Pubblicato in: stress lavoro-correlato, valutazione dei rischi

Stress lavoro-correlato: la Proroga

Ed alla fine, puntuale come un’influenza stagionale, col suo incedere millenaristico di provvedimento che tutto monda e rinvia, è arrivata Lei: la Proroga all’obbligo di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

C’è qualcosa di quasi mistico e demiurgico nella Proroga, la forza ordinatrice e plasmatrice del nostro universo giuridico, che trasforma e forma, ma non crea; che vivifica il D.Lgs. n. 81/2008 e lo rende anima delle norme in materia di sicurezza e salute dei lavoratori. Molto affascinante…

Si tratta della terza proroga nei confronti di questo specifico obbligo e proprio un anno fa, di questi tempi, era sufficiente che un lavoratore a mensa versasse accidentalmente del caffè e la macchia sul tovagliolo si trasformava in un test di Rorschach con conseguente immediato deferimento del lavoratore stesso all’U.S.P.A. (Unità Speciale di Psicologia Aziendale) per valutare il rischio da stress lavoro-correlato del soggetto.

Poi, col c.d. Decreto Correttivo, è arrivata la Proroga che ha rimandato tutto al 1° agosto 2010…

Ed ora eccoci qua, in attesa del prossimo 31 dicembre, pronti a festeggiare con il nuovo anno anche l’entrata in vigore della valutazione dello stress lavoro-correlato, sempre con la speranza che il solito Decreto milleproroghe di fine anno non ci guasti la festa.

Cosa io ne pensi di questa proroga, l’ho già espresso nel mio precedente post. Vorrei piuttosto cogliere l’occasione per dare qualche modesto suggerimento sul modo con cui riempire il tempo che ci separa dal 31 dicembre 2010.

Insomma il mio è un invito ad essere come la formica di Esopo, per non rischiare di ritrovarsi a fine anno nei panni della cicala. Ma senza esagerare: ho visto una cicala ereditare una fortuna da una formica morta di stress.

Ormai è chiaro a tutti: ciò che “perplime” di questa valutazione non è la sua necessità o la sua importanza, sulla quale credo si sia tutti convinti, quanto piuttosto il metodo, il “come”, il sentiero da percorrere per raggiungere il Nirvana della prevenzione.

Eh già, perché di alternative non solo ce ne sono tante, ma per giunta non conducono tutte al medesimo risultato ed i costi possono essere anche molto elevati a seconda del metodo che si decide di seguire. Quindi bisogna capire bene “cosa” si vuole ottenere prima ancora di decidere “come” fare per ottenerlo.

Sul punto io ho una mia personale opinione: se l’obiettivo è la prevenzione (lo dice la normativa, non me l’invento io) e se nella maggioranza delle aziende stiamo all’anno zero nei riguardi di questo specifico rischio, a mio avviso è più che sufficiente una semplice “valutazione”, lasciando l’onere di procedere a vere e proprie “misurazioni” solo nel caso in cui si debba ricercare un livello di dettaglio più accurato.

Per dirla in altri termini, il principio che afferma che una corretta valutazione è indispensabile per definire le corrette soluzioni, non viene messo in discussione. Ciò che invece è discutibile è l’affermazione che una corretta misurazione conduca a buone valutazioni e alla scelta delle misure di prevenzione più adatte.

C’è da aggiungere che, tralasciando gli errori che possono essere commessi nell’applicare metodiche complesse a fenomeni non fisici e, dunque, difficilmente misurabili (come dire che l’incertezza apportata dall’errore strumentale rischia di avere un’importanza rilevante sull’incertezza complessiva del risultato), molti di questi strumenti diagnostici forniscono un risultato attraverso l’inserimento del lavoratore (o dell’azienda) all’interno di una “scala di rischio”.

La tendenza, in questi casi, è quella di concentrare le proprie energie nel definire con assoluta certezza la posizione del lavoratore (o dell’azienda) all’interno di quella scala, piuttosto che cercare di analizzare come ci si possa essere finiti e sulle soluzioni da proporre.

Il “quanto” prevale sul “perché” e l’indagine si conclude con sterili constatazioni.

A mio avviso, l’assioma “se non è misurabile non esiste” deve essere radicalmente combattuto. Una misurazione è utile a confrontare risultati tra aziende simili, reparti tra loro confrontabili, verificare se vi siano stati oggettivi miglioramenti tra la situazione precedente e successiva all’intervento. Ma, ribadisco: siamo all’anno zero… è come campionare l’aria per misurare le concentrazioni di un agente chimico, senza che siano stati preventivamente installati dispositivi di captazione sui punti di emissione.

Lungi dall’affermare che il ricorso a metodologie approfondite di indagine sia inutile, ciò che si cerca di dire è che, a volte, si confonde il mezzo con il fine e che si ricorra a sofisticati strumenti che, al termine, non daranno altro risultato che l’ovvia evidenza che era già davanti agli occhi di tutti, dato che la presenza concreta di un rischio da stress lavoro-correlato all’interno di un’azienda è percepibile da chiunque lavori in quell’azienda quanto il rumore in una falegnameria.

È più probabile che, come profetizzano i Maya, ci sia la fine del mondo nel 2012, piuttosto che entro fine dicembre di quest’anno la Commissione consultiva permamente si degni di pubblicare le indicazioni per fare questa valutazione (al limite i due fenomeni coincideranno).

Annunci
Pubblicato in: stress lavoro-correlato, valutazione dei rischi

Valutazione stress lavoro-correlato: conti alla rovescia

Pochi giorni ancora e dovrebbe entrare in vigore, il 1° di agosto, l’obbligo per tutte le aziende di valutazione del rischio da stress lavoro-correlato.

Il condizionale, come ormai tutti sapranno, è dovuto alla presenza di un emendamento nel testo della manovra finanziaria correttiva che prevedrebbe il rinvio del succitato termine al 31 dicembre 2010 per tutte le aziende, pubbliche e private.

Che il Ministro dell’economia e delle finanze si preoccupi, all’interno di un provvedimento teso a risanare le casse dello Stato, di rinviare l’entrata in vigore di quest’obbligo (inizialmente previsto per solo per il settore pubblico e successivamente esteso anche al settore privato), la dice lunga sull’impatto che ci si attende che questa valutazione avrà sulle aziende in termini di costi.

Del resto non potrebbe essere altrimenti, se si considera che, stando ai dati della European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition, lo stress interesserebbe circa il 27% dei lavoratori italiani!

Eppure, di fronte ad un fenomeno così diffuso, ciò che stupisce non è tanto l’ulteriore proroga concessa all’obbligo di valutazione (che nulla toglie all’obbligo di tutela della salute psicofisica dei lavoratori, comunque cogente in virtù dell’art. 2087 c.c.), quanto il fatto che la Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008, a distanza di un anno dal momento in cui tale compito le fu assegnato, non abbia ancora elaborato le indicazioni necessarie alla valutazione di questo specifico rischio.

C’è da dire che, dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 (due anni), della lunga lista di compiti assegnati alla Commissione consultiva permanente, essa non ne ha ancora portato a termine nessuno, dunque in effetti mi stupirei se, dopo accurate indagine, si dimostrasse che tale Commissione fosse abitata da una qualche forma di vita.

Attualmente, peraltro, i lavori della Commissione sono stati sospesi a causa della divergenza di vedute tra i vari soggetti che la compongono (Governo, imprese, sindacati, Regioni) su quali debbano essere gli elementi da tenere in conto per procedere alla valutazione dei rischi.

Comunque sia, se il testo della manovra finanziaria correttiva passasse senza quell’emendamento,dal 1° agosto le aziende (tutte) dovranno procedere alla valutazione del rischio da stress, pur in assenza di un’indicazione ufficiale in merito.

Evidentemente una simile incertezza non fa bene a nessuno. Non alle aziende, le quali non avranno alcuna garanzia di aver correttamente provveduto all’adempimento richiesto, ma nemmeno ai lavoratori, i quali non avranno alcuna  certezza che la problematica in questione sia stata efficacemente presa in carico.

Ci si dimentica che la valutazione dovrebbe rivolgersi alla definizione dei rischi “residui”, ovvero quelli che permangono quando tutte le misure di prevenzione e protezione imposte dalla norma sono già state adottate, per il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.

Ma quali misure di prevenzione e protezione oggi la norma espressamente prevede a tutela dei lavoratori da questo rischio? Io ne vedo solo pochissime, perlopiù di origine ergonomica, le cui ricadute in termini di stress lavoro-correlato sono collaterali, in quanto la loro applicazione è riferita alla prevenzione di altri tipi di rischi. Non vedo alcuna norma strutturata che dia indicazioni chiare e strumenti oggettivi, non solo su come procedere ad una valutazione (comunque auspicate), ma su come prevenire questo rischio, indicazioni che tutte le aziende debbano adottare e che siano sufficienti a prevenire l’insorgenza di questo rischio sulla gran parte della popolazione lavorativa.

Non chiedo la luna. Questa non è altro che la strategia ha sempre seguito nei confronti di qualunque altro fattore di rischio, impostazione che ha l’indubbio vantaggio di riuscire a porre le aziende tutte sullo stesso piano, garantendo il raggiungimento di standard minimi di sicurezza che dovrebbero, a maggior ragione, essere imposti nei confronti di un rischio così difficile da valutare in maniera oggettiva.

Forse è il caso di ammettere che il legislatore l’ha buttata giù in maniera un po’ troppo semplicistica quando ha ribaltato sul datore di lavoro l’obbligo di valutare i rischi da stress secondo i contenuti dell’accordo europeo 8 ottobre 2004 (una buona carta di sani principi, lontana dal fornire strumenti oggettivi).

Ne è dimostrazione la divergenza di vedute creatasi all’interno della Commissione, ma anche l’eventualità stessa della procrastinazione* proposta con la manovra finanziaria correttiva, riprova degli interessi, anche economici, che girano dietro questi adempimenti e che dovrebbero imporre serie riflessioni. I cosiddetti “conti alla rovescia”.

Basti pensare a tutti i software, gli articoli, le metodologie, le professionalità che in questa incertezza si sono proposte sul mercato, tanto che, oltre a chiedersi quanti siano i lavoratori che soffrono e soffriranno di stress legato al lavoro, bisognerebbe domandarsi quanti siano quelli che godono e godranno di lavoro legato allo stress.

*Quarta legge della procrastinazione

La procrastinazione comporta l’eliminazione di qualsiasi interruzione, altri lavori compresi, per consentire al lavoratore, così ovviamente stressato, la massima concentrazione.

(Arthur Bloch – La legge di Murphy e altri motivi per cui le cose vanno a rovescio!)