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Valutazione stress lavoro-correlato: conti alla rovescia

Pochi giorni ancora e dovrebbe entrare in vigore, il 1° di agosto, l’obbligo per tutte le aziende di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

Il condizionale, come ormai tutti sapranno, è dovuto alla presenza di un emendamento nel testo della manovra finanziaria correttiva che prevedrebbe il rinvio del succitato termine al 31 dicembre 2010 per tutte le aziende, pubbliche e private.

Che il Ministro dell’economia e delle finanze si preoccupi, all’interno di un provvedimento teso a risanare le casse dello Stato, di rinviare l’entrata in vigore di quest’obbligo (inizialmente previsto per solo per il settore pubblico e successivamente esteso anche al settore privato), la dice lunga sull’impatto che ci si attende che questa valutazione avrà sulle aziende in termini di costi.

Del resto non potrebbe essere altrimenti, se si considera che, stando ai dati della European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition, lo stress interesserebbe circa il 27% dei lavoratori italiani!

Eppure, di fronte ad un fenomeno così diffuso, ciò che stupisce non è tanto l’ulteriore proroga concessa all’obbligo di valutazione (che nulla toglie all’obbligo di tutela della salute psicofisica dei lavoratori, comunque cogente in virtù dell’art. 2087 c.c.), quanto il fatto che la Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008, a distanza di un anno dal momento in cui tale compito le fu assegnato, non abbia ancora elaborato le indicazioni necessarie alla valutazione di questo specifico rischio.

C’è da dire che, dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 (due anni), della lunga lista di compiti assegnati alla Commissione consultiva permanente, essa non ne ha ancora portato a termine nessuno, dunque in effetti mi stupirei se, dopo accurate indagine, si dimostrasse che tale Commissione fosse abitata da una qualche forma di vita.

Attualmente, peraltro, i lavori della Commissione sono stati sospesi a causa della divergenza di vedute tra i vari soggetti che la compongono (Governo, imprese, sindacati, Regioni) su quali debbano essere gli elementi da tenere in conto per procedere alla valutazione dei rischi.

Comunque sia, se il testo della manovra finanziaria correttiva passasse senza quell’emendamento,dal 1° agosto le aziende (tutte) dovranno procedere alla valutazione del rischio da stress, pur in assenza di un’indicazione ufficiale in merito.

Evidentemente una simile incertezza non fa bene a nessuno. Non alle aziende, le quali non avranno alcuna garanzia di aver correttamente provveduto all’adempimento richiesto, ma nemmeno ai lavoratori, i quali non avranno alcuna  certezza che la problematica in questione sia stata efficacemente presa in carico.

Ci si dimentica che la valutazione dovrebbe rivolgersi alla definizione dei rischi “residui”, ovvero quelli che permangono quando tutte le misure di prevenzione e protezione imposte dalla norma sono già state adottate, per il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.

Ma quali misure di prevenzione e protezione oggi la norma espressamente prevede a tutela dei lavoratori da questo rischio? Io ne vedo solo pochissime, perlopiù di origine ergonomica, le cui ricadute in termini di stress lavoro-correlato sono collaterali, in quanto la loro applicazione è riferita alla prevenzione di altri tipi di rischi. Non vedo alcuna norma strutturata che dia indicazioni chiare e strumenti oggettivi, non solo su come procedere ad una valutazione (comunque auspicate), ma su come prevenire questo rischio, indicazioni che tutte le aziende debbano adottare e che siano sufficienti a prevenire l’insorgenza di questo rischio sulla gran parte della popolazione lavorativa.

Non chiedo la luna. Questa non è altro che la strategia ha sempre seguito nei confronti di qualunque altro fattore di rischio, impostazione che ha l’indubbio vantaggio di riuscire a porre le aziende tutte sullo stesso piano, garantendo il raggiungimento di standard minimi di sicurezza che dovrebbero, a maggior ragione, essere imposti nei confronti di un rischio così difficile da valutare in maniera oggettiva.

Forse è il caso di ammettere che il legislatore l’ha buttata giù in maniera un po’ troppo semplicistica quando ha ribaltato sul datore di lavoro l’obbligo di valutare i rischi da stress secondo i contenuti dell’accordo europeo 8 ottobre 2004 (una buona carta di sani principi, lontana dal fornire strumenti oggettivi).

Ne è dimostrazione la divergenza di vedute creatasi all’interno della Commissione, ma anche l’eventualità stessa della procrastinazione* proposta con la manovra finanziaria correttiva, riprova degli interessi, anche economici, che girano dietro questi adempimenti e che dovrebbero imporre serie riflessioni. I cosiddetti “conti alla rovescia”.

Basti pensare a tutti i software, gli articoli, le metodologie, le professionalità che in questa incertezza si sono proposte sul mercato, tanto che, oltre a chiedersi quanti siano i lavoratori che soffrono e soffriranno di stress legato al lavoro, bisognerebbe domandarsi quanti siano quelli che godono e godranno di lavoro legato allo stress.

*Quarta legge della procrastinazione

La procrastinazione comporta l’eliminazione di qualsiasi interruzione, altri lavori compresi, per consentire al lavoratore, così ovviamente stressato, la massima concentrazione.

(Arthur Bloch – La legge di Murphy e altri motivi per cui le cose vanno a rovescio!)

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Pubblicato in: appalti

Art. 26, D.Lgs. 81/2008: indicazioni pratiche per eseguire la verifica dell’idoneità tecnico-professionale

Di tutti i conigli normativi che il nostro legiprestigiatore ha estratto dal cilindro del D.Lgs. n. 106/2009, uno dei più batuffolosi ed interessanti è sicuramente quello dell’articolo 27, relativo alla qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, in cui si parla anche della cosiddetta “patente a punti” per le imprese.

L’idea di assegnare alle imprese un carnet di punti da detrarre in caso di violazioni della normativa infortunistica non è malaccio, tutt’altro, e se ha funzionato per l’indisciplinato automobilista, perché non dovrebbe funzionare anche per le imprese?

In verità, l’idea è, per l’appunto, solo un’idea… Infatti, perché essa possa trasformarsi in tangibile realtà, è necessario che la Commissione consultiva permanente di cui all’articolo 6 del Testo unico, definisca i criteri di qualificazione, cosa che, per la verità doveva già essere fatta entro il 16 maggio 2009.

Ad ogni modo, le modalità che saranno indicate nel futuro decreto che disciplinerà questi sistemi di qualificazione sono le stesse che, in caso di lavori in appalto, il datore di lavoro deve impiegare per verificare l’idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi, ai sensi dell’articolo 26 del D.Lgs. n. 81/2008.

In effetti, avrei dovuto scrivere “dovrebbe” impiegare, dato che il comma 1, lett. a) dell’art. 26 prevede che, in attesa del futuro (prossimo o remoto) decreto, il datore di lavoro committente dovrà limitarsi a richiedere:

–      Certificato di iscrizione alla Camera di commercio

–      Autocertificazione di possesso dei requisiti di idoneità tecnico professionale

La sola ipotesi che, in caso di infortunio, il magistrato possa accontentarsi della richiesta di questi due documenti per non attribuire un’eventuale culpa in eligendo al committente è semplicemente risibile: già in passato la giurisprudenza ha avuto modo di affermare come questa verifica debba essere sostanziale, non meramente formale.

E qui di sostanziale c’è solo la carta su cui essi vengono stampati, dato che nessuno dei due documenti richiesti è in grado di dare altra informazione che vada oltre la semplice constatazione che l’impresa è abilitata ad “operare” (teniamo anche presente che l’iscrizione alla CCIAA, fatta eccezione per autoriparatori, impiantisti, imprese di disinfestazione e facchinaggio, è ottenibile sostanzialmente con un’autocertificazione), ma nulla sappiamo sulla sua capacità di “saper operare” e, soprattutto, di “saper operare in sicurezza“, fine ultimo della verifica  dell’idoneità tecnico-professionale. Per questo bisogna fidarsi della sua autocertificazione

Vediamo allora come integrare questi documenti con ulteriori richieste che possano essere utili al datore di lavoro committente per fare una buona verifica dell’idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici:

–      Documento unico di regolarità contributiva: questo documento garantisce che l’impresa abbia pagato i contributi, sollevando così il committente dalla responsabilità solidale, vigente anch’essa, riguardo al mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali ed assicurativi. Avendo il DURC una durata di tre mesi, alla sua scadenza, esso dovrà essere nuovamente richiesto all’impresa;

–      Dichiarazione dell’organico medio-annuo ed organigramma dell’impresa: questo documento ha la finalità di verificare l’effettiva forza lavoro dell’impresa appaltatrice e le sue capacità organizzative, comprendenti per esempio, la presenza di preposti e/o dirigenti in grado di vigilare sulla sicurezza dei lavori affidati all’impresa, aspetto che benché non espressamente richiesto dall’articolo 26, è senz’altro un punto di qualificazione importante;

–      Nominativi delle figure della sicurezza e copie degli attestati di avvenuta formazione: la richiesta ha lo scopo di verificare se l’azienda ha effettivamente adempiuto ai requisiti di base della normativa in materia di sicurezza. I soggetti di cui sopra saranno, perlomeno: responsabile del servizio di prevenzione e protezione (in tutti i casi), medico competente (ove previsto), rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (qualora eletto o designato dai lavoratori), addetti alla gestione delle emergenze destinati allo specifico appalto (i quali dovranno essere in numero sufficiente), dirigenti e preposti (in funzione dell’effettiva dimensione dell’impresa). La conoscenza di tali nominativi sarà in ogni caso utile nella successiva fase di redazione del DUVRI;

–      Curriculum dell’impresa che riporti in evidenza lavori della stessa specie di quelli richiesti nell’appalto specifico, eseguiti negli ultimi tre anni: la richiesta ha lo scopo di evidenziare l’esperienza dell’impresa. Nel documento dovranno essere contenuti, oltre alla descrizione del lavoro effettivamente svolto, anche i nominativi dei committenti per i quali l’impresa ha operato o opera;

–      Relazione degli infortuni e delle malattie professionali dichiarate negli ultimi tre anni: è questo un dato molto rilevante poiché caratterizza fortemente la tendenza infortunistica dell’impresa;

–      Possesso di una certificazione OHSAS 18001: in verità sono molto poche le imprese a possedere una certificazione simile, peraltro facoltativa, ma può essere richiesto in alternativa la dichiarazione del possesso di un modello di organizzazione e di gestione di cui all’articolo 30 del D.Lgs. n. 81/2008, esimente dalla responsabilità amministrativa delle imprese;

–      Copia degli attestati di formazione dei lavoratori ed elenco dei dispositivi di protezione individualiad essi consegnati: anche in questo caso si tratta di verificare il rispetto degli adempimenti di base previsti dalla norma. La data dell’ultima formazione che i lavoratori hanno ricevuta è fortemente indicativa dell’attenzione che l’impresa ha nei confronti degli aspetti culturali della sicurezza.

–      Elenco delle macchine ed attrezzature che l’impresa intende impiegare per lo svolgimento del lavoro, dichiarazione se esse sono di proprietà o meno dell’impresa e presenza o meno del marchio CE: simile elenco è anch’esso indice della professionalità dell’impresa e della sua capacità di saper prevedere con quali modalità svolgere il lavoro che le sarà assegnato. Inoltre, in alcuni casi, il possesso di alcune macchine o attrezzature, che sono state in passato oggetto di importanti investimenti per l’impresa, potrebbe servire a giustificare il costo più o meno basso dell’offerta economica presentata, dato che se esso è già stato ammortizzato, l’impresa sarà in grado di fare offerte più basse rispetto alla concorrente che dovrà provvedere al suo noleggio.

–      l’aver ottenuto la riduzione del premio infortunistico INAIL nel primo biennio di attività o, in alternativa, dopo il primo biennio ai sensi degli artt. 20 e 24 – Modalità di Applicazione della Tariffa dei premi INAIL – approvata con D.M. 12 dicembre 2000 (per le aziende soggette al DPR 602/1970, tale riduzione può essere applicata solo per i dipendenti)

–      non aver subito provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale previsti dall’art. 14 del D.lgs.81/2008 (per utilizzo di manodopera non regolare o per gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro)

Inserisco anche un modello per la richiesta di questi documenti: Modello di verifica dell’idoneità tecnico professionale.pdf

Se qualcuno vuole aggiungere altre idee, la cosa sarebbe senz’altro gradita e questo post potrebbe diventare un utile work in progress sull’argomento, in attesa che le istituzioni facciano il loro dovere.

Pubblicato in: Formazione

D.Lgs. 81/2008, art. 37, comma 12: l’obbligo di collaborazione con gli organismi paritetici

L’articolo 51 del D.Lgs. n. 81/2008, così come modificato dal D.Lgs. n. 106/2009, ha assegnato nuove capacità agli organismi paritetici, in particolare, oltre quella di promuovere attività di formazione, anche la possibilità di svolgere in prima persona tale compito.

Vale la pena precisare come, tuttavia, questa facoltà non debba essere intesa come ruolo privilegiato o addirittura riservato, non avendo il legislatore in alcun modo conferito a tali soggetti l’esclusiva sullo svolgimento di tale attività.

Ciò che invece appare imprescindibile, ancorchè non sanzionato, è l’obbligo del datore di lavoro di fare avvenire la formazione in “collaborazione con gli organismi paritetici” (art. 37, comma 12).

Ma cosa deve intendersi col termine di “collaborazione“?

Chiarito che lo svolgimento dell’attività formativa non è una prerogativa dell’organismo paritetico, la richiesta e l’offerta di collaborazione non può che intendersi come l’aiuto o il sostegno che l’organismo paritetico deve dare alle imprese per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo, cioè al conseguimento di una formazione sufficiente ed adeguata.

Il legislatore non fornisce indicazioni circa le modalità con la quale tale collaborazione debba essere erogata, ma è evidente che, essendo l’impresa, nella figura del datore di lavoro, il soggetto obbligato, nonché penalmente responsabile dell’obbligo formativo, essa continui a mantenere un ruolo assolutamente centrale nella scelta delle modalità e delle condizioni alle quali la formazione dovrà essere erogata, non potendo l’azienda limitarsi ad eseguire tale attività in maniera burocratica, essendo ancorata ad un obbligo di risultato, ovvero quello di garantire ai propri lavoratori una formazione sufficiente e adeguata.

L’organismo paritetico, dal canto suo, non ha alcun obbligo di risultato né tantomeno risponde direttamente del proprio operato, essendo il datore di lavoro il destinatario dell’obbligo.

Sarebbe perciò alquanto bizzarro che il datore di lavoro possa essere costretto a piegare le proprie scelte in funzione delle indicazioni o, peggio, delle “imposizioni” impartite dall’organismo paritetico al fine di ottenere la sua collaborazione, rimanendo poi egli comunque l’unico responsabile.

Questo è tanto più vero quando l’organismo paritetico impone, al fine di garantire la propria collaborazione, l’esecuzione di corsi secondo proprie modalità, programmi, orari o docenti, elementi che non forniscono a priori una certezza di risultato, specie se a fronte di corsi di formazione correttamente progettati e proposti dal RSPP, ovvero la figura alla quale la norma assegna tale compito.

Tutto questo senza considerare il fatto che, frequentemente, la sollecitudine con la quale gli organismi paritetici rispondono alle richieste delle aziende non coincide con le tempistiche e le necessità delle stesse, le quali devono procedere a garantire il diritto alla formazione nel minor tempo possibile per adempiere al dettato legislativo e garantire la sicurezza dei propri lavoratori.

In caso di infortunio il datore di lavoro non potrà giustificarsi affermando di non aver potuto procedere alla formazione perché, pur avendo richiesto la collaborazione degli organismi paritetici, non avrebbe ottenuto da essi alcuna risposta in merito…

Un ulteriore punto sul quale vale la pena soffermarsi è il duplice ruolo assegnato dal legislatore agli organismi paritetici: da un lato quello di soggetti ai quali le aziende devono richiedere la “collaborazione” per poter procedere alla formazione, dall’altro quello di “erogatori diretti di formazione”.

Se effettivamente l’organismo paritetico avesse la possibilità di porre un veto sull’attività formativa proposta dal datore di lavoro, essendo egli stesso fornitore di questo servizio, ciò richiederebbe un intervento immediato del Garante dell’antitrust per abuso della propria posizione dominante sul mercato.

Pertanto, a fronte di una richiesta di collaborazione da parte delle aziende, il ruolo dell’organismo paritetico dovrebbe essere principalmente propositivo, ovvero, partendo dalla proposta dell’azienda, analizzarne la congruità e la conformità alle richieste della norma (praticamente silente in merito allo stato attuale) e soprattutto al fabbisogno formativo dei lavoratori di quell’azienda, proponendo eventuali supporti o strumenti ulteriori in merito, ma senza alcuna velleità di volerne autenticare la validità.

Il datore di lavoro, dal canto suo, valuterà le proposte e deciderà se metterle in pratica o meno, ma senza per questo inficiare in alcun modo la validità o meno dell’avvenuta collaborazione, la quale da sempre, nelle faccende umane, prescinde dal seguire i consigli che vengono dati, in particolare quando il soggetto che se ne assume le responsabilità è solo la persona costretta a  chiedere aiuto.

Credits
Le presenti riflessioni e la voglia di esprimerle sono il frutto del Seminario sulla sicurezza tenutosi ad Aquileia il 20 dicembre scorso, organizzato dal vulcanico Ing. Ugo Fonzar. 
Tra i partecipanti di quella giornata, davvero “partecipanti”, un sincero ringraziamento lo devo alla Dr.ssa Amabile Turcatel del Centro Edile per la Formazione e la Sicurezza. della quale non posso che ammirare e stimare l’impegno con cui conduce la propria attività.
Pubblicato in: incidenti

Consigli per un Natale sicuro

Se le ultime sterili polemiche politiche sul presepe vi sono scivolate addosso come acqua sulle piume di un papero e se siete riusciti ad evitare di essere precettati per l’annuale maratona tra i mercatini di Natale con la scusa del potenziale rischio di beccare un untore del virus AH1N1, la Commissione europea vi fornisce un ulteriore motivo per rifugiarvi cautelativamente su qualche isolotto sperduto del Pacifico in attesa che anche questo Natale passi, rinviando il problema all’anno successivo.

Infatti, da uno studio effettuato tra novembre 2007 e maggio 2009 dalla Commissione europea e le autorità di Ungheria, Germania, Slovacchia, Slovenia e Paesi Bassi su 196 ghirlande luminose, sono stati evidenziati gravi problemi di non conformità, con particolare riguardo alla sicurezza.

In particolare:

1.  il 25% delle ghirlande luminose non ha superato le prove di sicurezza per gli ancoraggi dei cavi. Ancoraggi inadeguati possono provocare un distacco dei cavi elettrici con alti rischi di scosse elettriche.

2.  il 23% delle ghirlande luminose non soddisfa il requisito della superficie della sezione trasversale. Ciò significa che il cavo è troppo sottile per le correnti elettriche che è destinato a sopportare, con conseguente aumento del rischio di surriscaldamento e di incendio.

3.  Il 28% non ha superato le prove di sicurezza riguardanti i cavi. Ciò significa che l’isolamento e le caratteristiche costruttive della ghirlanda sono tali da presentare rischi di scosse.

Praticamente una ghirlanda luminosa su 4 rischia di incendiarvi casa o di farvi provare l’ebbrezza del passaggio di una corrente di tensione a 220 V attraverso il vostro corpo.

Anche se tale analisi non comprendeva l’Italia tra le nazioni interessate, vale la pena ricordare che le merci in Europa circolano liberamente tra i paesi membri.

Proprio il Natale scorso mia madre voleva che riparassi una di queste catene luminose intermittenti per gli alberi di Natale alla quale si era staccata la spina (non conformità numero 1). Il cavo che mi si è parato davanti era composto da tre fili ciascuno di sezione micrometrica (motivo per il quale la spina si era staccata, non conformità numero 2) e poteva consentire sì e no il passaggio della corrente sufficiente ad alimentare una sola di quelle lampadine, contro le 100 effettivamente presenti.

Quando chiesi all’augusta genitrice di confessare dove avesse reperito una simile trappola, lei candidamente mi rispose di averla acquistata al supermercato dopo aver verificato che sulla confezione fosse stato apposto il marchio CE (questa era una palese bugia, mia madre non verificherebbe mai una cosa del genere, ma ad onor del vero il marchio CE era presente sulla confezione. Non sapremo mai la verità…).

Vale la pena ricordare che la marcatura CE non è sinonimo di conformità, essendo apposta unilateralmente dal produttore o dall’importatore, senza alcun controllo da parte di soggetti terzi, ma questo la mia ingenua fattrice non poteva saperlo e così si è ritrovata, con una modica cifra, un economico addobbo di Natale che rischiava di trasformare il nostro salotto in un confortevole rogo.

Dopo essere stato qualificato come “esagerato” e “professionalmente deformato” (incredibile come riscuota più credito presso i miei clienti che presso i miei genitori…), rivestito della lucente corazza della più assoluta e totale indifferenza ho provveduto a frullare l’addobbo nel secchio della spazzatura.

Ora, se non siete amanti del brivido come la mia mamma (alla quale tutto si perdona per le prelibatezze che è in grado di produrre al cenone di Natale), permettete che vi suggerisca alcuni semplici consigli da osservare per passare una serena festività senza la, pur allegra, compagnia dei Vigili del fuoco:

  1. Comprate ghirlande di Natale che, oltre all’obbligatorio marchio CE, riportino anche la certificazione di un organismo terzo di qualità (IMQ, TÜVGSecc.). Questi enti di certificazione effettuano controlli attraverso prove di isolamento e di tensione applicata fra le varie parti accessibili e le parti sotto tensione, nonché verifiche sulla capacità dei materiali impiegati di non propagare la fiamma e sulle temperature massime raggiunte durante il loro funzionamento;
  2. Siccome le prese elettriche a disposizione non sono mai sufficienti, ricorrete preferibilmente all’uso di ciabatte, anziché di prese doppie o triple, anch’esse munite di marchio di certificazione IMQ;
  3. Nel caso di luminarie da appendere all’aperto, verificare che sulla confezione sia specificato “per uso esterno”, che abbiano il cavo in gomma e che abbiano un grado di protezione almeno IP23;
  4. È preferibile che la catena luminosa sia provvista di trasformatore, in modo da evitare surriscaldamenti delle lampadine;
  5. Staccate sempre la spina prima di uscire di casa o di andare a letto;
  6. Per quanto riguarda l’albero di Natale, se propendete per acquistarne uno sintetico, verificare che sia del tipo autoestinguente. Se invece la scelta cade sul naturale, meglio adottarne uno vivo (che poi potrà essere ripiantato con vantaggi anche per l’ambiente), con tanto di radici. Se pur preferendo l’abete naturale, si sceglie di prendere un albero tagliato, fate molta attenzione agli aghi che, con il passare dei giorni, tendono a seccarsi, diventando estremamente combustibili.
    ATTENZIONE: questa non è un’esagerazione! In un ambiente chiuso, la combustione di un albero di Natale può far raggiungere il flash-over (il momento di inizio della combustione generalizzata) in meno di un minuto, come dimostrato efficacemente in questo video
Pubblicato in: sorveglianza sanitaria

L’obbligo delle visite mediche preassuntive

Una delle questioni relative alle modifiche introdotte dal Decreto correttivo (D.Lgs. n. 106/2009) al D.Lgs. n. 81/2008 di cui meno si sente parlare è quella riguardante le visite mediche preassuntive

Eppure si discute da almeno una ventina di anni tra gli addetti ai lavori della liceità o meno di queste visite a fronte del divieto sancito dall’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori, dunque consentitemi un minimo di stupore se oggi vedo che nessuno dibatte dell’argomento quando, in passato, si sono scatenate vere proprie battaglie giudiziarie con tanto di innalzamento di barricate ideologiche. Di colpo, invece, pare che non gliene importi più a nessuno. Boh, valli a capire gli italiani…

Ma forse non è nemmeno ignavia, magari, semplicemente si tratta di un banale ripensamento da parte di coloro i quali ritenevano che le visite mediche preassuntive potessero essere uno strumento di discriminazione rivolto contro il lavoratore, una sorta di selezione eugenetica del mercato del lavoro.

Ciò che mi meraviglia ancor di più è il fatto che nessuno discuta dell’aspetto più rilevante della questione, ovvero che si sia passati dal divieto, all’obbligo di esecuzione di tali visite.

Forse proprio perché se ne è parlato così tanto in passato, i più sono stati colti di sorpresa, al punto da non averci fatto caso, ritenendo istintivamente che il legislatore si fosse limitato a rendere possibile ciò che prima era vietato.

Ma l’aspetto rilevante è proprio questo: le visite mediche preassuntive adesso sono obbligatorie…Ovviamente in tutti i casi in cui è prevista la sorveglianza sanitaria. Sono invece vietate in tutti gli altri casi, essendo tuttora in vigore l’art. 5 dello Statuto dei lavoratori.

L’obbligatorietà di tale adempimento discende, banalmente, dalla lettura dell’art. 41, comma 2, lett. e-bis) del D.Lgs. n. 81/2008:

Articolo 41 – Sorveglianza sanitaria

2. La sorveglianza sanitaria comprende:
……
e-bis) visita medica preventiva in fase preassuntiva; 

Dunque, come appare evidente, la visita medica preventiva in fase preassuntiva non è altro che una delle fasi della sorveglianza sanitaria, obbligatoria come tutte le altre, e finalizzata alla verifica dell’idoneità del lavoratore alla mansione cui dovrà essere assegnato.

Pertanto quando la norma impone, per esempio attraverso l’art. 176, che i lavoratori addetti al lavoro al videoterminale siano sottoposti alla sorveglianza sanitaria di cui all’art. 41, ovviamente essa non potrà che comprendere anche le visite mediche in fase preassuntiva.

Il datore di lavoro che non provveda all’esecuzione di tale visita, è punibile per la violazione dell’obbligo sancito dall’art. 18, comma 1, lett. bb), il quale dispone di vigilare affinchè il lavoratore sia adibito alla mansione solo dopo che sia stato emesso il giudizio di idoneità. Si rischia la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 4.500 Euro.

Mi pare che ce ne sia abbastanza da far discutere, anche perché viene ad essere rivoluzionato il modus operandi dei medici competenti e dei datori di lavoro che, sinora, si era basato sullo svolgimento delle visite mediche preventive, le quali dovevano comunque essere effettuate prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione, ma in ogni caso dopo l’assunzione.

Ovviamente non mancano i dubbi interpretativi. Infatti non essendo stato abrogato l’art. 41, comma 2, lett. a), ci si interroga se il medico competente dovrà procedere all’esecuzione della visita medica preventiva, dopo aver effettuato quella preassuntiva, la qual cosa sarebbe talmente illogica perfino per il nostro legislatore, che pure ci ha abituato a simili numeri da circo. Personalmente ritengo che essendo la visita preassuntiva anche “preventiva”, come riportato nella lett. e-bis), essa assolva contemporaneamente all’obbligo di cui alla lett. a), ma quello che penso io vale poco.

Per dovere di cronaca, specifico che sono in molti a ritenere che, in realtà, quella della visita medica preassuntiva sia una facoltà e non un obbligo per il datore di lavoro. L’interpretazione  letterale della norma, in verità, non lascia alcun dubbio circa la sua obbligatorietà, ma di tutto ciò che mi stupisce riguardo a questa faccenda e che mi ha spinto a scrivere il presente post, la cosa che mi sorprenderebbe di meno è se saltasse fuori che, in effetti, il legislatore avrebbe voluto solo consentire lo svolgimento di tali visite, mentre per come ha scritto la norma è riuscito a renderle obbligatorie.

Una proliferazione di nuove leggi crea una proliferazione di nuove scappatoie.
(Metalegge di Cooper)

Pubblicato in: appalti, valutazione dei rischi

DUVRI e dintorni

Vorrei continuare la mia chiacchierata sulle questioni inerenti la sicurezza nei lavori in appalto, già iniziata col mio precedente post.

L’intenzione è quella di concentrarmi su un unico comma dell’art.26 del D.Lgs. n. 81/2008, precisamente il comma 3-bis, il quale recita semplicemente (nel senso che la fa facile, lui…):

“Ferme restando le disposizioni di cui ai commi 1 e 2, l’obbligo di cui al coma 3 non si applica ai servizi di natura intellettuale, alle mere forniture di materiali e attrezzature nonché ai lavori o servizi la cui durata non sia superiore ai due giorni, sempre che essi non comportino rischi derivanti dalla presenza di agenti cancerogeni, biologici, atmosfere esplosive o dalla presenza dei rischi particolari di cui all’allegato XI”

L’introduzione di questo comma è stata presentata dal Ministero del lavoro come una grande innovazione, come si comprende dalla lettura del comunicato stampa del 31 luglio 2009, immediatamente successivo all’approvazione del testo del D.Lgs. n. 106/2009, da parte del Consiglio dei ministri, nel quale si afferma:

“Ancora a titolo di esempio si consideri l’individuazione – espressamente richiesta dalle parti sociali – dei casi in cui è necessario, nei lavori in appalto, che il committente predisponga l’importante “documento di valutazione dei rischi da interferenza delle lavorazioni”, tra i quali non vengono inclusi i lavori intellettuali, le mere forniture di merci e i lavori di breve durata. In pratica, tale documento – il quale, va ricordato, si aggiunge (e non si sostituisce) agli obblighi già imposti a committente ed appaltatore di coordinarsi tra loro e cooperare per ridurre i rischi del personale dell’appalto – viene richiesto ove il rischio delle lavorazioni che interferiscono tra loro lo richieda come misura di tutela e non, invece, nelle ipotesi (si pensi alla prestazione di natura intellettuale o alla semplice fornitura di carta o di caffè ad un ufficio) di assenza di rischio da interferenza in cui esso diverrebbe un inutile fardello formale”.

E come dargli torto? E’ dai tempi in cui è stato introdotto l’obbligo di redigere il DUVRI (ancora si parlava dell’art. 7 del D.Lgs. n. 626/1994) che ci si interroga se fosse necessario redigerlo in ogni caso, anche in assenza di interferenze tra le lavorazioni. E non vi è altresì dubbio che fosse necessario definire dei casi concreti e chiari in cui la sua redazione potesse essere esclusa di default, in quanto “inutile fardello formale”e non semplice deroga all’obbligo generale per semplificarsi la vita.

Ma siamo sicuri che sia stato raggiunto l’obiettivo che ci si era prefissati?

Nel considerare, per esempio, che alcune delle attività il cui svolgimento espressamente esclude l’onere per il datore di lavoro committente di redigere il DUVRI erano già state individuate dalla Determinazione dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, come per esempio la «mera fornitura di materiali e attrezzature», tuttavia occorre ricordare che la citata Autorità ne specificava comunque l’obbligo qualora fossero necessarie attività o procedure suscettibili di generare interferenza con la fornitura stessa.

L’attuale formulazione del comma 3-bis, invece, si pone come un condono tombale grazie al quale si escludono semplicemente tutte le mere forniture, indipendentemente dalla realtà applicativa con cui esse saranno effettuate o gestite, per cui se per la fornitura dei miei materiali impiego gru o carrelli elevatori in azienda, piuttosto che la consegna di kryptonite, non si rende comunque necessaria, dalla lettura letterale del testo legislativo, la redazione di alcun documento.

Ma forse ancora più emblematica è l’ultima tra le circostanze citate quali condizioni escludenti dall’obbligo di redazione del DUVRI, precisamente, il soddisfacimento della seguente relazione:

(Durata del lavoro < due giorni) AND (assenza dei seguenti rischi: agenti cancerogeni OR agenti biologici OR atmosfere esplosive OR rischi particolari di cui all’allegato XI).

Il rilievo più importante che si può sollevare nei riguardi di questa formulazione è certamente relativo all’aver voluto ancorare l’obbligo di redazione o meno del DUVRI ad un riferimento temporale (2 giorni).  Ciò che evidentemente il nostro legislatore non ha chiaro è che, criteri come la durata, piuttosto che l’entità definita in uomini-giorno o, peggio ancora, la richiesta o meno di strumenti urbanistici come il permesso di costruire e l’ammontare dei lavori (mi riferisco, evidentemente all’art. 90, comma 11) non hanno nulla a che vedere con l’eventuale presenza o meno di rischi nei luoghi di lavoro.

La realtà, indefettibile, è una e una sola: il rischio c’è o non c’è. Qualora non ci fosse alcun rischio da interferenze, anche in presenza di lavori che si prolungano per anni, la redazione di un DUVRI sarà e continuerà ad essere un “inutile fardello formale”.

Per di più aver imposto un criterio come quello dei due giorni, senza specificare se debbano essere consecutivi o meno, composti da 24 h o da 8 h lavorative, non fa altro che alimentare i dubbi di chi vorrebbe legittimamente ricorrere a questa semplificazione in attività realmente prive di rischi, alla faccia della riduzione degli oneri formali.

E purtroppo non riesco nemmeno ad essere tenero riguardo alla scelta dei rischi in assenza dei quali, in caso di lavoro di durata inferiore 2 giorni, si potrebbe derogare  dalla redazione del DUVRI. In particolare mi sorprende l’aver voluto ancorarsi all’elenco di cui all’allegato XI, pensato e rivolto specificatamente per i lavori in cantieri temporanei e mobili, senza verificare la sua adeguatezza o meno agli altri ambienti di lavoro e senza curarsi di verificare se con esso fossero comunque raggiunte le finalità della nuova norma.

Basti pensare al fatto che da questo elenco sono esclusi i lavori in cisterne e ambienti confinati in genere o relativi ad impianti o linee sotto tensione (non aeree), per rendersi conto delle carenze contenute nell’articolo 3-bis.

Se avete perso ogni speranza, siete pessimisti… Vi ricordo che tra i compiti della Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 c’è anche quello di definire le attività per le quale non operi l’obbligo di redazione del DUVRI, “in quanto l’interferenza delle lavorazioni in tali ambiti risulti irrilevante”.

In effetti, forse non avete tutti i torti ad essere pessimisti.

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Verifica dell’idoneità tecnico-professionale delle imprese e dei propri amici

Garantire la sicurezza dei lavori in appalto è uno dei problemi principali che affliggono un mercato del lavoro che da un lato spinge sempre più verso la terziarizzazione della manodopera (con tutti rischi che comporta lavorare in ambienti che non si conoscono, contemporaneamente a lavoratori di altre ditte che non si conoscono) e dall’altro pretende che il lavoro venga svolto sempre più velocemente, con costi inferiori e, ovviamente, con la massima qualità.

Era dai tempi in cui pagavo il mio compagno di banco per fare i compiti al posto mio (beh, che c’è di strano? L’hanno fatto tutti, ora non mettetevi a fare i moralisti…) che ho capito che tutto ha un prezzo, una modalità corretta di esecuzione ed un risultato e che quest’ultimo è funzione dei primi due fattori, ma non solo…

Per esempio è importante verificare l’idoneità tecnico-professionale del proprio compagno di banco, prima di chiedergli di fare i compiti al posto vostro.

Ovviamente io feci questa verifica, non penserete mica che sia uno sprovveduto, ma probabilmente fui superficiale e mi fidai troppo del fatto che prendeva voti decenti al liceo e che eravamo amici. Potete immaginare perciò la mia sorpresa quando uscì con la ragazza che frequentavo all’epoca… Qui non era in gioco solo l’onore, ma persino il mio andamento scolastico, in quanto come avrei più potuto fidarmi di un amico che ti frega la ragazza?

Ma gli affari sono affari, anzi, in un’ottica di libero mercato, pretesi uno sconto in virtù del torto subito. L’accaduto non mise a repentaglio il nostro accordo in quanto restava il fatto che in fondo era un bravo studente e, pertanto, avrei potuto continuare a rivolgermi a lui per supplire alle mie carenze in latino. L’unica accortezza doveva essere quella di non presentargli più le mie ragazze, uno scotto accettabile considerando che, grazie alla mia ex ragazza, il costo della versione settimanale di latino da presentare ogni lunedì si era abbassato a 3000 lire contro le 5000 lire iniziali.

Tuttavia le versioni cominciarono ad essere meno precise, gli errori aumentarono esponenzialmente, finché un martedì la professoressa non mi restituì la versione con il voto di 4–. Non avevamo sfondato la soglia psicologica del 3, ma la differenza tra un 4– ed un 3 ½ è solo nel sospiro di sollievo, un po’ come cadere dalle scale e ringraziare che per terra non è sporco.

Potete perciò immaginare la mia rinnovata sorpresa quando mi confessò che le versioni gliele faceva la sorella più grande in subappalto e che da quando gli avevo, a suo dire, «ingiustamente» abbassato gli importi, lui non ce la faceva più a pagare anche lei e pertanto doveva arrangiarsi e farle qualche domanda solo in quei casi in cui non era sicuro. Diciamo che avrebbe dovuto sentirsi un po’ meno sicuro, visti i risultati, ma tant’è… avevo inconsciamente ribassato i costi della sicurezza, la sicurezza di sfangarla.

Il nostro legislatore, evidentemente, andava bene in latino e il compagno di banco non deve mai avergli fregato la ragazza. Sotto lo strato di invidia che mi rode non posso fare a meno di constatare come un’adolescenza serena ed un eccesso di fiducia nel giudicare il prossimo si tramutino da grandi nell’incapacità di formulare leggi contenenti un serio criterio per verificare l’idoneità tecnico-professionale delle ditte appaltatrici a discapito della sicurezza dei lavori affidati in appalto.

Basta guardare l’articolo 26 del D.Lgs. n. 81/2008 per rendersi conto di quanto dico. Secondo il legislatore, infatti, per controllare che l’appaltatore abbia i requisiti necessari è sufficiente richiedere:

–      l’iscrizione alla camera di commercio, industria e artigianato;

–      un’autocertificazione del possesso dei requisiti di idoneità tecnico-professionale.

Praticamente è come se, acquistando una casa, mi limitassi a pretendere dal venditore un giuramento verbale che su di essa non gravino ipoteche, stando attento che mentre lo fa non incroci le dita.

Inoltre lo scopo della verifica dell’idoneità tecnico-professionale non è solo quello di accertarsi che la ditta sia in grado di svolgere i lavori affidati, ma che possa farlo in sicurezza, tutelando i propri lavoratori e quelli delle altre imprese presenti.

Mi chiedo quale magistrato si limiterebbe ad accettare, quale prova del comportamento diligente da parte del datore di lavoro committente nell’affidamento dei lavori, una semplice iscrizione alla CCIAA e un’autocertificazione, quando lo stesso art. 89, comma 1, lett. l), nel caso dei cantieri, la definisce come “possesso di capacità organizzative, nonché disponibilità di forza lavoro, di macchine e di attrezzature, in riferimento ai lavori da realizzare”.

Pertanto non è sufficiente verificare solo che l’impresa sia in regola con i contributi o con le norme per la sicurezza (come nel caso dei documenti richiesti nell’allegato XVII per l’esecuzione della verifica di idoneità tecnico-professionale nei cantieri temporanei e mobili), quanto piuttosto che essa possegga idonee capacità tecnico organizzative di esecuzione dei lavori in sicurezza.

L’ultima speranza è affidata alla Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6, la quale tra i suoi numerosi compiti ha quello di specificare i criteri finalizzati alla definizione del sistema di qualificazione delle imprese. Considerando che il decreto che avrebbe dovuto disciplinare tali criteri doveva uscire entro maggio di quest’anno, questo è un altro duro colpo al mio ottimismo e il nostro Presidente del consiglio darà tutta la colpa a me se non usciremo dalla crisi.