Colpirne 1 sarebbe più che sufficiente per educarne 100

Il tragico evento che ha comportato la morte di tre lavoratori nella raffineria della Saras S.p.A.  a Sarroch, ha nuovamente posto alla ribalta dell’opinione pubblica il problema degli infortuni sul lavoro grazie all’attenzione mediatica che episodi come questo suscitano.

In realtà, purtroppo, nulla di nuovo: in Italia si continua a morire e a subire infortuni di varia gravità con precisione statistica degna di un metronomo, che la televisione o i giornali ne parlino o meno, ma eventi come questi costituiscono un’occasione ghiotta per i giocolieri della retorica per esibirsi nei loro numeri, per quanto triti essi siano.

Tra le varie affermazioni che si sentono fare in simili occasioni, due sono quelle più ricorrenti:

  1. L’italia è il paese col maggior numero di morti sul lavoro in Europa;
  2. E’ necessario aumentare il numero di controlli.

Si tratta di due affermazioni impegnative che vale la pena analizzare singolarmente perchè, se dimostrassimo la veridicità della prima, certamente si dovrebbe dichiarare uno stato di emergenza necessitante di soluzioni drastiche e straordinarie, la prima delle quali non potrebbe che essere la repressione, ovvero il numero di controlli.

Prendiamo perciò come riferimento i dati Eurostat relativi agli infortuni sul lavoro, evitando però di riferirci ai valori assoluti (che non tengono conto della dimensione delle popolazioni lavorative nei vari paesi), ma considerando i “tassi di incidenza standardizzati”, ovvero il numero di infortuni ogni 100.000 lavoratori riferiti all’ultimo trienni di cui siano disponibili i dati definitivi.

Limitandoci alla sola Europa a 15 che contiene i paesi più simili al nostro, possiamo verificare immediatamente i seguenti dati, riferiti al triennio 2003-2005 (l’ultimo che riporti i dati definitivi per l’Europa):

  • Infortuni mortali, esclusi quelli stradali e a bordo di ogni altro mezzo di trasporto nel corso del lavoro [tasso per 100.000 lavoratori]:
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Come si può vedere l’Italia è sostanzialmente vicina alla media europea discostandosi del 13% rispetto ad essa, in un quadro europeo ben lontano dal definire una situazione nazionale di emergenza (considerando l’intera area euro, lo scostamento è del 4%).

Andando ad analizzare i dati riferiti agli infortuni nel loro complesso, il dato è ancora più rilevante:

  • Infortuni in complesso che abbiano comportato un’assenza dal lavoro superiore a 4 gg esclusi gli infortuni in itinere [tasso per 100.000 lavoratori]:

 

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L’Italia risulta essere al di sotto della media europea (-6%) davanti a paesi come la Germania, la Spagna e la Francia.

Pertanto la prima affermazione, quella che vedrebbe l’Italia maglia nera nel fenomeno delle morti bianche, si rivela essere un luogo comune non veritiero. Ovviamente un simile riscontro non ha la funzione di sminuire un problema, quanto di porlo nella sua giusta dimensione al fine di delineare le strategie più corrette per fronteggiarlo. Se infatti l’analisi di un fenomeno è errata, le soluzioni che si proporranno, saranno inadeguate.

Veniamo così alla seconda affermazione, quella che invoca un maggior numero di controlli e che si scontra con un’altra presunta realtà: il numero di ispettori è insufficiente rispetto al numero di aziende da controllare (si parla della probabilità di un’azienda di ricevere un’ispezione ogni 30 anni). Vale la pena allora verificare la consistenza di questa affermazione, con la seguente tabella che riporta la distribuzione delle aziende per numero di infortuni nel settore industria e servizi:

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Come si può facilmente constatare, su 3.745.224 aziende, il 92,4% non ha subito nel 2006 nemmeno un infortunio, mentre il 65,88% degli infortuni si sono concentrati in 40434 aziende, ovvero quelle che hanno subito in un anno più di tre infortuni.

Quest’ultimo non è un numero impossibile da sottoporre a controlli: un esercito di 2000 ispettori dovrebbe limitarsi a 20 ispezioni in un anno e, elevando questo numero a 40, si potrebbero controllare tutte le aziende che hanno denunciato un numero di infortuni superiore a 2, coprendo così il 75,87% di quelle situazioni probabilmente endemiche (2 o 3 infortuni in un anno non sono un caso, ma sono il frutto di una serie scientifica di mancato rispetto delle norme).

Il problema perciò non è quello di aumentare il numero di controlli, ma di far sì che vengano eseguiti in modo mirato, puntando finalmente alla reale prevenzione del fenomeno.

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Gli amici della sicurezza

Alzi la mano chi non ha un amico sfigato a cui non si può fare a meno di volere bene. Ma sì, mi riferisco a quegli amici che non azzeccano mai l’espressione giusta con le ragazze e magari non sono nemmeno necessariamente bruttini… Insomma quelli che vengono genericamente definiti “dei tipi”.

Ecco, professionalmente parlando, io ho questo stesso rapporto con il D.Lgs. n. 81/2008. Non è che sia un brutto decreto, è “un tipo” di decreto. Poveraccio è nato sfigatello, in tutta fretta, pieno di buone intenzioni, ma spesso incapace di azzeccare la modalità giusta per risolvere i problemi della sicurezza sul lavoro.

Non riesco a vederlo brutto, anzi, contrariamente a quello che molti pensano di lui, penso che abbia rappresentato un notevole passo avanti nel modo di gestire la sicurezza nei luoghi di lavoro, ma non si può negare quanto sia imbranato.

Non che la compagnia di cui si circonda gli dia un gran mano, eh! Prendi per esempio la comunicazione del nominativo del RLS all’INAIL. Lui ce l’aveva messa tutta nel dire quello che bisognava fare, poi tra proroghe, rinvii, note circolari e comunicazioni dell’ultimo momento dell’INAIL e del Ministero del lavoro, alla fine si è scatenato il panico generale. E chi ne ha pagato le conseguenze? Lui, tutti a prendersela con lui. È proprio sfigato…

Adesso pare che un po’ di persone abbiano preso a cuore il suo caso e vogliano dargli una mano, non limitandosi a correggere la cronica incertezza di cui è affetto, ma addirittura cercando di dargli un aspetto che lo faccia apparire meno sfigato.

In effetti questo lavoro di restyle è iniziato quasi un anno fa (ma trattandosi di un caso disperato ci vuole il suo tempo), ma pare che comunque entro il 16 agosto di quest’anno, l’opera sarà compiuta ed avremo l’atteso decreto correttivo.

Chi segue affascinato le vicende del decreto non avrà potuto fare a meno di notare le varie evoluzioni che il correttivo ha subito, partendo dagli emendamenti proposti dai tavoli tecnici fino ad arrivare al consueto rush finale dell’iter parlamentare. Non vedo l’ora di vederlo col suo nuovo look…

Negli ultimi mesi, come spesso succede con le norme in Italia, pare che tutti si stiano interessando al suo caso, tutti vogliono aggiungere pezzi, togliere difetti, limare qui e là e tutti col preciso intento dichiarato di volerlo aiutare a raggiungere l’obiettivo prefissato di migliorare le condizioni di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.

Il problema è che, come avviene anche nel mondo del calcio, ognuno ha una propria idea ed una propria strategia del modo con cui raggiungere questo obiettivo: sindacati, associazioni, aziende, organi di vigilanza, professionisti del settore… E, com’è tristemente noto, troppi cuochi rovinano la minestra, per cui, nel tentativo di portare a tavola qualcosa, si  perde di vista lo scopo iniziale per conseguire un altro obiettivo: accontentare tutti.

Ecco come si diventa sfigati…