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Cellulare, auricolare e codice della strada

Se una cosa è sbagliata, è sbagliata. Anche se permessa dalla legge, se una cosa è sbagliata, resta sbagliata. E questo riguarda, in particolare, la sicurezza, campo nel quale un comportamento lecito può comunque essere un comportamento rischioso.

Per dirla in altre parole, sfido chiunque a trovarmi la differenza sostanziale tra un incidente in autostrada andando alla velocità di 129 km/h o andando a 131 km/h! Volevo parlarvi proprio di cose della strada. Ieri, mentre mi accingevo ad attraversare la strada sulle strisce pedonali, per poco non venivo investito da una macchina. Difatti, un cocchio motorizzato che sopraggiungeva, al termine di una brusca frenata, invadeva le strisce e la porzione di italico territorio sul quale un istante prima si trovava il mio gracile e grazioso corpicino, e solo un poderoso scatto di reni ha impedito che il vostro affezionato blogger venisse trasformato in un ammasso di nutella sanguinolenta spalmata su una croccante fetta di asfalto.

Dopo aver augurato al vetturino di campare altri cent’anni (di cui almeno 99 col singhiozzo), mi accorgo che il tipo stava cercando di asfaltare il sottoscritto mentre era impegnato in conversazione telefonica con tanto di auricolare. Il codice della strada, come noto, lo consente:

Art. 173, comma 2: « È vietato al conducente di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle Forze armate e dei Corpi di cui all’articolo 138, comma 11, e di polizia. È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie (che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani)». 

Ah beh, certo… L’importante è che entrambe le mani siano libere e che lui ci senta bene. Purtroppo, molte persone inferiscono e si convincono che, poiché la norma lo permette, evidentemente, con queste accortezze, il comportamento alla guida è sicuro. «E allora perché non è vietato?». Questo è quello che mi sento chiedere durante i corsi di formazione che faccio ai lavoratori che usano la macchina come strumento di lavoro. La tragedia è che ritengo che non sia vietato perché chi ha scritto quella norma lì nel 2002 (le seguenti ipotesi non sono mutuamente escludenti):

  1. non aveva un cellulare;
  2. non aveva una macchina;
  3. non aveva una vita sociale,

e non si rendeva conto che il problema non è avere le mani e le orecchie impegnate, ma il cervello.

La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha stimato che negli Stati Uniti la distrazione è responsabile del 25% degli incidenti accertati dalla polizia (Ranney, Mazzae, Garrott, & Goodman, 2000; Wang, Knipling, & Goodman, 1996). Per dire, in Italia, secondo l’Istat, la guida distratta e l’andamento indeciso sono la causa del 16.6% degli incidenti avvenuti nel 2012 (tra l’altro questa è la prima causa di incidente – pag. 10 – non la velocità) Caird, Scialfa, Ho, & Smiley (2005), basandosi sui dati di 18 studi, stimano che l’uso del cellulare alla guida aumenta il tempo di reazione in situazioni critiche (che poi sono quelle dove ti serve la massima attenzione) di 0,23 secondi (N.B.: altri studi – H.Alm & L.Nilsson “The effect of a mobile telephone task on driver behaviour in a car following situation”, Acc.Anal.Prev. 27, 707-715 (1995) – affermano che invece si aggiri intorno a 0,6 secondi. Gli 0,23 secondi citati sono il dato più ottimistico che ho trovato). E, tra l’altro, non c’è alcuna differenza che si usi l’auricolare, il vivavoce o si tenga il telefono in mano. Il problema, il vero problema è l’impegno cognitivo richiesto dalla conversazione telefonica.

Del resto, non per dire, ma perché quando io andavo a scuola con l’autobus non potevo parlare al conducente e ora sì, purché abbia il suo numero di telefono? 0,23 secondi, non so se vi rendete conto… e questi sono valori medi dei tempi di reazione… Se ti limiti a parlarci al telefono… perché se quello scrive un sms, mediamente distoglie per 5 secondi di fila lo sguardo dalla strada. «Vabbeh», direte voi, «stai facendo tutto ‘sto casino per 0,23 secondi… Cosa vuoi che siano rispetto all’eternità».

Premesso che proprio l’eternità era quella che mi aspettava se non mi fossi scansato, faccio due conti… se quello andava a 40 km/h, vuol dire che percorreva 11,1 metri ogni secondo. Considerate che il tempo di reazione di una persona attenta alla guida è di  almeno 1 secondo (avete capito: 1 secondo), per cui dal momento in cui mi ha visto sulle strisce e ha deciso (bontà sua) che non dovevo morire, è passato un secondo nel quale ha percorso  11,1 metri. Siccome il tipo stava parlando al cellulare dovete aggiungere 0,23 secondi cioè altri 2,6 metri….

Dopodicchè è iniziato quel fenomeno fisico che si chiama attrito e che gli doveva consentire di dissipare l’energia cinetica posseduta dalla macchina, cioè la frenata. A 40 km/h, strada asciutta, sono altri 16 metri. Totale: fanno 29,7 metri… che faccio lascio e glieli incarto? Considerando che ha invaso le strisce pedonali e si è fermato oltre il punto in cui mi trovavo un istante prima, avete capito perché me la prendo per quei benedetti 0,23 secondi? Giusto, giusto i 2,6 metri che si è mangiato parlando al cellulare…

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Il bispensiero applicato ai modelli di organizzazione

Leggendo i contenuti del nuovo D.M. 13 febbraio 2014 sono stato catapultato in un esercizio raffinato delbispensiero descritto in 1984. Se non vi è mai capitato di leggere il capolavoro di Orwell, fatelo: è un’esperienza estraniante.

Il bispensiero è l’unica forma di pensiero concesso nella società del Grande Fratello  (quello vero, non il reality show), mediante il quale le parole venivano usate per sostenere una tesi ed il suo esatto opposto. Così, il Ministero della Pace in realtà presiede la guerra,  il Ministero della Verità controlla la propaganda e via dicendo…

Ecco, le Procedure semplificate per l’adozione dei modelli di organizzazione e gestione (MOG) nelle piccole e medie imprese (PMI) sono una forma autentica di bispensiero.

Vi ricordate dell’U.C.A.S. (Ufficio Complicazioni Affari Semplici)? Adesso si chiama Commissione consultiva permanente ed è prevista dall’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008 ed è tutto suo l’onere di fornire strumenti inutili per riuscire a complicare la vita (si noti la finezza del bispensiero insita nella missione di riuscire a ottenere un risultato con qualcosa di inutile).

La storia è semplice. Realizzare un modello di organizzazione e gestione (MOG) che abbia efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa prevista dal D.Lgs. n. 231/2001 per i reati presupposto derivanti da violazioni della normativa antinfortunistica, è una faccenda molto complessa. Lo è a maggior ragione per una PMI la quale, spesso, non disponendo delle competenze e organizzazioni interne necessarie, rischia di avvitarsi su sé stessa come un piccione strafatto di metanfetamina.

Giusto per darvi un’idea del numero di aziende interessate, le PMI (definite come imprese con meno di 250 lavoratori), in Italia, secondo i dati Eurostat:

  • sono il 99,9% del totale delle imprese;
  • producono il 68,3% del PIL;
  • occupano l’80,3% dei lavoratori.

Diciamo che non è che siano esattamente quattro gatti…

Ricordiamo che nel caso di imputazione per uno di questi reati, l’impresa che non fosse in possesso di un MOG non sarebbe in grado di dimostrare l’assenza di una colpa organizzativa e incorrerebbe nelle sanzioni pecuniarie (che possono tranquillamente superare il centinaio di K€) e interdittive previste.

La difficoltà di mettere in piedi un MOG effettivamente tarato alle esigenze dell’impresa e rispettoso delle indicazioni della norma è tanto più sentita, quanto più si riduce la dimensione della PMI. Infatti, se da un lato si riduce la complessità organizzativa, dall’altro diminuiscono le risorse necessarie per gestire i processi di vigilanza, registrazione, riesame richiesti da questi modelli.

Ora, se si considera che le microimprese (meno di 10 lavoratori), costituiscono il 94,6% del totale, il problema dovrebbe essere molto sentito!

E infatti il D.Lgs. n. 81/2008, con l’art. 30, comma 5-bis, ha dato alla Commissione consultiva permanente, il compito di elaborare delle procedure semplificate, rivolte espressamente alle PMI, per predisporre un MOG.

Boh, a me pare chiaro: ti sto chiedendo di produrre delle procedure semplificate (quindi più semplici di quelle che normalmente si usano) per dare una mano alle PMI (quindi a imprese con strutture di piccole dimensioni) a dotarsi di un modello di organizzazione e gestione.

La Commissione consultiva permanente questo lo sa e quindi dichiara nella Premessa del documento:

«Il presente documento ha lo scopo di fornire alle piccole e medie imprese, che decidano di adottare un modello di organizzazione e gestione della salute e sicurezza, indicazioni organizzative semplificate…»,

e a conferma di quanto appena enunciato, nell’Introduzione  (il documento vero e proprio non è nemmeno cominciato. Figuratevi il resto) dichiara:

«Si ritiene che la realizzazione di un MOG, anche secondo le modalità semplificate riportate in questo documento, rappresenti un impegno, in particolare per le imprese con un numero minimo di lavoratori e con una struttura organizzativa semplice. Pertanto, le aziende di dimensioni e/o complessità ridotte debbono valutare l’opportunità di implementare un MOG aziendale».

Quindi, le procedure riguarderebbero il 99,9% delle imprese italiane, ma non è che siano proprio adatte per il 94,6% di loro.

Non so voi ma a me queste cose emozionano. Il bispensiero è un’arte, uno stile di vita… Non tutti sono capaci di ragionare in modo contorto, dicendo tutto e il contrario di tutto.

La restante parte del documento è un insulso coacervo di ovvietà, fatte passare come indicazioni utili (sennò che l’hanno scritte a fare) e innovative (sennò le avremmo potute leggere da qualche altra parte), in perfetta sintonia con l’ortodossia del bispensiero.

Soprattutto la semplificazione è totalmente assente: provate a mettere in piedi il MOG suggerito e avreste le stesse difficoltà in termini di gestione che incontrereste se decideste di seguire le indicazioni dell’OHSAS 18001 o delle Linee guida UNI-INAIL.

Ora, per avere un’altra dimostrazione di bispensiero dovremo attendere i modelli semplificati dei POS , del PSC e del fascicolo dell’opera previsti dall’art. 104-bis.

Ma la Commissione che ci ha già abituato a capolavori come:

  • le indicazioni sullo stress lavoro correlato (opera prima della Commissione, ancora ricercatissima dai collezionisti);
  • le procedure per la fornitura di calcestruzzo in cantiere (opera terza, ma prima dimostrazione  di bispensiero grazie alla quale possiamo beneficiare di un documento, riferito ad un’attività semplice, più lungo di un intero PSC);
  • le procedure standardizzate per la valutazione dei rischi (l’opera della maturità, il capolavoro assoluto che lascia l’osservatore senza fiato tutte le volte che ne si ammira l’inutilità. Le procedure sono attualmente considerate l’unico modo per ottenere il vuoto perfetto, condizione che non era mai prima stata osservata in natura, né si considera realizzabile in laboratorio),

anche questa volta non potrà deluderci.

L’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù

G. Orwell – 1984

Pubblicato in: valutazione dei rischi

L’esperienza al servizio del rischio

Quando si esegue la stima di determinato fattore di rischio, laddove possibile, si ricorre all’uso di misure strumentali o all’impiego di algoritmi, propedeutiche alla vera e propria valutazione del rischio.

È il caso, ad esempio, della misura dei livelli di esposizione dei lavoratori al rumore, ai campi elettromagnetici, ma anche del calcolo dell’estensione dell’area di una potenziale atmosfera esplosiva con le equazioni della norma CEI 31-35 o della presenza di un rischio irrilevante per la salute con i noti algoritmi disponibili, piuttosto che la misura della concentrazione di inquinante presente nell’ambiente di lavoro.

La misura o il calcolo della grandezza fisica saranno poi la base della successiva valutazione del rischio… Fatta 85,4 dB(A) l’esposizione giornaliera del lavoratore al rumore, si tratta di capire se questo costituirà un problema o meno per la salute del lavoratore.

In questa seconda fase, il problema è che, spesso, la valutazione viene fatta riferendosi principalmente all’esperienza, laddove non vi fossero chiari riferimenti su quale possa essere il danno atteso o la sua probabilità di accadimento.

E qui scatta potenzialmente l’errore, perché laddove si parla di esperienza, si finisce col trascurare inevitabilmente il suo complementare, ovvero il non considerare per nulla tutto ciò che sfugge all’esperienza e alla propria conoscenza.

Addirittura si potrebbe finire col non valutare affatto un rischio perché ne si ignora proprio l’esistenza, bypassando così anche il problema se procedere o meno alla misura o stima del fattore che lo determina. Non si misura ciò che non si sa nemmeno di dover misurare.

Ma un caso più comune è invece quello che porta a delle inferenze errate nella lettura dei dati a disposizione perché anziché usare la matematica, usiamo lo spannometro esperienziale.

Mi ha ispirato in tal senso una delle vignette di xkcd, un webcomic di battute matematiche (alcune delle quali talmente ostiche da risultare tutt’oggi irrisolte), nella quale il personaggio (Cueball) legge un poster nel quale si afferma che una goccia di saliva in uno starnuto può contenere 200.000.000 di germi.

La buona educazione impone, non a caso, di mettere la propria mano davanti alla bocca quando si sta per starnutire.

Ovviamente, ciò comporta, come naturale conseguenza, che tutti i germi finiscano col depositarsi sulla superficie della propria mano, la quale diventa in tal modo veicolo di malattie e infezioni.

Ma c’è una soluzione: Cueball ha un disinfettante per le mani in grado di far fuori il 99,99% dei germi.

Un’efficacia del 99,99% è certamente un ottimo risultato, chiunque si riterrebbe soddisfatto…

Se non fosse che lo 0,01% di 200.000.000 di germi corrisponde a 20.000 schifezze depositate sul palmo della nostra mano.

E solo per una goccia di saliva (da qui l’uso da parte di Cueball dell’espressione “Ew!”, che indica disgusto).

Il problema è che in tanti leggono le percentuali, ma commettono l’errore di non riferirle all’entità iniziale (quanti di noi comprano lo yogurt con solo lo 0,1 % di grassi? Lo 0,1% di quanto, però?).

In fondo, per esperienza, il 99,99% è quasi il 100%. Anzi è il 100%!

Così come 0,1% è praticamente 0. Anzi è 0!

A tal proposito, mi sovviene una frase pronunciata da un celebre comandante:

«Ma nella mia esperienza non sono mai stato coinvolto in un incidente degno di questo nome! Non ho mai visto una nave in difficoltà sulle rotte che ho percorso, non ho mai visto un naufragio, nè vi sono stato coinvolto Io stesso e neppure mi sono mai trovato in una situazione che minacciasse di trasformarsi in un disastro».

No, non si tratta di Francesco Schettino!

Se avete pensato a lui, avete commesso un ulteriore errore di valutazione, dettato dalla fresca esperienza dell’incidente della Costa Concordia e dal clamore che ha suscitato, che ha finito col dominare la vostra percezione a scapito di altri incidenti navali accaduti nella storia e ben più gravi sotto il profilo del numero di vittime.

L’improvvida frase è stata pronunciata dal comandante Edward J. Smith del R.M.S. Titanic, qualche anno prima di avere un primo incidente con l’Olympic (senza che alcuna responsabilità gli fosse addebitata), seguito, l’anno dopo, dal disastro del Titanic.

Uno dei tanti a cui l’esperienza, la fiducia nelle proprie capacità di navigazione ha giocato dei brutti scherzi.

Impattare un iceberg non è facilissimo. Se è vero che mediamente 15.000 blocchi di ghiaccio si staccano ogni anno dalla calotta polare, solo l’1% raggiunge le rotte navigabile.

Ora l’1% sembra davvero pochino ma stavolta non ci caschiamo e lo calcoliamo.

Esce fuori un bel 150. Considerato che sono spalmati in un anno, anche se in un tratto di mare piuttosto limitato, ognuno valuti (dubito che in tanti abbiano esperienze di navigazione in quel tratto, per cui la valutazione non sarà fallata dall’esperienza).

Questo numero era ben noto agli ufficiali del Titanic, tanto che sulla guida in dotazione della nave era dichiarato:

«One of the chief dangers in crossing the Atlantic lies in the probability of encountering masses of ice, in the form of both icebergs and extensive fields of solid compact sea ice. Ice is more likely to be encountered in this route between April and August, both months inclusive, than at other times».

E l’esperienza del comandante serve proprio a questo: riferirsi al proprio vissuto per ricavare informazioni utili a predire il futuro. Esperienza vissuta da integrare con la conoscenza. E lui ne aveva tanta: i suoi 150 non sono i nostri 150.

E comunque sono grandi, gli iceberg. Enormi. Come fai a non vederli?

Lui stesso ne aveva avvistati in quantità nel corso della sua esperienza di comandante di lungo corso.

Annoveriamo tra gli aneddoti accertati che hanno preceduto l’affondamento del Titanic due decisioni sintomatiche:

1) aver deciso di annullare, il giorno stesso dell’incidente, l’esercitazione con le lance di salvataggio;

2) aver spedito durante la notte al posto di vedetta, nella parte più alta del transatlantico, due marinai col compito di avvistare eventuali iceberg… Peccato che fossero sprovvisti di binocoli, perché erano chiusi in un armadietto di cui non si trovava la chiave e che il comandante non ritenne necessario forzare.

Se non fosse che nel solo aprile del 1912, anno e mese dell’affondamento del Titanic, si formarono ben 40.000 iceberg.

E l’1% di 40.000, fa 400, tutti concentrati in un unico mese, in un determinato tratto di mare (un record che rimase imbattuto fino al 1972).

Resta il fatto che gli iceberg sono giganteschi e possono essere avvistati anche a grande distanza, perfino ad occhio nudo, anche grazie alla frangia di schiuma che formano con il loro avanzamento a contatto con l’acqua.

Ma la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, era una notte senza luna e dunque non c’era alcuna luce che potesse essere riflessa dalla frangia di schiuma.

E non aiuta l’avvistamento degli iceberg non avere dei binocoli in una notte senza luna.

Ma resta comunque il dato esperienziale di tutta la gente di mare: l’odore caratteristico del ghiaccio.

Tutti i marinai, i comandanti sanno “sentire l’odore del ghiaccio”. Fa parte della loro esperienza.

Ecco, appunto: l’esperienza…

Pubblicato in: Formazione

Conduzione carrelli elevatori: i criteri di qualificazione dei formatori

Il 13 marzo stavo svolgendo un incarico di docenza per la formazione lavoratori addetti alla conduzione di carrelli elevatori e, dentro di me, provavo l’ebbrezza di esercitare per la prima volta il mio ruolo di formatore in possesso dei requisiti previsti dall’Accordo Stato-Regioni 22 febbraio 2012: ben 3 (diconsi tre) anni sia nel settore della formazione, sia in quello della prevenzione, sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e nel mio caso (voglio scialare) con diverse ore di formazione sull’uso pratico dei carrelli elevatori.

Potete immaginarvi la mia delusione quando esattamente 5 giorni dopo viene pubblicato il D.I. 6 marzo 2013recante i criteri di qualificazione dei formatori… Mi ero già bullato con gli amici e pavoneggiato con le ragazze perché possedevo i requisiti per fare formazione ad un conduttore di carrelli elevatori che già mi ritoccava mettere in discussione tutto…

Deluso come una cicogna che, arrivata a destinazione, si accorge di aver portato il bambino sbagliato, telefono ad un collega per comunicargli il mio sconforto e la decisione di ritirarmi in un monastero tibetano per imparare a sollevare gli oggetti solamente con la forza del pensiero, cosicchè un giorno l’umanità sarà libera dalla schiavitù dei carrelli elevatori e… Sorpresa, il mio collega mi rassicura dicendo di non preoccuparmi. Lui ha già letto il nuovo decreto e, a quanto pare, i nuovi requisiti riguarderanno solo i formatori di Datori di lavoro/RSPP, lavoratori, dirigenti e preposti.

Rinvigorito da questa nuova speranza, ma fermo nel mio proposito di imparare a far levitare gli oggetti (non si sa mai), mi procuro una copia del nuovo decreto grazie al quale potrò finalmente sapere tutto, ma proprio tutto su come si fanno i formatori.

Con mio enorme stupore, scopro che i formatori non li porta la cicogna e che fare un formatore è una cosa complessa. Servono, dice la Commissione consultiva permanente (CCP): conoscenza, esperienza e capacità didattica.

Non solo… cado letteralmente in uno stato confusionale nel quale riconosco affannosamente i sintomi tipici della sindrome di Stendhal quando mi accorgo che la CCP ha risolto uno dei problemi più grandi dell’epistemologia ed è riuscita a trovare l’algoritmo, la polvere puffa, la magicabula che dice esattamente quante ore (non un minuto di più, non un minuto di meno) servono per fare un formatore.

Ormai con le lacrime agli occhi, leggendo in ordine sparso, continuo l’affannosa ricerca del punto della norma che mi dica chi siano i soggetti destinatari di questi nuovi criteri e finalmente lo trovo: articolo 1, comma 2.

«Il prerequisito e i criteri si applicano a tutti i soggetti formatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro dei corsi di cui agli articoli 34 e 37 del d.lgs. n. 81/2008 quali regolati dagli accordi del 21 dicembre 2011».

È lui!

In quel breve istante che intercorre tra la lettura del testo e la sua comprensione (che nel mio caso dura giusto il tempo per prepararmi e inghiottire un panino con la ‘nduja) capisco due cose: la prima è che posso continuare a fare formazione per conduttori di carrelli elevatori (aspirazione che nel frattempo è diventata la mia unica ragione di vita), la seconda è che dal 18 marzo 2014 ci vorranno più requisiti per formare un lavoratore sull’uso di una fotocopiatrice che per insegnargli a condurre un carrello elevatore.

Pubblicato in: valutazione dei rischi

Procedure standardizzate ME (Mistake Edition)

L’emanazione di una nuova norma in materia di sicurezza sul lavoro in Italia produce gli stessi effetti dell’uscita della nuova versione di un sistema operativo per computer.

Innanzitutto non funziona, dopodiché devi continuamente verificare l’uscita di nuovi aggiornamenti e poi speri che qualche nerd dal web tiri fuori un upgrade utile che migliori le versioni originali.

Prendiamo ad esempio la nuova Procedura standardizzata per la valutazione dei rischi.

Di per sé la procedura presenta più bugs di windows 98 ME, è totalmente instabile e inaffidabile e spero che escano quanto prima dei service pack che migliorino questa versione (magari spenderò qualche post sul blog per spiegare queste mie affermazioni).

Va da sé che i nerd (specificatamente quelli del team M1nL@v, specializzato nel crackare le nuove norme) hanno dovuto da subito mettersi al lavoro e sono uscite due differenti release, la prima per chiarire che si potrà autocertificare la valutazione dei rischi fino al 31 maggio 2013 e la seconda per specificare che: «No, se sei un’azienda fino a 10 lavoratori e hai già il tuo bel DVR, non c’è bisogno che ne redigi uno ex novo secondo le procedure standardizzate e, comunque, il loro impiego non è obbligatorio, sia che tu abbia fino a 10 lavoratori, sia che tu arrivi fino a 50 lavoratori».

Ed io, che sono un amante delle nuove tecnologie, non mi faccio mancare nulla, ma per non rischiare di formattare il lavoro di mesi, ho deciso di “installare” le nuove procedure standardizzate solo su macchina virtuale, così, giusto per metterle alla prova.

Volevo così presentarvi quello che secondo me è il principale dei difetti che ho riscontrato proprio in fase di installazione, cioè senza nemmeno arrivare all’uso della Procedura standardizzata.

Mi riferisco ad un difetto che si presenta quando si entra nella schermata “Campo di applicazione”.

Infatti, quando le Procedure standardizzate sono state approvate, la software house (Commissione consultiva permanente & co.) ce le ha spacciate con i seguenti disclaimer (vedi schema nel paragrafo 2 della Procedura) circa la possibilità di installare o meno la procedura standardizzata:

I.  Aziende fino a 10 addetti (rif. art. 29, comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008): applicabile sempre, tranne nei seguenti casi:

  • art. 31, comma 6, lett. a): aziende industriali a rischio di incidente rilevante;
  • art. 31, comma 6, lett. b): centrali termo elettriche;
  • art. 31, comma 6, lett. c): alcuni impianti ed installazioni nucleari;
  • art. 31, comma 6, lett. d): aziende per la fabbricazione e il deposito di esplosivi, polveri e munizioni.

II. Aziende fino a 50 addetti (rif. art. 29, comma 6 del D.Lgs. n. 81/2008): applicabile sempre tranne nei casi visti sopra o in presenza di rischi chimico, biologico, cancerogeno, amianto e ATEX.

Ma davvero le cose stanno così?

Leggiamo attentamente l’articolo 29, comma 5 (i numeri che inserisco davanti al testo si riferiscono ai periodi grammaticali):

1. I datori di lavoro che occupano fino a 10 lavoratori effettuano la valutazione dei rischi di cui al presente articolo sulla base delle procedure standardizzate di cui all’articolo 6, comma 8, lettera f).

2. Fino alla scadenza del terzo mese successivo alla data di entrata in vigore del decreto interministeriale di cui all’articolo 6, comma 8, lettera f), e, comunque, non oltre il 30 giugno 2013 gli stessi datori di lavoro possono autocertificare l’effettuazione della valutazione dei rischi.

3. Quanto previsto nel precedente periodo non si applica alle attività di cui all’articolo 31, comma 6, lettere a), b), c), d) nonché g).

Il disclaimer I troverebbe la propria ragion d’essere in quanto riportato nel periodo grammaticale n.3, ma leggendo attentamente la norma, le cose non starebbero come dice la software house CCP&co.

Infatti, il “precedente periodo” a cui fa riferimento il periodo grammaticale n. 3, altri non è se non il periodo grammaticale n. 2, il quale si riferisce alla sola possibilità di fruire dell’autocertificazione, non anche delle procedure standardizzate.

Il risultato è che a partire dal 31 maggio 2013 (terzo mese dall’entrata in vigore del DI 30 novembre 2012), conformemente alla profezia Maya, non sarà semplicemente più possibile autocertificare la valutazione dei rischi, ma nulla di tutto questo riguarderà la limitazione delle aziende con meno di 10 lavoratori all’uso delle procedure standardizzate, il cui riferimento è contenuto nel periodo grammaticale ancora precedente.

A differenza di quanto affermato nel disclaimer I dalla CCP&co., pertanto,  l’art. 29, comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008 non mette limiti all’installazione delle procedure standardizzate.

Veniamo adesso al disclaimer II. Dice l’art. 29, comma 6: «I datori di lavoro che occupano fino a 50 lavoratori possono effettuare la valutazione dei rischi sulla base delle procedure standardizzate…».

La locuzione avverbiale «Fino a 50 lavoratori» in italiano significa “da 0 a 50 lavoratori”, (non essendo specificato nella norma un limite inferiore, ma solo quello superiore ed essendo il numero dei lavoratori appartenente all’insieme N+ dei numeri naturali interi positivi (0, 1, 2, 3, 4…)).

Dunque, le aziende con dimensioni fino a 10 lavoratori altro non sono se non un sottoinsieme delle aziende fino a 50 lavoratori e pertanto ne condividono le medesime proprietà, comprese le esclusioni all’utilizzo.

Mi si perdoneranno questi riferimenti matematici, tipici della mia formazione, ma credo che anche guardando alle definizioni di “periodo grammaticale” e della locuzione avverbiale “fino a”, non si possa pervenire ad un risultato differente, a meno di non procedere ad uno stupro sistematico della grammatica italiana.

Il risultato finale, consegnatoci dalla semplice lettura della norma, è che anche per le aziende fino a 10 lavoratori valgono le medesime esclusioni riportate per le aziende fino a 50 lavoratori, che sono molto più limitative di quelle indicate dalla CCP&co.

Aspettiamo il rilascio di un service pack…

Pubblicato in: incidenti, spazi confinati

Nuovo decreto spazi confinati: viaggio nell’iperuranio

Se il buon giorno si vede dal mattino, si prospetta un diluvio.

Fresco come un ovetto di giornata, croccante come il pane appena sfornato, il nuovo DPR n. 177/2011 merita certamente alcuni commenti, non fosse altro per l’importanza dell’argomento trattato: la sicurezza negli spazi confinati.

Commenti che farei partire dal titolo del decreto: “Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinanti, a norma dell’articolo 6, comma 8, lettera g), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81”.

D’accordo che la rubrica di una legge non è legge, ma essa però può servire a spiegare il contenuto della norma. Ed allora la domanda è: perché la scelta del termine confinanti?

Possiamo con certezza escludere che si tratti di un errore di ortografia (alcuni pensano volesse scrivere confinati). Solo una persona in malafede potrebbe pensare che il legislatore scriva le leggi senza leggerle. Se ciò fosse vero, si chiamerebbero semplicemente scrivi, non leggi. E lui sarebbe uno scrivatore, non un legislatore. Gli antichi dicevano nomen omen…

Dunque ci deve essere qualche recondita motivazione, non immediatamente comprensibile ai nostri occhi.

L’ipotesi più accreditata, ma se volete anche la più semplice e quella di immediata interpretazione, è che il regolamento si applichi anche agli ambienti adiacenti a quelli sospetti di inquinamento (confinanti, per l’appunto). Come dire: definita una zona a rischio di inquinamento, si allarga il suo perimetro comprendendone all’interno gli ambienti confinanti per ottenere, diciamo, una zona di rispetto.

Io, tuttavia, ho un’ipotesi che meglio si attaglia alle caratteristiche del nostro legislatore comprendendone il fine ultimo, se volete la sua escatologia.

Platone definiva l’iperuranio come lo spazio confinante al nostro cielo, ma esterno ad esso, in cui risiedono le idee. Ecco, probabilmente il nostro legislatore intende qualificare le imprese o i lavoratori autonomi destinati ad operare nello spazio confinante, o meglio, nell’iperuranio. Forse per trovare suoi degni successori…

Chiarito dunque l’ambito in cui ci muoviamo, passiamo al campo di applicazione del decreto (scaricate l’allegato per meglio seguire), definito dai commi 2 e 3 dell’articolo 1.

Vedremo come quella di una visione iperuranica dell’universo da parte del legislatore sia certamente l’ipotesi più probabile.

Dal comma 2 si evincono quali siano gli ambienti nei quali si debbono svolgere le lavorazioni oggetto di qualificazione da parte del decreto, ovvero il campo di applicazione:

ambienti sospetti di inquinamento di cui agli articoli 66 e 121 del D.Lgs. n. 81/2008, e ambienti confinati di cui all’allegato IV, punto 3

Come si vede, il decreto non si applica solo agli spazi confinati (o confinanti che dir si voglia), ma il suo campo di applicazione è ancorato alle definizioni di alcuni ambienti definiti nel D.Lgs. n. 81/2008 e precisamente:

–       art. 66: pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie e in generale in ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri

–       art. 121: pozzi, fogne, cunicoli, camini e fosse in genere, con possibile presenza di gas o vapori tossici, asfissianti, infiammabili o esplosivi

–       Allegato IV, punto 3: tubazioni, canalizzazioni e recipienti, quali vasche, serbatoi e simili

Questi e non altri.

Che sia all’art. 66 che all’art. 121 la definizione dell’ambiente non possa prescindere dal rischio derivante dalla presenza di gas all’interno di tali ambienti è evidente anche dal fatto che il legislatore iperuranico li definisce ambienti sospetti di inquinamento. Dunque per capire se si rientra nel campo di applicazione della norma, non basta che l’ambiente rientri tra quelli citati nei due articoli, ma essi devono presentare rischi derivanti dal rilascio di gas.

Pertanto, tanto per capirci, sono esclusi da questa definizione ambienti, pur ricadenti nell’elenco di cui agli artt. 66 e 121, in cui i rischi derivano da polveri, sia sotto il profilo tossicologico o di formazione di ATEX, ma anche quegli ambienti nei quali i rischi siano di altra natura, per esempio meccanici, elettrici, ecc.

Dunque, un’impresa destinata ad operare in uno scavo in cui si possa escludere la presenza di gas non necessiterà di alcuna specifica qualificazione, né si applicheranno le misure previste dal DPR 177/2011, anche se saranno presenti altri rischi tipici degli spazi confinati, per esempio il seppellimento.

Il successivo comma 3 del decreto è ancora più sconcertante e conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la concezione metafisica della sicurezza secondo il nostro legislatore.

In esso infatti si circoscrive l’attività di verifica tecnico professionale da parte del committente ai soli casi in cui si ricada nel campo di applicazione dell’art. 26 del D.Lgs. n. 81/2008, ovvero ai lavori in appalto, prestazione d’opera o somministrazione nei quali il committente sia un datore di lavoro.

In due parole, se un privato cittadino dovesse aver bisogno di eseguire un’attività di manutenzione nella propria piscina (spazio confinato ai sensi dell’allegato IV, punto 3), non sarebbe tenuto ad eseguire alcuna specifica attività di verifica della qualificazione dell’impresa ad eseguire lavori del genere.

Evidentemente non sono abbastanza qualificato ad operare nello spazio confinante ed iperuranico, ma francamente fatico a comprendere questa distinzione, dato che il rischio è sostanzialmente legato all’ambiente in cui si svolgono le lavorazioni, non solo alla circostanza che esse siano o meno appaltate da un datore di lavoro o da un privato cittadino…

L’articolo 2 del DPR n. 177/2011, ci riporta alla realtà ed in esso sono contenute senz’altro norme apprezzabili, anche perché con esse si superano gli attuali limiti dell’art. 26 relativamente alle modalità con cui eseguire la verifica dell’idoneità tecnico-professionale di un’impresa, fornendo alcune indicazioni che certamente vanno nella direzione di una vera e propria qualificazione delle imprese.

Tra le norme apprezzabili, vale la pena citare:

–       presenza di personale, in percentuale non inferiore al 30% della forza lavoro, con esperienza almeno triennale relativa a lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati. Tale esperienza deve essere necessariamente in possesso dei lavoratori che svolgono le funzioni di preposto

–       informazione e formazione e addestramento di tutto il personale, ivi compreso il datore di lavoro ove impiegato per attività lavorative in ambienti sospetti di inquinamento o confinati

–       DPI, strumentazione e attrezzature di lavoro idonei e  di addestramento al loro uso

–       DURC e integrale applicazione della parte economica e normativa della contrattazione collettiva di settore

–       Subappalti specificatamente autorizzati dal committente (anche se questo è già previsto nel codice civile, non fa male ribadirlo)

Qualche piccolo dubbio lo sollevo sul concetto di 30% della forza lavoro con esperienza triennale nel settore degli spazi confinati… Se da un lato è bene puntare finalmente sul concetto di esperienza e di curriculum, dall’altro mi chiedo: ma perché, fatti 100 i lavoratori di un’azienda, ben 30 debbano essere esperti di spazi confinati, anche se magari le attività della stessa prevedono che solo 3 di loro lavorino in spazi confinati? Forse per forza lavoro intendeva solo la squadra di lavoratori assegnata al singolo appalto?

Se il decreto si fosse limitato a fare quello che si era prefissato di fare (definire le modalità di qualificazione), a questo punto avremmo potuto dire che tutto è bene anche se inizia male.

Ma l’ultravitaminizzato legislatore, galvanizzato dall’aver scritto qualcosa di utile, ha forse ritenuto che un decreto di soli 2 articoli non bastasse e, poiché il dominio dei numeri interi positivi è superiormente illimitato, ha deciso di scrivere anche l’articolo 3 e Dio solo sa dove sarebbe potuto arrivare.

Se l’articolo 2, contiene norme apprezzabili scritte durante una visita illuminata oltre la volta celeste di platonica concezione, l’articolo 3 è evidentemente frutto di una peperonata ingerita la sera poco prima di andare a dormire che deve aver turbato il sogno del legislatore.

In esso infatti, al comma 1, si prevede che prima dell’accesso ai luoghi definiti nel campo di applicazione, debba essere eseguita apposita attività di informazione. Fin qui nulla di strano, se non fosse che è previsto che tale attività non duri meno di un giorno!

Ancora una volta ammetto la mia mancata idoneità ad operare nell’iperuranio, ma non capisco nemmeno lontanamente cosa si intenda raggiungere con questa indicazione.

Sostanzialmente il nostro ha ritenuto che, indipendentemente dai rischi che possano esservi concretamente, si necessiti di almeno un giorno (ed oso sperare che si riferisse ad una giornata lavorativa di 8 ore, non ad un giorno solare di 24 h).

E se l’attività fosse ripetitiva, per cui si debba tutti i giorni entrare in quel medesimo spazio confinato, con quei medesimi rischi, tutte le volte si dovrà ripetere l’informazione dei lavoratori per almeno una giornata? A mio avviso, oltre che a raddoppiarsi inutilmente il numero di giorni di lavoro (giacchè anche per un intervento di un giorno o meno è richiesto almeno un ulteriore giorno di formazione), si arriverà all’alienazione dei lavoratori che si sentiranno ripetere, a giorni alterni, sempre le stesse cose.

E poi siamo davvero sicuri che un giorno sia il tempo minimo necessario per trasferire ai lavoratori le conoscenze necessarie? Quali studi, ricerche, analisi, indagini di mercato avranno spinto il nostro legislatore ad usare il “giorno” come unità di misura non frazionabile dell’informazione negli spazi confinati?

E che la peperonata fosse particolarmente pesante è anche dimostrato dall’obbligo del successivo comma 2 di individuare un rappresentante del committente in possesso della formazione, informazione ed addestramento  di cui all’articolo 2, comma 1, lett. c) e f).

Peccato che la citata lett. c) non parli assolutamente di formazione, informazione e addestramento….

Devo ammettere che a questo punto la mia convinzione che il legislatore fosse in viaggio nell’iperuranio quando ha scritto questa norma ha traballato. Ammetto di aver dubitato.

Poi ho ripensato agli ultimi capolavori normativi di cui ci ha omaggiato e ora non vacillo più.

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La banalità dietro gli infortuni

Regole autogene: quando l’esperienza ci dice cosa fare

Quasi tutte le azioni che compiamo ogni giorno derivano dall’applicazione di regole o sono dettate dall’esperienza.

In genere le regole che ci costruiamo, se non derivano da assiomi o dogmi, sono anch’esse generate dall’esperienza. Per esempio, se in passato il vostro corpo si è trasformato nella cattedrale giubilare della dissenteria dopo una pantagruelica abbuffata di fichi rossi e succosi, probabilmente dentro di voi sarà possibile trovare traccia della generica regola che afferma che è opportuno fermarsi dopo aver ingerito solo un chilo di fichi.

Ovviamente anche esperienze positive possono generare regole, anzi, generalmente, tendiamo a ripetere con estrema facilità le esperienze che hanno avuto un felice esito.

Chiamerò queste regole, generate da esperienze vissute, siano esse positive che negative,“autogene”.

Prima banalità: noi impariamo dall’esperienza e sulla base di questa costruiamo delle regole (autogene) che perfezioniamo con l’esperienza stessa. Le regole autogene sono molto forti, nonostante nessuno ce le imponga. Questo non significa che siano buone: posso aver generato anche una cattiva regola dall’esperienza, ma ancora essa non ha fallito.

Regole esogene: quando gli altri ci dicono cosa fare

Non tutte le regole che osserviamo sono però dettate dall’esperienza. Una buona parte di esse arrivano dall’esterno e sono essenzialmente riservate ai casi in cui l’esperienza che si vivrebbe non applicando la regola, potrebbe essere estremamente negativa (per sé stessi o per gli altri).

Per esempio, ancora oggi io ho il sacro terrore di farmi il bagno subito dopo aver mangiato perché i miei genitori mi dicevano che era pericoloso. Seguire la regola mi ha insegnato che, aspettando un paio d’ore, non corro rischi ed, infatti, posso affermare con ragionevole certezza di non essere mai morto.

È altamente probabile che giungerò al termine della mia lunga esistenza (il mio obiettivo è di arrivare almeno fino al 2040, quando apriranno i dossier e potrò sapere chi ha ucciso JFK) senza aver mai avuto l’evidenza empirica della bontà del consiglio dei miei genitori (…ok, ho guardato su google e in effetti hanno ragione, ma quando ero piccolo pensavo che fosse un modo per costringermi a non stare sempre a mollo come una foca leopardo).

Attenzione: in questi casi la regola in realtà non genera un’esperienza, ma una non esperienza.

Sia chiaro: non è che l’esperienza sia sempre necessaria per decidere se compiere o meno un’azione… Non ho bisogno di andare a sfrittellarmi contro la macchina che mi precede per sapere quanto sia importante tenere una distanza di sicurezza. Tuttavia bisogna ammettere che quando non c’è l’esperienza, la scelta se seguire o meno una regola è meno tassativa (vedi l’esempio della distanza di sicurezza, che non mi risulta sia esattamente l’aspetto al quale gli automobilisti fanno più attenzione, nonostante le conseguenze che si rischiano di correre).

Queste regole che provengono dall’esterno e non dalla diretta esperienza, le chiamerò “esogene”.

Seconda banalità: le non esperienze non originano un bel nulla. Anzi, mentre rivolgiamo la massima attenzione al rispetto delle regole autogene, ci sentiamo liberi di discutere l’applicazione o meno delle regole esogene. Ne facciamo essenzialmente una questione di costi/benefici.

Regole endogene: quando decidiamo noi cosa fare

Le regole vigenti nei luoghi di lavoro sono esogene… il perché è presto detto: servono a tutelare le persone da gravi rischi per la loro incolumità e non ci può essere spazio per l’esperienza di un infortunio. Tutti le giudichiamo di buon senso e condivisibili (d’accordo, non tutte, ma la maggior parte sì) e magari siamo anche pronti ad ammettere che molte di queste le applicheremmo comunque, anche se non ci fosse la legge. Ma restano comunque esogene.

Partendo da queste, spesso ci costruiamo le “nostre” regole che in questo caso chiamerò “endogene” perché non sono autogene (in quanto non generate dall’esperienza), ma nemmeno esogene (pur essendo una derivazione di queste) perché le ho modificate in base al seguente ragionamento: sulla base della mia esperienza ritengo che lavorando così non mi farò male.

È il caso del lavoratore che non indossa i DPI perché sono scomodi e comunque non fondamentali o del datore di lavoro che non fa i controlli sull’impianto elettrico perchè è a norma.

Il fatto stesso che non succeda l’infortunio applicando la regola endogena ne conferma la bontà e più passa il tempo senza che l’infortunio accada, più le conferme aumentano.

Tuttavia, non tutti gli infortuni si verificano al primo colpo, per cui potrei essermi creato una regola che considero giusta fino a quando un evento, finora mai manifestatosi, non dimostra l’erroneità della regola.

Ma sulla base di quale esperienza abbiamo creato la regola endogena? Nessuna, perché non avevamo mai subito quell’infortunio nel momento in cui abbiamo creato la regola. In realtà abbiamo generato una regola sulla base di una non esperienza.

E guarda caso i rischi più gravi sono anche quelli meno percepibili. Sono quelli di cui le persone non hanno alcuna esperienza: atmosfere esplosive, elettricità, spazi confinati, agenti chimici, ecc. per i quali le nostre regole, costruite sulla base della non esperienza, valgono ben poco perché si tratta di fenomeni governati da leggi chimiche, fisiche o biologiche estremamente complesse, in cui solo la conoscenza può garantire la sicurezza.

Il problema è che noi siamo molto attenti nei confronti di ciò che pensiamo di conoscere, mentre non poniamo la stessa attenzione nei confronti di ciò che non conosciamo, anzi nel caso delle regole endogene, più passa il tempo, più ci convinciamo che esse sono corrette.

Terza banalità: l’infortunio non è voluto dalle persone che lo subiscono ed accade nonostante questo.

La truffa della percezione

L’ultimo aspetto di una banalità sorprendente è che noi approfondiamo fino alla nausea lo studio di ciò che conosciamo, ma al contempo diminuisce la nostra percezione di ciò che ci sfugge.

In pratica percepiamo la non esperienza come se fosse un’esperienza (se non mi è mai capitato vuol dire che va tutto bene), solo che, mentre quest’ultima ha dei contorni ben definiti, almeno in base a ciò che siamo stati capaci di percepire, la non esperienza non ha confini, non ha limiti.

Pretendiamo quindi di percepire l’infinito, un errore di valutazione che in alcuni casi può avere effetti catastrofici.

Quarta banalità: un infortunio, prima che accada, è una non esperienza.