Sicurezza in bicicletta

Finalmente il giro di vite che gli italiani attendevano sulla sicurezza stradale

Se pensavate che il nuovo decreto sicurezza si occupasse solo di ronde, stupri, clandestini, solo per citare alcuni dei temi caldi del provvedimento, vi sbagliavate.

C’è di più, anzi di tutto di più, anche norme volte a prevenire e reprimere uno dei malcostumi che più attanaglia chi circola liberamente per la strada: l’uso improprio della bici.

È ora di dire “basta!” a ciclisti che circolano ubriachi per le strade (spesso sotto l’effetto combinato di droghe), mettendo a repentaglio la vita dei conducenti di SUV, o a velocipedi che superano di 40 o più km/h il limite di velocità la domenica mattina sulle strade, sorpassando le auto a fil di sportello.

Per costoro, ma anche per altre gravi violazioni, ci pensa il nuovo art. 219-bis del codice della strada, come modificato dall’articolo 3, comma 48 del cosiddetto “decreto sicurezza”, il quale dispone:

«Nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, è disposta la sanzione amministrativa accessoria del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida e la violazione da cui discende è commessa da un conducente munito di certificato di idoneità alla guida di cui all’articolo 116, commi 1-bis e 1-ter, le sanzioni amministrative accessorie si applicano al certificato di idoneità alla guida secondo le procedure degli articoli 216, 218 e 219. In caso di circolazione durante il periodo di applicazione delle sanzioni accessorie si applicano le sanzioni amministrative di cui agli stessi articoli. Si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis. 2. Se il conducente è persona munita di patente di guida, nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, sono stabilite le sanzioni amministrative accessorie del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida, le stesse sanzioni amministrative accessorie si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida. In tali casi si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis»

Mmmhh, avete ragione, troppi commi bister e rimandi vari. Riassumo io…

Si dice sostanzialmente che, laddove il codice della strada lo preveda, si potrà disporre il ritiro, la sospensione o la revoca della patente come sanzione accessoria e, tra l’altro, si aggiunge, che tale provvedimento potrà riguardare anche coloro i quali sono in possesso di certificato di idoneità alla guida (il patentino per i ciclomotori, ovvero i riferimenti all’art. 116, commi 1-bis e 1-ter), ai quali potrà essere ritirato tale certificato abilitativo.

Ma la vera novità del codice della strada è inserita nell’ultimo periodo dell’articolo, nel quale si afferma che, qualora si sia in possesso della patente di guida, essa potrà essere ritirata, sospesa o revocata negli stessi casi di cui sopra, anche qualora si fosse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida (bicicletta, carretto trainato da buoi, risciò, navicelle spaziali…).

Purtroppo, data la fretta con la quale è stato scritto il provvedimento, fretta necessaria per riuscire a porre un freno il prima possibile a questa vera e propria emergenza nazionale, non si è potuta trovare una efficace misura di contrasto nei confronti dei veri protagonisti e principali colpevoli di questo fenomeno: i bambini, i quali, non essendo in possesso della patente di guida, la faranno franca come al solito.

Ma il cittadino non tema, sono al varo proposte di decreti correttivi, i quali prevedranno il sequestro dei lecca-lecca o del televisore al plasma del papà negligente che non vigila. Nei casi più gravi (bambino in bicicletta che guida contromano in autostrada, per esempio) è stata proposta una sonora sculacciata, ma le organizzazioni umanitarie si oppongono.

Va bene, ora basta, mi sono sfogato, ma sul serio non ne posso più di norme demagogiche e prive di senso come questa. Il legislatore vuol farci credere che la sicurezza sulle strade sia talmente pregiudicata dalla condotta spericolata dei ciclisti (perché evidentemente è principalmente ad essi che è rivolto il provvedimento), da richiedere che essa venga repressa col ritiro della patente di guida, quando nella realtà, tutti possono verificare come siano i ciclisti a rischiare la vita tutti i giorni sulle strade. Ovviamente anche loro debbono essere passibili di sanzione, ma francamente, per il tipo di conseguenze che può avere una eventuale loro condotta errata, si può tranquillamente ritenere possa essere considerata sufficiente una multa.

Continua invece il proliferare di norme e provvedimenti vari, in nome di questo o di quel valore o principio (in questo caso la sicurezza) e continuiamo ad essere il paese in cui il numero di leggi travalica di gran lunga la capacità di qualunque cittadino di giungerne a conoscenza, per cui si finisce col violare leggi di cui si ignora l’esistenza. Ritengo imprescindibile e sacrosanto il principio secondo cui la legge non ammette l’ignoranza, ma rivendico il mio diritto di riuscire a non essere ignorante.

Per esempio, vi siete mai ritrovati un alveare di api nel cassone delle persiane di casa vostra? Lo sapevate che non potete bruciarlo perchè le api sono specie protetta? Lo sapevate che detenere un alveare (anche spontaneo, la norma non precisa la differenza) fa di voi degli apicoltori, per cui dovreste denunciarlo? Beh, io sì (ok, sono ignorante, ma qualcosina la so pure io) per cui, subito dopo aver superato il primo momento di orgoglio per la mia nuova attività di apicoltore, mi sono posto il problema di come rimuoverlo.  Inutile che chiamiate i vigili del fuoco o la protezione civile, non rientra tra le loro competenze. Vi serve un vero apicoltore, uno che abbia intrapreso questa attività sul serio, non come voi, imprenditori improvvisati che non siete altro. Ehm, casomai lo trovaste, mi date il suo numero di telefono?

E a cosa serve questa moltiplicazione evangelica di norme e leggi? Il dubbio legittimo che sorge, è che abbia come unico obiettivo quello di consentire la riproduzione e la conservazione di chi le leggi le fa o le deve amministrare, mentre al cittadino ne basterebbe un terzo per vivere tranquillo.

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Sono ottimista, ma non ho altra scelta!

Tanto tuonò, che piovve!

Come avevo anticipato in un altro post, gli “amici della sicurezza” stanno alacremente lavorando sul decreto correttivo del D.Lgs. n. 81/2008 che dovrebbe veder la luce entro il 16 agosto di quest’anno.

Il 24 giugno le Commissioni parlamentari di Camera e Senato hanno espresso il loro parere favorevole allo schema del decreto correttivo, lasciando in eredità al Governo alcune osservazioni che questi potrà valutare.

A costo di apparire irrispettoso delle istituzioni, non posso fare a meno di rilevare, leggendo il parere dei relatori di Camera e Senato, come l’uso di una terminologia a volte non corretta, l’approssimazione con la quale vengono descritte alcune situazioni e, purtroppo, persino alcune osservazioni, derivino da una competenza squisitamente giuridica, ma molto limitata dal punto di vista applicativo nel mondo reale.

Tra i vari pareri espressi dalle Commissioni, ce n’è uno in particolare che, se dovesse essere accolto dal Consiglio dei Ministri, ridurrebbe in modo sostanziale l’efficacia dell’intero impianto del D.Lgs. 81/2008 e che lascia perplessi perché fa intravedere ancora una volta la distanza che separa frequentemente chi legifera da chi quotidianamente e praticamente opera per la tutela della sicurezza e salute dei lavoratori.

Mi riferisco alla proposta rivolta al Governo di valutare l’ipotesi di lasciare invariata l’attuale formulazione dei casi in cui sarà prevista la sospensione dell’attività imprenditoriale, ovvero, al momento, in caso di “gravi e reiterate violazioni”.

Farò un breve riassunto delle precedenti puntate…

Secondo l’attuale formulazione dell’articolo 14 del D.Lgs. 81/2008, gli organi di vigilanza possono (ovvero hanno facoltà e discrezionalità) procedere alla sospensione dell’attività imprenditoriale qualora riscontrino gravi e reiterate violazioni in materia di tutela  della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Per “grave” si intende una delle violazioni elencate nell’Allegato I al D.Lgs. n. 81/2008, mentre il concetto di “reiterato” non è definito. Allo stato attuale questa norma non viene applicata a causa delle numerose incertezze applicative che vi sono contenute.

Nello schema di decreto correttivo si mette mano a tale articolo riformulando alcuni aspetti. Innanzitutto non viene più lasciata discrezionalità agli organi di vigilanza in merito all’adozione o meno del provvedimento ed, inoltre, la sospensione dell’attività imprenditoriale dovrà essere adottata in caso di gravi e plurime violazioni, dove per “plurima” si intende la contestazione di tre gravi violazioni durante la medesima ispezione o la ripetizione nell’arco del biennio della medesima grave violazione.

Le novità sono inoltre costituite dall’ampliamento dei casi elencati nell’Allegato I che costituiscono “grave” violazione, con nuove fattispecie di reati costituite da prescrizioni “tecniche”, non documentali o formali.

Perché ritengo che la modifica che si vuole introdurre sia così importante e che pertanto non debba essere toccata? Perché nella mia vita professionale ne ho viste tante, troppe, per non sapere che se in un’azienda viene commessa una tra quelle che la norma definisce gravi violazioni (ed effettivamente sono gravi, in particolare le nuove che saranno inserite in elenco), sicuramente non si può parlare di un caso, ma forse la sospensione dell’attività imprenditoriale potrebbe essere un provvedimento eccessivo, con due gravi violazioni contestuali mi sorge un dubbio legittimo, ma con tre ci troviamo di fronte ad un’azienda che si assume palesemente la responsabilità di un infortunio di elevata entità e che deve essere temporaneamente fermata.

Con questa previsione, inoltre, un’azienda può essere sanzionata e sospesa sin dal primo accesso ispettivo, mentre nel caso in cui rimanesse il concetto di “reiterata” violazione dovremmo aspettare almeno una seconda ispezione.

Infine è anche un problema di strategia nella lotta agli infortuni. Le sanzioni hanno lo scopo di fungere da deterrente, ma sono 60 anni che assistiamo alla violazione di norme, anche basilari, perché frequentemente la “multa” (come viene intesa frequentemente) viene vista dalle imprese come un’eventualità da tenere in conto, se non addirittura un’evenienza remota in virtù della scarsità di controlli.

Rendere effettivamente applicabile (cosa che attualmente non è) la sospensione dell’attività imprenditoriale, introdurrebbe un elemento di novità sostanziale nella strategia della lotta agli infortuni che potrebbe cambiare anche l’approccio psicologico che le aziende hanno nei confronti di determinati adempimenti, un po’ come è avvenuto con l’introduzione della patente a punti nel codice della strada.

Sono abbastanza convinto che se, in virtù di questo impatto, nelle aziende italiane fossero rispettate almenoquelle che, secondo la norma, sono gravi violazioni, il fenomeno infortunistico si ridurrebbe drasticamente, poiché il loro rispetto costituisce la base imprescindibile di un sistema di sicurezza.

Sono un ottimista, voglio credere che questa volta tutto finirà bene e che per una volta prevarrà il coraggio, il buon senso e la volontà di cambiare le cose.

Purtroppo sono anche poco realista, tutte le volte che rivedo la “Vita è bella”, spero sempre che alla fine Benigni esca vivo dal campo di concentramento. Eppure so già come va a finire…

Incidenti stradali o morti sul lavoro?

La pubblicazione del rapporto annuale dell’INAIL del 2008 mi dà la possibilità di continuare il ragionamento del mio precedente post, questa volta concentrando l’analisi su una casistica precisa di infortuni che frequentemente viene ridimensionata, se non nei numeri, quantomeno nella sua importanza e quasi giudicata inevitabile: quella degli incidenti stradali sul lavoro.

Il rapporto è riassunto dalla seguente tabella:

infortuni-sul-lavoro

 

Le considerazioni che seguono si concentreranno sul solo dato degli incidenti da circolazione stradale in quanto avvenuti in orario di lavoro e dunque strettamente connessi, per definizione stessa di infortunio all’occasione di lavoro, escludendo quelli in itinere.

In questo caso non posso citare statistiche Eurostat, poiché tale dato non è disponibile, ma partendo dai dati reperibili sul sito dell’HSE, riferibili all’anno 2006, si può verificare con una serie di elaborazioni, come  l’Italia, prendendo in considerazione i soli infortuni stradali mortali in orario di lavoro, abbia un tasso standardizzato (numero di infortuni mortali ogni 100.000 lavoratori) pari a 2,81, contro una media europea di 1,26. Il dato rilevante è che lo scostamento dalla media europea è  un terrificante +123% (secondi solo al Lussemburgo).

Una percentuale troppo elevata per non essere analizzata con attenzione, considerando che, nello stesso anno 2006, escludendo gli incidenti stradali, lo scostamento dell’Italia dall’Europa a 15 paesi risultava essere del +16%. Assemblando i due dati (riferiti all’anno 2006) lo scostamento complessivo dell’Italia risulta essere pari a +51%. In poche parole, il fenomeno infortunistico nel nostro Paese è influenzato in larga parte dagli incidenti stradali che si verificano durante l’orario di lavoro (escludendo gli infortuni in itinere), con numeri che si discostano enormemente dalla media Europea.

In effetti l’Italia ha in generale un maggiore tasso di incidenza stradale rispetto alla media europea e infatti se analizziamo il numero di morti legati ad incidenti stradali ogni 100.000 abitanti (fonte Eurostat), considerando sempre l’area a 15 paesi dell’Unione, il tasso standardizzato di incidenti stradali mortali è pari a 7,7 (anno 2006), contro una media italiana di 9,7, che ci porta a +25% rispetto ad EU15, ma siamo molto, molto lontanidal +123% segnato, rispetto alla stessa media Europea, quando si parla di incidenti stradali in orario di lavoro.

Facciamo un riepilogo, questa volta potendo fare il confronto con gli altri paesi europei, aggiornato al 2006.

  • Il tasso di infortuni mortali sul lavoro (esclusi incidenti stradali e in itinere) vede l’Italia ad un +16% rispetto alla media europea (Italia: 2,9 — Europa: 2,5 [infortuni mortali/100.000 lavoratori])
  • il tasso di infortuni mortali dovuti ad incidenti stradali in orario di lavoro, assegna all’Italia un pessimo +123% rispetto alla media europea (Italia: 2,81 — Europa: 1,26 [incidenti stradali mortali sul lavoro/100.000 lavoratori])
  • Il tasso di incidenti stradali mortali tra la popolazione italiana nel suo complesso mostra come l’Italia si discosti di un +25% dalla media europea dei 15 paesi (Italia: 9,7 — Europa: 7,7 [incidenti stradali mortali/100.000 abitanti])

Come si vede il dato relativo agli infortuni stradali sul lavoro è sproporzionato rispetto a quello degli incidenti stradali che vedono coinvolta l’intera popolazione italiana e questo significa una sola cosa: direttamente o indirettamente il lavoro è il fattore scatenante.

La colpa può essere attribuita solo in minima parte alle infrastrutture viarie, poiché le strade che si percorrono per motivi lavorativi sono le stesse che si percorrono per altri motivi, e questo dato potrebbe dunque spiegare solo il 25% di morti in più dell’intera popolazione rispetto alla media europea.

Le responsabilità, piuttosto, sono probabilmente da ricercarsi in un modello organizzativo sociale che vede l’Italia al sesto posto nel mondo per numero di veicoli ogni 1000 abitanti (per la precisione 566, seconda in Europa solo al Lussemburgo che infatti è l’unico che se la passa peggio di noi in quanto ad incidenza degli infortuni stradali sul lavoro).

Questo evidenzia una tendenza tipicamente nazionale agli spostamenti individuali (che si traduce in un elevato numero di veicoli circolanti contemporaneamente), abnormemente accentuata da un modello evidentemente carente di organizzazione lavorativa e logistico che privilegia il mezzo di trasporto aziendale al mezzo pubblico (inesistente o quasi) come strumento di produzione.

Tutto questo è confortato dal rapporto ISTAT sugli incidenti stradali del 2006 che mostra come la concentrazione più elevata di morti si ha nella fascia oraria 8:00-19:00, ovvero in pieno orario lavorativo, per i più.

Dunque se esiste un dato reale che ci vede assoluta maglia nera in Europa e sul quale le prèfiche della sicurezza sul lavoro possono sfogare la loro naturale tendenza al compatimento, è quello degli incidenti stradali in occasione di lavoro. Se a questo aggiungessimo anche il dato degli infortuni in itinere avremmo di che riflettere.

La responsabilità giuridica delle aziende riguardo questo fenomeno è limitata fino ad un certo punto, anche se bisogna ricordare che rientra tra le misure generali di tutela di cui all’art.15 del D.Lgs. n. 81/2008 l’istituzione di un modello di prevenzione integrato, tra l’altro, con l’organizzazione del lavoro. Ma non si può essere così miopi da limitarsi a questa facile colpevolizzazione (che pure c’è).

Se lo Stato ritenesse di essere senza peccato, scagliasse pure la prima pietra e prendesse i dovuti provvedimenti, ma questo sarebbe un atteggiamento farisaico bello e buono, visto che esso stesso non propone, né tantomeno mette a disposizione, alternative.

La responsabilità dunque è di tutti, cioè di nessuno. Ovviamente non si tratta di cercare qualcuno a cui dare la colpa, ma questo spiega perché vi sia la più totale inerzia sull’argomento.

Ecco perché si sente parlare di infortuni nei cantieri (dove la media italiana è inferiore a quella europea) e mai di morti sul lavoro in incidenti stradali benché sia la strada il “luogo di lavoro” in cui si muore di più.

Colpirne 1 sarebbe più che sufficiente per educarne 100

Il tragico evento che ha comportato la morte di tre lavoratori nella raffineria della Saras S.p.A.  a Sarroch, ha nuovamente posto alla ribalta dell’opinione pubblica il problema degli infortuni sul lavoro grazie all’attenzione mediatica che episodi come questo suscitano.

In realtà, purtroppo, nulla di nuovo: in Italia si continua a morire e a subire infortuni di varia gravità con precisione statistica degna di un metronomo, che la televisione o i giornali ne parlino o meno, ma eventi come questi costituiscono un’occasione ghiotta per i giocolieri della retorica per esibirsi nei loro numeri, per quanto triti essi siano.

Tra le varie affermazioni che si sentono fare in simili occasioni, due sono quelle più ricorrenti:

  1. L’italia è il paese col maggior numero di morti sul lavoro in Europa;
  2. E’ necessario aumentare il numero di controlli.

Si tratta di due affermazioni impegnative che vale la pena analizzare singolarmente perchè, se dimostrassimo la veridicità della prima, certamente si dovrebbe dichiarare uno stato di emergenza necessitante di soluzioni drastiche e straordinarie, la prima delle quali non potrebbe che essere la repressione, ovvero il numero di controlli.

Prendiamo perciò come riferimento i dati Eurostat relativi agli infortuni sul lavoro, evitando però di riferirci ai valori assoluti (che non tengono conto della dimensione delle popolazioni lavorative nei vari paesi), ma considerando i “tassi di incidenza standardizzati”, ovvero il numero di infortuni ogni 100.000 lavoratori riferiti all’ultimo trienni di cui siano disponibili i dati definitivi.

Limitandoci alla sola Europa a 15 che contiene i paesi più simili al nostro, possiamo verificare immediatamente i seguenti dati, riferiti al triennio 2003-2005 (l’ultimo che riporti i dati definitivi per l’Europa):

  • Infortuni mortali, esclusi quelli stradali e a bordo di ogni altro mezzo di trasporto nel corso del lavoro [tasso per 100.000 lavoratori]:
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Come si può vedere l’Italia è sostanzialmente vicina alla media europea discostandosi del 13% rispetto ad essa, in un quadro europeo ben lontano dal definire una situazione nazionale di emergenza (considerando l’intera area euro, lo scostamento è del 4%).

Andando ad analizzare i dati riferiti agli infortuni nel loro complesso, il dato è ancora più rilevante:

  • Infortuni in complesso che abbiano comportato un’assenza dal lavoro superiore a 4 gg esclusi gli infortuni in itinere [tasso per 100.000 lavoratori]:

 

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L’Italia risulta essere al di sotto della media europea (-6%) davanti a paesi come la Germania, la Spagna e la Francia.

Pertanto la prima affermazione, quella che vedrebbe l’Italia maglia nera nel fenomeno delle morti bianche, si rivela essere un luogo comune non veritiero. Ovviamente un simile riscontro non ha la funzione di sminuire un problema, quanto di porlo nella sua giusta dimensione al fine di delineare le strategie più corrette per fronteggiarlo. Se infatti l’analisi di un fenomeno è errata, le soluzioni che si proporranno, saranno inadeguate.

Veniamo così alla seconda affermazione, quella che invoca un maggior numero di controlli e che si scontra con un’altra presunta realtà: il numero di ispettori è insufficiente rispetto al numero di aziende da controllare (si parla della probabilità di un’azienda di ricevere un’ispezione ogni 30 anni). Vale la pena allora verificare la consistenza di questa affermazione, con la seguente tabella che riporta la distribuzione delle aziende per numero di infortuni nel settore industria e servizi:

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Come si può facilmente constatare, su 3.745.224 aziende, il 92,4% non ha subito nel 2006 nemmeno un infortunio, mentre il 65,88% degli infortuni si sono concentrati in 40434 aziende, ovvero quelle che hanno subito in un anno più di tre infortuni.

Quest’ultimo non è un numero impossibile da sottoporre a controlli: un esercito di 2000 ispettori dovrebbe limitarsi a 20 ispezioni in un anno e, elevando questo numero a 40, si potrebbero controllare tutte le aziende che hanno denunciato un numero di infortuni superiore a 2, coprendo così il 75,87% di quelle situazioni probabilmente endemiche (2 o 3 infortuni in un anno non sono un caso, ma sono il frutto di una serie scientifica di mancato rispetto delle norme).

Il problema perciò non è quello di aumentare il numero di controlli, ma di far sì che vengano eseguiti in modo mirato, puntando finalmente alla reale prevenzione del fenomeno.

Gli amici della sicurezza

Alzi la mano chi non ha un amico sfigato a cui non si può fare a meno di volere bene. Ma sì, mi riferisco a quegli amici che non azzeccano mai l’espressione giusta con le ragazze e magari non sono nemmeno necessariamente bruttini… Insomma quelli che vengono genericamente definiti “dei tipi”.

Ecco, professionalmente parlando, io ho questo stesso rapporto con il D.Lgs. n. 81/2008. Non è che sia un brutto decreto, è “un tipo” di decreto. Poveraccio è nato sfigatello, in tutta fretta, pieno di buone intenzioni, ma spesso incapace di azzeccare la modalità giusta per risolvere i problemi della sicurezza sul lavoro.

Non riesco a vederlo brutto, anzi, contrariamente a quello che molti pensano di lui, penso che abbia rappresentato un notevole passo avanti nel modo di gestire la sicurezza nei luoghi di lavoro, ma non si può negare quanto sia imbranato.

Non che la compagnia di cui si circonda gli dia un gran mano, eh! Prendi per esempio la comunicazione del nominativo del RLS all’INAIL. Lui ce l’aveva messa tutta nel dire quello che bisognava fare, poi tra proroghe, rinvii, note circolari e comunicazioni dell’ultimo momento dell’INAIL e del Ministero del lavoro, alla fine si è scatenato il panico generale. E chi ne ha pagato le conseguenze? Lui, tutti a prendersela con lui. È proprio sfigato…

Adesso pare che un po’ di persone abbiano preso a cuore il suo caso e vogliano dargli una mano, non limitandosi a correggere la cronica incertezza di cui è affetto, ma addirittura cercando di dargli un aspetto che lo faccia apparire meno sfigato.

In effetti questo lavoro di restyle è iniziato quasi un anno fa (ma trattandosi di un caso disperato ci vuole il suo tempo), ma pare che comunque entro il 16 agosto di quest’anno, l’opera sarà compiuta ed avremo l’atteso decreto correttivo.

Chi segue affascinato le vicende del decreto non avrà potuto fare a meno di notare le varie evoluzioni che il correttivo ha subito, partendo dagli emendamenti proposti dai tavoli tecnici fino ad arrivare al consueto rush finale dell’iter parlamentare. Non vedo l’ora di vederlo col suo nuovo look…

Negli ultimi mesi, come spesso succede con le norme in Italia, pare che tutti si stiano interessando al suo caso, tutti vogliono aggiungere pezzi, togliere difetti, limare qui e là e tutti col preciso intento dichiarato di volerlo aiutare a raggiungere l’obiettivo prefissato di migliorare le condizioni di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.

Il problema è che, come avviene anche nel mondo del calcio, ognuno ha una propria idea ed una propria strategia del modo con cui raggiungere questo obiettivo: sindacati, associazioni, aziende, organi di vigilanza, professionisti del settore… E, com’è tristemente noto, troppi cuochi rovinano la minestra, per cui, nel tentativo di portare a tavola qualcosa, si  perde di vista lo scopo iniziale per conseguire un altro obiettivo: accontentare tutti.

Ecco come si diventa sfigati…