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La nuova formazione per RSPP

Nella classifica delle tragedie del nostro Paese, gli Accordi della Conferenza Stato-Regioni (CSR) e gli atti della Commissione consultiva permanente (CCP) si piazzano tra gli incidenti stradali e il dissesto idrogeologico.

Tutte le volte che viene approvato un Accordo della CSR in materia di sicurezza sul lavoro, in qualche parte d’Italia un carpentiere si pesta un dito col martello.

Questo, in breve, il mio pensiero sull’autorevolezza di questi due organi, autori di alcuni capolavori indiscussi che hanno allietato le giornate di imprese, lavoratori e consulenti negli ultimi anni, quali:

  • La lunga notte delle procedure standardizzate – opera del 2012 che narra l’epopea del datore di lavoro di una PMI che trascorre una notte intera per redigere un DVR standardizzato, scoprendo alla mattina di aver usato il doppio della carta effettivamente necessaria;
  • Il ciclo delle formazioni – trilogia scritta tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012. Capolavoro di fantascienza ambientato in un mondo distopico nel quale i fabbisogni formativi di datore di lavoro-RSPP, lavoratori, preposti e dirigenti sono decisi a tavolino sulla base dei codici ATECO (un’idea geniale che accentua il senso di incredulità) e chi conduce un carrello elevatore deve essere in possesso di abilitazione, mentre l’uso dei carroponti può essere affidato a chiunque;
  • Nightmare – Dal profondo dello stress – celeberrimo horror del 2010, lungamente atteso dagli appassionati del genere. Ciò che entusiasma di questa opera di genio è il senso di sospensione che riesce a suscitare. Solo all’ultima pagina, quando sembra che la matassa si dipani e che si spieghi come fare una valutazione dello stress, scopri che non c’è scritto nulla. Applausi a scena aperta! Basti pensare che, nonostante la loro inutilità, le indicazioni della Commissione consultiva permanente per la valutazione dello stress sono ancora oggi citate, come riferimento, in tutti i DVR.

Potrei andare avanti per ore e non è escluso che in futuro lo faccia. Ma quello su cui oggi voglio soffermarmi è l’imminente pubblicazione di un ulteriore volume del ciclo delle formazioni di cui comincia a circolare qualche bozza.

Pare che si intitolerà La nuova formazione per RSPP, ma nel testo si potranno rinvenire anche diversi riferimenti ai personaggi degli altri libri della trilogia.

ATTENZIONE: da qui in poi ci sono spoiler. Se non volete anticipazioni abbandonate questa pagina

Non scriverò di ogni singolo punto della bozza di Accordo della CSR sulla formazione di RSPP e ASPP che andrà a sostituire il precedente Provvedimento del 26 gennaio 2006. Mi concentrerò semplicemente su alcuni aspetti la cui lettura mi ha provocato una steatosi epatica. E che vi sarebbe tutto il tempo per rivedere. E se il tempo non c’è, ve ne sarebbe comunque la necessità.

  1.  Formazione ed esoneri

La formazione per un RSPP sarà sempre suddivisa nei moduli A, B e C.

Sostanzialmente invariate durate e contenuti dei moduli A e C, è invece il modulo B a subire un’importante modifica.

Nella sostanza, quest’ultimo avrà una durata unica di 48 ore, indipendentemente dal settore in cui opera l’azienda.

Tuttavia, qualora il RSPP operasse nei settori agricoltura, pesca, cave e costruzioni, sanità o chimica (vedi codici ATECO)  sarebbe necessaria un’integrazione di ulteriori 12 o 16 ore.

Inoltre, non ci crederete, ma la CSR ha sentito la necessità di specificare l’elenco completo delle classi di laurea, proliferate come funghi con le varie riforme universitarie, che esonerano il soggetto che intende formarsi come RSPP dalla frequentazione dei moduli A e B.

Si tratta chiaramente di tutto quello che rimanda ad una laurea in ingegneria e architettura, come già precisato dall’art. 32 del D.Lgs. n. 81/2008.

Ora, qui o ci fanno o ci sono (io ho un’idea in proposito, ma non intendo dirvela):

  • dopo 9 anni dal primo accordo si continua a pensare che si possa diventare RSPP, per esempio, di una clinica con un corso di formazione di: 28 + 60 + 24 ore = 112 ore.
  • dopo 7 anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 si continua a pensare che un ingegnere o un architetto possano fare il RSPP, per esempio, di una clinica con la propria laurea + il modulo C (24 ore).
  • da sempre si continua a pensare che per diventare RSPP sia sufficiente un corsetto di formazione o una laurea in ingegneria e architettura, senza un minimo di esperienza nel settore (addirittura senza alcuna esperienza lavorativa, se è per questo), senza una seria selezione basata sulle reali competenze acquisite.

L’art. 32 del D.Lgs. n. 81/2008 afferma che il RSPP deve possedere «Capacità e requisiti professionali… adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro».

Ho una proposta: se, come nel caso dell’edilizia, sono sufficienti 116 ore complessive per possedere quel popò di professionalità che il legislatore richiede al soggetto che deve valutare i rischi, definire le misure di prevenzione e protezione, le procedure di sicurezza, ecc., facciamo fare a tutti gli operai il corso da RSPP e risolveremo il problema dei morti nel settore.

Oppure mettiamo alla prova la competenza di architetti e ingegneri: prendiamo un neolaureato, facciamogli fare il modulo C e poi mettiamolo a lavorare su un impalcatura senza dirgli nulla (tanto saprà già tutto, visto che è in grado di dire agli altri quali sono i rischi e come fare per prevenirli). Che la selezione naturale faccia il resto, non mi permetterei mai di contraddire Darwin.

  1. I codici ATECO

L’accordo, come si diceva, fa anche degli interventi integrativi sugli altri accordi sulla formazione.

Si precisa ad esempio che tutta, tutta, tutta la formazione obbligatoria di ogni, ogni, ogni soggetto prevista dal D.Lgs. n. 81/2008 dovrà essere erogata da docenti in possesso dei requisiti di cui al D.I. 6 marzo 2013.

Si specifica che il modulo giuridico per i coordinatori (CSE e CSP) può essere erogato in modalità e-learning, così come l’intera formazione dei lavoratori di aziende a rischio basso.

Epperò non c’è una traccia di rimorso, un minimo di tormento, un indizio di rammarico, un sintomo di pentimento, un principio di ripensamento sul continuare a pensare che sia normale che il fabbisogno formativo dei lavoratori, RSPP, datori di lavoro-RSPP di tutta Italia sia correlato al codice di attività economica (ATECO) della loro azienda.

È dal 2006 che continuano a propinarci questa teoria ninja priva di qualunque fondamento.

  1. Il libretto formativo del cittadino

No, non è il libretto di cui parlano gli anziani nelle notti senza luna. Quello nessuno lo ha mai visto, anche se c’è la testimonianza di un turista di origini serbo-tibetane che afferma di aver avvistato sull’Annapurna uno Yeti che teneva in mano un esemplare di Libretto formativo del cittadino (considerando che avvistare uno Yeti è raro, ma non impossibile, la probabilità totale del verificarsi di entrambi gli eventi è talmente bassa da farmi riconsiderare la teoria di Russel sulla teiera celeste).

Sembra piuttosto che il legislatore sia apparso sul monte Pollino ai membri della CSR nell’aspetto di un roveto ardente e abbia consegnato loro una tavola con la semplice effigie di un Libretto formativo del cittadino.

Quindi state tranquilli, è una semplice profezia, e crederle non è vincolante.

Difatti l’allegato IV della bozza di Accordo si limita a proporre un modulo (facoltativo) sul quale annotare l’avvenuta formazione, che potrà essere (facoltativamente) consegnato in copia al lavoratore, dirigente o preposto, così da essere (facoltativamente) tenuto in considerazione dal futuro datore di lavoro per accertare la formazione pregressa e che gli organi di vigilanza potranno (facoltativamente) tenere in conto nell’esercizio delle proprie funzioni.

Secondo me non c’è alcun motivo perché non funzioni…

Vabbeh, per chi non l’avesse, allego la bozza di Accordo.

Se nella lettura avvertite secchezza delle fauci, ipertensione, prurito, interrompete immediatamente il trattamento.

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Ciao Gab

La prima volta che vidi Gabriele Campurra fu nel 2006.

Dovevamo scrivere a 4 mani un libro (per me era il primo) sulla valutazione del rischio rumore e, per incontrarci, lui mi invitò nella sede ENEA di Frascati dove lavorava come responsabile della medicina del lavoro e della radioprotezione.

Io mi presentai con un po’ di timore reverenziale: lui era apprezzato e affermato nel suo campo, Gigapagine di pubblicazioni, riconosciuto come uno scienziato della radioprotezione. Io ero un giovane ingegnere, conosciuto solo da parenti e amici, apprezzato da mia madre e affermato sul mio pianerottolo.

Dopo 5 minuti parlavamo di anarchia (un’idea che ci accomunava), musica (Bruce Springsteen), dei fatti miei e dei fatti suoi (cit. De André), grandi risate e pacche sulle spalle.

Da qualche anno si era appassionato agli studi sui nanomateriali e ai rischi per la salute ad essi connessi.
Nano-oggetti, nano-particelle, nano-tecnologie… quando parlavo con lui della faccenda era tutto un “nano”, non ci capivo niente, lo prendevo in giro dicendo che era passato al lato oscuro della forza, che quella roba era paragonabile alla magia nera.
In realtà si dimostrerà che aveva ragione lui: era un precursore.

Aveva un blog anche su Postilla.
Ha scritto un unico e solitario post (sull’influenza AH1N1) che, manco a dirlo, ancora oggi risulta il post più letto della sezione Sicurezza.

Ci ha lasciato il 28 dicembre u.s.
Voglio salutarlo riportando la mail che mi ha inviato la sera della vigilia di Natale 2013.
L’oggetto era “Auguri” e, invece del solito messaggio, aveva inserito solo questa immagine (il suo miglior augurio).

A

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Legge europea 2013-bis: l’universo toroidale della valutazione rischi

Non so se ricordate Asteroids, un videogame di gran successo dell’Atari del 1979.

La trama del gioco era semplicissima: una navicella finiva in un campo di asteroidi e doveva distruggerne quanti più poteva.

Uno degli aspetti curiosi di questo gioco a cui io, bambino dell’epoca, non avevo fatto caso prima che mi ricapitasse tra le mani da adulto, era la topologia dell’universo di Asteroids.

Il monitor dell’aggeggio sul quale si gioca, infatti, è bidimensionale (come i monitor attuali), ma la geometria dell’universo non è piana. Infatti, quando l’astronave esce dal bordo superiore dello schermo, rientra da quello inferiore e quando, invece, esce da sinistra, la vedi ricomparire a destra.

Il programmatore del videogioco aveva realizzato un universo finito, ma privo di confini.

Per immaginarlo, dovreste prendere il monitor (bidimensionale) e arrotolarlo (per esempio facendo coincidere il bordo superiore con quello inferiore), ottenendo così un cilindro. In questo modo, ciò che esce da sopra, rientra da sotto. Dopo, dovreste unire le due basi del cilindro, cosicchè se qualcosa esce da destra riappare a sinistra.

La rappresentazione grafica di questo universo è una ciambella, meglio detta in topologia, toro.

Ecco: l’universo della normativa della sicurezza somiglia spaventosamente ad un toro… Quando ti sembra di vedere i confini del tuo universo, ricominci daccapo, ti avvolgi su te stesso e sbuchi lì, dove tutto era iniziato.

Un esempio? L’ultima modifica al D.Lgs. n. 81/2008 introdotta dalla L. n. 161/2014 (Legge europea 2013-bis).

Queste modifiche servono per rispondere ad una procedura di infrazione contro l’Italia (che novità…), aperta dalla Comunità Europea, riguardante la valutazione del rischio per le nuove imprese.

Nello specifico, vengono apportate al D.Lgs. n. 81/2008 le seguenti modifiche (riporto il testo del TU coordinato con le nuove indicazioni indicate in grassetto):

art. 28, comma 3-bis

In caso di costituzione di nuova impresa, il datore di lavoro è tenuto ad effettuare immediatamente la valutazione dei rischi elaborando il relativo documento entro novanta giorni dalla data di inizio della propria attività.

Anche in caso di costituzione di nuova impresa, il datore di lavoro deve comunque dare immediata evidenza, attraverso idonea documentazione, dell’adempimento degli obblighi di cui al comma 2, lettere b), c), d), e) e f), e al comma 3, e immediata comunicazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. A tale documentazione accede, su richiesta, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. 

Art. 29, comma 3

La valutazione dei rischi deve essere immediatamente rielaborata, nel rispetto delle modalità di cui ai commi 1 e 2, in occasione di modifiche del processo produttivo o della organizzazione del lavoro significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione o della protezione o a seguito di infortuni significativi o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità. A seguito di tale rielaborazione, le misure di prevenzione debbono essere aggiornate. Nelle ipotesi di cui ai periodi che precedono il documento di valutazione dei rischi deve essere rielaborato, nel rispetto delle modalità di cui ai commi 1 e 2, nel termine di trenta giorni dalle rispettive causali.

Anche in caso di rielaborazione della valutazione dei rischi, il datore di lavoro deve comunque dare immediata evidenza, attraverso idonea documentazione, dell’aggiornamento delle misure di prevenzione e immediata   comunicazione   al   rappresentante   dei lavoratori per la sicurezza. A tale documentazione accede, su richiesta, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

Ecco l’universo toroidale… Ci ritroviamo a distanza di 20 anni dal primo recepimento delle Direttive europee al punto di partenza: rimettiamo mano ancora una volta alla valutazione dei rischi!

Sembrava avessimo finito e stessimo andando avanti e invece no: siamo arrivati al limite dello schermo e risbucati dalla parte opposta.

In pratica, dicono loro, se apri un’impresa hai 90 giorni per redigere «una relazione sulla valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa, nella quale siano specificati i criteri adottati per la valutazione stessa», mentre per tutto il resto del DVR (art. 28, comma 2, lett. b), c), d), e) e f) e comma 3) devi “solo” darne «immediata evidenza, attraverso idonea documentazione».

Oltre che alla pretesa di immediatezza nel riuscire a dare evidenza a tutta quella roba lì, mi vien da guardare con una certa perplessità alla richiesta di documentazione (quale?) e alla dimostrazione della sua “idoneità” (come?).

Perplessità, tutte che rimangono anche in caso di semplici aggiornamenti del DVR, anche se in quel caso si riferiscono “solo” alle misure di prevenzione e protezione.

Questo perché spesso il problema, non è fare le cose in Italia, ma dimostrarle, specie con “idonea documentazione”.

Ma quand’è che finiamo questo livello del gioco e passiamo a quelli superiori?

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Cellulare, auricolare e codice della strada

Se una cosa è sbagliata, è sbagliata. Anche se permessa dalla legge, se una cosa è sbagliata, resta sbagliata. E questo riguarda, in particolare, la sicurezza, campo nel quale un comportamento lecito può comunque essere un comportamento rischioso.

Per dirla in altre parole, sfido chiunque a trovarmi la differenza sostanziale tra un incidente in autostrada andando alla velocità di 129 km/h o andando a 131 km/h! Volevo parlarvi proprio di cose della strada. Ieri, mentre mi accingevo ad attraversare la strada sulle strisce pedonali, per poco non venivo investito da una macchina. Difatti, un cocchio motorizzato che sopraggiungeva, al termine di una brusca frenata, invadeva le strisce e la porzione di italico territorio sul quale un istante prima si trovava il mio gracile e grazioso corpicino, e solo un poderoso scatto di reni ha impedito che il vostro affezionato blogger venisse trasformato in un ammasso di nutella sanguinolenta spalmata su una croccante fetta di asfalto.

Dopo aver augurato al vetturino di campare altri cent’anni (di cui almeno 99 col singhiozzo), mi accorgo che il tipo stava cercando di asfaltare il sottoscritto mentre era impegnato in conversazione telefonica con tanto di auricolare. Il codice della strada, come noto, lo consente:

Art. 173, comma 2: « È vietato al conducente di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle Forze armate e dei Corpi di cui all’articolo 138, comma 11, e di polizia. È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie (che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani)». 

Ah beh, certo… L’importante è che entrambe le mani siano libere e che lui ci senta bene. Purtroppo, molte persone inferiscono e si convincono che, poiché la norma lo permette, evidentemente, con queste accortezze, il comportamento alla guida è sicuro. «E allora perché non è vietato?». Questo è quello che mi sento chiedere durante i corsi di formazione che faccio ai lavoratori che usano la macchina come strumento di lavoro. La tragedia è che ritengo che non sia vietato perché chi ha scritto quella norma lì nel 2002 (le seguenti ipotesi non sono mutuamente escludenti):

  1. non aveva un cellulare;
  2. non aveva una macchina;
  3. non aveva una vita sociale,

e non si rendeva conto che il problema non è avere le mani e le orecchie impegnate, ma il cervello.

La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha stimato che negli Stati Uniti la distrazione è responsabile del 25% degli incidenti accertati dalla polizia (Ranney, Mazzae, Garrott, & Goodman, 2000; Wang, Knipling, & Goodman, 1996). Per dire, in Italia, secondo l’Istat, la guida distratta e l’andamento indeciso sono la causa del 16.6% degli incidenti avvenuti nel 2012 (tra l’altro questa è la prima causa di incidente – pag. 10 – non la velocità) Caird, Scialfa, Ho, & Smiley (2005), basandosi sui dati di 18 studi, stimano che l’uso del cellulare alla guida aumenta il tempo di reazione in situazioni critiche (che poi sono quelle dove ti serve la massima attenzione) di 0,23 secondi (N.B.: altri studi – H.Alm & L.Nilsson “The effect of a mobile telephone task on driver behaviour in a car following situation”, Acc.Anal.Prev. 27, 707-715 (1995) – affermano che invece si aggiri intorno a 0,6 secondi. Gli 0,23 secondi citati sono il dato più ottimistico che ho trovato). E, tra l’altro, non c’è alcuna differenza che si usi l’auricolare, il vivavoce o si tenga il telefono in mano. Il problema, il vero problema è l’impegno cognitivo richiesto dalla conversazione telefonica.

Del resto, non per dire, ma perché quando io andavo a scuola con l’autobus non potevo parlare al conducente e ora sì, purché abbia il suo numero di telefono? 0,23 secondi, non so se vi rendete conto… e questi sono valori medi dei tempi di reazione… Se ti limiti a parlarci al telefono… perché se quello scrive un sms, mediamente distoglie per 5 secondi di fila lo sguardo dalla strada. «Vabbeh», direte voi, «stai facendo tutto ‘sto casino per 0,23 secondi… Cosa vuoi che siano rispetto all’eternità».

Premesso che proprio l’eternità era quella che mi aspettava se non mi fossi scansato, faccio due conti… se quello andava a 40 km/h, vuol dire che percorreva 11,1 metri ogni secondo. Considerate che il tempo di reazione di una persona attenta alla guida è di  almeno 1 secondo (avete capito: 1 secondo), per cui dal momento in cui mi ha visto sulle strisce e ha deciso (bontà sua) che non dovevo morire, è passato un secondo nel quale ha percorso  11,1 metri. Siccome il tipo stava parlando al cellulare dovete aggiungere 0,23 secondi cioè altri 2,6 metri….

Dopodicchè è iniziato quel fenomeno fisico che si chiama attrito e che gli doveva consentire di dissipare l’energia cinetica posseduta dalla macchina, cioè la frenata. A 40 km/h, strada asciutta, sono altri 16 metri. Totale: fanno 29,7 metri… che faccio lascio e glieli incarto? Considerando che ha invaso le strisce pedonali e si è fermato oltre il punto in cui mi trovavo un istante prima, avete capito perché me la prendo per quei benedetti 0,23 secondi? Giusto, giusto i 2,6 metri che si è mangiato parlando al cellulare…

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Il bispensiero applicato ai modelli di organizzazione

Leggendo i contenuti del nuovo D.M. 13 febbraio 2014 sono stato catapultato in un esercizio raffinato delbispensiero descritto in 1984. Se non vi è mai capitato di leggere il capolavoro di Orwell, fatelo: è un’esperienza estraniante.

Il bispensiero è l’unica forma di pensiero concesso nella società del Grande Fratello  (quello vero, non il reality show), mediante il quale le parole venivano usate per sostenere una tesi ed il suo esatto opposto. Così, il Ministero della Pace in realtà presiede la guerra,  il Ministero della Verità controlla la propaganda e via dicendo…

Ecco, le Procedure semplificate per l’adozione dei modelli di organizzazione e gestione (MOG) nelle piccole e medie imprese (PMI) sono una forma autentica di bispensiero.

Vi ricordate dell’U.C.A.S. (Ufficio Complicazioni Affari Semplici)? Adesso si chiama Commissione consultiva permanente ed è prevista dall’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008 ed è tutto suo l’onere di fornire strumenti inutili per riuscire a complicare la vita (si noti la finezza del bispensiero insita nella missione di riuscire a ottenere un risultato con qualcosa di inutile).

La storia è semplice. Realizzare un modello di organizzazione e gestione (MOG) che abbia efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa prevista dal D.Lgs. n. 231/2001 per i reati presupposto derivanti da violazioni della normativa antinfortunistica, è una faccenda molto complessa. Lo è a maggior ragione per una PMI la quale, spesso, non disponendo delle competenze e organizzazioni interne necessarie, rischia di avvitarsi su sé stessa come un piccione strafatto di metanfetamina.

Giusto per darvi un’idea del numero di aziende interessate, le PMI (definite come imprese con meno di 250 lavoratori), in Italia, secondo i dati Eurostat:

  • sono il 99,9% del totale delle imprese;
  • producono il 68,3% del PIL;
  • occupano l’80,3% dei lavoratori.

Diciamo che non è che siano esattamente quattro gatti…

Ricordiamo che nel caso di imputazione per uno di questi reati, l’impresa che non fosse in possesso di un MOG non sarebbe in grado di dimostrare l’assenza di una colpa organizzativa e incorrerebbe nelle sanzioni pecuniarie (che possono tranquillamente superare il centinaio di K€) e interdittive previste.

La difficoltà di mettere in piedi un MOG effettivamente tarato alle esigenze dell’impresa e rispettoso delle indicazioni della norma è tanto più sentita, quanto più si riduce la dimensione della PMI. Infatti, se da un lato si riduce la complessità organizzativa, dall’altro diminuiscono le risorse necessarie per gestire i processi di vigilanza, registrazione, riesame richiesti da questi modelli.

Ora, se si considera che le microimprese (meno di 10 lavoratori), costituiscono il 94,6% del totale, il problema dovrebbe essere molto sentito!

E infatti il D.Lgs. n. 81/2008, con l’art. 30, comma 5-bis, ha dato alla Commissione consultiva permanente, il compito di elaborare delle procedure semplificate, rivolte espressamente alle PMI, per predisporre un MOG.

Boh, a me pare chiaro: ti sto chiedendo di produrre delle procedure semplificate (quindi più semplici di quelle che normalmente si usano) per dare una mano alle PMI (quindi a imprese con strutture di piccole dimensioni) a dotarsi di un modello di organizzazione e gestione.

La Commissione consultiva permanente questo lo sa e quindi dichiara nella Premessa del documento:

«Il presente documento ha lo scopo di fornire alle piccole e medie imprese, che decidano di adottare un modello di organizzazione e gestione della salute e sicurezza, indicazioni organizzative semplificate…»,

e a conferma di quanto appena enunciato, nell’Introduzione  (il documento vero e proprio non è nemmeno cominciato. Figuratevi il resto) dichiara:

«Si ritiene che la realizzazione di un MOG, anche secondo le modalità semplificate riportate in questo documento, rappresenti un impegno, in particolare per le imprese con un numero minimo di lavoratori e con una struttura organizzativa semplice. Pertanto, le aziende di dimensioni e/o complessità ridotte debbono valutare l’opportunità di implementare un MOG aziendale».

Quindi, le procedure riguarderebbero il 99,9% delle imprese italiane, ma non è che siano proprio adatte per il 94,6% di loro.

Non so voi ma a me queste cose emozionano. Il bispensiero è un’arte, uno stile di vita… Non tutti sono capaci di ragionare in modo contorto, dicendo tutto e il contrario di tutto.

La restante parte del documento è un insulso coacervo di ovvietà, fatte passare come indicazioni utili (sennò che l’hanno scritte a fare) e innovative (sennò le avremmo potute leggere da qualche altra parte), in perfetta sintonia con l’ortodossia del bispensiero.

Soprattutto la semplificazione è totalmente assente: provate a mettere in piedi il MOG suggerito e avreste le stesse difficoltà in termini di gestione che incontrereste se decideste di seguire le indicazioni dell’OHSAS 18001 o delle Linee guida UNI-INAIL.

Ora, per avere un’altra dimostrazione di bispensiero dovremo attendere i modelli semplificati dei POS , del PSC e del fascicolo dell’opera previsti dall’art. 104-bis.

Ma la Commissione che ci ha già abituato a capolavori come:

  • le indicazioni sullo stress lavoro correlato (opera prima della Commissione, ancora ricercatissima dai collezionisti);
  • le procedure per la fornitura di calcestruzzo in cantiere (opera terza, ma prima dimostrazione  di bispensiero grazie alla quale possiamo beneficiare di un documento, riferito ad un’attività semplice, più lungo di un intero PSC);
  • le procedure standardizzate per la valutazione dei rischi (l’opera della maturità, il capolavoro assoluto che lascia l’osservatore senza fiato tutte le volte che ne si ammira l’inutilità. Le procedure sono attualmente considerate l’unico modo per ottenere il vuoto perfetto, condizione che non era mai prima stata osservata in natura, né si considera realizzabile in laboratorio),

anche questa volta non potrà deluderci.

L’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù

G. Orwell – 1984

Pubblicato in: valutazione dei rischi

L’esperienza al servizio del rischio

Quando si esegue la stima di determinato fattore di rischio, laddove possibile, si ricorre all’uso di misure strumentali o all’impiego di algoritmi, propedeutiche alla vera e propria valutazione del rischio.

È il caso, ad esempio, della misura dei livelli di esposizione dei lavoratori al rumore, ai campi elettromagnetici, ma anche del calcolo dell’estensione dell’area di una potenziale atmosfera esplosiva con le equazioni della norma CEI 31-35 o della presenza di un rischio irrilevante per la salute con i noti algoritmi disponibili, piuttosto che la misura della concentrazione di inquinante presente nell’ambiente di lavoro.

La misura o il calcolo della grandezza fisica saranno poi la base della successiva valutazione del rischio… Fatta 85,4 dB(A) l’esposizione giornaliera del lavoratore al rumore, si tratta di capire se questo costituirà un problema o meno per la salute del lavoratore.

In questa seconda fase, il problema è che, spesso, la valutazione viene fatta riferendosi principalmente all’esperienza, laddove non vi fossero chiari riferimenti su quale possa essere il danno atteso o la sua probabilità di accadimento.

E qui scatta potenzialmente l’errore, perché laddove si parla di esperienza, si finisce col trascurare inevitabilmente il suo complementare, ovvero il non considerare per nulla tutto ciò che sfugge all’esperienza e alla propria conoscenza.

Addirittura si potrebbe finire col non valutare affatto un rischio perché ne si ignora proprio l’esistenza, bypassando così anche il problema se procedere o meno alla misura o stima del fattore che lo determina. Non si misura ciò che non si sa nemmeno di dover misurare.

Ma un caso più comune è invece quello che porta a delle inferenze errate nella lettura dei dati a disposizione perché anziché usare la matematica, usiamo lo spannometro esperienziale.

Mi ha ispirato in tal senso una delle vignette di xkcd, un webcomic di battute matematiche (alcune delle quali talmente ostiche da risultare tutt’oggi irrisolte), nella quale il personaggio (Cueball) legge un poster nel quale si afferma che una goccia di saliva in uno starnuto può contenere 200.000.000 di germi.

La buona educazione impone, non a caso, di mettere la propria mano davanti alla bocca quando si sta per starnutire.

Ovviamente, ciò comporta, come naturale conseguenza, che tutti i germi finiscano col depositarsi sulla superficie della propria mano, la quale diventa in tal modo veicolo di malattie e infezioni.

Ma c’è una soluzione: Cueball ha un disinfettante per le mani in grado di far fuori il 99,99% dei germi.

Un’efficacia del 99,99% è certamente un ottimo risultato, chiunque si riterrebbe soddisfatto…

Se non fosse che lo 0,01% di 200.000.000 di germi corrisponde a 20.000 schifezze depositate sul palmo della nostra mano.

E solo per una goccia di saliva (da qui l’uso da parte di Cueball dell’espressione “Ew!”, che indica disgusto).

Il problema è che in tanti leggono le percentuali, ma commettono l’errore di non riferirle all’entità iniziale (quanti di noi comprano lo yogurt con solo lo 0,1 % di grassi? Lo 0,1% di quanto, però?).

In fondo, per esperienza, il 99,99% è quasi il 100%. Anzi è il 100%!

Così come 0,1% è praticamente 0. Anzi è 0!

A tal proposito, mi sovviene una frase pronunciata da un celebre comandante:

«Ma nella mia esperienza non sono mai stato coinvolto in un incidente degno di questo nome! Non ho mai visto una nave in difficoltà sulle rotte che ho percorso, non ho mai visto un naufragio, nè vi sono stato coinvolto Io stesso e neppure mi sono mai trovato in una situazione che minacciasse di trasformarsi in un disastro».

No, non si tratta di Francesco Schettino!

Se avete pensato a lui, avete commesso un ulteriore errore di valutazione, dettato dalla fresca esperienza dell’incidente della Costa Concordia e dal clamore che ha suscitato, che ha finito col dominare la vostra percezione a scapito di altri incidenti navali accaduti nella storia e ben più gravi sotto il profilo del numero di vittime.

L’improvvida frase è stata pronunciata dal comandante Edward J. Smith del R.M.S. Titanic, qualche anno prima di avere un primo incidente con l’Olympic (senza che alcuna responsabilità gli fosse addebitata), seguito, l’anno dopo, dal disastro del Titanic.

Uno dei tanti a cui l’esperienza, la fiducia nelle proprie capacità di navigazione ha giocato dei brutti scherzi.

Impattare un iceberg non è facilissimo. Se è vero che mediamente 15.000 blocchi di ghiaccio si staccano ogni anno dalla calotta polare, solo l’1% raggiunge le rotte navigabile.

Ora l’1% sembra davvero pochino ma stavolta non ci caschiamo e lo calcoliamo.

Esce fuori un bel 150. Considerato che sono spalmati in un anno, anche se in un tratto di mare piuttosto limitato, ognuno valuti (dubito che in tanti abbiano esperienze di navigazione in quel tratto, per cui la valutazione non sarà fallata dall’esperienza).

Questo numero era ben noto agli ufficiali del Titanic, tanto che sulla guida in dotazione della nave era dichiarato:

«One of the chief dangers in crossing the Atlantic lies in the probability of encountering masses of ice, in the form of both icebergs and extensive fields of solid compact sea ice. Ice is more likely to be encountered in this route between April and August, both months inclusive, than at other times».

E l’esperienza del comandante serve proprio a questo: riferirsi al proprio vissuto per ricavare informazioni utili a predire il futuro. Esperienza vissuta da integrare con la conoscenza. E lui ne aveva tanta: i suoi 150 non sono i nostri 150.

E comunque sono grandi, gli iceberg. Enormi. Come fai a non vederli?

Lui stesso ne aveva avvistati in quantità nel corso della sua esperienza di comandante di lungo corso.

Annoveriamo tra gli aneddoti accertati che hanno preceduto l’affondamento del Titanic due decisioni sintomatiche:

1) aver deciso di annullare, il giorno stesso dell’incidente, l’esercitazione con le lance di salvataggio;

2) aver spedito durante la notte al posto di vedetta, nella parte più alta del transatlantico, due marinai col compito di avvistare eventuali iceberg… Peccato che fossero sprovvisti di binocoli, perché erano chiusi in un armadietto di cui non si trovava la chiave e che il comandante non ritenne necessario forzare.

Se non fosse che nel solo aprile del 1912, anno e mese dell’affondamento del Titanic, si formarono ben 40.000 iceberg.

E l’1% di 40.000, fa 400, tutti concentrati in un unico mese, in un determinato tratto di mare (un record che rimase imbattuto fino al 1972).

Resta il fatto che gli iceberg sono giganteschi e possono essere avvistati anche a grande distanza, perfino ad occhio nudo, anche grazie alla frangia di schiuma che formano con il loro avanzamento a contatto con l’acqua.

Ma la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, era una notte senza luna e dunque non c’era alcuna luce che potesse essere riflessa dalla frangia di schiuma.

E non aiuta l’avvistamento degli iceberg non avere dei binocoli in una notte senza luna.

Ma resta comunque il dato esperienziale di tutta la gente di mare: l’odore caratteristico del ghiaccio.

Tutti i marinai, i comandanti sanno “sentire l’odore del ghiaccio”. Fa parte della loro esperienza.

Ecco, appunto: l’esperienza…

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Conduzione carrelli elevatori: i criteri di qualificazione dei formatori

Il 13 marzo stavo svolgendo un incarico di docenza per la formazione lavoratori addetti alla conduzione di carrelli elevatori e, dentro di me, provavo l’ebbrezza di esercitare per la prima volta il mio ruolo di formatore in possesso dei requisiti previsti dall’Accordo Stato-Regioni 22 febbraio 2012: ben 3 (diconsi tre) anni sia nel settore della formazione, sia in quello della prevenzione, sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e nel mio caso (voglio scialare) con diverse ore di formazione sull’uso pratico dei carrelli elevatori.

Potete immaginarvi la mia delusione quando esattamente 5 giorni dopo viene pubblicato il D.I. 6 marzo 2013recante i criteri di qualificazione dei formatori… Mi ero già bullato con gli amici e pavoneggiato con le ragazze perché possedevo i requisiti per fare formazione ad un conduttore di carrelli elevatori che già mi ritoccava mettere in discussione tutto…

Deluso come una cicogna che, arrivata a destinazione, si accorge di aver portato il bambino sbagliato, telefono ad un collega per comunicargli il mio sconforto e la decisione di ritirarmi in un monastero tibetano per imparare a sollevare gli oggetti solamente con la forza del pensiero, cosicchè un giorno l’umanità sarà libera dalla schiavitù dei carrelli elevatori e… Sorpresa, il mio collega mi rassicura dicendo di non preoccuparmi. Lui ha già letto il nuovo decreto e, a quanto pare, i nuovi requisiti riguarderanno solo i formatori di Datori di lavoro/RSPP, lavoratori, dirigenti e preposti.

Rinvigorito da questa nuova speranza, ma fermo nel mio proposito di imparare a far levitare gli oggetti (non si sa mai), mi procuro una copia del nuovo decreto grazie al quale potrò finalmente sapere tutto, ma proprio tutto su come si fanno i formatori.

Con mio enorme stupore, scopro che i formatori non li porta la cicogna e che fare un formatore è una cosa complessa. Servono, dice la Commissione consultiva permanente (CCP): conoscenza, esperienza e capacità didattica.

Non solo… cado letteralmente in uno stato confusionale nel quale riconosco affannosamente i sintomi tipici della sindrome di Stendhal quando mi accorgo che la CCP ha risolto uno dei problemi più grandi dell’epistemologia ed è riuscita a trovare l’algoritmo, la polvere puffa, la magicabula che dice esattamente quante ore (non un minuto di più, non un minuto di meno) servono per fare un formatore.

Ormai con le lacrime agli occhi, leggendo in ordine sparso, continuo l’affannosa ricerca del punto della norma che mi dica chi siano i soggetti destinatari di questi nuovi criteri e finalmente lo trovo: articolo 1, comma 2.

«Il prerequisito e i criteri si applicano a tutti i soggetti formatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro dei corsi di cui agli articoli 34 e 37 del d.lgs. n. 81/2008 quali regolati dagli accordi del 21 dicembre 2011».

È lui!

In quel breve istante che intercorre tra la lettura del testo e la sua comprensione (che nel mio caso dura giusto il tempo per prepararmi e inghiottire un panino con la ‘nduja) capisco due cose: la prima è che posso continuare a fare formazione per conduttori di carrelli elevatori (aspirazione che nel frattempo è diventata la mia unica ragione di vita), la seconda è che dal 18 marzo 2014 ci vorranno più requisiti per formare un lavoratore sull’uso di una fotocopiatrice che per insegnargli a condurre un carrello elevatore.