiale»)
«i pinguini hanno le ginocchia?»
e tante altre ancora.
Hai solo un modo per avere tutte queste risposte.
Guarda in alto a destra su questa pagina. Quella foto che vedi sono io.
Non concentrarti su quella: non puoi spiegarmi né con la teoria creazionista né con quella evoluzionista.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

Pubblicato in: macchine, Senza categoria

Ancora un paio di cose semplici sui microinterruttori

Una settimana fa avevo postato un articolo sui microinterruttori, nel quale spiegavo le cose più semplici da controllare quando si fa una verifica sulla sicurezza delle macchine.
Stento ancora a crederci, ma qualcuno lo ha letto e mi ha fatto un’osservazione che merita di essere inserita tra le cose semplici da tenere in considerazione (grazie Emil).

Per capire bene quello che Emil voleva dirmi, ho chiesto aiuto a mio figlio di un anno e mezzo che il mese scorso si è autocostruito un mangiapannolini con lame trituratrici in grado di convertire il rifiuto in filtri A1 per le maschere per le vie respiratorie (quando il filtro sta per perdere la propria capacità filtrante, il lavoratore sente un persistente odore di merda e capisce che deve cambiarlo).

Per spiegarmi la faccenda, mi ha fatto un disegnino rappresentandomi con le fattezze di Peppa Pig

image0011.jpg

L’accorto neonato mi ha spiegato che, prevedendo che potessi farmi male, aveva installato sul coperchio del macchinario un microinterruttore a camma lineare ad apertura negativa (vedi il micro nel cerchio rosso).
Quando il coperchio si apre, la molla viene rilasciata ed i contatti sono aperti.
Chiudendo il coperchio del mangiapannolini, si comprime la molla e si chiudono i contatti, cosicché il macchinario possa funzionare.

Il guaio di questa modalità di funzionamento – mi spiegava il premuroso poppante – è che, se a coperchio chiuso i contatti si incollano o la molla si rompe, quando Peppa Pig va ad aprire lo sportello per buttare dentro il pannolino, il “pirulino” del micro non torna su, i contatti rimangono chiusi e il macchinario continuerebbe a funzionare con lo sportello aperto col rischio che Peppa Pig (che poi sarei io) si maciulli le mani .

«Era proprio questo quello che Emil ti diceva di precisare», mi puntualizza il bambino mediounenne:

Mai, mai, mai applicare a rilascio un microinterruttore di sicurezza.

I micro ad apertura positiva (indicati col cerchio con la freccia all’interno) hanno, al contrario, i contatti normalmente chiusi. Il funzionamento è esattamente l’opposto e ti accorgi che sono stati installati correttamente perché, quando il riparo è aperto, non puoi azionarne il meccanismo. Dovete controllare proprio questo…

Come ha risolto quindi mio figlio il problema della sicurezza di Peppa Pig? Semplice… Ha installato un secondo dispositivo (ridondanza) ma con un meccanismo di azionamento differente e ad apertura positiva (diversificazione), per esempio un micro a cerniera.

In questo modo, non solo ha fatto sì che, nel caso del guasto di uno dei due micro, ci fosse sempre l’altro a garantire la sicurezza, ma ha anche ridotto la probabilità che uno stesso fattore esterno (es. le vibrazioni, un pannolino che si incastra sul micro a camma, ecc.) potesse mettere fuori uso entrambi i dispositivi.

Ecco la seconda cosa semplice da verificare:

Se su un riparo sono installati due micro, devono essere di tipo differente e, almeno uno dei due, deve essere ad apertura positiva.