Pubblicato in: spazi confinati, valutazione dei rischi

Un metodo per il calcolo della ventilazione negli spazi confinati

Ho scritto un articolo per il prossimo numero di ISL nel quale tratto quelle che dovrebbero essere considerate le misure imprescindibili per i lavori negli spazi confinati.

Riporto di seguito un estratto, con un esempio applicativo di calcolo per determinare l’entità della ventilazione necessaria per rimuovere un’atmosfera esplosiva (replicabile anche per atmosfere tossiche, ragionando in termini di TLV-STEL anziché di LEL).

Si supponga di stare eseguendo l’applicazione di un antiruggine sintetico all’interno di uno spazio confinato.

La scheda di sicurezza del prodotto, evidenzia (sezione 3) come, tra le altre cose, esso sia composto da (tra le altre cose):

  • una concentrazione variabile dal 10 al 20% di «Idrocarburi C9-C12, N-Alcani, Isoalcani ciclici, Aromatici», identificati con CAS 64742-82-1 (es. nafta, acqua ragia…);
  • una concentrazione variabile dal 1 al 5% di Xilene.

A causa di questa elevata concentrazione di solvente, con riferimento al solo rischio di esplosione, la vernice nel suo complesso, presenta un’indicazione di pericolo H226 (liquido e vapori infiammabili) con un LEL di 0,6% in aria (sostanzialmente coincidente con quello dell’acqua ragia che ne costituisce il componente principale).

Si vuole conoscere l’apporto minimo di aria necessario a diluire i vapori fino a condurne la concentrazione al di sotto del 10% del LEL.

Dall’analisi del processo, si ipotizza che si avrà un tasso di impiego (D) della vernice pari a 50 kg/h.

Tenuto conto che la massa molare[1] dei due componenti è[2]:

  • MAcqua ragia = 0,138 kg/mol;
  • MXilene = 0,106 kg/mol,

allora la quantità di vapori di solvente prodotti a 20°C in un’ora, sarà pari a:

schermata-2016-12-13-alle-08-57-10

dove Vm è il volume molare che verrà considerato, con buona approssimazione, coincidente con quello di un gas ideale, che a pressione atmosferica e a 20°C è pari a: 24 l/mol.

Quindi:schermata-2016-12-13-alle-08-58-04

Se Q è la portata di ventilazione forzata, l’obiettivo è quello di garantire:

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ovvero:

Schermata 2016-12-13 alle 09.00.28.png

Questa sarà la portata che il nostro ventilatore dovrà garantire.

 

[1] In pratica, numericamente, il peso molecolare espresso in grammi

[2] È sufficiente una rapida ricerca su internet per ottenere la formula chimica della molecola ed, in alcuni casi,  direttamente il peso molecolare

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Pubblicato in: incidenti, spazi confinati

Ancora spazi confinati

Tre operai morti e altri tre in gravi condizioni sulla nave “Sansovino”. Non se ne sa ancora molto, ma una cosa è certa: è l’ennesimo incidente all’interno di uno spazio confinato.

Gli elementi per dirlo ci sono tutti:

  1. elevato numero di vittime: secondo la banca dati dell’INAIL, dal 2005 al 2010, sono accaduti 29 eventi negli spazi confinati, che hanno prodotto 43 vittime. Questo significa che, statisticamente, quando l’incidente accade in uno spazio confinato, avremo più di una vittima;
  2. l’ambiente nel quale è accaduto: uno spazio interno alla nave, probabilmente una sentìna o una cisterna;
  3. l’origine: l’aria respirata (probabile presenza di sostanze pericolose nell’aria, ma non si può escludere la possibile assenza di ossigeno).

Non è un caso se gli spazi confinati sono così pericolosi. I loro rischi sono intrinsecamente correlati alla loro natura, ma quella di uno spazio confinato è una natura complessa nella sua apparente semplicità. Sembra sostanzialmente un ambiente come un altro, mentre nasconde gigantesche insidie.

Piccolo esempio. Nel 2010 mi occupai come CTP di un caso di infortunio mortale in uno spazio confinato nel quale erano morti, anche lì, purtroppo, tre lavoratori. Durante un accesso ispettivo vidi personalmente i Vigili del Fuoco entrare nella cisterna metallica in questione muniti di autorespiratore con un faretto da cantiere alimentato a 220 V. Poiché la causa presunta dell’incidente era stata l’assenza di ossigeno nell’aria per avvenuta introduzione di azoto nello spazio confinato, erano talmente concentrati su quello specifico rischio, dall’aver completamente dimenticato il rischio mortale di elettrocuzione derivante dal ritrovarsi in un luogo conduttore ristretto.

In assenza di altre informazioni su quanto accaduto ieri sulla nave “Sansovino”, non  vado oltre, non entro nel merito di quanto accaduto. Ovviamente c’è un’inchiesta in corso, verranno certamente nominati dei periti e se ne saprà di più. A valle di un incidente, specie se grave come questo, è doverosa la ricerca di eventuali responsabilità ma, per chi come me si occupa di sicurezza sul lavoro queste sono secondarie rispetto alla conoscenza delle dinamiche.

 

Le responsabilità si ricercano ex post: deve prima accadere qualcosa, poi si cerca di chi, eventualmente, è la colpa. Conoscere le dinamiche, permette di agire ex ante, usare l’esperienza e la competenza per evitare che i fatti si ripetano.

Ovviamente non è così semplice. Di esperienza di incidenti negli spazi confinati, oggi ce n’è moltissima in giro, ce ne sarebbe già a sufficienza per evitare praticamente qualsiasi incidente. Il problema è:

  1. la diffusione dell’esperienza e della conoscenza;
  2. l’eccesso di esperienza.

Mi spiego. In questi anni si è parlato moltissimo di spazi confinati, formazione e competenza degli addetti che vi debbono operare, ecc. Ma siamo convinti che tutta questa informazione sull’argomento si sia diffusa capillarmente? Lo dico, anche qui, per esperienza: no! Abbondano ancora gigantesche sacche di ignoranza, specie tra le microimprese (non è evidentemente il caso della tragedia accaduta ieri). Non parlo semplicemente di inesperienza, ma di vera e propria non conoscenza del fenomeno, il motivo che spesso è uno dei fattori latenti che stanno all’origine di questi incidenti. Non saper riconoscere uno spazio confinato come tale, significa non valutarne i rischi, vuol dire non essere preparati a ciò che potrebbe accadere e, di conseguenza, non saper rispondere alla situazione. Quindi sì, di esperienza e conoscenza dell’argomento ce n’è tanta, ma distribuita male.

L’eccesso di esperienza, all’opposto, rischia di portare alla confidenza. Già l’etimologia di questa parola la dice lunga: «avere fiducia di…». Ecco, io personalmente non mi fiderei mai di uno spazio confinato, ma proprio mai. L’esperienza è una cosa buona, permette di avere familiarità di un rischio e saper anticipare ciò che potrebbe accadere. L’eccesso di esperienza è l’eccesso di una cosa buona e, come tutti gli eccessi, alla lunga fa male.

I due elementi, tra altro sono spesso correlati. L’eccesso di esperienza porta a pensare di conoscere tutto quello che riguarda l’argomento di cui si è esperti, al punto da non prendere proprio in considerazione l’ipotesi che ci sia qualcosa che non è noto, esponendosi così alle sue conseguenze come un qualsiasi soggetto inesperto.

Comunque sì, sono convinto che riconoscere uno spazio confinato come tale, sia la prima, essenziale necessità, senza la quale è molto difficile impedire che eventi come quelli sulla nave “Sansovino” possano ripetersi.

Questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente.

Le spiegazioni dei singoli incidenti negli spazi confinati possono apparire semplici: tutto è evidente, specie dopo che qualcosa è accaduto. Risalire alle cause primarie col senno di poi è moooolto più facile che prevedere in anticipo quali possono essere gli innumerevoli eventi incidentali prima che le cose accadano.

Per questo è necessario, sempre, sempre, sempre rispettare la gerarchia delle misure di prevenzione e protezione che, in molti casi, permetterebbero di entrare a conoscenza di fattori preliminarmente non tenuti in considerazione. Il rispetto dell’ordine gerarchico è fondamentale, ai fini dell’efficacia di tali misure:

  1. Eliminazione o sostituzione
    • eliminazione degli spazi confinati (in fase di progettazione, è possibile);
    • evitare, ove possibile di accedere agli spazi confinati (soprattutto quando l’accesso è necessario per operazioni di ispezione o pulizia, esistono tecniche alternative);
    • disenergizzazione di tutte le forme energetiche presenti nello spazio confinato (tutte: elettrica, cinetica, magnetica, termica, elastica, chimica…).
  2. Controlli ingegneristici
    • ventilazione degli ambienti;
    • lock-out/tag-out;
    • perimetrazione e segnalazione;
    • analisi di tutti i parametri di bonifica, al fine di verificare l’efficacia degli interventi eseguiti;
    • ….
  3. Sistemi di allarme
    • monitoraggio continuo dell’aria ambiente;
    • odorizzazione dei gas;
    • segnaletica di pericolo;
    •  uso di rilevatori portatili;
  4. Formazione, addestramento e procedure
    • permesso di lavoro;
    • procedure di allarme;
    • sistemi di comunicazione;
    • procedure di emergenza;
  5. Dispositivi di protezione individuale

Bucare uno solo di questi passaggi può condurre ad effetti non prevedibili.

 

Pubblicato in: Videoterminali

Da Homo Erectus a Homo Sedens

Abbiamo un problema.

Probabilmente anche in questo momento, se state leggendo questo post seduti davanti alla vostra scrivania.

Parliamoci chiaro. Tra lavoro al videoterminale, utilizzo del computer per altri motivi extralavorativi, televisione, playstation, ecc. passiamo una quantità di tempo non indifferente della nostra giornata (ben superiore ad 8 ore al giorno) con le chiappe poggiate su un qualche tipo di supporto.

Non siamo stati progettati per questo.

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Il Ministero della Salute considera la vita sedentaria una condizione predisponente a varie, importanti patologie (diabete di tipo 2, disturbi cardiocircolatori ed altre robe brutte) ed uno studio del 2012 che ha riguardato 240.000 adulti (direi statisticamente significativo), ha concluso che, stare seduti oltre 7 ore al giorno, comporta:

  • un incremento del 50% del rischio di mortalità;
  • un incremento del 125% del rischio di disturbi cardiovascolari.

La Direttiva europea per il lavoro al videoterminale non contempla questo specifico fattore di rischio (fatta eccezione per la pausa di 15 minuti ogni 2 ore). Se per questo non ne contempla molti altri, principalmente legati all’uso di “nuove” tecnologie (smartphone, tablet) che all’epoca non erano diffusi.

Ad ogni modo, considerando che, secondo l’ISTAT, il 76% degli occupati fa un uso professionale del computer, direi che l’argomento dei rischi legati al videoterminale (quelli emergenti e quelli “classici”) abbia una sua importanza.

Per chi volesse saperne di più, ho scritto una cosina pubblicata sul numero di novembre di ISL – Igiene & Sicurezza sul Lavoro (potete scaricarla da qui, mentre da qui potete scaricare anche altre cose che ho scritto).

Mi alzo.

 

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Parcheggiare bene, parcheggiare tutti

I parcheggi aziendali possono essere luoghi nei quali si verificano incidenti sul lavoro e infortuni. E la soluzione per ridurre il rischio è a portata di mano…

In realtà la faccenda non riguarda solo i luoghi di lavoro, ma i parcheggi in genere. Tuttavia, sui primi l’Azienda ha la possibilità di incidere positivamente tramite l’informazione ai lavoratori e direttive.

Una ricerca del 2015 condotta dall’Allianz Center for Technology (AZT) e Continental ha tirato giù i seguenti dati:

  • 44% dei sinistri Rc Auto con danni a cose o persone avvengono in fase di parcheggio o manovra;
  • 39% degli incidenti che causano unicamente lesioni avvengono in fase di parcheggio o manovra.

Sul totale degli incidenti in fase di parcheggio o manovra, il:

  • 70% dei sinistri RC auto avviene in fase di retromarcia;
  • 85% delle richieste di risarcimento totali legate a lesioni sono determinate da incidenti in fase di retromarcia;
  • 41,7% dei sinistri RC auto riguarda vetture che hanno urtato altre auto ferme durante un parcheggio in retromarcia;
  • 20,1% degli incidenti vede coinvolte due vetture che si muovono simultaneamente in retromarcia urtandosi;
  • 84% degli incidenti si verifica in uscita da un posteggio.

Appare evidente dalle statistiche che i due fattori che maggiormente determinano il fenomeno sono:

  • la manovra in retromarcia;
  • l’uscita da un posteggio.

Se, evidentemente, entrambe le manovre sono inevitabili, è la combinazione dei due a determinare il rischio maggiore.

Una possibile soluzione per ridurre il rischio a costo zero?

Chiedere ai lavoratori di parcheggiare con il muso della macchina rivolto nella direzione di uscita dal parcheggio (solo il 16% degli incidenti si verifica nella fase di ingresso al parcheggio).

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Scaffalature e terremoti

Le tragedie umane che recano con sé eventi come quelli delle recenti scosse telluriche sull’Appennino umbro-laziale-marchigiano ci ricordano costantemente l’importanza della prevenzione.

Purtroppo, ben sappiamo quanto, frequentemente, le strutture che insistono sul territorio siano inadeguate sotto il profilo antisismico.  Anche se può sembrare superfluo, vale la pena ribadire, tra l’altro, come l’emergenza derivante da un terremoto non si limita al momento della scossa tellurica, ma prosegue nel tempo per un periodo che può rivelarsi anche molto lungo a causa delle sequenze sismiche  e delle eventuali repliche.

Diventa, allora, particolarmente rilevante dare il maggior numero di indicazioni su quegli interventi minimi da attuarsi per tutta la durata della fase di emergenza che acquisiscono massima importanza per garantire la sicurezza delle persone, in attesa di trovare una soluzione più affidabile nel tempo.

Un esempio di tali azioni è costituita dalla verifica della vulnerabilità delle scaffalature all’interno dei siti produttivi.

Sì, anche quelle sono strutture e, come tali, devono rispondere a criteri antisismici (fanno eccezione le scaffalature di classe 3, di piccole dimensioni e limitata importanza statica, assimilabili a mobili ed elementi di arredo) senza deroghe. Qualora sprovvista di tali requisiti, la struttura potrebbe:

  1. cedere parzialmente o totalmente durante un sisma, collassando sulle persone presenti o, nel caso migliore, limitandosi a danneggiare le merci ivi stoccate;
  2. cedere successivamente, durante l’ordinaria operatività, a causa di danneggiamenti subiti durante il sisma e non rilevati ma che ne potrebbero determinare il collasso, in momenti successivi, a seguito delle sollecitazioni determinate dalle attività di carico e scarico delle merci ivi stoccate.

Evidentemente, ognuno dei suddetti esiti diventa tanto più probabile quanto più la scaffalatura risultasse già danneggiata dall’ordinario uso, aspetto che richiama l’importanza della sorveglianza e del controllo continuo delle scaffalature e dei carichi ivi disposti, date le peculiari caratteristiche di queste strutture.

Dal punto di vista strutturale, infatti, è appena il caso di far notare come esse presentino alcuni elementi caratteristici che le rendono particolarmente sensibili ai sismi, in particolare:

  1. leggerezza della struttura. Il peso di una scaffalatura è una percentuale minima del peso complessivo dei carichi che essa deve sopportare;
  2. mobilità del carico. Durante un sisma i carichi ubicati sulla scaffalatura subiscono movimenti, modificano il profilo di carico.

A prescindere, pertanto, valgono le seguenti prescrizioni generali:

  1. Le scaffalature, tranne che nel caso dei “magazzini autoportanti” (in cui la scaffalatura è anche la struttura portante dell’edificio), devono essere obbligatoriamente scollegate dagli elementi portanti, a meno che non vi sia una idonea certificazione per il collegamento, che comprovi l’idoneità dell’edificio stesso ad assorbire le azioni trasmesse dallo scaffale.
  2.  I collegamenti con gli impianti del magazzino (ad esempio tubazioni) devono essere di tipo flessibile e non costituire alcun tipo di vincolo o collegamento per nessuna parte della scaffalatura.
  3.  Tutti i livelli di carico in uso devono essere dotati di traverse di supporto delle unità di carico, collegate ai correnti, o di altri dispositivi anticaduta.

Si dovrà procedere, inoltre, ai seguenti controlli:

controlli
(*) Valori raccomandati
(**) L = lunghezza della membratura

Le unità di carico presenti sulle porzioni degli scaffali che non superano i controlli precedentemente descritti, o che non rispondono alle prescrizioni generali, devono essere rimosse.

Le restanti parti della scaffalatura possono rimanere in servizio, con le restrizioni all’utilizzo illustrate nel seguito. Ai soli fini del riutilizzo immediato delle scaffalature dopo un sisma, è necessario classificarle in base alla certificazione disponibile e alle tipologie costruttive, come segue:

agibilitaNota 1: arrotondato per difetto, escluso dal conteggio il livello a terra.
Nota 2: si fa notare che una certificazione sismica ufficiale rilasciata da un produttore qualificato può non basarsi sui seguenti requisiti, dato che è supportata da calcoli e sperimentazione.

Per approfondimenti:

  • Ministero del Lavoro, lettera circolare n. 21346 del 13/09/1995;
  • “Linee guida per la valutazione della vulnerabilità e criteri per il miglioramento delle costruzioni ad uso produttivo in zona sismica”, CC.LL.PP. del 22/06/2012;
  • “Linee di indirizzo per interventi locali e globali su edifici industriali monopiano
    non progettati con criteri antisismici”, Gruppo di Lavoro Agibilità Sismica dei Capannoni Industriali
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Offro un caffè a tutti

Stamattina, sorseggiando le mie 3 tazzine di caffè (la mattina ho bisogno di una scossa, diciamo…), leggevo un articolo su una importante rivista del settore sulle modifiche al D.Lgs. n. 81/2008 relative alla protezione dei lavoratori dall’esposizione ai campi elettromagnetici.

In un passaggio del suddetto articolo, l’autore afferma che la IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica i campi elettromagnetici (a bassa ed alta frequenza) nel gruppo 2B, quello dei «possibili cancerogeni», affermando successivamente che è lo stesso gruppo nel quale si trova classificato il caffè.

Questa storia della classificazione del caffè nel gruppo 2B dei possibili cancerogeni va avanti dagli anni ’90 e, a mio avviso, gli studi sull’argomento hanno subito gli effetti confondenti derivanti dall’abitudine dell’epoca di indossare scarpe con la zeppa e camicie di flanella da boscaiolo alla Kurt Cobain.

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Però, da giugno, la IARC c’ha messo una pezza e il caffè è stato declassificato al gruppo 3 , a seguito di oltre 1000 studi effettuati sull’uomo e sugli animali (il problema è che l’animale, dopo che gli hai fatto assaggiare il caffè, non ne può più fare a meno. Un opossum è stato arrestato per spaccio: vendeva eroina dietro Piazza del Popolo per pagarsi il caffè al bar).

Il gruppo 3, ricordiamolo, è soprannominato “mai ‘na gioia”. Uno infatti pensa: «Se sta sotto al gruppo 2B dei possibili cancerogeni, il gruppo 3 sarà quello dei “cancerogeni manco ppe’ gnente”…».

Invece no, è il gruppo di quelli che: i dati scientifici a disposizione non permettono di concludere se esso causi o meno il cancro all’uomo (Not classifiable as to its carcinogenicity to humans) ed, ovviamente, è il gruppo più affollato con 505 agenti.

Ricordando che tutte queste espressioni sono il semplice risultato dell’applicazione del principio di precauzione (che, come dice la parola stessa, è talmente tanto prudente da risultare addirittura in contrasto con il criterio di falsificabilità di Karl Popper, la base dell’attuale metodo scientifico), diciamo che se una roba è in categoria 3, magari mi concentrerei un po’ di più sulle altre schifezze che mangiamo tutti i giorni.

Fin qui le buone notizie…

Occhio, infatti, che la IARC ha classificato le bevande MOLTO calde nel gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni” che è una ‘nticchia più statisticamente rilevante rispetto ai “possibili cancerogeni”.

Molto calde significa che, per riuscire a berle dovresti ingoiarti un tubolare di fibra aramidica per non ustionarti l’esofago, dato che parliamo di 70°C… (eh sì, il tumore all’esofago è l’ottavo più diffuso al mondo e mi produce, da solo, il 5% di morti per cancro)

Comunque, prima di rinunciare alle tisane di fiori di orchidea verde del Madagascar, fatevi un esame di coscienza, dato che la prima causa di tumore all’esofago restano il fumo e le bevande alcoliche.

Dimenticavo… Offrendovi un caffè, non vi sto proponendo un cancerogeno di categoria 2A, dato che, il caffè buono va bevuto a temperature inferiori a 60°C.

Pubblicato in: Formazione

Lepri e formazione e-learning

Scrivere una norma non è semplice.
Ci sono tante situazioni che potrebbero sfuggire, altre che potrebbero rientrare,indesideratamente, nel suo campo di applicazione… Basta una frase, una parola messa lì con leggerezza e ti ritrovi nell’inferno delle interpretazioni, nelle sabbie mobili della palude del buon senso e del senso letterale.

Voglio dire, se Dio – che è Dio, mica un pincopallo qualunque – nel Levitico ha fatto scrivere che non si può mangiare «la lepre, perché rumina, ma non ha l’unghia divisa»,  davvero tutti possono sbagliare.
Va detto che le lepri fanno di tutto per ingannarti e, in effetti, sembra che ruminino, ma no, non sono ruminanti. Infide lepri, cosa non farebbero per non farsi mangiare.
Ad uno che si fa chiamare Dio una cosa del genere non può essere sfuggita (anche perché le lepri le ha inventate lui), quindi deve essere successo qualcosa nell’iter di scrittura del Levitico, magari in uno dei tanti passaggi tra una Camera e l’altra, un colpo di mano prima dell’approvazione… Si sa quanto siano influenti quelli della lobby delle lepri…

Prendi invece la formazione.
Da quando la Conferenza Stato-Regioni ha tirato fuori i vari Accordi in merito, l’intero Paese si è mobilitato per adeguarsi. Praticamente chiunque, per un motivo o per un altro, indipendentemente dal suo ruolo, è stato costretto a sottoporsi ad un corso di formazione di almeno 8 ore.
Ti arriva la cartolina a casa, come ai tempi della leva obbligatoria e non si può nemmeno far domanda da obiettore di coscienza.
Si narra di un tale di Peschiera del Garda che svolgeva il ruolo di RSPP interno di un’azienda multisettore, preposto, addetto antincendio e primo soccorso che non è riuscito a finire di frequentare le ore previste che già gli erano partiti nel frattempo i vari aggiornamenti. La moglie non lo vede da 83 giorni, perché ormai dorme in aula e si è fatto impiantare un catetere per non fare pause.
Equitalia gli ha sequestrato il cane e l’auto finché non avrà terminato di pagare il proprio debito formativo.

Del resto, non vi sono dubbi sul fatto che la formazione sia una cosa seria. Troppo seria perché la sua definizione venga lasciata alla Conferenza Stato-Regioni.
Parliamo di gente che usa i codici ATECO per definire il livello di rischio di un’azienda; gli stessi che hanno scatenato un casino infernale con la faccenda della collaborazione con gli enti bilaterali…
Con l’Accordo del 7 luglio 2016, la CSR estende, tra le altre cose, la possibilità di erogare la formazione in modalità e-learning anche alla parte specifica per i lavoratori, nonché agli aggiornamenti di vari altri soggetti.

Ora, io voglio mantenere un atteggiamento agnostico in merito. In fondo, perché a priori escludere l’efficacia della formazione e-learning?
Sì ok, lascia perdere che tutti i corsi in e-learning che ho visto, a livello educativo erano efficaci quanto un mulo che cerca di riprodursi (lì però almeno il mulo si diverte…): non ci si può basare sul nostro piccolo osservatorio personale per decidere se una cosa funziona o meno.
Però ci si sarebbe potuti basare su un piano di monitoraggio sull’efficacia della formazione in e-learning e sul suo confronto con la formazione in aula.
Se solo fosse mai stato fatto in questi 5 (diconsi cinque) anni dall’emanazione degli accordi.

E allora la Conferenza Stato-Regioni che fa? In assenza di qualunque dato in merito, anziché mantenere un atteggiamento conservativo sulla questione, estende i casi di formazione in modalità e-learning e prevede il monitoraggio a posteriori…
Così se si dovesse rilevare che la formazione e-learning è l’equivalente di un cumulo di sterco nella savana del D.Lgs. n. 81/2008, lo sapremo solo quando tutti ne saranno stati sommersi.

Alla fine, gli ebrei, avrebbero comunque dovuto rinunciare al ragù di lepre, perché la lepre non ha in ogni caso l’unghia divisa (altro requisito necessario per essere mangiati). Quindi, l’errore non ha portato conseguenze né per le lepri, né per gli ebrei (anche se dopo oltre 3000 anni potrebbero pure fare un decreto correttivo del Levitico).

Una roba è un errore materiale e altra cosa sono le stupidaggini. Specie se reiterate.
Specie quelle che di conseguenze rischiano di averne a secchiate.