Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, valutazione dei rischi

Cos’è per voi la sicurezza?

Per quanto possa apparire una questione meramente filosofica, quasi tutti i miei corsi di formazione iniziano con una domanda: «Cos’è per voi la sicurezza?».

Provateci se vi capita (ammesso che già non lo facciate)…

L’art. 2 del D.Lgs n. 81/2008, quello delle “Definizioni”, riferisce cosa debba intendersi per «Pericolo», «Rischio», »Prevenzione», ma non ci dà una definizione di «Sicurezza». Quella che potrebbe avvicinarsi di più è, forse, la definizione di «Salute», intesa come «stato di completo benessere, fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità».

Tecnicamente, da questa definizione emergono due aspetti rilevanti:

  1. Trattandosi di uno “stato”, esso è soggetto ad evoluzione.
  2. L’assenza di malattia o infermità non è condizione sufficiente per affermare che l’individuo goda di uno stato di buona salute.

Lo “stato” di salute, evidentemente, è influenzato da caratteristiche soggettive dell’individuo, ma anche dalle condizioni al contorno. Non potendo il datore di lavoro incidere più di tanto sulle prime, quello che può fare è agire sulle seconde, le condizioni presenti sul luogo di lavoro. Tuttavia, si pone un problema non indifferente di prevedibilità degli stati futuri. In sostanza, ci si chiede se, mantenendo invariate le condizioni al contorno, quelle che al momento sembrano garantire al lavoratore il mantenimento del suo stato di buona salute, quest’ultima sarà garantita anche nel futuro.

La risposta è rigorosamente: NO!

Direi che è abbastanza ovvio. Per esempio, il datore di lavoro monitora, attraverso la sorveglianza sanitaria, lo stato di salute dei lavoratori. Ma il fatto che questi godano di un ottimo stato di salute (oggi), non implica che il lavoro sia sicuro. Un’analisi accurata dei rischi, potrebbe rilevare che, se venissero mantenute quelle condizioni di lavoro, lo stato di salute potrebbe averne pregiudizio. Dovremmo dire piuttosto che, nonostante le condizioni con cui viene svolto il lavoro, i lavoratori (oggi) godono di un ottimo stato di salute.

In sostanza, attraverso la valutazione dei rischi, la sorveglianza sanitaria e altri strumenti di monitoraggio, il datore di lavoro può fare una fotografia della «salute» dei lavoratori nella propria azienda, ma non ha alcuna certezza che l’assenza di malattie o infermità sia correlata con le misure di prevenzione e protezione attuate (punto n.2 di cui sopra).

Riassumendo, in presenza di una malattia o infermità correlabile con il lavoro, noi abbiamo la certezza dell’assenza di una condizione di sicurezza in azienda, ma in assenza di malattie o infermità non possiamo dire nulla in proposito (sto semplificando. In realtà esistono anche altri indicatori, ovviamente, ma se anche questi tacciono, il discorso è identico).

Regola aurea quando si parla di sicurezza: assenza di prove non è prova di assenza.

Tornando alla domanda iniziale, ascoltando le risposte dei partecipanti al corso, alla fine si arriva sempre lì: la sicurezza viene definita come assenza di esiti indesiderati, come incidenti, malattie o infortuni o assenza di rischi o pericoli.

In pratica, la sicurezza è definita come assenza di qualcosa.

Questa definizione, però è strana, quantomeno nelle sue implicazioni epistemiche (scrivere questa parola è l’unico motivo per cui pubblico questo post). Ciò significa, infatti, che, in presenza di qualcosa – attraverso la manifestazione “sensibile” di un incidente di una malattia, di un infortunio o la rilevazione di un pericolo o la valutazione di un rischio – è possibile sapere che manca la sicurezza. In compenso se non ci sono manifestazioni o se il pericolo non viene rilevato e il rischio valutato (per esempio perché occulti), non si può affermare con sicurezza che vi sia sicurezza.

Queste banali considerazioni, sono a mio avviso, il paradigma della strategia prevenzionistica attuale e il suo stesso limite.

Ci viene chiesto e adottiamo, per garantire la sicurezza, misure proattive (individuazione dei pericoli, analisi e valutazione dei rischi) o reattive (indagini degli incidenti, infortuni, near-miss), ma c’è sempre un gigantesco problema di fondo: i rischi che si valutano e gli incidenti che accadono sono solo un’infinitesima, minuscola, irrilevante frazione dei rischi realmente presenti (e non rilevati) e degli incidenti che non sono accaduti, ma che sarebbero potuti accadere e che, forse, accadranno.

Continuare a proporre un modello di gestione della sicurezza sul lavoro che passi attraverso la valutazione di tutti i rischi, può forse soddisfare il nostro patologico bisogno di certezze e darci la sensazione di aver fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza.

Col senno di poi, ad infortunio avvenuto, sarà semplice trovare il rischio non adeguatamente valutato e, sulla base dell’obbligo di valutare tutti i rischi, affermare la colpa consistente nel non essersi impegnati abbastanza.

Forse, però, sarebbe il caso anche di andare un po’ oltre questo paradigma. Non si tratta di negare l’importanza della valutazione dei rischi, ma riconsiderarne l’efficacia quale strumento principale per la prevenzione.

Pongo una domanda (ammesso che ci sia ancora qualcuno all’ascolto): cosa succederebbe se, oltre che analizzare i – relativamente – pochi casi in cui le cose sono andate male (incidenti) o in cui potrebbero andare male (rischi), analizzassimo anche come sia possibile che, nella stragrande maggioranza dei casi, le cose vadano bene (nonostante tutto)?

 

 

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Pubblicato in: dove sta scritto?, rischio incendio

Dove sta scritto?

Capita a tutti i consulenti che il Cliente, prima o poi, se ne esca fuori con qualche idea “esotica” (a volte “esoterica”) per adempiere, aggirare, applicare, eludere un qualche obbligo in materia di sicurezza.

Quando mi dice bene,  il Cliente decide di condividere con me le sue trovate, prima di metterle in pratica.

Ho un rapporto strano con i miei clienti. Ai loro occhi io sono quello che affossa sempre la loro inventiva, un luddista che contrasta i loro tentativi di usare le macchine in modo creativo, l’ingegnere che si oppone alla fantasia al potere e al potere della fantasia.

Eppure, in genere, hanno una buona opinione di me. In effetti, credo che la loro sia semplicemente una manifestazione della Sindrome di Stoccolma, la dipendenza psicologica della vittima nei confronti del suo carnefice.

Dicevamo… Il Cliente mi parla della sua idea (es. usare una piattaforma mobile elevabile come punto di ancoraggio per lavori in quota, fuori dalla piattaforma). Io ascolto, annuisco, cerco di capire, cerco una soluzione… Non so come dirglielo… È così entusiasta… Non voglio dargli l’ennesimo dispiacere.

Ma poi, quasi sempre, la mia risposta è: «Non si può fare». La frase: «Non si può fare» produce nel Cliente uno stimolo pavloviano e, con un tempo di reazione inferiore a quello che avrebbe alla guida della sua auto di fronte ad un pedone che gli attraversa la strada, risponde: «Dove sta scritto?».

L’uso del «Dove sta scritto?» risale a tempi remoti. Le prime tracce rimandano alla Genesi. Da alcune testimonianze apocrife dell’epoca, risulterebbe il seguente dialogo:

EVA: «Toh! Assaggia»
ADAMO: «Non si può fare»
EVA: «Dove sta scritto?»

Fu lì che Dio decise di mettere tutto, nero su bianco, nella Bibbia (va bene che in principio era il verbo, ma vuoi mettere la sicurezza della carta stampata?).

Ad ogni modo, ho deciso di iniziare una nuova rubrica, intitolata (guarda caso), «Dove sta scritto?», nelle quali cerco di anticipare la delusione del Cliente, fornendogli in anticipo i riferimenti che vietano la messa in pratica di alcune delle idee più comuni.

Comincerei con un caso semplice.

CLIENTE: «Ingegnere, visto che qui in sede siamo tre aziende che sostanzialmente condividono gli ambienti di lavoro e visto che quelli hanno già formato i loro addetti antincendio, ho pensato che posso nominare gli stessi anche per la mia. Tanto lavoriamo tutti insieme…»

IO: «Non si può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Circolare 8 luglio 1998, n. 16 MI.SA.
«In analogia a quanto previsto dall’art. 8, comma 6, del decreto legislativo n. 626/1994 sul ricorso a servizi esterni all’azienda, si ritiene che l’affidamento ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi, tramite apposito contratto, degli incarichi finalizzati all’attuazione delle misure di prevenzione incendi, lotta antincendi e gestione dell’emergenza, possa essere consentito come misura integrativa e non sostitutiva del disposto di cui all’art. 4, comma 5, lettera a) del predetto decreto legislativo n. 626/1994».

Già che ci siamo, se il messaggio non fosse chiaro… no, non puoi usare nemmeno i loro addetti al primo soccorso, per analogia.

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Come ci arriva un RLST in azienda

Qualche giorno fa, mi scrive un collega chiedendomi un parere. Mi domanda: «Laddove i lavoratori non abbiano eletto un RLS, il datore di lavoro deve richiedere all’Organismo paritetico territoriale che gli venga assegnato un RLST?».

La so, la so! Anzi, la so bene, più che altro perché conosco alcuni retroscena della questione.

Faccio un breve passaggio storico…

Ricorreva l’Anno 1 dell’Era del Testo unico (anno 2009, secondo il calendario gregoriano) ed io, per una serie di circostanze, mi trovavo clandestinamente a bordo della nave ammiraglia delle Truppe Imperiali che avevano il compito di correggere il D.Lgs. n. 81/2008.

Lo riconosco, detta così ricorda un po’ il personaggio Manuel Fantoni di “Borotalco”: «Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…». Purtroppo la faccenda era molto meno romantica e avventurosa.

Ad ogni modo, mi trovavo coinvolto nella battaglia della riforma del D.Lgs. n. 106/2009. Non fu una bella esperienza… Ancora oggi ho gli incubi: sogno di essere inghiottito in un enorme buco normativo nel quale, superato l’orizzonte degli eventi, il mio corpo viene spaghettizzato in commi e rimandi di legge che non portano da nessuna parte.

In effetti, questo era uno di quei buchi e anche bello grosso.

Come ricorderete, infatti, già il D.Lgs. n. 626/1994 prevedeva l’esistenza del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale (RLST), ma i lavoratori erano liberi di non essere rappresentati.
Una delle novità della prima versione del D.Lgs n. 81/2008, al contrario, fu proprio quella di “imporre” la rappresentanza dei lavoratori a tutte le aziende: in sostanza, o i lavoratori eleggono o designano un proprio RLS o la norma impone che venga loro assegnato un RLST.

C’è proprio scritto (art. 48, comma 1): «Il RLST… esercita le competenze del RLS… con riferimento a tutte le aziende… nelle quali non sia stato eletto o designato il RLS».

La scelta del legislatore poteva piacere o meno, ma è un dato di fatto che il 12° “Considerando” della Direttiva madre 89/391/CEE richiama in modo forte il concetto di “sicurezza partecipata”.

Vabbeh, fatto sta che, in effetti, c’era nella norma un buco…
In effetti, chi glielo dice all’Organismo paritetico che in un’azienda non è stato eletto o designato alcun RLS, di modo che si possa procedere all’assegnazione del RLST?

Per essere una roba che riguarda tutte le aziende nelle quali non vi sia un RLS, mi pare abbastanza rilevante dire come devono funzionare le cose

Feci presente questa carenza, aggiungendo al testo dell’art. 48 una norma che prevedeva che, nel caso in cui i lavoratori non avessero avuto alcuna intenzione di eleggere o designare un RLS, avrebbero dovuto comunicare questa scelta al datore di lavoro affinché questi si rivolgesse all’organismo paritetico perché venisse loro assegnato un RLST*.

Ci tengo a precisare che la proposta era, ovviamente, motivata. Spiegavo cioè, come sto facendo ora, qual era il problema.
Il fatto che io avessi proposto che fossero i lavoratori a comunicare al datore di lavoro la volontà di non eleggere un RLS derivava semplicemente dalla constatazione che la rappresentanza è un loro diritto e il datore di lavoro non può ingerirsi rivolgendosi autonomamente all’organismo paritetico affinché venga loro assegnato un RLST. Al massimo, può chiedere per conto loro…

La modifica al testo di legge, datata 3 febbraio 2009, venne accolta… Fino al 10 luglio 2009 (data a ridosso dell’approvazione del Decreto in Consiglio dei ministri), quando viene stralciata dal testo ufficiale con la seguente motivazione (ed è qui che la cosa potrebbe interessarvi):

«La soppressione è stata richiesta, oltre che dai sindacati, anche dalle Commissioni parlamentari le quali hanno evidenziato come la norma “individua un meccanismo improprio, la cui operatività è rimessa ai lavoratori, per la comunicazione della mancata elezione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza».

Sostanzialmente, dicono: non si può chiedere ai lavoratori che comunichino al datore di lavoro la decisione di non eleggere un RLS.

Non discuto.

Ci saranno motivazioni di carattere religioso, scientifico, storiche, evolutive, economiche che impediscono una siffatta comunicazione. Motivazioni che, evidentemente, vengono meno in caso di avvenuta elezione del RLS, giacché, in questo caso, i lavoratori ne devono comunicare il nominativo al datore di lavoro.

Ad ogni modo, così è.

Fatto sta che ad oggi mi sento di poter dare una sorta di interpretazione autentica della norma dicendo che no, non è il datore di lavoro che deve richiedere all’organismo paritetico l’assegnazione di un RLST in caso di mancata elezione o designazione del RLS.

Nota: le cose stanno diversamente nel caso, invece, in cui i lavoratori, espressamente, decidano di essere rappresentati da un RLST.

Piuttosto è l’Organismo paritetico che, autonomamente, deve scoprire quali siano le aziende a cui occorre un RLST.

Efficiente, direi!.

Molti storceranno il naso di fronte all’ipotesi di avere a che fare, anche per questa ragione, con gli organismi paritetici. Lo scopo di una norma, però, è quello di regolamentare le situazioni. Si tratta di intendersi: se la norma ritiene che la rappresentanza “ad ogni costo” sia un diritto-dovere dei lavoratori, allora la faccenda deve funzionare.
Altrimenti, si ritorni alla “facoltà” di avvalersi di tale diritto, come era già nel D.Lgs. n. 626/1994 (che sarebbe la mia idea).

 

 

 

Pubblicato in: spazi confinati, valutazione dei rischi

Un metodo per il calcolo della ventilazione negli spazi confinati

Ho scritto un articolo per il prossimo numero di ISL nel quale tratto quelle che dovrebbero essere considerate le misure imprescindibili per i lavori negli spazi confinati.

Riporto di seguito un estratto, con un esempio applicativo di calcolo per determinare l’entità della ventilazione necessaria per rimuovere un’atmosfera esplosiva (replicabile anche per atmosfere tossiche, ragionando in termini di TLV-STEL anziché di LEL).

Si supponga di stare eseguendo l’applicazione di un antiruggine sintetico all’interno di uno spazio confinato.

La scheda di sicurezza del prodotto, evidenzia (sezione 3) come, tra le altre cose, esso sia composto da (tra le altre cose):

  • una concentrazione variabile dal 10 al 20% di «Idrocarburi C9-C12, N-Alcani, Isoalcani ciclici, Aromatici», identificati con CAS 64742-82-1 (es. nafta, acqua ragia…);
  • una concentrazione variabile dal 1 al 5% di Xilene.

A causa di questa elevata concentrazione di solvente, con riferimento al solo rischio di esplosione, la vernice nel suo complesso, presenta un’indicazione di pericolo H226 (liquido e vapori infiammabili) con un LEL di 0,6% in aria (sostanzialmente coincidente con quello dell’acqua ragia che ne costituisce il componente principale).

Si vuole conoscere l’apporto minimo di aria necessario a diluire i vapori fino a condurne la concentrazione al di sotto del 10% del LEL.

Dall’analisi del processo, si ipotizza che si avrà un tasso di impiego (D) della vernice pari a 50 kg/h.

Tenuto conto che la massa molare[1] dei due componenti è[2]:

  • MAcqua ragia = 0,138 kg/mol;
  • MXilene = 0,106 kg/mol,

allora la quantità di vapori di solvente prodotti a 20°C in un’ora, sarà pari a:

schermata-2016-12-13-alle-08-57-10

dove Vm è il volume molare che verrà considerato, con buona approssimazione, coincidente con quello di un gas ideale, che a pressione atmosferica e a 20°C è pari a: 24 l/mol.

Quindi:schermata-2016-12-13-alle-08-58-04

Se Q è la portata di ventilazione forzata, l’obiettivo è quello di garantire:

Schermata 2016-12-13 alle 08.59.37.png

ovvero:

Schermata 2016-12-13 alle 09.00.28.png

Questa sarà la portata che il nostro ventilatore dovrà garantire.

 

[1] In pratica, numericamente, il peso molecolare espresso in grammi

[2] È sufficiente una rapida ricerca su internet per ottenere la formula chimica della molecola ed, in alcuni casi,  direttamente il peso molecolare

Pubblicato in: incidenti, spazi confinati

Ancora spazi confinati

Tre operai morti e altri tre in gravi condizioni sulla nave “Sansovino”. Non se ne sa ancora molto, ma una cosa è certa: è l’ennesimo incidente all’interno di uno spazio confinato.

Gli elementi per dirlo ci sono tutti:

  1. elevato numero di vittime: secondo la banca dati dell’INAIL, dal 2005 al 2010, sono accaduti 29 eventi negli spazi confinati, che hanno prodotto 43 vittime. Questo significa che, statisticamente, quando l’incidente accade in uno spazio confinato, avremo più di una vittima;
  2. l’ambiente nel quale è accaduto: uno spazio interno alla nave, probabilmente una sentìna o una cisterna;
  3. l’origine: l’aria respirata (probabile presenza di sostanze pericolose nell’aria, ma non si può escludere la possibile assenza di ossigeno).

Non è un caso se gli spazi confinati sono così pericolosi. I loro rischi sono intrinsecamente correlati alla loro natura, ma quella di uno spazio confinato è una natura complessa nella sua apparente semplicità. Sembra sostanzialmente un ambiente come un altro, mentre nasconde gigantesche insidie.

Piccolo esempio. Nel 2010 mi occupai come CTP di un caso di infortunio mortale in uno spazio confinato nel quale erano morti, anche lì, purtroppo, tre lavoratori. Durante un accesso ispettivo vidi personalmente i Vigili del Fuoco entrare nella cisterna metallica in questione muniti di autorespiratore con un faretto da cantiere alimentato a 220 V. Poiché la causa presunta dell’incidente era stata l’assenza di ossigeno nell’aria per avvenuta introduzione di azoto nello spazio confinato, erano talmente concentrati su quello specifico rischio, dall’aver completamente dimenticato il rischio mortale di elettrocuzione derivante dal ritrovarsi in un luogo conduttore ristretto.

In assenza di altre informazioni su quanto accaduto ieri sulla nave “Sansovino”, non  vado oltre, non entro nel merito di quanto accaduto. Ovviamente c’è un’inchiesta in corso, verranno certamente nominati dei periti e se ne saprà di più. A valle di un incidente, specie se grave come questo, è doverosa la ricerca di eventuali responsabilità ma, per chi come me si occupa di sicurezza sul lavoro queste sono secondarie rispetto alla conoscenza delle dinamiche.

 

Le responsabilità si ricercano ex post: deve prima accadere qualcosa, poi si cerca di chi, eventualmente, è la colpa. Conoscere le dinamiche, permette di agire ex ante, usare l’esperienza e la competenza per evitare che i fatti si ripetano.

Ovviamente non è così semplice. Di esperienza di incidenti negli spazi confinati, oggi ce n’è moltissima in giro, ce ne sarebbe già a sufficienza per evitare praticamente qualsiasi incidente. Il problema è:

  1. la diffusione dell’esperienza e della conoscenza;
  2. l’eccesso di esperienza.

Mi spiego. In questi anni si è parlato moltissimo di spazi confinati, formazione e competenza degli addetti che vi debbono operare, ecc. Ma siamo convinti che tutta questa informazione sull’argomento si sia diffusa capillarmente? Lo dico, anche qui, per esperienza: no! Abbondano ancora gigantesche sacche di ignoranza, specie tra le microimprese (non è evidentemente il caso della tragedia accaduta ieri). Non parlo semplicemente di inesperienza, ma di vera e propria non conoscenza del fenomeno, il motivo che spesso è uno dei fattori latenti che stanno all’origine di questi incidenti. Non saper riconoscere uno spazio confinato come tale, significa non valutarne i rischi, vuol dire non essere preparati a ciò che potrebbe accadere e, di conseguenza, non saper rispondere alla situazione. Quindi sì, di esperienza e conoscenza dell’argomento ce n’è tanta, ma distribuita male.

L’eccesso di esperienza, all’opposto, rischia di portare alla confidenza. Già l’etimologia di questa parola la dice lunga: «avere fiducia di…». Ecco, io personalmente non mi fiderei mai di uno spazio confinato, ma proprio mai. L’esperienza è una cosa buona, permette di avere familiarità di un rischio e saper anticipare ciò che potrebbe accadere. L’eccesso di esperienza è l’eccesso di una cosa buona e, come tutti gli eccessi, alla lunga fa male.

I due elementi, tra altro sono spesso correlati. L’eccesso di esperienza porta a pensare di conoscere tutto quello che riguarda l’argomento di cui si è esperti, al punto da non prendere proprio in considerazione l’ipotesi che ci sia qualcosa che non è noto, esponendosi così alle sue conseguenze come un qualsiasi soggetto inesperto.

Comunque sì, sono convinto che riconoscere uno spazio confinato come tale, sia la prima, essenziale necessità, senza la quale è molto difficile impedire che eventi come quelli sulla nave “Sansovino” possano ripetersi.

Questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Le spiegazioni dei singoli incidenti negli spazi confinati possono apparire semplici: tutto è evidente, specie dopo che qualcosa è accaduto. Risalire alle cause primarie col senno di poi è moooolto più facile che prevedere in anticipo quali possono essere gli innumerevoli eventi incidentali prima che le cose accadano.

Per questo è necessario, sempre, sempre, sempre rispettare la gerarchia delle misure di prevenzione e protezione che, in molti casi, permetterebbero di entrare a conoscenza di fattori preliminarmente non tenuti in considerazione. Il rispetto dell’ordine gerarchico è fondamentale, ai fini dell’efficacia di tali misure:

  1. Eliminazione o sostituzione
    • eliminazione degli spazi confinati (in fase di progettazione, è possibile);
    • evitare, ove possibile di accedere agli spazi confinati (soprattutto quando l’accesso è necessario per operazioni di ispezione o pulizia, esistono tecniche alternative);
    • disenergizzazione di tutte le forme energetiche presenti nello spazio confinato (tutte: elettrica, cinetica, magnetica, termica, elastica, chimica…).
  2. Controlli ingegneristici
    • ventilazione degli ambienti;
    • lock-out/tag-out;
    • perimetrazione e segnalazione;
    • analisi di tutti i parametri di bonifica, al fine di verificare l’efficacia degli interventi eseguiti;
    • ….
  3. Sistemi di allarme
    • monitoraggio continuo dell’aria ambiente;
    • odorizzazione dei gas;
    • segnaletica di pericolo;
    •  uso di rilevatori portatili;
  4. Formazione, addestramento e procedure
    • permesso di lavoro;
    • procedure di allarme;
    • sistemi di comunicazione;
    • procedure di emergenza;
  5. Dispositivi di protezione individuale

Bucare uno solo di questi passaggi può condurre ad effetti non prevedibili.

 

Pubblicato in: Videoterminali

Da Homo Erectus a Homo Sedens

Abbiamo un problema.

Probabilmente anche in questo momento, se state leggendo questo post seduti davanti alla vostra scrivania.

Parliamoci chiaro. Tra lavoro al videoterminale, utilizzo del computer per altri motivi extralavorativi, televisione, playstation, ecc. passiamo una quantità di tempo non indifferente della nostra giornata (ben superiore ad 8 ore al giorno) con le chiappe poggiate su un qualche tipo di supporto.

Non siamo stati progettati per questo.

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Il Ministero della Salute considera la vita sedentaria una condizione predisponente a varie, importanti patologie (diabete di tipo 2, disturbi cardiocircolatori ed altre robe brutte) ed uno studio del 2012 che ha riguardato 240.000 adulti (direi statisticamente significativo), ha concluso che, stare seduti oltre 7 ore al giorno, comporta:

  • un incremento del 50% del rischio di mortalità;
  • un incremento del 125% del rischio di disturbi cardiovascolari.

La Direttiva europea per il lavoro al videoterminale non contempla questo specifico fattore di rischio (fatta eccezione per la pausa di 15 minuti ogni 2 ore). Se per questo non ne contempla molti altri, principalmente legati all’uso di “nuove” tecnologie (smartphone, tablet) che all’epoca non erano diffusi.

Ad ogni modo, considerando che, secondo l’ISTAT, il 76% degli occupati fa un uso professionale del computer, direi che l’argomento dei rischi legati al videoterminale (quelli emergenti e quelli “classici”) abbia una sua importanza.

Per chi volesse saperne di più, ho scritto una cosina pubblicata sul numero di novembre di ISL – Igiene & Sicurezza sul Lavoro (potete scaricarla da qui, mentre da qui potete scaricare anche altre cose che ho scritto).

Mi alzo.

 

Pubblicato in: Senza categoria

Parcheggiare bene, parcheggiare tutti

I parcheggi aziendali possono essere luoghi nei quali si verificano incidenti sul lavoro e infortuni. E la soluzione per ridurre il rischio è a portata di mano…

In realtà la faccenda non riguarda solo i luoghi di lavoro, ma i parcheggi in genere. Tuttavia, sui primi l’Azienda ha la possibilità di incidere positivamente tramite l’informazione ai lavoratori e direttive.

Una ricerca del 2015 condotta dall’Allianz Center for Technology (AZT) e Continental ha tirato giù i seguenti dati:

  • 44% dei sinistri Rc Auto con danni a cose o persone avvengono in fase di parcheggio o manovra;
  • 39% degli incidenti che causano unicamente lesioni avvengono in fase di parcheggio o manovra.

Sul totale degli incidenti in fase di parcheggio o manovra, il:

  • 70% dei sinistri RC auto avviene in fase di retromarcia;
  • 85% delle richieste di risarcimento totali legate a lesioni sono determinate da incidenti in fase di retromarcia;
  • 41,7% dei sinistri RC auto riguarda vetture che hanno urtato altre auto ferme durante un parcheggio in retromarcia;
  • 20,1% degli incidenti vede coinvolte due vetture che si muovono simultaneamente in retromarcia urtandosi;
  • 84% degli incidenti si verifica in uscita da un posteggio.

Appare evidente dalle statistiche che i due fattori che maggiormente determinano il fenomeno sono:

  • la manovra in retromarcia;
  • l’uscita da un posteggio.

Se, evidentemente, entrambe le manovre sono inevitabili, è la combinazione dei due a determinare il rischio maggiore.

Una possibile soluzione per ridurre il rischio a costo zero?

Chiedere ai lavoratori di parcheggiare con il muso della macchina rivolto nella direzione di uscita dal parcheggio (solo il 16% degli incidenti si verifica nella fase di ingresso al parcheggio).