Pubblicato in: cultura della sicurezza, Formazione, incidenti, miti della sicurezza

Una guida semplice per capire bene cos’è la BBS

Gestione dei comportamenti di sicurezza e protocollo B-BS, EPC Editore, maggio 2020, Borghetto Riccardo

Cominciamo con un disclaimer: l’Ing. Riccardo Borghetto, l’autore del libro che sto per recensire, è un mio amico. Scrivo questo post, non perché sono suo amico, ma perché il libro mi è piaciuto e ci metto la faccia affermandolo.

La BBS (Behaviour Based Safety) è un approccio alla sicurezza fondato sull’osservazione del comportamento. È una teoria con basi scientifiche, pur con tutti i limiti tipici delle scienze non esatte e, in particolare, della psicologia.
La logica di fondo è che, osservando i comportamenti dei lavoratori (o altri soggetti) e il modo in cui essi mutano in ragione di alcuni rinforzi (ricompense), sia possibile condizionarne i comportamenti futuri, ad esempio inducendoli ad indossare i DPI, rispettare le norme di sicurezza, ecc.

I suoi sostenitori sono in grado di portare numerosi esempi di organizzazioni che, adottando questo approccio, hanno visto ridursi il numero di infortuni e aumentare l’adozione di pratiche corrette e, in genere, chi la propone, ripone una fiducia pressoché incondizionata nel metodo, persino in modo eccessivamente deterministico e fideistico. Il loro presupposto è che la teoria funziona. Se non funziona è perchè non è applicata correttamente (un approccio che mi ricorda quella del salasso).

D’altro canto, i suoi detrattori rischiano di buttar via il bambino con l’acqua sporca. La BBS è ricchissima di spunti e, soprattutto, è uno strumento concreto i cui risultati sono misurabili e oggettivabili. Una cosa molto più seria di una matrice PxD, per intenderci.
Un po’ come la Nudge Theory (anche quella basata sul comportamentismo), contiene alcune intuizioni notevoli se adottate con un approccio critico.

Indipendentemente dal fatto che si decida di seguire o meno in modo ortodosso il metodo, il libro dell’Ing. Borghetto «Gestione dei comportamenti si sicurezza e protocollo B-BS» è il modo migliore per approcciarsi all’argomento ed acquisire alcune tecniche preziosissime per chi fa il nostro lavoro.
Ho letto in passato alcuni dei principali testi in materia (in fondo all’articolo ho inserito i titoli), ma questo è di gran lunga il più semplice e pratico.

È scritto con un linguaggio chiaro anche per chi non ha mai avuto a che fare con questo argomento e contiene moltissimi consigli ed esempi tratti dalla personale esperienza dell’autore e dal mondo del lavoro del nostro Paese. Il lettore non avrà alcuna difficoltà nel riconoscere, in quasi tutti gli esempi riportati, i propri schemi comportamentali ed il modo in cui ciascuno di noi è soggetto al condizionamento tipico del rinforzo.

Personalmente, il principale vantaggio che ho ottenuto studiando questo argomento è stato quello di comprendere alcuni dei meccanismi fondamentali che regolano il comportamento delle persone. Sono più utili e meno scontati di quanto si possa immaginare e, dopo averli appresi, è difficile non confrontarsi con essi perché mettono in discussione alcune diffuse credenze che regolano il nostro e altrui agire (inteso come comportamento) e il modo in cui spesso sbagliamo quando tentiamo di incentivare o dissuadere le persone.

Cerco di essere chiaro su un aspetto: il libro è estremamente pratico e sintetico come solo un ingegnere sa esserlo e Riccardo è un signor ingegnere. Parla di sicurezza e non di pippe mentali, per quanto la tecnica di fondo, una volta appresa, può benissimo essere applicata in contesti che con la sicurezza non hanno nulla a che vedere.

La tecnica comportamentale è uno strumento. Come tutti gli strumenti, se li possiedi, puoi decidere se usarli e quando usarli.
Ma se non hai uno strumento, hai un’opportunità in meno.

Il libro è in vendita qui (il link ti porta sul sito della casa editrice EPC).

Altri titoli:

  • Scienza & Sicurezza sul lavoro – McSween T.J.
  • Performance Management – Daniels e Bailey
  • Strategie e tecniche per il cambiamento – Martin e Pear

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo articolo è perché ho condizionato il tuo comportamento mettendo in pratica le tecniche contenute nel libro.
Adesso convinciti che la cosa migliore per te è continuare a leggere questo blog.
Per questo, guarda in alto a destra su questa pagina. Non fissare la foto per più di 30 secondi, però. Ricevo già abbastanza mail di gente ammaliate dal fascino che emano e il mio gestore di posta elettronica ha dovuto raddoppiare i suoi server.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
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Pubblicato in: incidenti

Il marketing della sicurezza

Parliamoci chiaro: la sicurezza sul lavoro è anche un business.
Non c’è niente di male nel riconoscerlo. Anzi, mi chiedo come si possa non riconoscerlo.

Non mi riferisco solo a coloro i quali prestano servizi di consulenza alle aziende. Penso anche alle aziende stesse, alla loro necessità di ridurre infortuni e malattie professionali, oltre che per etica del lavoro, anche per evitarne le conseguenze economiche e legali o per migliorare la propria immagine.

Per certi versi è anche un vantaggio, soprattutto quando incentiva a migliorarsi. Se sicurezza e business si sostengono a vicenda, questo non può che far bene.

Ciò che non condivido è la trasformazione della sicurezza in “prodotto”, sia da parte dei consulenti che delle stesse aziende. Quando la sicurezza diventa un prodotto, come succede anche in campo pubblicitario, si fanno promesse che non si possono mantenere.

A cosa mi riferisco? Di seguito alcuni esempi:

  • Modelli OHSAS 18001 che «basta tenere tutto sotto controllo…»
  • Based Behaviour Safety che «oltre il 90% degli infortuni sono prodotti da azioni insicure…»
  • Procedure di sicurezza che «devono solo fare quello che c’è scritto qui…»

Ma anche slogan aziendali, tipo:

  • Safety first!
  • infortuni zero!!
  • Tutti gli incidenti possono essere prevenuti!!!1!(uno)!

Come per la mia proposta di BBBS®, sono tutte risposte semplici a problemi complessi. Si tratta di pratiche similari alle guarigioni miracolose e, come queste ultime, hanno le stesse premesse:

  1. attrarre persone vulnerabili con la promessa di un miracolo;
  2. dar loro “prova” del potere di guarigione (in questa fase l’uso di statistiche, studi e aneddotistica è essenziale, spesso facendo riferimento a situazioni similari);
  3. condizionare il successo al loro, personale, volume di fede: quanto più ci crederanno, tanto più il risultato sarà garantito.

Se le cose non vanno come sperato, non è perché il mondo è più complesso di come lo si voleva rappresentare, ma perché le cose non sono state applicate correttamente o non ci si è creduto abbastanza.

Purtroppo no: non tutti gli incidenti possono essere prevenuti e nessuno strumento, metodo, slogan ci permetterà mai di azzerare il rischio.

L’obiettivo dell’eliminazione dei rischi (art. 15, comma 1, lett. c) del D.Lgs n. 81/2008) è irraggiungibile, inesigibile, inattuabile. È solo marketing giuridico.

Non esistono cure miracolose, non è una questione di fede: l’entropia avrà sempre la meglio.

È già abbastanza ambizioso raggiungere risultati realisticamente possibili, senza alcuna necessità di promettere a nessuno il raggiungimento di obiettivi naturalmente impossibili.

Pubblicato in: cultura della sicurezza, miti della sicurezza

3° mito: il fattore umano.

Dopo che questo post sarà stato pubblicato sarò costretto a cambiare identità e la mia famiglia dovrà vivere sotto scorta.

Qui non si tratta nemmeno di mettere in discussione un mito, ma quella che per molti è la visione stessa della prevenzione, il loro atto di fede: «il fattore umano è la causa del xx% degli incidenti (N.d.A.: sostituire xx con un numero a due cifre, sempre > 50 e generalmente pari a 90) ».

Una volta che sia stato definito questo assioma, tutto il resto viene di conseguenza, pertanto le soluzioni consisteranno nel:

  • Modificare i comportamenti;
  • Investire in formazione;
  • Aumentare la vigilanza per impedire le violazioni;

Quando provo a chiedere quale sia la fonte ATTENDIBILE di questa straordinaria affermazione (90%! Mica noccioline…), il mio interlocutore generalmente balbetta, dice nomi a caso, si guarda intorno cercando aiuto, poi parte al contrattacco.

Da quel momento in poi, ai suoi occhi, sparisce ogni differenza tra me e un nazista che nega l’olocausto, vengo accusato di terrapiattismo, minacciato di querela e diffamazione e accusato di nutrirmi di roditori morti.

In tutto questo, ovviamente, la mia domanda rimane senza risposta.

Voglio approfittare di questa occasione per soccorrere i numerosi sostenitori del “mito del 90%”, fornendo loro un po’ di bibliografia:

  • W. Heinrich «Industrial Accident Prevention: A Scientific Approach»: 88%
  • DuPont: 96%
  • Bird, F. E. Jr. and Germain, G. L. «Practical Loss Control Leadership»: 85 – 96%

Gli studi che ho citato costituiscono la Santa Trinità della loro fede, specie il primo che ha dato la stura a tutti gli altri.

Ora, non è mia intenzione discutere sulla veridicità o meno dei dati (il primo ed il terzo sono stati ampiamente confutati, ad esempio. Del terzo si conoscono i risultati, ma non ho mai letto o trovato nulla relativo ai dati all’origine), vorrei affrontare la faccenda sotto un altro punto di vista.

A mio avviso, la questione è proprio mal posta.

Partiamo dall’inizio…

Il primo errore è quello di pensare che poiché causa ed effetto sono certamente correlate, se si trova una correlazione tra un effetto ed una causa, quella là sarà la causa che ha prodotto l’effetto.

Se trovi i regali sotto l’albero la notte di Natale, questo non significa che Babbo Natale esista!

(Oh santo cielo… non lo sapevi? Beh, adesso capisco perché credi che il 90% degli incidenti siano determinati dal fattore umano…).

Inoltre, dopo un incidente, si cerca di capire cosa non ha funzionato, cosa mancava, cosa è stato fatto di sbagliato e questo modo di ragionare è il secondo errore:

le cause di un incidente non si trovano elencando le cose che lo avrebbero impedito!

Questi due errori si sostengono a vicenda: gli esseri umani sono il comune denominatore di qualunque incidente, li troveremo sempre, in un modo o nell’altro, siano essi dirigenti, progettisti, lavoratori. Quindi saranno sempre nell’elenco delle possibili cause.
Inoltre sarà sempre possibile rinvenire, col senno di poi, una decisione presa o non presa, un’azione compiuta o non compiuta che avrebbe impedito l’incidente. Sempre.

Il risultato finale è ampiamente soddisfacente: l’idea di aver trovato la causa del 90% degli incidenti è confortante. Finalmente c’è una risposta, abbiamo la teoria del quasi-tutto! Vuoi mettere la comodità di avere un vestito di taglia unica che vada bene per tutte le situazioni?

Certo rimane quella sensazione fastidiosa generata da domande del tipo: «Ma se da 60 anni sappiamo che il 90% degli incidenti sono generati da azioni non sicure, com’è che ancora non abbiamo risolto il problema?».

Ma è un attimo, poi passa: basta mettersi alla ricerca del prossimo errore umano.

A me invece viene il dubbio che la questione sia un po’ più complessa di come viene rappresentata e che parlare di errore umano sia… beh, un errore umano.

Avendo trovato LA causa, si è smesso di cercare, di comprendere a fondo il fenomeno.

Cioè, alla fine, dire che dietro tutto c’è sempre l’essere umano è un’ovvietà che non porta da nessuna parte. È una causa che, se pur tecnicamente vera, non suggerisce soluzioni.
È come affermare che la causa ultima di tutti gli incidenti stradali sono le leggi della dinamica.

Questo è il guaio di ragionare per cause e non per meccanismi….

Per questo poi, a partire dal legislatore, si adottano strategie non adeguate: se il 90% degli incidenti sono prodotti da azioni insicure, facciamoci un bagno di formazione. E giù di 8, 16, 32, 40, 64 ore di formazione (avete notato che i fabbisogni formativi viaggiano sempre a multipli di 8? La semplicità dei processi educativi…).

Se l’incidente è accaduto, qualcuno ha sbagliato: introduciamo il reato di omicidio colposo sul lavoro e facciamogli passare la voglia di sbagliare a questi incapaci.

Soluzioni semplici a problemi complessi…

Inutile adesso pensare a quante energie siano state distratte dal fare prevenzione per dedicarsi, invece, a rispettare gli accordi Stato-Regione sulla formazione.

Volete un altro rapido esempio di quali siano gli effetti di questo modo di ragionare? Eccovene uno.

Non sono certamente il Presidente dell’Accademia della Crusca, ma qualche regola elementare di ortografia e grammatica la conosco pure io… Chi mi conosce sa che non sono semplicemente un figo, ma ho anche le dita affusolate come quelle di un pianista senza strane deformità.

Eppure, da quando uso gli smartphone non ho mai commesso così tanti errori di battitura; così come, l’unico caso in cui mai potrete vedermi usare la copula “è” in luogo della congiunzione “e”, sarà quando scrivo con lo smartphone.

Ora mi pare evidente che ci sia SOPRATTUTTO un problema di progettazione di ‘sti cosi a livello hardware (precisione del touch screen) e software (disegno dei tasti e del software di correzione che non capisce quello che voglio scrivere e sostituisce le parole come piace a lui).

Tuttavia chi legge la mail inviata dal mio cellulare o tablet vedrà solo il mio errore da matita blu non penserà che alla Apple o alla Samsung non sappiano fare gli smartphone. Il problema sono io che dovrei attentamente rileggere la mail prima di inviarla, perdendo così tempo a correggere errori che non avrei fatto e correzioni automatiche che non avrei corretto.

Questo è il motivo per cui mi guardo bene dal rimuovere la firma automatica “inviato col mio telegrafo a microonde” dalle impostazioni delle mail e le mando così come sono, convinto che il mio interlocutore capirà.