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Nuovo decreto spazi confinati: viaggio nell’iperuranio

Se il buon giorno si vede dal mattino, si prospetta un diluvio.

Fresco come un ovetto di giornata, croccante come il pane appena sfornato, il nuovo DPR n. 177/2011 merita certamente alcuni commenti, non fosse altro per l’importanza dell’argomento trattato: la sicurezza negli spazi confinati.

Commenti che farei partire dal titolo del decreto: “Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinanti, a norma dell’articolo 6, comma 8, lettera g), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81”.

D’accordo che la rubrica di una legge non è legge, ma essa però può servire a spiegare il contenuto della norma. Ed allora la domanda è: perché la scelta del termine confinanti?

Possiamo con certezza escludere che si tratti di un errore di ortografia (alcuni pensano volesse scrivere confinati). Solo una persona in malafede potrebbe pensare che il legislatore scriva le leggi senza leggerle. Se ciò fosse vero, si chiamerebbero semplicemente scrivi, non leggi. E lui sarebbe uno scrivatore, non un legislatore. Gli antichi dicevano nomen omen…

Dunque ci deve essere qualche recondita motivazione, non immediatamente comprensibile ai nostri occhi.

L’ipotesi più accreditata, ma se volete anche la più semplice e quella di immediata interpretazione, è che il regolamento si applichi anche agli ambienti adiacenti a quelli sospetti di inquinamento (confinanti, per l’appunto). Come dire: definita una zona a rischio di inquinamento, si allarga il suo perimetro comprendendone all’interno gli ambienti confinanti per ottenere, diciamo, una zona di rispetto.

Io, tuttavia, ho un’ipotesi che meglio si attaglia alle caratteristiche del nostro legislatore comprendendone il fine ultimo, se volete la sua escatologia.

Platone definiva l’iperuranio come lo spazio confinante al nostro cielo, ma esterno ad esso, in cui risiedono le idee. Ecco, probabilmente il nostro legislatore intende qualificare le imprese o i lavoratori autonomi destinati ad operare nello spazio confinante, o meglio, nell’iperuranio. Forse per trovare suoi degni successori…

Chiarito dunque l’ambito in cui ci muoviamo, passiamo al campo di applicazione del decreto (scaricate l’allegato per meglio seguire), definito dai commi 2 e 3 dell’articolo 1.

Vedremo come quella di una visione iperuranica dell’universo da parte del legislatore sia certamente l’ipotesi più probabile.

Dal comma 2 si evincono quali siano gli ambienti nei quali si debbono svolgere le lavorazioni oggetto di qualificazione da parte del decreto, ovvero il campo di applicazione:

ambienti sospetti di inquinamento di cui agli articoli 66 e 121 del D.Lgs. n. 81/2008, e ambienti confinati di cui all’allegato IV, punto 3

Come si vede, il decreto non si applica solo agli spazi confinati (o confinanti che dir si voglia), ma il suo campo di applicazione è ancorato alle definizioni di alcuni ambienti definiti nel D.Lgs. n. 81/2008 e precisamente:

–       art. 66: pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie e in generale in ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri

–       art. 121: pozzi, fogne, cunicoli, camini e fosse in genere, con possibile presenza di gas o vapori tossici, asfissianti, infiammabili o esplosivi

–       Allegato IV, punto 3: tubazioni, canalizzazioni e recipienti, quali vasche, serbatoi e simili

Questi e non altri.

Che sia all’art. 66 che all’art. 121 la definizione dell’ambiente non possa prescindere dal rischio derivante dalla presenza di gas all’interno di tali ambienti è evidente anche dal fatto che il legislatore iperuranico li definisce ambienti sospetti di inquinamento. Dunque per capire se si rientra nel campo di applicazione della norma, non basta che l’ambiente rientri tra quelli citati nei due articoli, ma essi devono presentare rischi derivanti dal rilascio di gas.

Pertanto, tanto per capirci, sono esclusi da questa definizione ambienti, pur ricadenti nell’elenco di cui agli artt. 66 e 121, in cui i rischi derivano da polveri, sia sotto il profilo tossicologico o di formazione di ATEX, ma anche quegli ambienti nei quali i rischi siano di altra natura, per esempio meccanici, elettrici, ecc.

Dunque, un’impresa destinata ad operare in uno scavo in cui si possa escludere la presenza di gas non necessiterà di alcuna specifica qualificazione, né si applicheranno le misure previste dal DPR 177/2011, anche se saranno presenti altri rischi tipici degli spazi confinati, per esempio il seppellimento.

Il successivo comma 3 del decreto è ancora più sconcertante e conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la concezione metafisica della sicurezza secondo il nostro legislatore.

In esso infatti si circoscrive l’attività di verifica tecnico professionale da parte del committente ai soli casi in cui si ricada nel campo di applicazione dell’art. 26 del D.Lgs. n. 81/2008, ovvero ai lavori in appalto, prestazione d’opera o somministrazione nei quali il committente sia un datore di lavoro.

In due parole, se un privato cittadino dovesse aver bisogno di eseguire un’attività di manutenzione nella propria piscina (spazio confinato ai sensi dell’allegato IV, punto 3), non sarebbe tenuto ad eseguire alcuna specifica attività di verifica della qualificazione dell’impresa ad eseguire lavori del genere.

Evidentemente non sono abbastanza qualificato ad operare nello spazio confinante ed iperuranico, ma francamente fatico a comprendere questa distinzione, dato che il rischio è sostanzialmente legato all’ambiente in cui si svolgono le lavorazioni, non solo alla circostanza che esse siano o meno appaltate da un datore di lavoro o da un privato cittadino…

L’articolo 2 del DPR n. 177/2011, ci riporta alla realtà ed in esso sono contenute senz’altro norme apprezzabili, anche perché con esse si superano gli attuali limiti dell’art. 26 relativamente alle modalità con cui eseguire la verifica dell’idoneità tecnico-professionale di un’impresa, fornendo alcune indicazioni che certamente vanno nella direzione di una vera e propria qualificazione delle imprese.

Tra le norme apprezzabili, vale la pena citare:

–       presenza di personale, in percentuale non inferiore al 30% della forza lavoro, con esperienza almeno triennale relativa a lavori in ambienti sospetti di inquinamento o confinati. Tale esperienza deve essere necessariamente in possesso dei lavoratori che svolgono le funzioni di preposto

–       informazione e formazione e addestramento di tutto il personale, ivi compreso il datore di lavoro ove impiegato per attività lavorative in ambienti sospetti di inquinamento o confinati

–       DPI, strumentazione e attrezzature di lavoro idonei e  di addestramento al loro uso

–       DURC e integrale applicazione della parte economica e normativa della contrattazione collettiva di settore

–       Subappalti specificatamente autorizzati dal committente (anche se questo è già previsto nel codice civile, non fa male ribadirlo)

Qualche piccolo dubbio lo sollevo sul concetto di 30% della forza lavoro con esperienza triennale nel settore degli spazi confinati… Se da un lato è bene puntare finalmente sul concetto di esperienza e di curriculum, dall’altro mi chiedo: ma perché, fatti 100 i lavoratori di un’azienda, ben 30 debbano essere esperti di spazi confinati, anche se magari le attività della stessa prevedono che solo 3 di loro lavorino in spazi confinati? Forse per forza lavoro intendeva solo la squadra di lavoratori assegnata al singolo appalto?

Se il decreto si fosse limitato a fare quello che si era prefissato di fare (definire le modalità di qualificazione), a questo punto avremmo potuto dire che tutto è bene anche se inizia male.

Ma l’ultravitaminizzato legislatore, galvanizzato dall’aver scritto qualcosa di utile, ha forse ritenuto che un decreto di soli 2 articoli non bastasse e, poiché il dominio dei numeri interi positivi è superiormente illimitato, ha deciso di scrivere anche l’articolo 3 e Dio solo sa dove sarebbe potuto arrivare.

Se l’articolo 2, contiene norme apprezzabili scritte durante una visita illuminata oltre la volta celeste di platonica concezione, l’articolo 3 è evidentemente frutto di una peperonata ingerita la sera poco prima di andare a dormire che deve aver turbato il sogno del legislatore.

In esso infatti, al comma 1, si prevede che prima dell’accesso ai luoghi definiti nel campo di applicazione, debba essere eseguita apposita attività di informazione. Fin qui nulla di strano, se non fosse che è previsto che tale attività non duri meno di un giorno!

Ancora una volta ammetto la mia mancata idoneità ad operare nell’iperuranio, ma non capisco nemmeno lontanamente cosa si intenda raggiungere con questa indicazione.

Sostanzialmente il nostro ha ritenuto che, indipendentemente dai rischi che possano esservi concretamente, si necessiti di almeno un giorno (ed oso sperare che si riferisse ad una giornata lavorativa di 8 ore, non ad un giorno solare di 24 h).

E se l’attività fosse ripetitiva, per cui si debba tutti i giorni entrare in quel medesimo spazio confinato, con quei medesimi rischi, tutte le volte si dovrà ripetere l’informazione dei lavoratori per almeno una giornata? A mio avviso, oltre che a raddoppiarsi inutilmente il numero di giorni di lavoro (giacchè anche per un intervento di un giorno o meno è richiesto almeno un ulteriore giorno di formazione), si arriverà all’alienazione dei lavoratori che si sentiranno ripetere, a giorni alterni, sempre le stesse cose.

E poi siamo davvero sicuri che un giorno sia il tempo minimo necessario per trasferire ai lavoratori le conoscenze necessarie? Quali studi, ricerche, analisi, indagini di mercato avranno spinto il nostro legislatore ad usare il “giorno” come unità di misura non frazionabile dell’informazione negli spazi confinati?

E che la peperonata fosse particolarmente pesante è anche dimostrato dall’obbligo del successivo comma 2 di individuare un rappresentante del committente in possesso della formazione, informazione ed addestramento  di cui all’articolo 2, comma 1, lett. c) e f).

Peccato che la citata lett. c) non parli assolutamente di formazione, informazione e addestramento….

Devo ammettere che a questo punto la mia convinzione che il legislatore fosse in viaggio nell’iperuranio quando ha scritto questa norma ha traballato. Ammetto di aver dubitato.

Poi ho ripensato agli ultimi capolavori normativi di cui ci ha omaggiato e ora non vacillo più.

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La banalità dietro gli infortuni

Regole autogene: quando l’esperienza ci dice cosa fare

Quasi tutte le azioni che compiamo ogni giorno derivano dall’applicazione di regole o sono dettate dall’esperienza.

In genere le regole che ci costruiamo, se non derivano da assiomi o dogmi, sono anch’esse generate dall’esperienza. Per esempio, se in passato il vostro corpo si è trasformato nella cattedrale giubilare della dissenteria dopo una pantagruelica abbuffata di fichi rossi e succosi, probabilmente dentro di voi sarà possibile trovare traccia della generica regola che afferma che è opportuno fermarsi dopo aver ingerito solo un chilo di fichi.

Ovviamente anche esperienze positive possono generare regole, anzi, generalmente, tendiamo a ripetere con estrema facilità le esperienze che hanno avuto un felice esito.

Chiamerò queste regole, generate da esperienze vissute, siano esse positive che negative,“autogene”.

Prima banalità: noi impariamo dall’esperienza e sulla base di questa costruiamo delle regole (autogene) che perfezioniamo con l’esperienza stessa. Le regole autogene sono molto forti, nonostante nessuno ce le imponga. Questo non significa che siano buone: posso aver generato anche una cattiva regola dall’esperienza, ma ancora essa non ha fallito.

Regole esogene: quando gli altri ci dicono cosa fare

Non tutte le regole che osserviamo sono però dettate dall’esperienza. Una buona parte di esse arrivano dall’esterno e sono essenzialmente riservate ai casi in cui l’esperienza che si vivrebbe non applicando la regola, potrebbe essere estremamente negativa (per sé stessi o per gli altri).

Per esempio, ancora oggi io ho il sacro terrore di farmi il bagno subito dopo aver mangiato perché i miei genitori mi dicevano che era pericoloso. Seguire la regola mi ha insegnato che, aspettando un paio d’ore, non corro rischi ed, infatti, posso affermare con ragionevole certezza di non essere mai morto.

È altamente probabile che giungerò al termine della mia lunga esistenza (il mio obiettivo è di arrivare almeno fino al 2040, quando apriranno i dossier e potrò sapere chi ha ucciso JFK) senza aver mai avuto l’evidenza empirica della bontà del consiglio dei miei genitori (…ok, ho guardato su google e in effetti hanno ragione, ma quando ero piccolo pensavo che fosse un modo per costringermi a non stare sempre a mollo come una foca leopardo).

Attenzione: in questi casi la regola in realtà non genera un’esperienza, ma una non esperienza.

Sia chiaro: non è che l’esperienza sia sempre necessaria per decidere se compiere o meno un’azione… Non ho bisogno di andare a sfrittellarmi contro la macchina che mi precede per sapere quanto sia importante tenere una distanza di sicurezza. Tuttavia bisogna ammettere che quando non c’è l’esperienza, la scelta se seguire o meno una regola è meno tassativa (vedi l’esempio della distanza di sicurezza, che non mi risulta sia esattamente l’aspetto al quale gli automobilisti fanno più attenzione, nonostante le conseguenze che si rischiano di correre).

Queste regole che provengono dall’esterno e non dalla diretta esperienza, le chiamerò “esogene”.

Seconda banalità: le non esperienze non originano un bel nulla. Anzi, mentre rivolgiamo la massima attenzione al rispetto delle regole autogene, ci sentiamo liberi di discutere l’applicazione o meno delle regole esogene. Ne facciamo essenzialmente una questione di costi/benefici.

Regole endogene: quando decidiamo noi cosa fare

Le regole vigenti nei luoghi di lavoro sono esogene… il perché è presto detto: servono a tutelare le persone da gravi rischi per la loro incolumità e non ci può essere spazio per l’esperienza di un infortunio. Tutti le giudichiamo di buon senso e condivisibili (d’accordo, non tutte, ma la maggior parte sì) e magari siamo anche pronti ad ammettere che molte di queste le applicheremmo comunque, anche se non ci fosse la legge. Ma restano comunque esogene.

Partendo da queste, spesso ci costruiamo le “nostre” regole che in questo caso chiamerò “endogene” perché non sono autogene (in quanto non generate dall’esperienza), ma nemmeno esogene (pur essendo una derivazione di queste) perché le ho modificate in base al seguente ragionamento: sulla base della mia esperienza ritengo che lavorando così non mi farò male.

È il caso del lavoratore che non indossa i DPI perché sono scomodi e comunque non fondamentali o del datore di lavoro che non fa i controlli sull’impianto elettrico perchè è a norma.

Il fatto stesso che non succeda l’infortunio applicando la regola endogena ne conferma la bontà e più passa il tempo senza che l’infortunio accada, più le conferme aumentano.

Tuttavia, non tutti gli infortuni si verificano al primo colpo, per cui potrei essermi creato una regola che considero giusta fino a quando un evento, finora mai manifestatosi, non dimostra l’erroneità della regola.

Ma sulla base di quale esperienza abbiamo creato la regola endogena? Nessuna, perché non avevamo mai subito quell’infortunio nel momento in cui abbiamo creato la regola. In realtà abbiamo generato una regola sulla base di una non esperienza.

E guarda caso i rischi più gravi sono anche quelli meno percepibili. Sono quelli di cui le persone non hanno alcuna esperienza: atmosfere esplosive, elettricità, spazi confinati, agenti chimici, ecc. per i quali le nostre regole, costruite sulla base della non esperienza, valgono ben poco perché si tratta di fenomeni governati da leggi chimiche, fisiche o biologiche estremamente complesse, in cui solo la conoscenza può garantire la sicurezza.

Il problema è che noi siamo molto attenti nei confronti di ciò che pensiamo di conoscere, mentre non poniamo la stessa attenzione nei confronti di ciò che non conosciamo, anzi nel caso delle regole endogene, più passa il tempo, più ci convinciamo che esse sono corrette.

Terza banalità: l’infortunio non è voluto dalle persone che lo subiscono ed accade nonostante questo.

La truffa della percezione

L’ultimo aspetto di una banalità sorprendente è che noi approfondiamo fino alla nausea lo studio di ciò che conosciamo, ma al contempo diminuisce la nostra percezione di ciò che ci sfugge.

In pratica percepiamo la non esperienza come se fosse un’esperienza (se non mi è mai capitato vuol dire che va tutto bene), solo che, mentre quest’ultima ha dei contorni ben definiti, almeno in base a ciò che siamo stati capaci di percepire, la non esperienza non ha confini, non ha limiti.

Pretendiamo quindi di percepire l’infinito, un errore di valutazione che in alcuni casi può avere effetti catastrofici.

Quarta banalità: un infortunio, prima che accada, è una non esperienza.

Pubblicato in: stress lavoro-correlato, valutazione dei rischi

Stress lavoro-correlato: la Proroga

Ed alla fine, puntuale come un’influenza stagionale, col suo incedere millenaristico di provvedimento che tutto monda e rinvia, è arrivata Lei: la Proroga all’obbligo di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

C’è qualcosa di quasi mistico e demiurgico nella Proroga, la forza ordinatrice e plasmatrice del nostro universo giuridico, che trasforma e forma, ma non crea; che vivifica il D.Lgs. n. 81/2008 e lo rende anima delle norme in materia di sicurezza e salute dei lavoratori. Molto affascinante…

Si tratta della terza proroga nei confronti di questo specifico obbligo e proprio un anno fa, di questi tempi, era sufficiente che un lavoratore a mensa versasse accidentalmente del caffè e la macchia sul tovagliolo si trasformava in un test di Rorschach con conseguente immediato deferimento del lavoratore stesso all’U.S.P.A. (Unità Speciale di Psicologia Aziendale) per valutare il rischio da stress lavoro-correlato del soggetto.

Poi, col c.d. Decreto Correttivo, è arrivata la Proroga che ha rimandato tutto al 1° agosto 2010…

Ed ora eccoci qua, in attesa del prossimo 31 dicembre, pronti a festeggiare con il nuovo anno anche l’entrata in vigore della valutazione dello stress lavoro-correlato, sempre con la speranza che il solito Decreto milleproroghe di fine anno non ci guasti la festa.

Cosa io ne pensi di questa proroga, l’ho già espresso nel mio precedente post. Vorrei piuttosto cogliere l’occasione per dare qualche modesto suggerimento sul modo con cui riempire il tempo che ci separa dal 31 dicembre 2010.

Insomma il mio è un invito ad essere come la formica di Esopo, per non rischiare di ritrovarsi a fine anno nei panni della cicala. Ma senza esagerare: ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica morta di stress.

Ormai è chiaro a tutti: ciò che “perplime” di questa valutazione non è la sua necessità o la sua importanza, sulla quale credo si sia tutti convinti, quanto piuttosto il metodo, il “come”, il sentiero da percorrere per raggiungere il Nirvana della prevenzione.

Eh già, perché di alternative non solo ce ne sono tante, ma per giunta non conducono tutte al medesimo risultato ed i costi possono essere anche molto elevati a seconda del metodo che si decide di seguire. Quindi bisogna capire bene “cosa” si vuole ottenere prima ancora di decidere “come” fare per ottenerlo.

Sul punto io ho una mia personale opinione: se l’obiettivo è la prevenzione (lo dice la normativa, non me l’invento io) e se nella maggioranza delle aziende stiamo all’anno zero nei riguardi di questo specifico rischio, a mio avviso è più che sufficiente una semplice “valutazione”, lasciando l’onere di procedere a vere e proprie “misurazioni” solo nel caso in cui si debba ricercare un livello di dettaglio più accurato.

Per dirla in altri termini, il principio che afferma che una corretta valutazione è indispensabile per definire le corrette soluzioni, non viene messo in discussione. Ciò che invece è discutibile è l’affermazione che una corretta misurazione conduca a buone valutazioni e alla scelta delle misure di prevenzione più adatte.

C’è da aggiungere che, tralasciando gli errori che possono essere commessi nell’applicare metodiche complesse a fenomeni non fisici e, dunque, difficilmente misurabili (come dire che l’incertezza apportata dall’errore strumentale rischia di avere un’importanza rilevante sull’incertezza complessiva del risultato), molti di questi strumenti diagnostici forniscono un risultato attraverso l’inserimento del lavoratore (o dell’azienda) all’interno di una “scala di rischio”.

La tendenza, in questi casi, è quella di concentrare le proprie energie nel definire con assoluta certezza la posizione del lavoratore (o dell’azienda) all’interno di quella scala, piuttosto che cercare di analizzare come ci si possa essere finiti e sulle soluzioni da proporre.

Il “quanto” prevale sul “perché” e l’indagine si conclude con sterili constatazioni.

A mio avviso, l’assioma “se non è misurabile non esiste” deve essere radicalmente combattuto. Una misurazione è utile a confrontare risultati tra aziende simili, reparti tra loro confrontabili, verificare se vi siano stati oggettivi miglioramenti tra la situazione precedente e successiva all’intervento. Ma, ribadisco: siamo all’anno zero… è come campionare l’aria per misurare le concentrazioni di un agente chimico, senza che siano stati preventivamente installati dispositivi di captazione sui punti di emissione.

Lungi dall’affermare che il ricorso a metodologie approfondite di indagine sia inutile, ciò che si cerca di dire è che, a volte, si confonde il mezzo con il fine e che si ricorra a sofisticati strumenti che, al termine, non daranno altro risultato che l’ovvia evidenza che era già davanti agli occhi di tutti, dato che la presenza concreta di un rischio da stress lavoro-correlato all’interno di un’azienda è percepibile da chiunque lavori in quell’azienda quanto il rumore in una falegnameria.

È più probabile che, come profetizzano i Maya, ci sia la fine del mondo nel 2012, piuttosto che entro fine dicembre di quest’anno la Commissione consultiva permamente si degni di pubblicare le indicazioni per fare questa valutazione (al limite i due fenomeni coincideranno).

Pubblicato in: stress lavoro-correlato, valutazione dei rischi

Valutazione stress lavoro-correlato: conti alla rovescia

Pochi giorni ancora e dovrebbe entrare in vigore, il 1° di agosto, l’obbligo per tutte le aziende di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

Il condizionale, come ormai tutti sapranno, è dovuto alla presenza di un emendamento nel testo della manovra finanziaria correttiva che prevedrebbe il rinvio del succitato termine al 31 dicembre 2010 per tutte le aziende, pubbliche e private.

Che il Ministro dell’economia e delle finanze si preoccupi, all’interno di un provvedimento teso a risanare le casse dello Stato, di rinviare l’entrata in vigore di quest’obbligo (inizialmente previsto per solo per il settore pubblico e successivamente esteso anche al settore privato), la dice lunga sull’impatto che ci si attende che questa valutazione avrà sulle aziende in termini di costi.

Del resto non potrebbe essere altrimenti, se si considera che, stando ai dati della European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition, lo stress interesserebbe circa il 27% dei lavoratori italiani!

Eppure, di fronte ad un fenomeno così diffuso, ciò che stupisce non è tanto l’ulteriore proroga concessa all’obbligo di valutazione (che nulla toglie all’obbligo di tutela della salute psicofisica dei lavoratori, comunque cogente in virtù dell’art. 2087 c.c.), quanto il fatto che la Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008, a distanza di un anno dal momento in cui tale compito le fu assegnato, non abbia ancora elaborato le indicazioni necessarie alla valutazione di questo specifico rischio.

C’è da dire che, dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 (due anni), della lunga lista di compiti assegnati alla Commissione consultiva permanente, essa non ne ha ancora portato a termine nessuno, dunque in effetti mi stupirei se, dopo accurate indagine, si dimostrasse che tale Commissione fosse abitata da una qualche forma di vita.

Attualmente, peraltro, i lavori della Commissione sono stati sospesi a causa della divergenza di vedute tra i vari soggetti che la compongono (Governo, imprese, sindacati, Regioni) su quali debbano essere gli elementi da tenere in conto per procedere alla valutazione dei rischi.

Comunque sia, se il testo della manovra finanziaria correttiva passasse senza quell’emendamento,dal 1° agosto le aziende (tutte) dovranno procedere alla valutazione del rischio da stress, pur in assenza di un’indicazione ufficiale in merito.

Evidentemente una simile incertezza non fa bene a nessuno. Non alle aziende, le quali non avranno alcuna garanzia di aver correttamente provveduto all’adempimento richiesto, ma nemmeno ai lavoratori, i quali non avranno alcuna  certezza che la problematica in questione sia stata efficacemente presa in carico.

Ci si dimentica che la valutazione dovrebbe rivolgersi alla definizione dei rischi “residui”, ovvero quelli che permangono quando tutte le misure di prevenzione e protezione imposte dalla norma sono già state adottate, per il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.

Ma quali misure di prevenzione e protezione oggi la norma espressamente prevede a tutela dei lavoratori da questo rischio? Io ne vedo solo pochissime, perlopiù di origine ergonomica, le cui ricadute in termini di stress lavoro-correlato sono collaterali, in quanto la loro applicazione è riferita alla prevenzione di altri tipi di rischi. Non vedo alcuna norma strutturata che dia indicazioni chiare e strumenti oggettivi, non solo su come procedere ad una valutazione (comunque auspicate), ma su come prevenire questo rischio, indicazioni che tutte le aziende debbano adottare e che siano sufficienti a prevenire l’insorgenza di questo rischio sulla gran parte della popolazione lavorativa.

Non chiedo la luna. Questa non è altro che la strategia ha sempre seguito nei confronti di qualunque altro fattore di rischio, impostazione che ha l’indubbio vantaggio di riuscire a porre le aziende tutte sullo stesso piano, garantendo il raggiungimento di standard minimi di sicurezza che dovrebbero, a maggior ragione, essere imposti nei confronti di un rischio così difficile da valutare in maniera oggettiva.

Forse è il caso di ammettere che il legislatore l’ha buttata giù in maniera un po’ troppo semplicistica quando ha ribaltato sul datore di lavoro l’obbligo di valutare i rischi da stress secondo i contenuti dell’accordo europeo 8 ottobre 2004 (una buona carta di sani principi, lontana dal fornire strumenti oggettivi).

Ne è dimostrazione la divergenza di vedute creatasi all’interno della Commissione, ma anche l’eventualità stessa della procrastinazione* proposta con la manovra finanziaria correttiva, riprova degli interessi, anche economici, che girano dietro questi adempimenti e che dovrebbero imporre serie riflessioni. I cosiddetti “conti alla rovescia”.

Basti pensare a tutti i software, gli articoli, le metodologie, le professionalità che in questa incertezza si sono proposte sul mercato, tanto che, oltre a chiedersi quanti siano i lavoratori che soffrono e soffriranno di stress legato al lavoro, bisognerebbe domandarsi quanti siano quelli che godono e godranno di lavoro legato allo stress.

*Quarta legge della procrastinazione

La procrastinazione comporta l’eliminazione di qualsiasi interruzione, altri lavori compresi, per consentire al lavoratore, così ovviamente stressato, la massima concentrazione.

(Arthur Bloch – La legge di Murphy e altri motivi per cui le cose vanno a rovescio!)

Pubblicato in: appalti

Art. 26, D.Lgs. 81/2008: indicazioni pratiche per eseguire la verifica dell’idoneità tecnico-professionale

Di tutti i conigli normativi che il nostro legiprestigiatore ha estratto dal cilindro del D.Lgs. n. 106/2009, uno dei più batuffolosi ed interessanti è sicuramente quello dell’articolo 27, relativo alla qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, in cui si parla anche della cosiddetta “patente a punti” per le imprese.

L’idea di assegnare alle imprese un carnet di punti da detrarre in caso di violazioni della normativa infortunistica non è malaccio, tutt’altro, e se ha funzionato per l’indisciplinato automobilista, perché non dovrebbe funzionare anche per le imprese?

In verità, l’idea è, per l’appunto, solo un’idea… Infatti, perché essa possa trasformarsi in tangibile realtà, è necessario che la Commissione consultiva permanente di cui all’articolo 6 del Testo unico, definisca i criteri di qualificazione, cosa che, per la verità doveva già essere fatta entro il 16 maggio 2009.

Ad ogni modo, le modalità che saranno indicate nel futuro decreto che disciplinerà questi sistemi di qualificazione sono le stesse che, in caso di lavori in appalto, il datore di lavoro deve impiegare per verificare l’idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi, ai sensi dell’articolo 26 del D.Lgs. n. 81/2008.

In effetti, avrei dovuto scrivere “dovrebbe” impiegare, dato che il comma 1, lett. a) dell’art. 26 prevede che, in attesa del futuro (prossimo o remoto) decreto, il datore di lavoro committente dovrà limitarsi a richiedere:

–      Certificato di iscrizione alla Camera di commercio

–      Autocertificazione di possesso dei requisiti di idoneità tecnico professionale

La sola ipotesi che, in caso di infortunio, il magistrato possa accontentarsi della richiesta di questi due documenti per non attribuire un’eventuale culpa in eligendo al committente è semplicemente risibile: già in passato la giurisprudenza ha avuto modo di affermare come questa verifica debba essere sostanziale, non meramente formale.

E qui di sostanziale c’è solo la carta su cui essi vengono stampati, dato che nessuno dei due documenti richiesti è in grado di dare altra informazione che vada oltre la semplice constatazione che l’impresa è abilitata ad “operare” (teniamo anche presente che l’iscrizione alla CCIAA, fatta eccezione per autoriparatori, impiantisti, imprese di disinfestazione e facchinaggio, è ottenibile sostanzialmente con un’autocertificazione), ma nulla sappiamo sulla sua capacità di “saper operare” e, soprattutto, di “saper operare in sicurezza“, fine ultimo della verifica  dell’idoneità tecnico-professionale. Per questo bisogna fidarsi della sua autocertificazione

Vediamo allora come integrare questi documenti con ulteriori richieste che possano essere utili al datore di lavoro committente per fare una buona verifica dell’idoneità tecnico professionale delle imprese appaltatrici:

–      Documento unico di regolarità contributiva: questo documento garantisce che l’impresa abbia pagato i contributi, sollevando così il committente dalla responsabilità solidale, vigente anch’essa, riguardo al mancato pagamento delle retribuzioni e dei contributi previdenziali ed assicurativi. Avendo il DURC una durata di tre mesi, alla sua scadenza, esso dovrà essere nuovamente richiesto all’impresa;

–      Dichiarazione dell’organico medio-annuo ed organigramma dell’impresa: questo documento ha la finalità di verificare l’effettiva forza lavoro dell’impresa appaltatrice e le sue capacità organizzative, comprendenti per esempio, la presenza di preposti e/o dirigenti in grado di vigilare sulla sicurezza dei lavori affidati all’impresa, aspetto che benché non espressamente richiesto dall’articolo 26, è senz’altro un punto di qualificazione importante;

–      Nominativi delle figure della sicurezza e copie degli attestati di avvenuta formazione: la richiesta ha lo scopo di verificare se l’azienda ha effettivamente adempiuto ai requisiti di base della normativa in materia di sicurezza. I soggetti di cui sopra saranno, perlomeno: responsabile del servizio di prevenzione e protezione (in tutti i casi), medico competente (ove previsto), rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (qualora eletto o designato dai lavoratori), addetti alla gestione delle emergenze destinati allo specifico appalto (i quali dovranno essere in numero sufficiente), dirigenti e preposti (in funzione dell’effettiva dimensione dell’impresa). La conoscenza di tali nominativi sarà in ogni caso utile nella successiva fase di redazione del DUVRI;

–      Curriculum dell’impresa che riporti in evidenza lavori della stessa specie di quelli richiesti nell’appalto specifico, eseguiti negli ultimi tre anni: la richiesta ha lo scopo di evidenziare l’esperienza dell’impresa. Nel documento dovranno essere contenuti, oltre alla descrizione del lavoro effettivamente svolto, anche i nominativi dei committenti per i quali l’impresa ha operato o opera;

–      Relazione degli infortuni e delle malattie professionali dichiarate negli ultimi tre anni: è questo un dato molto rilevante poiché caratterizza fortemente la tendenza infortunistica dell’impresa;

–      Possesso di una certificazione OHSAS 18001: in verità sono molto poche le imprese a possedere una certificazione simile, peraltro facoltativa, ma può essere richiesto in alternativa la dichiarazione del possesso di un modello di organizzazione e di gestione di cui all’articolo 30 del D.Lgs. n. 81/2008, esimente dalla responsabilità amministrativa delle imprese;

–      Copia degli attestati di formazione dei lavoratori ed elenco dei dispositivi di protezione individualiad essi consegnati: anche in questo caso si tratta di verificare il rispetto degli adempimenti di base previsti dalla norma. La data dell’ultima formazione che i lavoratori hanno ricevuta è fortemente indicativa dell’attenzione che l’impresa ha nei confronti degli aspetti culturali della sicurezza.

–      Elenco delle macchine ed attrezzature che l’impresa intende impiegare per lo svolgimento del lavoro, dichiarazione se esse sono di proprietà o meno dell’impresa e presenza o meno del marchio CE: simile elenco è anch’esso indice della professionalità dell’impresa e della sua capacità di saper prevedere con quali modalità svolgere il lavoro che le sarà assegnato. Inoltre, in alcuni casi, il possesso di alcune macchine o attrezzature, che sono state in passato oggetto di importanti investimenti per l’impresa, potrebbe servire a giustificare il costo più o meno basso dell’offerta economica presentata, dato che se esso è già stato ammortizzato, l’impresa sarà in grado di fare offerte più basse rispetto alla concorrente che dovrà provvedere al suo noleggio.

–      l’aver ottenuto la riduzione del premio infortunistico INAIL nel primo biennio di attività o, in alternativa, dopo il primo biennio ai sensi degli artt. 20 e 24 – Modalità di Applicazione della Tariffa dei premi INAIL – approvata con D.M. 12 dicembre 2000 (per le aziende soggette al DPR 602/1970, tale riduzione può essere applicata solo per i dipendenti)

–      non aver subito provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale previsti dall’art. 14 del D.lgs.81/2008 (per utilizzo di manodopera non regolare o per gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro)

Inserisco anche un modello per la richiesta di questi documenti: Modello di verifica dell’idoneità tecnico professionale.pdf

Se qualcuno vuole aggiungere altre idee, la cosa sarebbe senz’altro gradita e questo post potrebbe diventare un utile work in progress sull’argomento, in attesa che le istituzioni facciano il loro dovere.

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D.Lgs. 81/2008, art. 37, comma 12: l’obbligo di collaborazione con gli organismi paritetici

L’articolo 51 del D.Lgs. n. 81/2008, così come modificato dal D.Lgs. n. 106/2009, ha assegnato nuove capacità agli organismi paritetici, in particolare, oltre quella di promuovere attività di formazione, anche la possibilità di svolgere in prima persona tale compito.

Vale la pena precisare come, tuttavia, questa facoltà non debba essere intesa come ruolo privilegiato o addirittura riservato, non avendo il legislatore in alcun modo conferito a tali soggetti l’esclusiva sullo svolgimento di tale attività.

Ciò che invece appare imprescindibile, ancorchè non sanzionato, è l’obbligo del datore di lavoro di fare avvenire la formazione in “collaborazione con gli organismi paritetici” (art. 37, comma 12).

Ma cosa deve intendersi col termine di “collaborazione“?

Chiarito che lo svolgimento dell’attività formativa non è una prerogativa dell’organismo paritetico, la richiesta e l’offerta di collaborazione non può che intendersi come l’aiuto o il sostegno che l’organismo paritetico deve dare alle imprese per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo, cioè al conseguimento di una formazione sufficiente ed adeguata.

Il legislatore non fornisce indicazioni circa le modalità con la quale tale collaborazione debba essere erogata, ma è evidente che, essendo l’impresa, nella figura del datore di lavoro, il soggetto obbligato, nonché penalmente responsabile dell’obbligo formativo, essa continui a mantenere un ruolo assolutamente centrale nella scelta delle modalità e delle condizioni alle quali la formazione dovrà essere erogata, non potendo l’azienda limitarsi ad eseguire tale attività in maniera burocratica, essendo ancorata ad un obbligo di risultato, ovvero quello di garantire ai propri lavoratori una formazione sufficiente e adeguata.

L’organismo paritetico, dal canto suo, non ha alcun obbligo di risultato né tantomeno risponde direttamente del proprio operato, essendo il datore di lavoro il destinatario dell’obbligo.

Sarebbe perciò alquanto bizzarro che il datore di lavoro possa essere costretto a piegare le proprie scelte in funzione delle indicazioni o, peggio, delle “imposizioni” impartite dall’organismo paritetico al fine di ottenere la sua collaborazione, rimanendo poi egli comunque l’unico responsabile.

Questo è tanto più vero quando l’organismo paritetico impone, al fine di garantire la propria collaborazione, l’esecuzione di corsi secondo proprie modalità, programmi, orari o docenti, elementi che non forniscono a priori una certezza di risultato, specie se a fronte di corsi di formazione correttamente progettati e proposti dal RSPP, ovvero la figura alla quale la norma assegna tale compito.

Tutto questo senza considerare il fatto che, frequentemente, la sollecitudine con la quale gli organismi paritetici rispondono alle richieste delle aziende non coincide con le tempistiche e le necessità delle stesse, le quali devono procedere a garantire il diritto alla formazione nel minor tempo possibile per adempiere al dettato legislativo e garantire la sicurezza dei propri lavoratori.

In caso di infortunio il datore di lavoro non potrà giustificarsi affermando di non aver potuto procedere alla formazione perché, pur avendo richiesto la collaborazione degli organismi paritetici, non avrebbe ottenuto da essi alcuna risposta in merito…

Un ulteriore punto sul quale vale la pena soffermarsi è il duplice ruolo assegnato dal legislatore agli organismi paritetici: da un lato quello di soggetti ai quali le aziende devono richiedere la “collaborazione” per poter procedere alla formazione, dall’altro quello di “erogatori diretti di formazione”.

Se effettivamente l’organismo paritetico avesse la possibilità di porre un veto sull’attività formativa proposta dal datore di lavoro, essendo egli stesso fornitore di questo servizio, ciò richiederebbe un intervento immediato del Garante dell’antitrust per abuso della propria posizione dominante sul mercato.

Pertanto, a fronte di una richiesta di collaborazione da parte delle aziende, il ruolo dell’organismo paritetico dovrebbe essere principalmente propositivo, ovvero, partendo dalla proposta dell’azienda, analizzarne la congruità e la conformità alle richieste della norma (praticamente silente in merito allo stato attuale) e soprattutto al fabbisogno formativo dei lavoratori di quell’azienda, proponendo eventuali supporti o strumenti ulteriori in merito, ma senza alcuna velleità di volerne autenticare la validità.

Il datore di lavoro, dal canto suo, valuterà le proposte e deciderà se metterle in pratica o meno, ma senza per questo inficiare in alcun modo la validità o meno dell’avvenuta collaborazione, la quale da sempre, nelle faccende umane, prescinde dal seguire i consigli che vengono dati, in particolare quando il soggetto che se ne assume le responsabilità è solo la persona costretta a  chiedere aiuto.

Credits
Le presenti riflessioni e la voglia di esprimerle sono il frutto del Seminario sulla sicurezza tenutosi ad Aquileia il 20 dicembre scorso, organizzato dal vulcanico Ing. Ugo Fonzar. 
Tra i partecipanti di quella giornata, davvero “partecipanti”, un sincero ringraziamento lo devo alla Dr.ssa Amabile Turcatel del Centro Edile per la Formazione e la Sicurezza. della quale non posso che ammirare e stimare l’impegno con cui conduce la propria attività.
Pubblicato in: incidenti

Consigli per un Natale sicuro

Se le ultime sterili polemiche politiche sul presepe vi sono scivolate addosso come acqua sulle piume di un papero e se siete riusciti ad evitare di essere precettati per l’annuale maratona tra i mercatini di Natale con la scusa del potenziale rischio di beccare un untore del virus AH1N1, la Commissione europea vi fornisce un ulteriore motivo per rifugiarvi cautelativamente su qualche isolotto sperduto del Pacifico in attesa che anche questo Natale passi, rinviando il problema all’anno successivo.

Infatti, da uno studio effettuato tra novembre 2007 e maggio 2009 dalla Commissione europea e le autorità di Ungheria, Germania, Slovacchia, Slovenia e Paesi Bassi su 196 ghirlande luminose, sono stati evidenziati gravi problemi di non conformità, con particolare riguardo alla sicurezza.

In particolare:

1.  il 25% delle ghirlande luminose non ha superato le prove di sicurezza per gli ancoraggi dei cavi. Ancoraggi inadeguati possono provocare un distacco dei cavi elettrici con alti rischi di scosse elettriche.

2.  il 23% delle ghirlande luminose non soddisfa il requisito della superficie della sezione trasversale. Ciò significa che il cavo è troppo sottile per le correnti elettriche che è destinato a sopportare, con conseguente aumento del rischio di surriscaldamento e di incendio.

3.  Il 28% non ha superato le prove di sicurezza riguardanti i cavi. Ciò significa che l’isolamento e le caratteristiche costruttive della ghirlanda sono tali da presentare rischi di scosse.

Praticamente una ghirlanda luminosa su 4 rischia di incendiarvi casa o di farvi provare l’ebbrezza del passaggio di una corrente di tensione a 220 V attraverso il vostro corpo.

Anche se tale analisi non comprendeva l’Italia tra le nazioni interessate, vale la pena ricordare che le merci in Europa circolano liberamente tra i paesi membri.

Proprio il Natale scorso mia madre voleva che riparassi una di queste catene luminose intermittenti per gli alberi di Natale alla quale si era staccata la spina (non conformità numero 1). Il cavo che mi si è parato davanti era composto da tre fili ciascuno di sezione micrometrica (motivo per il quale la spina si era staccata, non conformità numero 2) e poteva consentire sì e no il passaggio della corrente sufficiente ad alimentare una sola di quelle lampadine, contro le 100 effettivamente presenti.

Quando chiesi all’augusta genitrice di confessare dove avesse reperito una simile trappola, lei candidamente mi rispose di averla acquistata al supermercato dopo aver verificato che sulla confezione fosse stato apposto il marchio CE (questa era una palese bugia, mia madre non verificherebbe mai una cosa del genere, ma ad onor del vero il marchio CE era presente sulla confezione. Non sapremo mai la verità…).

Vale la pena ricordare che la marcatura CE non è sinonimo di conformità, essendo apposta unilateralmente dal produttore o dall’importatore, senza alcun controllo da parte di soggetti terzi, ma questo la mia ingenua fattrice non poteva saperlo e così si è ritrovata, con una modica cifra, un economico addobbo di Natale che rischiava di trasformare il nostro salotto in un confortevole rogo.

Dopo essere stato qualificato come “esagerato” e “professionalmente deformato” (incredibile come riscuota più credito presso i miei clienti che presso i miei genitori…), rivestito della lucente corazza della più assoluta e totale indifferenza ho provveduto a frullare l’addobbo nel secchio della spazzatura.

Ora, se non siete amanti del brivido come la mia mamma (alla quale tutto si perdona per le prelibatezze che è in grado di produrre al cenone di Natale), permettete che vi suggerisca alcuni semplici consigli da osservare per passare una serena festività senza la, pur allegra, compagnia dei Vigili del fuoco:

  1. Comprate ghirlande di Natale che, oltre all’obbligatorio marchio CE, riportino anche la certificazione di un organismo terzo di qualità (IMQ, TÜVGSecc.). Questi enti di certificazione effettuano controlli attraverso prove di isolamento e di tensione applicata fra le varie parti accessibili e le parti sotto tensione, nonché verifiche sulla capacità dei materiali impiegati di non propagare la fiamma e sulle temperature massime raggiunte durante il loro funzionamento;
  2. Siccome le prese elettriche a disposizione non sono mai sufficienti, ricorrete preferibilmente all’uso di ciabatte, anziché di prese doppie o triple, anch’esse munite di marchio di certificazione IMQ;
  3. Nel caso di luminarie da appendere all’aperto, verificare che sulla confezione sia specificato “per uso esterno”, che abbiano il cavo in gomma e che abbiano un grado di protezione almeno IP23;
  4. È preferibile che la catena luminosa sia provvista di trasformatore, in modo da evitare surriscaldamenti delle lampadine;
  5. Staccate sempre la spina prima di uscire di casa o di andare a letto;
  6. Per quanto riguarda l’albero di Natale, se propendete per acquistarne uno sintetico, verificare che sia del tipo autoestinguente. Se invece la scelta cade sul naturale, meglio adottarne uno vivo (che poi potrà essere ripiantato con vantaggi anche per l’ambiente), con tanto di radici. Se pur preferendo l’abete naturale, si sceglie di prendere un albero tagliato, fate molta attenzione agli aghi che, con il passare dei giorni, tendono a seccarsi, diventando estremamente combustibili.
    ATTENZIONE: questa non è un’esagerazione! In un ambiente chiuso, la combustione di un albero di Natale può far raggiungere il flash-over (il momento di inizio della combustione generalizzata) in meno di un minuto, come dimostrato efficacemente in questo video