Pubblicato in: rischio chimico, valutazione dei rischi

ANA.R.CHIM. è tornato!

Sono lieto di annunciare un ulteriore aggiornamento di ANA.R.CHIM. (ANAlisi del Rischio CHIMico).

Si può scaricare da QUI [nota 1].

Edit: la versione attualmente scaricabile è quella del 14 gennaio 2020. Se siete in possesso di una versione precedente, fate un nuovo download.

Probabilmente molti di voi non avranno mai sentito parlare di questo strumento, ma anche questo rientra nella sua essenza “underground”.

Ho iniziato a lavorare su ANARCHIM nel 2009… All’epoca mi stavo cimentando nell’esegesi del testo di “Papaveri e papere”, convinto che Nilla Pizzi vi avesse inserito all’interno tracce che permettessero di interpretare in modo differente la meccanica quantistica (non so se anche voi riuscite ad apprezzare la similitudine tra la dicotomia “papavero-papera” ed il duplice stato “gatto vivo-gatto morto” del paradosso di Schrödinger…) e, per mantenere costantemente elevato il livello di concentrazione, ho abusato di stecche di Toblerone, fino a contrarre una forte dipendenza.

Giunta l’estate, il Toblerone era diventato irreperibile e, per procurarmi nuove dosi della cioccolatosa droga svizzera, mi addentrai nei meandri oscuri del Dark Web, dove mi era stato detto che avrei potuto trovare partite scadute messe in vendita da spacciatori senza scrupoli.

Fu durante una di queste incursioni che mi imbattei in una serie di voci e leggende che parlavano dell’esistenza di una metodologia francese in grado di supportare la valutazione del rischio chimico. Roba forte… Si diceva che leggere la metodologia senza un’adeguata preparazione mentale conducesse alla pazzia ed, in alcuni casi, al prurito alle dita dei piedi (che ti fa diventare ancora più pazzo, se ci pensi… Immagina di non poterti grattare tutto l’inverno perché indossi le scarpe e le calze).

Non voglio entrare nei dettagli di come ci sono riuscito (dopo dovrei uccidervi), ma infine sono entrato in possesso di una copia originale della metodologia e del foglio di calcolo che, prontamente, tradussi, dopo averne disinnescato il potenziale di danno per i non iniziati.

ANARCHIM è la mia traduzione del foglio di calcolo sviluppato dal CRAM (Caisse Regional d’Assurance Maladie) di Alsace-Moselle basato sulla metodologia semplificata di valutazione del rischio chimico contenuta nella nota ND 2233-200-05 dell’INRS (Institut National de Recherche et de Sécurité)[nota 2].

All’epoca, anche per garantire l’anonimato, resi disponibile il foglio di calcolo e i suoi successivi aggiornamenti alla community del forum di Sicurezzaonline con il mio username storico di “ursamaior” (sì, sono io). Oggi, dopo Assange e Snowden, anch’io voglio uscire allo scoperto: tutti hanno il diritto di sapere!

Wewillbefree

L’aspetto interessante di questa metodologia, consiste nel fatto che l’algoritmo permette non solo di valutare il rischio chimico per la salute, ma anche (e direi soprattutto) di “gerarchizzare” il rischio.

No, non si tratta semplicemente di mettere in ordine di pericolosità gli agenti chimici sulla base di un indice di rischio calcolato sostanza per sostanza: per questo potete usare altri metodi. Quello che fa ANARCHIM è tenere conto delle quantità reciproche dei vari agenti chimici, per cui, ad esempio, una sostanza poco pericolosa ma presente in grandi quantità, potrebbe essere valutata più rilevante in termini di rischio sistemico di un’altra più pericolosa, ma usata molto meno o presente in piccole quantità.

Tutto ciò è interessante in quanto la gerarchizzazione finale e un’analisi ponderata, da parte del valutatore, dei risultati, permettono di sapere su quali sostanze/miscele concentrarsi per abbattere il rischio, prevedendo anche di quanto si abbatterà l’indice complessivo di rischio.

Altri punti di forza, brevemente elencati di seguito, di questa metodologia:

  • Permette di eseguire la valutazione anche di sostanze/miscele non classificate, basandosi sui TLV o, in subordine, sui pittogrammi di rischio;
  • Permette di valutare anche una serie di agenti chimici di processo (es. fumi di saldatura, rifiuti industriali, polveri, ecc.) per i quali è noto un TLV;
  • Esegue una prima gerarchizzazione anche per il rischio incendio e il rischio ambientale;
  • Tiene conto di una serie di mezzi di protezione collettiva (es, cappa, tavolo aspirante, cabina orizzontale o verticale, ecc.);
  • È tanto più precisa, sotto il profilo della gerarchizzazione, quanto maggiore è il numero di sostanze/miscele inserite

Veniamo ai punti deboli:

  • Il valutatore: deve sapere quello che fa. ANARCHIM è una semplice calcolatrice (come ho tenuto a precisare nella presentazione: «L’intelligenza ognuno se la deve conquistare, soltanto la stupidità si espande gratuitamente»;
  • Il valutatore: deve sapere quello che fa.
  • Ho già detto che il valutatore deve sapere quello che fa?

Nel foglio di calcolo ho inserito una guida per l’utilizzo e in alcune celle del medesimo troverete un triangolino rosso, posizionandovi sul quale, uscirà un popup di commento.

In quest’ultima versione ho portato a 1000 le linee del foglio di calcolo, per cui si possono inserire fino a 1000 sostanze/miscele: era una richiesta che mi era stata fatta da più parti.

Ho inoltre reso di default l’uso dell’etichettatura basata sul CLP, così da risparmiare tempo.

Molti altri bug del foglio di calcolo sono stati corretti nel tempo grazie alle segnalazioni di vari utenti.

Per qualunque richiesta (ragionevole e accompagnata da stecche di Toblerone), sono qua…

[1] Per far funzionare il file dovrete attivare le macro. Il vostro sistema operativo farà di tutto per sconsigliarvelo, minacciando virus, epidemie e invasioni di cavallette. Se avete dei dubbi in merito alla sicurezza del file, datelo in pasto al vostro antivirus preliminarmente, in modo da verificare che sia pulito.

[2] Questo è vero: la metodologia originale la trovate QUI. Negli anni, tutte le modifiche effettuate al foglio di calcolo, non hanno assolutamente interessato l’aspetto metodologico che, dunque, è assolutamente rispettato e coerente.

Pubblicato in: dove sta scritto?, rischio incendio, valutazione dei rischi

Dove sta scritto? …Valutazione rischio incendio

Avevo parlato nel mio precedente post per la rubrica «Dove sta scritto?» di alcuni aspetti del mio rapporto con i clienti. In verità, abbastanza spesso, mi capita di avere analoghe discussioni anche con altri consulenti/professionisti.

In effetti ci si aspetterebbe che, almeno in questi casi, le argomentazioni fossero di livello più raffinato ma, al contrario, spesso si cade su questioni di applicazione elementare della normativa.

Proprio un paio di giorni fa mi è capitato di discutere via mail con uno di essi che sosteneva che le modifiche introdotte dal Jobs Act avessero abrogato la possibilità di esecuzione delle visite preassuntive (art. 41, comma 2, lett. e-bis) del D.Lgs n. 81/2008). Quando ho fatto presente che le cose non stavano così, la risposta è stata: «Non concordo!», come se fosse una questione di opinioni. Quello è stato il mio turno di chiedere: «Dove sta scritto?», non ricevendo ulteriori risposte epistolari.

Questi scambi di vedute con i colleghi, però, non sempre sono incruenti (a differenza di quelli che si svolgono con i clienti). Al contrario, spesso, ricordano quei documentari di Quark in cui si vedono due maschi di elefante marino lottare per conquistare le femmine, con abbondante spargimento di sangue.

La cosa diventa particolarmente brutta quando lo scontro è impari, intendendo che uno dei due ha detto una fesseria macroscopica, cosa che poi è difficile rimangiarsi, specie se:

  • è stata detta di fronte al cliente,
  • si è protratta nel tempo,
  • ha avuto costi per il cliente,
  • viene difesa strenuamente,
  • può comportare sanzioni rilevanti per il cliente,
  • obbliga (cliente e/o consulente) a rifare un bel po’ di lavoro.

Perché ci sono questioni su cui si possono anche avere opinioni (tipicamente di carattere interpretativo della norma che, in quanto a questo, non si lascia pregare), ma ce ne sono altre su cui non c’è niente da discutere: sono così e basta.

Ora, io mi eviterei molto volentieri queste discussioni (non ho esattamente l’indole dell’elefante marino e preferisco accoppiarmi senza litigare con nessuno), ma deontologicamente non posso fare pippa nel momento in cui vengo tirato in mezzo dal cliente.

Così, ho deciso di allargare la rubrica «Dove sta scritto?» anche a quelle situazioni, in cui spesso mi imbatto, nelle quali è un consulente a cadere in fallo, cercando di anticipare eventuali querelle di dubbio gusto.

Per esempio…

CONSULENTE: «Ho valutato il rischio di incendio ed è risultato essere “medio” perché l’azienda è soggetta a controllo periodico da parte dei Vigili del fuoco e non ricade nelle attività a rischio “elevato”. Proprio come dice l’Allegato IX del D.M. 10 marzo 1998».

IO: «Non si può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Beh, innanzitutto, non c’è scritto nell’art. 2 del D.M. 10 marzo 1998 che si possa ricorrere all’Allegato IX per valutare il livello di rischio incendio di un luogo di lavoro. Al contrario, lì dentro si fa riferimento a:

  • la possibilità di fare ricorso ai criteri di cui all’Allegato I dello stesso Decreto, che sono pertanto da intendersi delle linee guida non vincolanti (l’art. 2, comma 3 dice che la valutazione “può” essere effettuata seguendo tali indicazioni);
  • la necessità di identificare il livello di rischio in conformità ai criteri di cui allo stesso Allegato I.

Il secondo punto sembra essere in contraddizione con il primo, ma in realtà significa semplicemente che le definizioni (di cui al punto 1.4.4. dell’Allegato I) di rischio di incendio elevato, medio o basso sono vincolanti. Il resto sono utili linee guida che godono di presunzione di conformità per avere una valutazione del rischio incendio fatta per benino.

E l’allegato IX, allora? Beh, lui viene richiamato solo dall’art. 7 del D.M. 10 marzo 1998 e servono a definire i programmi di formazione degli addetti alla prevenzione incendi e lotta antincendio. Null’altro.

Ed allora quegli elenchi di attività nell’Allegato IX che «a titolo esemplificativo e non esaustivo» vengono identificate a rischio basso, medio o elevato a che servono?

Hanno lo stesso valore degli Allegati II degli Accordi Stato-Regioni per la formazione di datore di lavoro-RSPP o dei lavoratori. Le puoi usare in prima istanza, ma:

  • non sono vincolanti;
  • non sostituiscono la valutazione del rischio.

È quest’ultima che comanda per la definizione del livello di rischio e deve essere fatta secondo i criteri definiti dalla norma.

Ad ogni modo, se ci fossero dubbi in proposito, riporto anche quello che c’è scritto nella Nota prot. n. P120/4146 soE. 2/c del 5/2/2001 del Min.Int.:

«In merito alla metodologia da applicare per la valutazione quantitativa del rischio prevista per le attività soggette a controllo VVF nell’ambito dei procedimenti di prevenzione incendi, non è in genere applicabile la suddivisione fra i vari gradi di rischio (elevato, medio e basso) indicata ai punti 9.2, 9.3 e 9.4 dell’allegato IX del DM 10/3/1998, riferendosi detto allegato ai contenuti minimi dei corsi di formazione e in quanto l’effettivo grado di rischio di un’attività scaturisce in base all’analisi del rischio effettuata dal datore di lavoro valutati i rischi per la sicurezza in relazione alla natura dell’attività dell’azienda ovvero dell’unità produttiva. La classificazione dell’allegato IX è da applicare solo per la determinazione del corso di formazione per addetti antincendio, e come utile indicazione per una prima valutazione del rischio di incendio».

Ed aggiungo anche che, leggendo attentamente i criteri vincolanti di cui al punto 1.4.4. si vede come molti luoghi di lavoro (anche non soggetti a controllo da parte dei VVF), per circostanze nemmeno troppo particolari, sono da definirsi in prima istanza a rischio elevato e solo una valutazione oculata e oggettiva di specifiche misure di prevenzione e protezione ne permette la declassificazione (altro che allegato IX!).

Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, valutazione dei rischi

Cos’è per voi la sicurezza?

Per quanto possa apparire una questione meramente filosofica, quasi tutti i miei corsi di formazione iniziano con una domanda: «Cos’è per voi la sicurezza?».

Provateci se vi capita (ammesso che già non lo facciate)…

L’art. 2 del D.Lgs n. 81/2008, quello delle “Definizioni”, riferisce cosa debba intendersi per «Pericolo», «Rischio», »Prevenzione», ma non ci dà una definizione di «Sicurezza». Quella che potrebbe avvicinarsi di più è, forse, la definizione di «Salute», intesa come «stato di completo benessere, fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità».

Tecnicamente, da questa definizione emergono due aspetti rilevanti:

  1. Trattandosi di uno “stato”, esso è soggetto ad evoluzione.
  2. L’assenza di malattia o infermità non è condizione sufficiente per affermare che l’individuo goda di uno stato di buona salute.

Lo “stato” di salute, evidentemente, è influenzato da caratteristiche soggettive dell’individuo, ma anche dalle condizioni al contorno. Non potendo il datore di lavoro incidere più di tanto sulle prime, quello che può fare è agire sulle seconde, le condizioni presenti sul luogo di lavoro. Tuttavia, si pone un problema non indifferente di prevedibilità degli stati futuri. In sostanza, ci si chiede se, mantenendo invariate le condizioni al contorno, quelle che al momento sembrano garantire al lavoratore il mantenimento del suo stato di buona salute, quest’ultima sarà garantita anche nel futuro.

La risposta è rigorosamente: NO!

Direi che è abbastanza ovvio. Per esempio, il datore di lavoro monitora, attraverso la sorveglianza sanitaria, lo stato di salute dei lavoratori. Ma il fatto che questi godano di un ottimo stato di salute (oggi), non implica che il lavoro sia sicuro. Un’analisi accurata dei rischi, potrebbe rilevare che, se venissero mantenute quelle condizioni di lavoro, lo stato di salute potrebbe averne pregiudizio. Dovremmo dire piuttosto che, nonostante le condizioni con cui viene svolto il lavoro, i lavoratori (oggi) godono di un ottimo stato di salute.

In sostanza, attraverso la valutazione dei rischi, la sorveglianza sanitaria e altri strumenti di monitoraggio, il datore di lavoro può fare una fotografia della «salute» dei lavoratori nella propria azienda, ma non ha alcuna certezza che l’assenza di malattie o infermità sia correlata con le misure di prevenzione e protezione attuate (punto n.2 di cui sopra).

Riassumendo, in presenza di una malattia o infermità correlabile con il lavoro, noi abbiamo la certezza dell’assenza di una condizione di sicurezza in azienda, ma in assenza di malattie o infermità non possiamo dire nulla in proposito (sto semplificando. In realtà esistono anche altri indicatori, ovviamente, ma se anche questi tacciono, il discorso è identico).

Regola aurea quando si parla di sicurezza: assenza di prove non è prova di assenza.

Tornando alla domanda iniziale, ascoltando le risposte dei partecipanti al corso, alla fine si arriva sempre lì: la sicurezza viene definita come assenza di esiti indesiderati, come incidenti, malattie o infortuni o assenza di rischi o pericoli.

In pratica, la sicurezza è definita come assenza di qualcosa.

Questa definizione, però è strana, quantomeno nelle sue implicazioni epistemiche (scrivere questa parola è l’unico motivo per cui pubblico questo post). Ciò significa, infatti, che, in presenza di qualcosa – attraverso la manifestazione “sensibile” di un incidente di una malattia, di un infortunio o la rilevazione di un pericolo o la valutazione di un rischio – è possibile sapere che manca la sicurezza. In compenso se non ci sono manifestazioni o se il pericolo non viene rilevato e il rischio valutato (per esempio perché occulti), non si può affermare con sicurezza che vi sia sicurezza.

Queste banali considerazioni, sono a mio avviso, il paradigma della strategia prevenzionistica attuale e il suo stesso limite.

Ci viene chiesto e adottiamo, per garantire la sicurezza, misure proattive (individuazione dei pericoli, analisi e valutazione dei rischi) o reattive (indagini degli incidenti, infortuni, near-miss), ma c’è sempre un gigantesco problema di fondo: i rischi che si valutano e gli incidenti che accadono sono solo un’infinitesima, minuscola, irrilevante frazione dei rischi realmente presenti (e non rilevati) e degli incidenti che non sono accaduti, ma che sarebbero potuti accadere e che, forse, accadranno.

Continuare a proporre un modello di gestione della sicurezza sul lavoro che passi attraverso la valutazione di tutti i rischi, può forse soddisfare il nostro patologico bisogno di certezze e darci la sensazione di aver fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza.

Col senno di poi, ad infortunio avvenuto, sarà semplice trovare il rischio non adeguatamente valutato e, sulla base dell’obbligo di valutare tutti i rischi, affermare la colpa consistente nel non essersi impegnati abbastanza.

Forse, però, sarebbe il caso anche di andare un po’ oltre questo paradigma. Non si tratta di negare l’importanza della valutazione dei rischi, ma riconsiderarne l’efficacia quale strumento principale per la prevenzione.

Pongo una domanda (ammesso che ci sia ancora qualcuno all’ascolto): cosa succederebbe se, oltre che analizzare i – relativamente – pochi casi in cui le cose sono andate male (incidenti) o in cui potrebbero andare male (rischi), analizzassimo anche come sia possibile che, nella stragrande maggioranza dei casi, le cose vadano bene (nonostante tutto)?

 

 

Pubblicato in: spazi confinati, valutazione dei rischi

Un metodo per il calcolo della ventilazione negli spazi confinati

Ho scritto un articolo per il prossimo numero di ISL nel quale tratto quelle che dovrebbero essere considerate le misure imprescindibili per i lavori negli spazi confinati.

Riporto di seguito un estratto, con un esempio applicativo di calcolo per determinare l’entità della ventilazione necessaria per rimuovere un’atmosfera esplosiva (replicabile anche per atmosfere tossiche, ragionando in termini di TLV-STEL anziché di LEL).

Si supponga di stare eseguendo l’applicazione di un antiruggine sintetico all’interno di uno spazio confinato.

La scheda di sicurezza del prodotto, evidenzia (sezione 3) come, tra le altre cose, esso sia composto da (tra le altre cose):

  • una concentrazione variabile dal 10 al 20% di «Idrocarburi C9-C12, N-Alcani, Isoalcani ciclici, Aromatici», identificati con CAS 64742-82-1 (es. nafta, acqua ragia…);
  • una concentrazione variabile dal 1 al 5% di Xilene.

A causa di questa elevata concentrazione di solvente, con riferimento al solo rischio di esplosione, la vernice nel suo complesso, presenta un’indicazione di pericolo H226 (liquido e vapori infiammabili) con un LEL di 0,6% in aria (sostanzialmente coincidente con quello dell’acqua ragia che ne costituisce il componente principale).

Si vuole conoscere l’apporto minimo di aria necessario a diluire i vapori fino a condurne la concentrazione al di sotto del 10% del LEL.

Dall’analisi del processo, si ipotizza che si avrà un tasso di impiego (D) della vernice pari a 50 kg/h.

Tenuto conto che la massa molare[1] dei due componenti è[2]:

  • MAcqua ragia = 0,138 kg/mol;
  • MXilene = 0,106 kg/mol,

allora la quantità di vapori di solvente prodotti a 20°C in un’ora, sarà pari a:

schermata-2016-12-13-alle-08-57-10

dove Vm è il volume molare che verrà considerato, con buona approssimazione, coincidente con quello di un gas ideale, che a pressione atmosferica e a 20°C è pari a: 24 l/mol.

Quindi:schermata-2016-12-13-alle-08-58-04

Se Q è la portata di ventilazione forzata, l’obiettivo è quello di garantire:

Schermata 2016-12-13 alle 08.59.37.png

ovvero:

Schermata 2016-12-13 alle 09.00.28.png

Questa sarà la portata che il nostro ventilatore dovrà garantire.

 

[1] In pratica, numericamente, il peso molecolare espresso in grammi

[2] È sufficiente una rapida ricerca su internet per ottenere la formula chimica della molecola ed, in alcuni casi,  direttamente il peso molecolare

Pubblicato in: valutazione dei rischi

Legge europea 2013-bis: l’universo toroidale della valutazione rischi

Non so se ricordate Asteroids, un videogame di gran successo dell’Atari del 1979.

La trama del gioco era semplicissima: una navicella finiva in un campo di asteroidi e doveva distruggerne quanti più poteva.

Uno degli aspetti curiosi di questo gioco a cui io, bambino dell’epoca, non avevo fatto caso prima che mi ricapitasse tra le mani da adulto, era la topologia dell’universo di Asteroids.

Il monitor dell’aggeggio sul quale si gioca, infatti, è bidimensionale (come i monitor attuali), ma la geometria dell’universo non è piana. Infatti, quando l’astronave esce dal bordo superiore dello schermo, rientra da quello inferiore e quando, invece, esce da sinistra, la vedi ricomparire a destra.

Il programmatore del videogioco aveva realizzato un universo finito, ma privo di confini.

Per immaginarlo, dovreste prendere il monitor (bidimensionale) e arrotolarlo (per esempio facendo coincidere il bordo superiore con quello inferiore), ottenendo così un cilindro. In questo modo, ciò che esce da sopra, rientra da sotto. Dopo, dovreste unire le due basi del cilindro, cosicchè se qualcosa esce da destra riappare a sinistra.

La rappresentazione grafica di questo universo è una ciambella, meglio detta in topologia, toro.

Ecco: l’universo della normativa della sicurezza somiglia spaventosamente ad un toro… Quando ti sembra di vedere i confini del tuo universo, ricominci daccapo, ti avvolgi su te stesso e sbuchi lì, dove tutto era iniziato.

Un esempio? L’ultima modifica al D.Lgs. n. 81/2008 introdotta dalla L. n. 161/2014 (Legge europea 2013-bis).

Queste modifiche servono per rispondere ad una procedura di infrazione contro l’Italia (che novità…), aperta dalla Comunità Europea, riguardante la valutazione del rischio per le nuove imprese.

Nello specifico, vengono apportate al D.Lgs. n. 81/2008 le seguenti modifiche (riporto il testo del TU coordinato con le nuove indicazioni indicate in grassetto):

art. 28, comma 3-bis

In caso di costituzione di nuova impresa, il datore di lavoro è tenuto ad effettuare immediatamente la valutazione dei rischi elaborando il relativo documento entro novanta giorni dalla data di inizio della propria attività.

Anche in caso di costituzione di nuova impresa, il datore di lavoro deve comunque dare immediata evidenza, attraverso idonea documentazione, dell’adempimento degli obblighi di cui al comma 2, lettere b), c), d), e) e f), e al comma 3, e immediata comunicazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. A tale documentazione accede, su richiesta, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. 

Art. 29, comma 3

La valutazione dei rischi deve essere immediatamente rielaborata, nel rispetto delle modalità di cui ai commi 1 e 2, in occasione di modifiche del processo produttivo o della organizzazione del lavoro significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica, della prevenzione o della protezione o a seguito di infortuni significativi o quando i risultati della sorveglianza sanitaria ne evidenzino la necessità. A seguito di tale rielaborazione, le misure di prevenzione debbono essere aggiornate. Nelle ipotesi di cui ai periodi che precedono il documento di valutazione dei rischi deve essere rielaborato, nel rispetto delle modalità di cui ai commi 1 e 2, nel termine di trenta giorni dalle rispettive causali.

Anche in caso di rielaborazione della valutazione dei rischi, il datore di lavoro deve comunque dare immediata evidenza, attraverso idonea documentazione, dell’aggiornamento delle misure di prevenzione e immediata   comunicazione   al   rappresentante   dei lavoratori per la sicurezza. A tale documentazione accede, su richiesta, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

Ecco l’universo toroidale… Ci ritroviamo a distanza di 20 anni dal primo recepimento delle Direttive europee al punto di partenza: rimettiamo mano ancora una volta alla valutazione dei rischi!

Sembrava avessimo finito e stessimo andando avanti e invece no: siamo arrivati al limite dello schermo e risbucati dalla parte opposta.

In pratica, dicono loro, se apri un’impresa hai 90 giorni per redigere «una relazione sulla valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa, nella quale siano specificati i criteri adottati per la valutazione stessa», mentre per tutto il resto del DVR (art. 28, comma 2, lett. b), c), d), e) e f) e comma 3) devi “solo” darne «immediata evidenza, attraverso idonea documentazione».

Oltre che alla pretesa di immediatezza nel riuscire a dare evidenza a tutta quella roba lì, mi vien da guardare con una certa perplessità alla richiesta di documentazione (quale?) e alla dimostrazione della sua “idoneità” (come?).

Perplessità, tutte che rimangono anche in caso di semplici aggiornamenti del DVR, anche se in quel caso si riferiscono “solo” alle misure di prevenzione e protezione.

Questo perché spesso il problema, non è fare le cose in Italia, ma dimostrarle, specie con “idonea documentazione”.

Ma quand’è che finiamo questo livello del gioco e passiamo a quelli superiori?

Pubblicato in: valutazione dei rischi

L’esperienza al servizio del rischio

Quando si esegue la stima di determinato fattore di rischio, laddove possibile, si ricorre all’uso di misure strumentali o all’impiego di algoritmi, propedeutiche alla vera e propria valutazione del rischio.

È il caso, ad esempio, della misura dei livelli di esposizione dei lavoratori al rumore, ai campi elettromagnetici, ma anche del calcolo dell’estensione dell’area di una potenziale atmosfera esplosiva con le equazioni della norma CEI 31-35 o della presenza di un rischio irrilevante per la salute con i noti algoritmi disponibili, piuttosto che la misura della concentrazione di inquinante presente nell’ambiente di lavoro.

La misura o il calcolo della grandezza fisica saranno poi la base della successiva valutazione del rischio… Fatta 85,4 dB(A) l’esposizione giornaliera del lavoratore al rumore, si tratta di capire se questo costituirà un problema o meno per la salute del lavoratore.

In questa seconda fase, il problema è che, spesso, la valutazione viene fatta riferendosi principalmente all’esperienza, laddove non vi fossero chiari riferimenti su quale possa essere il danno atteso o la sua probabilità di accadimento.

E qui scatta potenzialmente l’errore, perché laddove si parla di esperienza, si finisce col trascurare inevitabilmente il suo complementare, ovvero il non considerare per nulla tutto ciò che sfugge all’esperienza e alla propria conoscenza.

Addirittura si potrebbe finire col non valutare affatto un rischio perché ne si ignora proprio l’esistenza, bypassando così anche il problema se procedere o meno alla misura o stima del fattore che lo determina. Non si misura ciò che non si sa nemmeno di dover misurare.

Ma un caso più comune è invece quello che porta a delle inferenze errate nella lettura dei dati a disposizione perché anziché usare la matematica, usiamo lo spannometro esperienziale.

Mi ha ispirato in tal senso una delle vignette di xkcd, un webcomic di battute matematiche (alcune delle quali talmente ostiche da risultare tutt’oggi irrisolte), nella quale il personaggio (Cueball) legge un poster nel quale si afferma che una goccia di saliva in uno starnuto può contenere 200.000.000 di germi.

La buona educazione impone, non a caso, di mettere la propria mano davanti alla bocca quando si sta per starnutire.

Ovviamente, ciò comporta, come naturale conseguenza, che tutti i germi finiscano col depositarsi sulla superficie della propria mano, la quale diventa in tal modo veicolo di malattie e infezioni.

Ma c’è una soluzione: Cueball ha un disinfettante per le mani in grado di far fuori il 99,99% dei germi.

Un’efficacia del 99,99% è certamente un ottimo risultato, chiunque si riterrebbe soddisfatto…

Se non fosse che lo 0,01% di 200.000.000 di germi corrisponde a 20.000 schifezze depositate sul palmo della nostra mano.

E solo per una goccia di saliva (da qui l’uso da parte di Cueball dell’espressione “Ew!”, che indica disgusto).

Il problema è che in tanti leggono le percentuali, ma commettono l’errore di non riferirle all’entità iniziale (quanti di noi comprano lo yogurt con solo lo 0,1 % di grassi? Lo 0,1% di quanto, però?).

In fondo, per esperienza, il 99,99% è quasi il 100%. Anzi è il 100%!

Così come 0,1% è praticamente 0. Anzi è 0!

A tal proposito, mi sovviene una frase pronunciata da un celebre comandante:

«Ma nella mia esperienza non sono mai stato coinvolto in un incidente degno di questo nome! Non ho mai visto una nave in difficoltà sulle rotte che ho percorso, non ho mai visto un naufragio, nè vi sono stato coinvolto Io stesso e neppure mi sono mai trovato in una situazione che minacciasse di trasformarsi in un disastro».

No, non si tratta di Francesco Schettino!

Se avete pensato a lui, avete commesso un ulteriore errore di valutazione, dettato dalla fresca esperienza dell’incidente della Costa Concordia e dal clamore che ha suscitato, che ha finito col dominare la vostra percezione a scapito di altri incidenti navali accaduti nella storia e ben più gravi sotto il profilo del numero di vittime.

L’improvvida frase è stata pronunciata dal comandante Edward J. Smith del R.M.S. Titanic, qualche anno prima di avere un primo incidente con l’Olympic (senza che alcuna responsabilità gli fosse addebitata), seguito, l’anno dopo, dal disastro del Titanic.

Uno dei tanti a cui l’esperienza, la fiducia nelle proprie capacità di navigazione ha giocato dei brutti scherzi.

Impattare un iceberg non è facilissimo. Se è vero che mediamente 15.000 blocchi di ghiaccio si staccano ogni anno dalla calotta polare, solo l’1% raggiunge le rotte navigabile.

Ora l’1% sembra davvero pochino ma stavolta non ci caschiamo e lo calcoliamo.

Esce fuori un bel 150. Considerato che sono spalmati in un anno, anche se in un tratto di mare piuttosto limitato, ognuno valuti (dubito che in tanti abbiano esperienze di navigazione in quel tratto, per cui la valutazione non sarà fallata dall’esperienza).

Questo numero era ben noto agli ufficiali del Titanic, tanto che sulla guida in dotazione della nave era dichiarato:

«One of the chief dangers in crossing the Atlantic lies in the probability of encountering masses of ice, in the form of both icebergs and extensive fields of solid compact sea ice. Ice is more likely to be encountered in this route between April and August, both months inclusive, than at other times».

E l’esperienza del comandante serve proprio a questo: riferirsi al proprio vissuto per ricavare informazioni utili a predire il futuro. Esperienza vissuta da integrare con la conoscenza. E lui ne aveva tanta: i suoi 150 non sono i nostri 150.

E comunque sono grandi, gli iceberg. Enormi. Come fai a non vederli?

Lui stesso ne aveva avvistati in quantità nel corso della sua esperienza di comandante di lungo corso.

Annoveriamo tra gli aneddoti accertati che hanno preceduto l’affondamento del Titanic due decisioni sintomatiche:

1) aver deciso di annullare, il giorno stesso dell’incidente, l’esercitazione con le lance di salvataggio;

2) aver spedito durante la notte al posto di vedetta, nella parte più alta del transatlantico, due marinai col compito di avvistare eventuali iceberg… Peccato che fossero sprovvisti di binocoli, perché erano chiusi in un armadietto di cui non si trovava la chiave e che il comandante non ritenne necessario forzare.

Se non fosse che nel solo aprile del 1912, anno e mese dell’affondamento del Titanic, si formarono ben 40.000 iceberg.

E l’1% di 40.000, fa 400, tutti concentrati in un unico mese, in un determinato tratto di mare (un record che rimase imbattuto fino al 1972).

Resta il fatto che gli iceberg sono giganteschi e possono essere avvistati anche a grande distanza, perfino ad occhio nudo, anche grazie alla frangia di schiuma che formano con il loro avanzamento a contatto con l’acqua.

Ma la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, era una notte senza luna e dunque non c’era alcuna luce che potesse essere riflessa dalla frangia di schiuma.

E non aiuta l’avvistamento degli iceberg non avere dei binocoli in una notte senza luna.

Ma resta comunque il dato esperienziale di tutta la gente di mare: l’odore caratteristico del ghiaccio.

Tutti i marinai, i comandanti sanno “sentire l’odore del ghiaccio”. Fa parte della loro esperienza.

Ecco, appunto: l’esperienza…

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Procedure standardizzate ME (Mistake Edition)

L’emanazione di una nuova norma in materia di sicurezza sul lavoro in Italia produce gli stessi effetti dell’uscita della nuova versione di un sistema operativo per computer.

Innanzitutto non funziona, dopodiché devi continuamente verificare l’uscita di nuovi aggiornamenti e poi speri che qualche nerd dal web tiri fuori un upgrade utile che migliori le versioni originali.

Prendiamo ad esempio la nuova Procedura standardizzata per la valutazione dei rischi.

Di per sé la procedura presenta più bugs di windows 98 ME, è totalmente instabile e inaffidabile e spero che escano quanto prima dei service pack che migliorino questa versione (magari spenderò qualche post sul blog per spiegare queste mie affermazioni).

Va da sé che i nerd (specificatamente quelli del team M1nL@v, specializzato nel crackare le nuove norme) hanno dovuto da subito mettersi al lavoro e sono uscite due differenti release, la prima per chiarire che si potrà autocertificare la valutazione dei rischi fino al 31 maggio 2013 e la seconda per specificare che: «No, se sei un’azienda fino a 10 lavoratori e hai già il tuo bel DVR, non c’è bisogno che ne redigi uno ex novo secondo le procedure standardizzate e, comunque, il loro impiego non è obbligatorio, sia che tu abbia fino a 10 lavoratori, sia che tu arrivi fino a 50 lavoratori».

Ed io, che sono un amante delle nuove tecnologie, non mi faccio mancare nulla, ma per non rischiare di formattare il lavoro di mesi, ho deciso di “installare” le nuove procedure standardizzate solo su macchina virtuale, così, giusto per metterle alla prova.

Volevo così presentarvi quello che secondo me è il principale dei difetti che ho riscontrato proprio in fase di installazione, cioè senza nemmeno arrivare all’uso della Procedura standardizzata.

Mi riferisco ad un difetto che si presenta quando si entra nella schermata “Campo di applicazione”.

Infatti, quando le Procedure standardizzate sono state approvate, la software house (Commissione consultiva permanente & co.) ce le ha spacciate con i seguenti disclaimer (vedi schema nel paragrafo 2 della Procedura) circa la possibilità di installare o meno la procedura standardizzata:

I.  Aziende fino a 10 addetti (rif. art. 29, comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008): applicabile sempre, tranne nei seguenti casi:

  • art. 31, comma 6, lett. a): aziende industriali a rischio di incidente rilevante;
  • art. 31, comma 6, lett. b): centrali termo elettriche;
  • art. 31, comma 6, lett. c): alcuni impianti ed installazioni nucleari;
  • art. 31, comma 6, lett. d): aziende per la fabbricazione e il deposito di esplosivi, polveri e munizioni.

II. Aziende fino a 50 addetti (rif. art. 29, comma 6 del D.Lgs. n. 81/2008): applicabile sempre tranne nei casi visti sopra o in presenza di rischi chimico, biologico, cancerogeno, amianto e ATEX.

Ma davvero le cose stanno così?

Leggiamo attentamente l’articolo 29, comma 5 (i numeri che inserisco davanti al testo si riferiscono ai periodi grammaticali):

1. I datori di lavoro che occupano fino a 10 lavoratori effettuano la valutazione dei rischi di cui al presente articolo sulla base delle procedure standardizzate di cui all’articolo 6, comma 8, lettera f).

2. Fino alla scadenza del terzo mese successivo alla data di entrata in vigore del decreto interministeriale di cui all’articolo 6, comma 8, lettera f), e, comunque, non oltre il 30 giugno 2013 gli stessi datori di lavoro possono autocertificare l’effettuazione della valutazione dei rischi.

3. Quanto previsto nel precedente periodo non si applica alle attività di cui all’articolo 31, comma 6, lettere a), b), c), d) nonché g).

Il disclaimer I troverebbe la propria ragion d’essere in quanto riportato nel periodo grammaticale n.3, ma leggendo attentamente la norma, le cose non starebbero come dice la software house CCP&co.

Infatti, il “precedente periodo” a cui fa riferimento il periodo grammaticale n. 3, altri non è se non il periodo grammaticale n. 2, il quale si riferisce alla sola possibilità di fruire dell’autocertificazione, non anche delle procedure standardizzate.

Il risultato è che a partire dal 31 maggio 2013 (terzo mese dall’entrata in vigore del DI 30 novembre 2012), conformemente alla profezia Maya, non sarà semplicemente più possibile autocertificare la valutazione dei rischi, ma nulla di tutto questo riguarderà la limitazione delle aziende con meno di 10 lavoratori all’uso delle procedure standardizzate, il cui riferimento è contenuto nel periodo grammaticale ancora precedente.

A differenza di quanto affermato nel disclaimer I dalla CCP&co., pertanto,  l’art. 29, comma 5 del D.Lgs. n. 81/2008 non mette limiti all’installazione delle procedure standardizzate.

Veniamo adesso al disclaimer II. Dice l’art. 29, comma 6: «I datori di lavoro che occupano fino a 50 lavoratori possono effettuare la valutazione dei rischi sulla base delle procedure standardizzate…».

La locuzione avverbiale «Fino a 50 lavoratori» in italiano significa “da 0 a 50 lavoratori”, (non essendo specificato nella norma un limite inferiore, ma solo quello superiore ed essendo il numero dei lavoratori appartenente all’insieme N+ dei numeri naturali interi positivi (0, 1, 2, 3, 4…)).

Dunque, le aziende con dimensioni fino a 10 lavoratori altro non sono se non un sottoinsieme delle aziende fino a 50 lavoratori e pertanto ne condividono le medesime proprietà, comprese le esclusioni all’utilizzo.

Mi si perdoneranno questi riferimenti matematici, tipici della mia formazione, ma credo che anche guardando alle definizioni di “periodo grammaticale” e della locuzione avverbiale “fino a”, non si possa pervenire ad un risultato differente, a meno di non procedere ad uno stupro sistematico della grammatica italiana.

Il risultato finale, consegnatoci dalla semplice lettura della norma, è che anche per le aziende fino a 10 lavoratori valgono le medesime esclusioni riportate per le aziende fino a 50 lavoratori, che sono molto più limitative di quelle indicate dalla CCP&co.

Aspettiamo il rilascio di un service pack…

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Stress lavoro-correlato: la Proroga

Ed alla fine, puntuale come un’influenza stagionale, col suo incedere millenaristico di provvedimento che tutto monda e rinvia, è arrivata Lei: la Proroga all’obbligo di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

C’è qualcosa di quasi mistico e demiurgico nella Proroga, la forza ordinatrice e plasmatrice del nostro universo giuridico, che trasforma e forma, ma non crea; che vivifica il D.Lgs. n. 81/2008 e lo rende anima delle norme in materia di sicurezza e salute dei lavoratori. Molto affascinante…

Si tratta della terza proroga nei confronti di questo specifico obbligo e proprio un anno fa, di questi tempi, era sufficiente che un lavoratore a mensa versasse accidentalmente del caffè e la macchia sul tovagliolo si trasformava in un test di Rorschach con conseguente immediato deferimento del lavoratore stesso all’U.S.P.A. (Unità Speciale di Psicologia Aziendale) per valutare il rischio da stress lavoro-correlato del soggetto.

Poi, col c.d. Decreto Correttivo, è arrivata la Proroga che ha rimandato tutto al 1° agosto 2010…

Ed ora eccoci qua, in attesa del prossimo 31 dicembre, pronti a festeggiare con il nuovo anno anche l’entrata in vigore della valutazione dello stress lavoro-correlato, sempre con la speranza che il solito Decreto milleproroghe di fine anno non ci guasti la festa.

Cosa io ne pensi di questa proroga, l’ho già espresso nel mio precedente post. Vorrei piuttosto cogliere l’occasione per dare qualche modesto suggerimento sul modo con cui riempire il tempo che ci separa dal 31 dicembre 2010.

Insomma il mio è un invito ad essere come la formica di Esopo, per non rischiare di ritrovarsi a fine anno nei panni della cicala. Ma senza esagerare: ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica morta di stress.

Ormai è chiaro a tutti: ciò che “perplime” di questa valutazione non è la sua necessità o la sua importanza, sulla quale credo si sia tutti convinti, quanto piuttosto il metodo, il “come”, il sentiero da percorrere per raggiungere il Nirvana della prevenzione.

Eh già, perché di alternative non solo ce ne sono tante, ma per giunta non conducono tutte al medesimo risultato ed i costi possono essere anche molto elevati a seconda del metodo che si decide di seguire. Quindi bisogna capire bene “cosa” si vuole ottenere prima ancora di decidere “come” fare per ottenerlo.

Sul punto io ho una mia personale opinione: se l’obiettivo è la prevenzione (lo dice la normativa, non me l’invento io) e se nella maggioranza delle aziende stiamo all’anno zero nei riguardi di questo specifico rischio, a mio avviso è più che sufficiente una semplice “valutazione”, lasciando l’onere di procedere a vere e proprie “misurazioni” solo nel caso in cui si debba ricercare un livello di dettaglio più accurato.

Per dirla in altri termini, il principio che afferma che una corretta valutazione è indispensabile per definire le corrette soluzioni, non viene messo in discussione. Ciò che invece è discutibile è l’affermazione che una corretta misurazione conduca a buone valutazioni e alla scelta delle misure di prevenzione più adatte.

C’è da aggiungere che, tralasciando gli errori che possono essere commessi nell’applicare metodiche complesse a fenomeni non fisici e, dunque, difficilmente misurabili (come dire che l’incertezza apportata dall’errore strumentale rischia di avere un’importanza rilevante sull’incertezza complessiva del risultato), molti di questi strumenti diagnostici forniscono un risultato attraverso l’inserimento del lavoratore (o dell’azienda) all’interno di una “scala di rischio”.

La tendenza, in questi casi, è quella di concentrare le proprie energie nel definire con assoluta certezza la posizione del lavoratore (o dell’azienda) all’interno di quella scala, piuttosto che cercare di analizzare come ci si possa essere finiti e sulle soluzioni da proporre.

Il “quanto” prevale sul “perché” e l’indagine si conclude con sterili constatazioni.

A mio avviso, l’assioma “se non è misurabile non esiste” deve essere radicalmente combattuto. Una misurazione è utile a confrontare risultati tra aziende simili, reparti tra loro confrontabili, verificare se vi siano stati oggettivi miglioramenti tra la situazione precedente e successiva all’intervento. Ma, ribadisco: siamo all’anno zero… è come campionare l’aria per misurare le concentrazioni di un agente chimico, senza che siano stati preventivamente installati dispositivi di captazione sui punti di emissione.

Lungi dall’affermare che il ricorso a metodologie approfondite di indagine sia inutile, ciò che si cerca di dire è che, a volte, si confonde il mezzo con il fine e che si ricorra a sofisticati strumenti che, al termine, non daranno altro risultato che l’ovvia evidenza che era già davanti agli occhi di tutti, dato che la presenza concreta di un rischio da stress lavoro-correlato all’interno di un’azienda è percepibile da chiunque lavori in quell’azienda quanto il rumore in una falegnameria.

È più probabile che, come profetizzano i Maya, ci sia la fine del mondo nel 2012, piuttosto che entro fine dicembre di quest’anno la Commissione consultiva permamente si degni di pubblicare le indicazioni per fare questa valutazione (al limite i due fenomeni coincideranno).

Pubblicato in: stress lavoro-correlato, valutazione dei rischi

Valutazione stress lavoro-correlato: conti alla rovescia

Pochi giorni ancora e dovrebbe entrare in vigore, il 1° di agosto, l’obbligo per tutte le aziende di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

Il condizionale, come ormai tutti sapranno, è dovuto alla presenza di un emendamento nel testo della manovra finanziaria correttiva che prevedrebbe il rinvio del succitato termine al 31 dicembre 2010 per tutte le aziende, pubbliche e private.

Che il Ministro dell’economia e delle finanze si preoccupi, all’interno di un provvedimento teso a risanare le casse dello Stato, di rinviare l’entrata in vigore di quest’obbligo (inizialmente previsto per solo per il settore pubblico e successivamente esteso anche al settore privato), la dice lunga sull’impatto che ci si attende che questa valutazione avrà sulle aziende in termini di costi.

Del resto non potrebbe essere altrimenti, se si considera che, stando ai dati della European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition, lo stress interesserebbe circa il 27% dei lavoratori italiani!

Eppure, di fronte ad un fenomeno così diffuso, ciò che stupisce non è tanto l’ulteriore proroga concessa all’obbligo di valutazione (che nulla toglie all’obbligo di tutela della salute psicofisica dei lavoratori, comunque cogente in virtù dell’art. 2087 c.c.), quanto il fatto che la Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008, a distanza di un anno dal momento in cui tale compito le fu assegnato, non abbia ancora elaborato le indicazioni necessarie alla valutazione di questo specifico rischio.

C’è da dire che, dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 (due anni), della lunga lista di compiti assegnati alla Commissione consultiva permanente, essa non ne ha ancora portato a termine nessuno, dunque in effetti mi stupirei se, dopo accurate indagine, si dimostrasse che tale Commissione fosse abitata da una qualche forma di vita.

Attualmente, peraltro, i lavori della Commissione sono stati sospesi a causa della divergenza di vedute tra i vari soggetti che la compongono (Governo, imprese, sindacati, Regioni) su quali debbano essere gli elementi da tenere in conto per procedere alla valutazione dei rischi.

Comunque sia, se il testo della manovra finanziaria correttiva passasse senza quell’emendamento,dal 1° agosto le aziende (tutte) dovranno procedere alla valutazione del rischio da stress, pur in assenza di un’indicazione ufficiale in merito.

Evidentemente una simile incertezza non fa bene a nessuno. Non alle aziende, le quali non avranno alcuna garanzia di aver correttamente provveduto all’adempimento richiesto, ma nemmeno ai lavoratori, i quali non avranno alcuna  certezza che la problematica in questione sia stata efficacemente presa in carico.

Ci si dimentica che la valutazione dovrebbe rivolgersi alla definizione dei rischi “residui”, ovvero quelli che permangono quando tutte le misure di prevenzione e protezione imposte dalla norma sono già state adottate, per il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.

Ma quali misure di prevenzione e protezione oggi la norma espressamente prevede a tutela dei lavoratori da questo rischio? Io ne vedo solo pochissime, perlopiù di origine ergonomica, le cui ricadute in termini di stress lavoro-correlato sono collaterali, in quanto la loro applicazione è riferita alla prevenzione di altri tipi di rischi. Non vedo alcuna norma strutturata che dia indicazioni chiare e strumenti oggettivi, non solo su come procedere ad una valutazione (comunque auspicate), ma su come prevenire questo rischio, indicazioni che tutte le aziende debbano adottare e che siano sufficienti a prevenire l’insorgenza di questo rischio sulla gran parte della popolazione lavorativa.

Non chiedo la luna. Questa non è altro che la strategia ha sempre seguito nei confronti di qualunque altro fattore di rischio, impostazione che ha l’indubbio vantaggio di riuscire a porre le aziende tutte sullo stesso piano, garantendo il raggiungimento di standard minimi di sicurezza che dovrebbero, a maggior ragione, essere imposti nei confronti di un rischio così difficile da valutare in maniera oggettiva.

Forse è il caso di ammettere che il legislatore l’ha buttata giù in maniera un po’ troppo semplicistica quando ha ribaltato sul datore di lavoro l’obbligo di valutare i rischi da stress secondo i contenuti dell’accordo europeo 8 ottobre 2004 (una buona carta di sani principi, lontana dal fornire strumenti oggettivi).

Ne è dimostrazione la divergenza di vedute creatasi all’interno della Commissione, ma anche l’eventualità stessa della procrastinazione* proposta con la manovra finanziaria correttiva, riprova degli interessi, anche economici, che girano dietro questi adempimenti e che dovrebbero imporre serie riflessioni. I cosiddetti “conti alla rovescia”.

Basti pensare a tutti i software, gli articoli, le metodologie, le professionalità che in questa incertezza si sono proposte sul mercato, tanto che, oltre a chiedersi quanti siano i lavoratori che soffrono e soffriranno di stress legato al lavoro, bisognerebbe domandarsi quanti siano quelli che godono e godranno di lavoro legato allo stress.

*Quarta legge della procrastinazione

La procrastinazione comporta l’eliminazione di qualsiasi interruzione, altri lavori compresi, per consentire al lavoratore, così ovviamente stressato, la massima concentrazione.

(Arthur Bloch – La legge di Murphy e altri motivi per cui le cose vanno a rovescio!)

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DUVRI e dintorni

Vorrei continuare la mia chiacchierata sulle questioni inerenti la sicurezza nei lavori in appalto, già iniziata col mio precedente post.

L’intenzione è quella di concentrarmi su un unico comma dell’art.26 del D.Lgs. n. 81/2008, precisamente il comma 3-bis, il quale recita semplicemente (nel senso che la fa facile, lui…):

“Ferme restando le disposizioni di cui ai commi 1 e 2, l’obbligo di cui al coma 3 non si applica ai servizi di natura intellettuale, alle mere forniture di materiali e attrezzature nonché ai lavori o servizi la cui durata non sia superiore ai due giorni, sempre che essi non comportino rischi derivanti dalla presenza di agenti cancerogeni, biologici, atmosfere esplosive o dalla presenza dei rischi particolari di cui all’allegato XI”

L’introduzione di questo comma è stata presentata dal Ministero del lavoro come una grande innovazione, come si comprende dalla lettura del comunicato stampa del 31 luglio 2009, immediatamente successivo all’approvazione del testo del D.Lgs. n. 106/2009, da parte del Consiglio dei ministri, nel quale si afferma:

“Ancora a titolo di esempio si consideri l’individuazione – espressamente richiesta dalle parti sociali – dei casi in cui è necessario, nei lavori in appalto, che il committente predisponga l’importante “documento di valutazione dei rischi da interferenza delle lavorazioni”, tra i quali non vengono inclusi i lavori intellettuali, le mere forniture di merci e i lavori di breve durata. In pratica, tale documento – il quale, va ricordato, si aggiunge (e non si sostituisce) agli obblighi già imposti a committente ed appaltatore di coordinarsi tra loro e cooperare per ridurre i rischi del personale dell’appalto – viene richiesto ove il rischio delle lavorazioni che interferiscono tra loro lo richieda come misura di tutela e non, invece, nelle ipotesi (si pensi alla prestazione di natura intellettuale o alla semplice fornitura di carta o di caffè ad un ufficio) di assenza di rischio da interferenza in cui esso diverrebbe un inutile fardello formale”.

E come dargli torto? E’ dai tempi in cui è stato introdotto l’obbligo di redigere il DUVRI (ancora si parlava dell’art. 7 del D.Lgs. n. 626/1994) che ci si interroga se fosse necessario redigerlo in ogni caso, anche in assenza di interferenze tra le lavorazioni. E non vi è altresì dubbio che fosse necessario definire dei casi concreti e chiari in cui la sua redazione potesse essere esclusa di default, in quanto “inutile fardello formale”e non semplice deroga all’obbligo generale per semplificarsi la vita.

Ma siamo sicuri che sia stato raggiunto l’obiettivo che ci si era prefissati?

Nel considerare, per esempio, che alcune delle attività il cui svolgimento espressamente esclude l’onere per il datore di lavoro committente di redigere il DUVRI erano già state individuate dalla Determinazione dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, come per esempio la «mera fornitura di materiali e attrezzature», tuttavia occorre ricordare che la citata Autorità ne specificava comunque l’obbligo qualora fossero necessarie attività o procedure suscettibili di generare interferenza con la fornitura stessa.

L’attuale formulazione del comma 3-bis, invece, si pone come un condono tombale grazie al quale si escludono semplicemente tutte le mere forniture, indipendentemente dalla realtà applicativa con cui esse saranno effettuate o gestite, per cui se per la fornitura dei miei materiali impiego gru o carrelli elevatori in azienda, piuttosto che la consegna di kryptonite, non si rende comunque necessaria, dalla lettura letterale del testo legislativo, la redazione di alcun documento.

Ma forse ancora più emblematica è l’ultima tra le circostanze citate quali condizioni escludenti dall’obbligo di redazione del DUVRI, precisamente, il soddisfacimento della seguente relazione:

(Durata del lavoro < due giorni) AND (assenza dei seguenti rischi: agenti cancerogeni OR agenti biologici OR atmosfere esplosive OR rischi particolari di cui all’allegato XI).

Il rilievo più importante che si può sollevare nei riguardi di questa formulazione è certamente relativo all’aver voluto ancorare l’obbligo di redazione o meno del DUVRI ad un riferimento temporale (2 giorni).  Ciò che evidentemente il nostro legislatore non ha chiaro è che, criteri come la durata, piuttosto che l’entità definita in uomini-giorno o, peggio ancora, la richiesta o meno di strumenti urbanistici come il permesso di costruire e l’ammontare dei lavori (mi riferisco, evidentemente all’art. 90, comma 11) non hanno nulla a che vedere con l’eventuale presenza o meno di rischi nei luoghi di lavoro.

La realtà, indefettibile, è una e una sola: il rischio c’è o non c’è. Qualora non ci fosse alcun rischio da interferenze, anche in presenza di lavori che si prolungano per anni, la redazione di un DUVRI sarà e continuerà ad essere un “inutile fardello formale”.

Per di più aver imposto un criterio come quello dei due giorni, senza specificare se debbano essere consecutivi o meno, composti da 24 h o da 8 h lavorative, non fa altro che alimentare i dubbi di chi vorrebbe legittimamente ricorrere a questa semplificazione in attività realmente prive di rischi, alla faccia della riduzione degli oneri formali.

E purtroppo non riesco nemmeno ad essere tenero riguardo alla scelta dei rischi in assenza dei quali, in caso di lavoro di durata inferiore 2 giorni, si potrebbe derogare  dalla redazione del DUVRI. In particolare mi sorprende l’aver voluto ancorarsi all’elenco di cui all’allegato XI, pensato e rivolto specificatamente per i lavori in cantieri temporanei e mobili, senza verificare la sua adeguatezza o meno agli altri ambienti di lavoro e senza curarsi di verificare se con esso fossero comunque raggiunte le finalità della nuova norma.

Basti pensare al fatto che da questo elenco sono esclusi i lavori in cisterne e ambienti confinati in genere o relativi ad impianti o linee sotto tensione (non aeree), per rendersi conto delle carenze contenute nell’articolo 3-bis.

Se avete perso ogni speranza, siete pessimisti… Vi ricordo che tra i compiti della Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 c’è anche quello di definire le attività per le quale non operi l’obbligo di redazione del DUVRI, “in quanto l’interferenza delle lavorazioni in tali ambiti risulti irrilevante”.

In effetti, forse non avete tutti i torti ad essere pessimisti.