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Verifica dell’idoneità tecnico-professionale delle imprese e dei propri amici

Garantire la sicurezza dei lavori in appalto è uno dei problemi principali che affliggono un mercato del lavoro che da un lato spinge sempre più verso la terziarizzazione della manodopera (con tutti rischi che comporta lavorare in ambienti che non si conoscono, contemporaneamente a lavoratori di altre ditte che non si conoscono) e dall’altro pretende che il lavoro venga svolto sempre più velocemente, con costi inferiori e, ovviamente, con la massima qualità.

Era dai tempi in cui pagavo il mio compagno di banco per fare i compiti al posto mio (beh, che c’è di strano? L’hanno fatto tutti, ora non mettetevi a fare i moralisti…) che ho capito che tutto ha un prezzo, una modalità corretta di esecuzione ed un risultato e che quest’ultimo è funzione dei primi due fattori, ma non solo…

Per esempio è importante verificare l’idoneità tecnico-professionale del proprio compagno di banco, prima di chiedergli di fare i compiti al posto vostro.

Ovviamente io feci questa verifica, non penserete mica che sia uno sprovveduto, ma probabilmente fui superficiale e mi fidai troppo del fatto che prendeva voti decenti al liceo e che eravamo amici. Potete immaginare perciò la mia sorpresa quando uscì con la ragazza che frequentavo all’epoca… Qui non era in gioco solo l’onore, ma persino il mio andamento scolastico, in quanto come avrei più potuto fidarmi di un amico che ti frega la ragazza?

Ma gli affari sono affari, anzi, in un’ottica di libero mercato, pretesi uno sconto in virtù del torto subito. L’accaduto non mise a repentaglio il nostro accordo in quanto restava il fatto che in fondo era un bravo studente e, pertanto, avrei potuto continuare a rivolgermi a lui per supplire alle mie carenze in latino. L’unica accortezza doveva essere quella di non presentargli più le mie ragazze, uno scotto accettabile considerando che, grazie alla mia ex ragazza, il costo della versione settimanale di latino da presentare ogni lunedì si era abbassato a 3000 lire contro le 5000 lire iniziali.

Tuttavia le versioni cominciarono ad essere meno precise, gli errori aumentarono esponenzialmente, finché un martedì la professoressa non mi restituì la versione con il voto di 4–. Non avevamo sfondato la soglia psicologica del 3, ma la differenza tra un 4– ed un 3 ½ è solo nel sospiro di sollievo, un po’ come cadere dalle scale e ringraziare che per terra non è sporco.

Potete perciò immaginare la mia rinnovata sorpresa quando mi confessò che le versioni gliele faceva la sorella più grande in subappalto e che da quando gli avevo, a suo dire, «ingiustamente» abbassato gli importi, lui non ce la faceva più a pagare anche lei e pertanto doveva arrangiarsi e farle qualche domanda solo in quei casi in cui non era sicuro. Diciamo che avrebbe dovuto sentirsi un po’ meno sicuro, visti i risultati, ma tant’è… avevo inconsciamente ribassato i costi della sicurezza, la sicurezza di sfangarla.

Il nostro legislatore, evidentemente, andava bene in latino e il compagno di banco non deve mai avergli fregato la ragazza. Sotto lo strato di invidia che mi rode non posso fare a meno di constatare come un’adolescenza serena ed un eccesso di fiducia nel giudicare il prossimo si tramutino da grandi nell’incapacità di formulare leggi contenenti un serio criterio per verificare l’idoneità tecnico-professionale delle ditte appaltatrici a discapito della sicurezza dei lavori affidati in appalto.

Basta guardare l’articolo 26 del D.Lgs. n. 81/2008 per rendersi conto di quanto dico. Secondo il legislatore, infatti, per controllare che l’appaltatore abbia i requisiti necessari è sufficiente richiedere:

–      l’iscrizione alla camera di commercio, industria e artigianato;

–      un’autocertificazione del possesso dei requisiti di idoneità tecnico-professionale.

Praticamente è come se, acquistando una casa, mi limitassi a pretendere dal venditore un giuramento verbale che su di essa non gravino ipoteche, stando attento che mentre lo fa non incroci le dita.

Inoltre lo scopo della verifica dell’idoneità tecnico-professionale non è solo quello di accertarsi che la ditta sia in grado di svolgere i lavori affidati, ma che possa farlo in sicurezza, tutelando i propri lavoratori e quelli delle altre imprese presenti.

Mi chiedo quale magistrato si limiterebbe ad accettare, quale prova del comportamento diligente da parte del datore di lavoro committente nell’affidamento dei lavori, una semplice iscrizione alla CCIAA e un’autocertificazione, quando lo stesso art. 89, comma 1, lett. l), nel caso dei cantieri, la definisce come “possesso di capacità organizzative, nonché disponibilità di forza lavoro, di macchine e di attrezzature, in riferimento ai lavori da realizzare”.

Pertanto non è sufficiente verificare solo che l’impresa sia in regola con i contributi o con le norme per la sicurezza (come nel caso dei documenti richiesti nell’allegato XVII per l’esecuzione della verifica di idoneità tecnico-professionale nei cantieri temporanei e mobili), quanto piuttosto che essa possegga idonee capacità tecnico organizzative di esecuzione dei lavori in sicurezza.

L’ultima speranza è affidata alla Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6, la quale tra i suoi numerosi compiti ha quello di specificare i criteri finalizzati alla definizione del sistema di qualificazione delle imprese. Considerando che il decreto che avrebbe dovuto disciplinare tali criteri doveva uscire entro maggio di quest’anno, questo è un altro duro colpo al mio ottimismo e il nostro Presidente del consiglio darà tutta la colpa a me se non usciremo dalla crisi.

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D.Lgs. n. 81/2008 e Deuteronomio

Che la normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro abbia il medesimo numero  di adempimenti delle norme scritte nell’Antico Testamento, in particolare nei libri del Deuteronomio e del Levitico, non è un mistero.

E il Grande Legislatore, di Suo, qualche minima nozione di sicurezza doveva averla se nel libro del Deuteronomio, capitolo 22, versetto 8 aveva espressamente previsto:

«Se costruite una casa nuova, fate un parapetto intorno al tetto a terrazza, per non essere responsabili della morte di uno che cada di sotto».

Pare che il deuteronomio sia stato scritto tra il VI e il V secolo a.C. eppure, nonostante da allora di strada ne sia stata fatta in termini di tecnica della prevenzione e della protezione, la necessità di ricorrere a misure di protezione collettiva per i lavori su copertura è rimasta immutata.

Sembra però che il legislatore moderno ne abbia perso memoria giacché, con il cd. Decreto correttivo, sparisce dall’art. 125 del D.Lgs. n. 81/2008 l’obbligo di superare con i montanti del ponteggio, di almeno 1,20 m, l’altezza del piano di gronda dell’edificio, eliminando di fatto una formidabile misura di protezione collettiva per i lavoratori che operano sulle coperture.

Capita a volte che si facciano dei passi indietro con le norme, ma 2500 anni sono davvero un record!

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La nuova comunicazione del nominativo del RLS all’INAIL

Mi ero quasi affezionato all’idea di leggere ogni mese una circolare presuntuosamente «chiarificatrice» da parte dell’INAIL o del Ministero del lavoro relativamente all’obbligo per datori di lavoro e dirigenti di comunicare il nominativo dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, un po’ come gli appassionati di soap opera che si ostinano a voler tenere le fila di trame inverosimili, personaggi che si aggrovigliano in rapporti sentimentali inviluppati e sovrapponentisi, pur sapendo che gli sceneggiatori, appena si accorgono che la storia sta acquistando un minimo di realismo, cambieranno completamente le carte in tavola, cambiando la scena, facendo morire questo o quel personaggio, risuscitandone altri.

Ecco, con la circolare INAIL n. 43, del 25 agosto 2009, è come se fosse morto uno dei miei personaggi preferiti, uno di quei soggetti che tengono sempre alta la tensione. Ma vi ricordate le scene di panico degne di colossal come The day after tomorrow che si sono scatenate all’approssimarsi della scadenza del 16 maggio, la prima, quella entro la quale comunicare i nominativi degli RLS eletti al 31 dicembre 2008? Sembrava fosse stato annunciato l’Armageddon e che le forze armate del Bene e del Male si stessero radunando per la battaglia finale: datori di lavoro che imponevano con la forza l’elezione del RLS ai propri lavoratori, consulenti che consigliavano di retrodatare verbali di elezione del RLS verso tempi remoti antecedenti la stessa costituzione dell’azienda, amministratori che vagavano nel buio in preda ad un delirio millenaristico, biascicando “Inail, Inail, Inail…”

E poi il 15 maggio, improvvisa e inaspettata (soprattutto, non confermata) cominciò a circolare una profetica nota del Ministero del lavoro (che si palesò solo il 1° giugno) che rinviava il tutto al 16 agosto. Si mormora che 9 rappresentanti dei lavoratori, eletti appositamente per la fatidica scadenza del 16 maggio dietro imposizione dei rispettivi titolari, siano stati assassinati per eliminare le prove. L’occultamento dei cadaveri rende impossibile un’eventuale conferma dell’insano gesto, ma le famiglie chiedono di poter riabbracciare i propri cari.

Ad ogni modo, questi sì che sono colpi di scena degni di un romanzo di Agatha Christie, roba che ti tiene in tensione fino alla fine, che ti fa saltare sulla sedia al minimo rumore nella stanza.

Ora però con la circolare INAIL n. 43 tutto ciò non sarà più possibile. In realtà la colpa è tutta di un altro personaggio, il misterioso D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106 che ha modificato l’art. 18, comma 1, lett. aa) del D.Lgs. n. 81/2008, riscrivendolo così:

«aa) comunicare in via telematica all’INAIL e all’IPSEMA, nonché per loro tramite, al sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro di cui all’articolo 8, in caso di nuova elezione o designazione, i nominativi dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza; in fase di prima applicazione l’obbligo di cui alla presente lettera riguarda i nominativi dei rappresentanti dei lavoratori già eletti o designati».

Se non eravate ancora arrivati a leggere questa parte del libro, capisco la vostra delusione: sparisce l’obbligo di comunicare annualmente all’INAIL il nominativo del RLS, sostituito da una meno avvincente comunicazione solo in caso di nuova elezione o designazione.

Ma la vera tragedia è che l’INAIL con la circolare n. 43 ha chiarito praticamente tutto circa le modalità con le quali adempiere all’obbligo, eliminando così ogni alone di mistero.

Da questa circolare, infatti, si possono chiaramente (quando è chiaro, è chiaro) evincere i seguenti casi:

  • se l’azienda ha già comunicato il nominativo del RLS eletto o designato prima del 31 dicembre 2008, non dovrà fare alcuna ulteriore comunicazione;
  • se l’azienda aveva già comunicato il nominativo del RLS eletto o designato prima del 31 dicembre 2008, ma esso nel frattempo è cambiato, il datore di lavoro dovrà effettuare la comunicazione prevista in caso di nuova nomina;
  • se l’azienda non ha ancora comunicato il nominativo del RLS eletto o designato prima del 31 dicembre 2008 (birichina!!) dovrà effettuare la prima comunicazione;
  • se nell’azienda c’è un RLS eletto o designato dopo il 1° gennaio 2009, il datore di lavoro dovrà effettuare la prima comunicazione;
  • in ogni caso di variazione rispetto ad un nominativo precedentemente comunicato, l’azienda dovrà provvedere a comunicare l’avvenuto cambiamento.

Ovviamente le comunicazioni dovranno essere effettuate all’IPSEMA qualora in azienda vi siano categorie di lavoratori tutelate da questo ente.

Come mia personale interpretazione del testo, ma suffragata dalla logica e dall’ermeneutica giuridica, essendo sparita qualsivoglia scadenza entro la quale adempiere all’obbligo di comunicazione, l’adempimento dovrà essere considerato come immediato, ovvero prontamente successivo all’avvenuta elezione del RLS. Scusate se ho rovinato la sorpresa a qualcuno, ma credetemi, era evidente, come è palese che l’assassino è il maggiordomo.

Le modalità di comunicazione sono esclusivamente telematiche e, per accedervi, ci si dovrà registrare al sito dell’INAIL, ottenere una password e seguire le procedure previste in caso di prima comunicazione o di comunicazioni successive.

Addirittura la circolare precisa che l’elezione o la designazione non è un obbligo del datore di lavoro, ma una facoltà dei lavoratori, un diritto che essi possono anche decidere di non esercitare. D’accordo, questa puntualizzazione sarà pure utile a quei datori di lavoro e consulenti che ancora non avevano chiaro questo concetto, però così si rovina tutta la trama, non si lascia spazio all’italica improvvisazione che per esempio ci ha fatto assistere a capolavori dell’interpretazione come quelli inscenati da datori di lavoro che «costringevano» i lavoratori ad eleggere un proprio rappresentante pur di poterne comunicare il nominativo all’INAIL.

La stessa pena prevista in caso di mancato adempimento, una sanzione amministrativa pecuniaria da 50 a 300 €, lascia intendere come il legislatore sia ormai poco interessato a questo soggetto.

Ma gli amanti del brivido non temano: altri colpi di scena ed invenzioni strabilianti sono probabilmente in cantiere da parte del nostro Grande Sceneggiatore, visto che ancora non sono state definite le modalità di comunicazione del nominativo del rappresentante dei lavoratori territoriale.

To be continued…

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DVR e D.Lgs. 106/2009: l’unica certezza è la data

Beato colui che non si aspetta nulla, perché non sarà mai deluso…

Ma è inutile negare che in molti un pensierino l’avevano fatto all’ipotesi che il tanto atteso decreto correttivo potesse riuscire ad alleviare il carico di burocrazia di cui la normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro è endemicamente affetta.

Quantomeno ci si attendeva che alcuni nodi insoluti in essa presenti (es. la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, la definizione di rischio chimico irrilevante per la salute e basso per la sicurezza) sarebbero stati infine sciolti. Così, evidentemente non è stato e, nell’attesa che chi di dovere si ricordi finalmente di fare il suo dovere, saremo comunque costretti a fare i conti con la tassatività delle disposizioni del Testo unico.

Questo è il bicchiere mezzo vuoto, ma vi è anche un mezzo pieno dal quale gli ottimisti potranno dissetarsi o, quantomeno, placare l’arsura delle loro gole. Come sempre in questi casi, basta sapersi accontentare e i più bravi, leggendo tra le righe delle nuove disposizioni, sapranno certamente riuscire a trovare la giusta sintesi tra teoria e pratica.

Diamo un’occhiata, ad esempio, alle modifiche introdotte all’art. 28 del D.Lgs.81/2008, così come modificato dal decreto correttivo.

Viene aggiunto ad esempio l’obbligo di valutare i rischi connessi alla specifica tipologia contrattuale attraverso cui viene resa la prestazione di lavoro. In realtà, sussistendo da sempre (o quasi) l’obbligo per il datore di lavoro  di valutare “tutti” i rischi, non si può parlare di una vera e propria introduzione, ma il segnale è comunque importante, stante anche il fatto che la maggiore novità del Testo unico era stata proprio quella di allargare le tutele a tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia contrattuale.

È evidente come il nuovo obbligo si riferisca, in particolare, alle forme di prestazione di lavoro “flessibili”, categorie che vedono un numero sempre più crescente di lavoratori farne parte (+2,4% nel biennio 2007-2008) e, purtroppo, quelle maggiormente coinvolte in infortuni. I dati che seguono si riferiscono alle statistiche INAIL nel quinquennio 2004-2008:

  • Infortuni mortali che hanno visto coinvolti lavoratori parasubordinati: +53,8%
  • Infortuni in complesso che hanno visto coinvolti lavoratori parasubordinati: +17,7%

Vale la pena evidenziare come tutte le altre tipologie contrattuali (apprendisti, autonomi e dipendenti), nel medesimo quinquennio hanno visto ridursi il numero di infortuni.

Dunque ben venga il richiamo del legislatore a tenere in conto anche degli aspetti contrattuali nella valutazione del rischio. Peccato però che il problema non risieda nella mancanza di volontà da parte delle aziende nel voler tutelare questi soggetti, ma principalmente nell’inadeguatezza della normativa che li tutela, ovvero nello stesso D.Lgs. 81/2008 che sostanzialmente non fa altro che estendere le misure di tutela previste per i lavoratori subordinati a tempo indeterminato a queste tipologie contrattuali, senza tener conto delle loro peculiarità (frammentazione e discontinuità delle prestazioni, in primis) e dell’impossibilità di far coincidere molte delle misure di protezione imposte con la realtà del mercato del lavoro. Peccato che il legislatore non voglia rendersi conto di questa semplice realtà e continui a ritenere, nonostante le evidenze statistiche, che lavoratori subordinati e parasubordinati debbano essere trattati in modo identico: non sono le misure di tutela a dover coincidere, ma i livelli di tutela.

Sempre a proposito di cose poco chiare per lo stesso legislatore ho salutato con estremo favore l’ulteriore proroga per l’entrata in vigore dell’obbligo di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato. Intendiamoci, non che io sia un amante delle proroghe, tutt’altro… Ma che senso ha imporre un obbligo a cui non si sa come adempiere? A partire dall’entrata in vigore del D.Lgs. 81/2008, sulle modalità di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato si è sentito dire di tutto: dalla somministrazione di test reperibili nelle pagine centrali di Novella 2000 fino all’ipotesi di sottoporre tutti i lavoratori a colloquio con uno psicologo… In assenza di qualunque indicazione, il rischio è solo quello di produrre l’ennesimo pezzo di carta fine a se stesso, l’ennesimo trionfo della burocrazia. Non che il rischio non si corra ugualmente, sia chiaro: se la Commissione consultiva permanente non elabora le indicazioni previste, l’unica certezza è che il 1° agosto 2010 l’obbligo di valutazione entrerà comunque in vigore e chi s’è visto, s’è visto. A meno di altre proroghe… La proroga è di fatto l’unità di misura dello scollamento esistente tra la teoria di chi fa le leggi e la pratica di chi le deve applicare.

E infatti di proroga ha goduto in passato anche un ulteriore adempimento riguardante il DVR: la data certa. Sull’utilità o meno di questo obbligo si è già discusso ampiamente: i suoi sostenitori lo considerano un indispensabile elemento per garantire il requisito dell’opponibilità ai terzi del DVR; i suoi detrattori, tra cui il sottoscritto, ritengono che esso rappresenti solo l’ennesimo fardello puramente formale della norma. Poiché, nonostante la possibilità di eliminare tale requisito una volta per tutte, esso è stato mantenuto, evidentemente i suoi fans hanno ragione. Mi si dirà: “Tuttavia è stata aggiunta la possibilità di soddisfare il requisito della data certa anche semplicemente con la firma di datore di lavoro, RSPP, medico competente e Rappresentante dei lavoratori, dovresti essere contento!”. Diciamo che sono curioso di vedere come verrà interpretata la cosa dagli organi di vigilanza quando si troveranno aziende nelle quali il datore di lavoro svolge anche l’incarico di RSPP, il medico competente non è necessario, i lavoratori non hanno eletto alcun RLS e non è stato assegnato alcun RLS territoriale all’azienda. E qualora fosse presente un rappresentante territoriale, voglio proprio vedere quanto tempo impiegherà per andare a firmare i DVR per le aziende di cui egli è rappresentante (visto che tra l’altro ora il DVR deve essere consultato in azienda). E nel frattempo il documento di valutazione dei rischi è come se non fosse stato redatto?

Altro che la promessa riduzione delle formalità… Come diceva Ennio Flaiano “Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l’assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all’ufficio competente, che sta creando.“. Non dimentichiamo che siamo in Italia, un Paese edificato su solide fondamenta di timbri e marche da bollo, alla fine i peccatori potranno trovare comodo rifugio sotto l’ala protettrice di un sicuro timbro postale.

Alle certezze sinora acquisite si va ad aggiungere l’ulteriore elemento di concretezza rappresentato dalle nuove indicazioni che il legislatore fornisce per consentirci di redigere un DVR, in quanto ora sappiamo che esso deve essere ispirato a criteri di:

  • semplicità,
  • brevità,
  • comprensibilità,

Questo si chiama parlare chiaro!

Adesso verrò accusato di essere il solito ingegnere rozzo che non è in grado di comprendere la raffinata e accurata scelta dei termini, ma mi chiedo: se lo scopo è quello di redigere un documento di valutazione dei rischi completo e idoneo a svolgere la sua funzione quale strumento di pianificazione, si potranno contestare documenti completi ma prolissi? E chi giudicherà la comprensibilità, brevità e semplicità dei documenti? Una commissione presieduta da Umberto Eco? E, al contrario, si potrà essere accusati di essere stati troppo brevi nella definizione dei contenuti?

Un’altra occasione persa per dare qualche indicazione veramente utile e soprattutto per definire una volta per tutte una bozza, un canovaccio, una linea guida ufficiale dei criteri di redazione di un DVR.

Ritornando alle nostre certezze, viene per fortuna recuperato il rodato meccanismo che consente di redigere il documento di valutazione dei rischi entro 90 gg dall’inizio di una nuova attività, oppure entro 30 gg in caso di modifiche di un’attività esistente o in relazione al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione o della protezione o a seguito di infortuni significativi o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità, fermo restando, in tutti i casi, l’obbligo di effettuare immediatamente la valutazione dei rischi. Sarò pragmatico, ma per me è tutto un po’ più chiaro quando vengono usati i numeri o tecniche quantitative per definire con certezza gli obblighi.

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Construction Wars IV – L’impero colpisce ancora

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Sono tempi duri per la ribellione. Nonostante il D.Lgs. 494/1996 sia stato distrutto, le truppe imperiali europee hanno stanato le forze ribelli italiane dalle loro basi nascoste e le hanno inseguite attraverso la galassia con gli incursori della Corte di giustizia europea. 

Nel tentativo di far perdere le loro tracce, un gruppo di combattenti per la libertà, guidati dal loro legislatore Jedi Luke Skywalker, ha stabilito una base segreta su uno sperduto satellite ai confini della galassia, il D.Lgs. 81/2008, sul quale ha messo a punto la sua nuova arma: l’art. 39 della Legge comunitaria 2008.

Ma il malvagio legislatore italiano Lord Dart Fener, ossessionato dall’idea di trovare il giovane Skywalker, ha inviato migliaia di sonde fino ai più lontani confini dello spazio…

Il malvagio legislatore italiano Lord Dart Fener

Il malvagio legislatore italiano Lord Dart Fener

 

Inizia così un altro capitolo della saga che vede contrapposti Italia Vs. Europa nel merito del recepimento della Direttiva cantieri. Come accade spesso con le saghe, lo spettatore che non conosce i precedenti episodi, rischia di trovarsi un po’ spiazzato, in particolare quando la trama è complessa come in questi casi, per cui mi cimenterò in un breve riassunto.

La storia parte molto in là nel tempo e nello spazio, quando ancora la Galassia era governata da forze buone e democratiche (i legislatori europei) che, per mantenere l’ordine, produssero la direttiva 92/57/CEE, meglio conosciuta come Direttiva cantieri, imponendo a tutti i pianeti della Galassia di recepirla.

L’Italia recepì tale direttiva con il D.Lgs. n. 494/1996 ma, diciamo, “ci mise del suo”…

Con riferimento ai casi in cui si doveva procedere alla nomina dei due cavalieri Jedi noti con il nome di coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione, il legislatore italiano ribelle Lord Dart Fener, con un colpo di mano, introdusse due deroghe a quest’obbligo (cantieri con assenza di rischi particolari e/o cantieri di entità inferiore a 200 uomini/giorno), mentre la Direttiva originaria prevedeva la nomina dei cavalieri Jedi tout court in tutti i cantieri con presenza di più imprese.

La principessa Leyla, alla guida  della Commissione delle comunità europee, intima prima all’Italia di motivare tale provvedimento e, successivamente, non avendo ricevuto alcuna risposta, diffida Lord Dart Fener a trasporre correttamente la Direttiva comunitaria.

Non avendo ricevuto nuovamente alcuna risposta, la principessa Leyla presenta dunque ricorso al Consiglio degli Jedi (Corte di Giustizia europea).

La Corte di giustizia dà ragione alla principessa Leyla, imponendo all’Italia di recepire correttamente l’obbligo di nomina dei coordinatori in tutti i cantieri con presenza di più imprese.

Qui inizia il nostro nuovo episodio. Colpo di scena…

Quasi contestualmente alla sentenza di condanna (Luglio del 2008), la norma italiana a cui essa si riferisce (D.Lgs. 494/1996), viene distrutta e sostituita dal D.Lgs. n. 81/2008 (maggio 2008), un estremo tentativo di resistenza da parte dei ribelli fedeli alla principessa Leyla, ma Lord Dart Fener anche questa volta riesce a contrastare l’azione ribelle con l’incursione nel testo legislativo del micidiale art. 90, comma 11, il quale ancora una volta deroga alla nomina di uno dei due cavalieri Jedi (il coordinatore per la progettazione), questa volta qualora si tratta dei famigerati lavori privati non soggetti a permesso di costruire.

Inizia così il nostro episodio.

Il 14 luglio 2009 viene pubblicata in G.U. la Legge comunitaria 2008 la quale, con l’articolo 39, apporta modifiche al D.Lgs. n. 81/2008. Di seguito il testo:

Art. 39.

1. Al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 90, il comma 11 e’ sostituito dal seguente:

«11. La disposizione di cui al comma 3 non si applica ai lavori privati non soggetti a permesso di costruire in base alla normativa vigente e comunque di importo inferiore ad euro 100.000. In tal caso, le funzioni del coordinatore per la progettazione sono svolte dal coordinatore per la esecuzione dei lavori»;

b) all’articolo 91, comma 1, dopo la lettera b) e’ aggiunta la seguente:

«b-bis) coordina l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 90, comma 1».

Per allinearsi alla Direttiva comunitaria, il nostro legislatore apporta una modifica al discutibilissimo articolo 90, comma 11. Peccato che ancora una volta Lord Dart Fener sia riuscito a metterci lo zampino…

Infatti, con tale modifica, com’è immediatamente evidente, si deroga nuovamente alla nomina del coordinatore per la progettazione (nel caso di lavori privati non soggetti a permesso di costruire e di importo inferiore a 100.000 euro), benché poi si afferma che le sue funzioni sarebbero comunque svolte dall’altro cavaliere Jedi: il coordinatore per l’esecuzione.

Ma la direttiva comunitaria parla di “nomina” in tutti i casi dei coordinatori, non solo dello svolgimento delle loro funzioni. Questo punto che potrebbe apparire cavilloso (in fondo, si direbbe, l’importante è che qualcuno svolga le funzioni preposte, poi che si chiami in un modo o nell’altro poco importa), non lo è.

Infatti, come noto, il coordinatore per l’esecuzione viene designato dal committente “prima dell’affidamento dei lavori” (art. 90, comma 4), e pertanto, benché gli possano essere state affidate con le nuove modifiche anche le funzioni proprie del coordinatore per la progettazione, non riuscirebbe materialmente a partecipare alla fase vera e propria di progettazione, generando così contraddizione con uno dei “considerando” nella premessa della Direttiva 92/57/CEE nella quale si afferma: “… considerando che le scelte architettoniche e/o organizzative non adeguate o una carente pianificazione dei lavori all’atto della progettazione dell’opera hanno influito su più della metà degli infortuni del lavoro nei cantieri nella Comunità…”.

Tale “considerando” enuncia in maniera chiara l’importanza di effettuare scelte adeguate e definire misure opportune fin dalla fase di progettazione, non potendosi limitare le soluzioni ai provvedimenti che residualmente è possibile attuare una volta che i giochi siano stati fatti.

Per fortuna, tale modifica entrerà in vigore il 29 luglio p.v. e pertanto dovrebbe avere vita breve, poiché entro il 16 agosto 2009 dovrebbe essere approvato il decreto correttivo, il quale apporterà sostanziali modifiche al testo vigente ed, in particolare al Titolo IV. Secondo le bozze degli schemi di decreto disponibili, il comma 11 dell’articolo 90 verrebbe definitivamente abrogato, eliminando ogni anomalia derivante da improbabili distinzioni per i lavori privati ed introducendo un meccanismo di nomina dei coordinatori molto più coerente col dettato europeo.

Tutti coloro che credono nel Bene e sono fedeli all’Alleanza Ribelle saranno chiamati a dare il loro contributo.

La Forza sia con voi!

Luke Skywalker: Oh, no! Ora non la tireremo più fuori!
Yoda: Così sicuro sei tu. Sempre per te non può essere fatto. Tu non senti ciò che dico!
Luke Skywalker: Maestro, spostare delle pietre è una cosa: questo è del tutto diverso!
Yoda: No! Non diverso! Solo diverso in tua mente. Devi disimparare ciò che hai imparato.
Luke Skywalker: D’accordo, ci proverò.
Yoda: No! Provare no! Fare. O non fare. Non c’è provare!
[Luke cerca di tirar fuori la navicella dalla melma, ma senza successo]
Luke Skywalker: Non ci riesco, è troppo grossa!
Yoda: La grandezza non conta. Guarda me, giudichi forse me dalla grandezza? Non dovresti farlo infatti, perché mio alleato è la Forza, ed un potente alleato essa è! La vita essa crea ed accresce, la sua energia ci circonda e ci lega; illuminati noi siamo! Non questa materia grezza! Tu devi sentire la Forza intorno a te, qui, tra te, me, l’albero, la pietra, d’ovunque! Sì, anche tra la terra e la nave.
Luke Skywalker: Tu vuoi l’impossibile! 
[Yoda riesce a tirare fuori la navetta] Non posso crederci!
Yoda: Ecco perché hai fallito.

Il legislatore Jedi

Il legislatore Jedi

 

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Sicurezza in bicicletta

Finalmente il giro di vite che gli italiani attendevano sulla sicurezza stradale

Se pensavate che il nuovo decreto sicurezza si occupasse solo di ronde, stupri, clandestini, solo per citare alcuni dei temi caldi del provvedimento, vi sbagliavate.

C’è di più, anzi di tutto di più, anche norme volte a prevenire e reprimere uno dei malcostumi che più attanaglia chi circola liberamente per la strada: l’uso improprio della bici.

È ora di dire “basta!” a ciclisti che circolano ubriachi per le strade (spesso sotto l’effetto combinato di droghe), mettendo a repentaglio la vita dei conducenti di SUV, o a velocipedi che superano di 40 o più km/h il limite di velocità la domenica mattina sulle strade, sorpassando le auto a fil di sportello.

Per costoro, ma anche per altre gravi violazioni, ci pensa il nuovo art. 219-bis del codice della strada, come modificato dall’articolo 3, comma 48 del cosiddetto “decreto sicurezza”, il quale dispone:

«Nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, è disposta la sanzione amministrativa accessoria del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida e la violazione da cui discende è commessa da un conducente munito di certificato di idoneità alla guida di cui all’articolo 116, commi 1-bis e 1-ter, le sanzioni amministrative accessorie si applicano al certificato di idoneità alla guida secondo le procedure degli articoli 216, 218 e 219. In caso di circolazione durante il periodo di applicazione delle sanzioni accessorie si applicano le sanzioni amministrative di cui agli stessi articoli. Si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis. 2. Se il conducente è persona munita di patente di guida, nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, sono stabilite le sanzioni amministrative accessorie del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida, le stesse sanzioni amministrative accessorie si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida. In tali casi si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis»

Mmmhh, avete ragione, troppi commi bister e rimandi vari. Riassumo io…

Si dice sostanzialmente che, laddove il codice della strada lo preveda, si potrà disporre il ritiro, la sospensione o la revoca della patente come sanzione accessoria e, tra l’altro, si aggiunge, che tale provvedimento potrà riguardare anche coloro i quali sono in possesso di certificato di idoneità alla guida (il patentino per i ciclomotori, ovvero i riferimenti all’art. 116, commi 1-bis e 1-ter), ai quali potrà essere ritirato tale certificato abilitativo.

Ma la vera novità del codice della strada è inserita nell’ultimo periodo dell’articolo, nel quale si afferma che, qualora si sia in possesso della patente di guida, essa potrà essere ritirata, sospesa o revocata negli stessi casi di cui sopra, anche qualora si fosse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida (bicicletta, carretto trainato da buoi, risciò, navicelle spaziali…).

Purtroppo, data la fretta con la quale è stato scritto il provvedimento, fretta necessaria per riuscire a porre un freno il prima possibile a questa vera e propria emergenza nazionale, non si è potuta trovare una efficace misura di contrasto nei confronti dei veri protagonisti e principali colpevoli di questo fenomeno: i bambini, i quali, non essendo in possesso della patente di guida, la faranno franca come al solito.

Ma il cittadino non tema, sono al varo proposte di decreti correttivi, i quali prevedranno il sequestro dei lecca-lecca o del televisore al plasma del papà negligente che non vigila. Nei casi più gravi (bambino in bicicletta che guida contromano in autostrada, per esempio) è stata proposta una sonora sculacciata, ma le organizzazioni umanitarie si oppongono.

Va bene, ora basta, mi sono sfogato, ma sul serio non ne posso più di norme demagogiche e prive di senso come questa. Il legislatore vuol farci credere che la sicurezza sulle strade sia talmente pregiudicata dalla condotta spericolata dei ciclisti (perché evidentemente è principalmente ad essi che è rivolto il provvedimento), da richiedere che essa venga repressa col ritiro della patente di guida, quando nella realtà, tutti possono verificare come siano i ciclisti a rischiare la vita tutti i giorni sulle strade. Ovviamente anche loro debbono essere passibili di sanzione, ma francamente, per il tipo di conseguenze che può avere una eventuale loro condotta errata, si può tranquillamente ritenere possa essere considerata sufficiente una multa.

Continua invece il proliferare di norme e provvedimenti vari, in nome di questo o di quel valore o principio (in questo caso la sicurezza) e continuiamo ad essere il paese in cui il numero di leggi travalica di gran lunga la capacità di qualunque cittadino di giungerne a conoscenza, per cui si finisce col violare leggi di cui si ignora l’esistenza. Ritengo imprescindibile e sacrosanto il principio secondo cui la legge non ammette l’ignoranza, ma rivendico il mio diritto di riuscire a non essere ignorante.

Per esempio, vi siete mai ritrovati un alveare di api nel cassone delle persiane di casa vostra? Lo sapevate che non potete bruciarlo perchè le api sono specie protetta? Lo sapevate che detenere un alveare (anche spontaneo, la norma non precisa la differenza) fa di voi degli apicoltori, per cui dovreste denunciarlo? Beh, io sì (ok, sono ignorante, ma qualcosina la so pure io) per cui, subito dopo aver superato il primo momento di orgoglio per la mia nuova attività di apicoltore, mi sono posto il problema di come rimuoverlo.  Inutile che chiamiate i vigili del fuoco o la protezione civile, non rientra tra le loro competenze. Vi serve un vero apicoltore, uno che abbia intrapreso questa attività sul serio, non come voi, imprenditori improvvisati che non siete altro. Ehm, casomai lo trovaste, mi date il suo numero di telefono?

E a cosa serve questa moltiplicazione evangelica di norme e leggi? Il dubbio legittimo che sorge, è che abbia come unico obiettivo quello di consentire la riproduzione e la conservazione di chi le leggi le fa o le deve amministrare, mentre al cittadino ne basterebbe un terzo per vivere tranquillo.

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Sono ottimista, ma non ho altra scelta!

Tanto tuonò, che piovve!

Come avevo anticipato in un altro post, gli “amici della sicurezza” stanno alacremente lavorando sul decreto correttivo del D.Lgs. n. 81/2008 che dovrebbe veder la luce entro il 16 agosto di quest’anno.

Il 24 giugno le Commissioni parlamentari di Camera e Senato hanno espresso il loro parere favorevole allo schema del decreto correttivo, lasciando in eredità al Governo alcune osservazioni che questi potrà valutare.

A costo di apparire irrispettoso delle istituzioni, non posso fare a meno di rilevare, leggendo il parere dei relatori di Camera e Senato, come l’uso di una terminologia a volte non corretta, l’approssimazione con la quale vengono descritte alcune situazioni e, purtroppo, persino alcune osservazioni, derivino da una competenza squisitamente giuridica, ma molto limitata dal punto di vista applicativo nel mondo reale.

Tra i vari pareri espressi dalle Commissioni, ce n’è uno in particolare che, se dovesse essere accolto dal Consiglio dei Ministri, ridurrebbe in modo sostanziale l’efficacia dell’intero impianto del D.Lgs. 81/2008 e che lascia perplessi perché fa intravedere ancora una volta la distanza che separa frequentemente chi legifera da chi quotidianamente e praticamente opera per la tutela della sicurezza e salute dei lavoratori.

Mi riferisco alla proposta rivolta al Governo di valutare l’ipotesi di lasciare invariata l’attuale formulazione dei casi in cui sarà prevista la sospensione dell’attività imprenditoriale, ovvero, al momento, in caso di “gravi e reiterate violazioni”.

Farò un breve riassunto delle precedenti puntate…

Secondo l’attuale formulazione dell’articolo 14 del D.Lgs. 81/2008, gli organi di vigilanza possono (ovvero hanno facoltà e discrezionalità) procedere alla sospensione dell’attività imprenditoriale qualora riscontrino gravi e reiterate violazioni in materia di tutela  della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Per “grave” si intende una delle violazioni elencate nell’Allegato I al D.Lgs. n. 81/2008, mentre il concetto di “reiterato” non è definito. Allo stato attuale questa norma non viene applicata a causa delle numerose incertezze applicative che vi sono contenute.

Nello schema di decreto correttivo si mette mano a tale articolo riformulando alcuni aspetti. Innanzitutto non viene più lasciata discrezionalità agli organi di vigilanza in merito all’adozione o meno del provvedimento ed, inoltre, la sospensione dell’attività imprenditoriale dovrà essere adottata in caso di gravi e plurime violazioni, dove per “plurima” si intende la contestazione di tre gravi violazioni durante la medesima ispezione o la ripetizione nell’arco del biennio della medesima grave violazione.

Le novità sono inoltre costituite dall’ampliamento dei casi elencati nell’Allegato I che costituiscono “grave” violazione, con nuove fattispecie di reati costituite da prescrizioni “tecniche”, non documentali o formali.

Perché ritengo che la modifica che si vuole introdurre sia così importante e che pertanto non debba essere toccata? Perché nella mia vita professionale ne ho viste tante, troppe, per non sapere che se in un’azienda viene commessa una tra quelle che la norma definisce gravi violazioni (ed effettivamente sono gravi, in particolare le nuove che saranno inserite in elenco), sicuramente non si può parlare di un caso, ma forse la sospensione dell’attività imprenditoriale potrebbe essere un provvedimento eccessivo, con due gravi violazioni contestuali mi sorge un dubbio legittimo, ma con tre ci troviamo di fronte ad un’azienda che si assume palesemente la responsabilità di un infortunio di elevata entità e che deve essere temporaneamente fermata.

Con questa previsione, inoltre, un’azienda può essere sanzionata e sospesa sin dal primo accesso ispettivo, mentre nel caso in cui rimanesse il concetto di “reiterata” violazione dovremmo aspettare almeno una seconda ispezione.

Infine è anche un problema di strategia nella lotta agli infortuni. Le sanzioni hanno lo scopo di fungere da deterrente, ma sono 60 anni che assistiamo alla violazione di norme, anche basilari, perché frequentemente la “multa” (come viene intesa frequentemente) viene vista dalle imprese come un’eventualità da tenere in conto, se non addirittura un’evenienza remota in virtù della scarsità di controlli.

Rendere effettivamente applicabile (cosa che attualmente non è) la sospensione dell’attività imprenditoriale, introdurrebbe un elemento di novità sostanziale nella strategia della lotta agli infortuni che potrebbe cambiare anche l’approccio psicologico che le aziende hanno nei confronti di determinati adempimenti, un po’ come è avvenuto con l’introduzione della patente a punti nel codice della strada.

Sono abbastanza convinto che se, in virtù di questo impatto, nelle aziende italiane fossero rispettate almenoquelle che, secondo la norma, sono gravi violazioni, il fenomeno infortunistico si ridurrebbe drasticamente, poiché il loro rispetto costituisce la base imprescindibile di un sistema di sicurezza.

Sono un ottimista, voglio credere che questa volta tutto finirà bene e che per una volta prevarrà il coraggio, il buon senso e la volontà di cambiare le cose.

Purtroppo sono anche poco realista, tutte le volte che rivedo la “Vita è bella”, spero sempre che alla fine Benigni esca vivo dal campo di concentramento. Eppure so già come va a finire…