Pubblicato in: Senza categoria

Come ci arriva un RLST in azienda

Qualche giorno fa, mi scrive un collega chiedendomi un parere. Mi domanda: «Laddove i lavoratori non abbiano eletto un RLS, il datore di lavoro deve richiedere all’Organismo paritetico territoriale che gli venga assegnato un RLST?».

La so, la so! Anzi, la so bene, più che altro perché conosco alcuni retroscena della questione.

Faccio un breve passaggio storico…

Ricorreva l’Anno 1 dell’Era del Testo unico (anno 2009, secondo il calendario gregoriano) ed io, per una serie di circostanze, mi trovavo clandestinamente a bordo della nave ammiraglia delle Truppe Imperiali che avevano il compito di correggere il D.Lgs. n. 81/2008.

Lo riconosco, detta così ricorda un po’ il personaggio Manuel Fantoni di “Borotalco”: «Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…». Purtroppo la faccenda era molto meno romantica e avventurosa.

Ad ogni modo, mi trovavo coinvolto nella battaglia della riforma del D.Lgs. n. 106/2009. Non fu una bella esperienza… Ancora oggi ho gli incubi: sogno di essere inghiottito in un enorme buco normativo nel quale, superato l’orizzonte degli eventi, il mio corpo viene spaghettizzato in commi e rimandi di legge che non portano da nessuna parte.

In effetti, questo era uno di quei buchi e anche bello grosso.

Come ricorderete, infatti, già il D.Lgs. n. 626/1994 prevedeva l’esistenza del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale (RLST), ma i lavoratori erano liberi di non essere rappresentati.
Una delle novità della prima versione del D.Lgs n. 81/2008, al contrario, fu proprio quella di “imporre” la rappresentanza dei lavoratori a tutte le aziende: in sostanza, o i lavoratori eleggono o designano un proprio RLS o la norma impone che venga loro assegnato un RLST.

C’è proprio scritto (art. 48, comma 1): «Il RLST… esercita le competenze del RLS… con riferimento a tutte le aziende… nelle quali non sia stato eletto o designato il RLS».

La scelta del legislatore poteva piacere o meno, ma è un dato di fatto che il 12° “Considerando” della Direttiva madre 89/391/CEE richiama in modo forte il concetto di “sicurezza partecipata”.

Vabbeh, fatto sta che, in effetti, c’era nella norma un buco…
In effetti, chi glielo dice all’Organismo paritetico che in un’azienda non è stato eletto o designato alcun RLS, di modo che si possa procedere all’assegnazione del RLST?

Per essere una roba che riguarda tutte le aziende nelle quali non vi sia un RLS, mi pare abbastanza rilevante dire come devono funzionare le cose

Feci presente questa carenza, aggiungendo al testo dell’art. 48 una norma che prevedeva che, nel caso in cui i lavoratori non avessero avuto alcuna intenzione di eleggere o designare un RLS, avrebbero dovuto comunicare questa scelta al datore di lavoro affinché questi si rivolgesse all’organismo paritetico perché venisse loro assegnato un RLST*.

Ci tengo a precisare che la proposta era, ovviamente, motivata. Spiegavo cioè, come sto facendo ora, qual era il problema.
Il fatto che io avessi proposto che fossero i lavoratori a comunicare al datore di lavoro la volontà di non eleggere un RLS derivava semplicemente dalla constatazione che la rappresentanza è un loro diritto e il datore di lavoro non può ingerirsi rivolgendosi autonomamente all’organismo paritetico affinché venga loro assegnato un RLST. Al massimo, può chiedere per conto loro…

La modifica al testo di legge, datata 3 febbraio 2009, venne accolta… Fino al 10 luglio 2009 (data a ridosso dell’approvazione del Decreto in Consiglio dei ministri), quando viene stralciata dal testo ufficiale con la seguente motivazione (ed è qui che la cosa potrebbe interessarvi):

«La soppressione è stata richiesta, oltre che dai sindacati, anche dalle Commissioni parlamentari le quali hanno evidenziato come la norma “individua un meccanismo improprio, la cui operatività è rimessa ai lavoratori, per la comunicazione della mancata elezione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza».

Sostanzialmente, dicono: non si può chiedere ai lavoratori che comunichino al datore di lavoro la decisione di non eleggere un RLS.

Non discuto.

Ci saranno motivazioni di carattere religioso, scientifico, storiche, evolutive, economiche che impediscono una siffatta comunicazione. Motivazioni che, evidentemente, vengono meno in caso di avvenuta elezione del RLS, giacché, in questo caso, i lavoratori ne devono comunicare il nominativo al datore di lavoro.

Ad ogni modo, così è.

Fatto sta che ad oggi mi sento di poter dare una sorta di interpretazione autentica della norma dicendo che no, non è il datore di lavoro che deve richiedere all’organismo paritetico l’assegnazione di un RLST in caso di mancata elezione o designazione del RLS.

Nota: le cose stanno diversamente nel caso, invece, in cui i lavoratori, espressamente, decidano di essere rappresentati da un RLST.

Piuttosto è l’Organismo paritetico che, autonomamente, deve scoprire quali siano le aziende a cui occorre un RLST.

Efficiente, direi!.

Molti storceranno il naso di fronte all’ipotesi di avere a che fare, anche per questa ragione, con gli organismi paritetici. Lo scopo di una norma, però, è quello di regolamentare le situazioni. Si tratta di intendersi: se la norma ritiene che la rappresentanza “ad ogni costo” sia un diritto-dovere dei lavoratori, allora la faccenda deve funzionare.
Altrimenti, si ritorni alla “facoltà” di avvalersi di tale diritto, come era già nel D.Lgs. n. 626/1994 (che sarebbe la mia idea).

 

 

 

Pubblicato in: Senza categoria

Parcheggiare bene, parcheggiare tutti

I parcheggi aziendali possono essere luoghi nei quali si verificano incidenti sul lavoro e infortuni. E la soluzione per ridurre il rischio è a portata di mano…

In realtà la faccenda non riguarda solo i luoghi di lavoro, ma i parcheggi in genere. Tuttavia, sui primi l’Azienda ha la possibilità di incidere positivamente tramite l’informazione ai lavoratori e direttive.

Una ricerca del 2015 condotta dall’Allianz Center for Technology (AZT) e Continental ha tirato giù i seguenti dati:

  • 44% dei sinistri Rc Auto con danni a cose o persone avvengono in fase di parcheggio o manovra;
  • 39% degli incidenti che causano unicamente lesioni avvengono in fase di parcheggio o manovra.

Sul totale degli incidenti in fase di parcheggio o manovra, il:

  • 70% dei sinistri RC auto avviene in fase di retromarcia;
  • 85% delle richieste di risarcimento totali legate a lesioni sono determinate da incidenti in fase di retromarcia;
  • 41,7% dei sinistri RC auto riguarda vetture che hanno urtato altre auto ferme durante un parcheggio in retromarcia;
  • 20,1% degli incidenti vede coinvolte due vetture che si muovono simultaneamente in retromarcia urtandosi;
  • 84% degli incidenti si verifica in uscita da un posteggio.

Appare evidente dalle statistiche che i due fattori che maggiormente determinano il fenomeno sono:

  • la manovra in retromarcia;
  • l’uscita da un posteggio.

Se, evidentemente, entrambe le manovre sono inevitabili, è la combinazione dei due a determinare il rischio maggiore.

Una possibile soluzione per ridurre il rischio a costo zero?

Chiedere ai lavoratori di parcheggiare con il muso della macchina rivolto nella direzione di uscita dal parcheggio (solo il 16% degli incidenti si verifica nella fase di ingresso al parcheggio).

Pubblicato in: Senza categoria

Scaffalature e terremoti

Le tragedie umane che recano con sé eventi come quelli delle recenti scosse telluriche sull’Appennino umbro-laziale-marchigiano ci ricordano costantemente l’importanza della prevenzione.

Purtroppo, ben sappiamo quanto, frequentemente, le strutture che insistono sul territorio siano inadeguate sotto il profilo antisismico.  Anche se può sembrare superfluo, vale la pena ribadire, tra l’altro, come l’emergenza derivante da un terremoto non si limita al momento della scossa tellurica, ma prosegue nel tempo per un periodo che può rivelarsi anche molto lungo a causa delle sequenze sismiche  e delle eventuali repliche.

Diventa, allora, particolarmente rilevante dare il maggior numero di indicazioni su quegli interventi minimi da attuarsi per tutta la durata della fase di emergenza che acquisiscono massima importanza per garantire la sicurezza delle persone, in attesa di trovare una soluzione più affidabile nel tempo.

Un esempio di tali azioni è costituita dalla verifica della vulnerabilità delle scaffalature all’interno dei siti produttivi.

Sì, anche quelle sono strutture e, come tali, devono rispondere a criteri antisismici (fanno eccezione le scaffalature di classe 3, di piccole dimensioni e limitata importanza statica, assimilabili a mobili ed elementi di arredo) senza deroghe. Qualora sprovvista di tali requisiti, la struttura potrebbe:

  1. cedere parzialmente o totalmente durante un sisma, collassando sulle persone presenti o, nel caso migliore, limitandosi a danneggiare le merci ivi stoccate;
  2. cedere successivamente, durante l’ordinaria operatività, a causa di danneggiamenti subiti durante il sisma e non rilevati ma che ne potrebbero determinare il collasso, in momenti successivi, a seguito delle sollecitazioni determinate dalle attività di carico e scarico delle merci ivi stoccate.

Evidentemente, ognuno dei suddetti esiti diventa tanto più probabile quanto più la scaffalatura risultasse già danneggiata dall’ordinario uso, aspetto che richiama l’importanza della sorveglianza e del controllo continuo delle scaffalature e dei carichi ivi disposti, date le peculiari caratteristiche di queste strutture.

Dal punto di vista strutturale, infatti, è appena il caso di far notare come esse presentino alcuni elementi caratteristici che le rendono particolarmente sensibili ai sismi, in particolare:

  1. leggerezza della struttura. Il peso di una scaffalatura è una percentuale minima del peso complessivo dei carichi che essa deve sopportare;
  2. mobilità del carico. Durante un sisma i carichi ubicati sulla scaffalatura subiscono movimenti, modificano il profilo di carico.

A prescindere, pertanto, valgono le seguenti prescrizioni generali:

  1. Le scaffalature, tranne che nel caso dei “magazzini autoportanti” (in cui la scaffalatura è anche la struttura portante dell’edificio), devono essere obbligatoriamente scollegate dagli elementi portanti, a meno che non vi sia una idonea certificazione per il collegamento, che comprovi l’idoneità dell’edificio stesso ad assorbire le azioni trasmesse dallo scaffale.
  2.  I collegamenti con gli impianti del magazzino (ad esempio tubazioni) devono essere di tipo flessibile e non costituire alcun tipo di vincolo o collegamento per nessuna parte della scaffalatura.
  3.  Tutti i livelli di carico in uso devono essere dotati di traverse di supporto delle unità di carico, collegate ai correnti, o di altri dispositivi anticaduta.

Si dovrà procedere, inoltre, ai seguenti controlli:

controlli
(*) Valori raccomandati
(**) L = lunghezza della membratura

Le unità di carico presenti sulle porzioni degli scaffali che non superano i controlli precedentemente descritti, o che non rispondono alle prescrizioni generali, devono essere rimosse.

Le restanti parti della scaffalatura possono rimanere in servizio, con le restrizioni all’utilizzo illustrate nel seguito. Ai soli fini del riutilizzo immediato delle scaffalature dopo un sisma, è necessario classificarle in base alla certificazione disponibile e alle tipologie costruttive, come segue:

agibilitaNota 1: arrotondato per difetto, escluso dal conteggio il livello a terra.
Nota 2: si fa notare che una certificazione sismica ufficiale rilasciata da un produttore qualificato può non basarsi sui seguenti requisiti, dato che è supportata da calcoli e sperimentazione.

Per approfondimenti:

  • Ministero del Lavoro, lettera circolare n. 21346 del 13/09/1995;
  • “Linee guida per la valutazione della vulnerabilità e criteri per il miglioramento delle costruzioni ad uso produttivo in zona sismica”, CC.LL.PP. del 22/06/2012;
  • “Linee di indirizzo per interventi locali e globali su edifici industriali monopiano
    non progettati con criteri antisismici”, Gruppo di Lavoro Agibilità Sismica dei Capannoni Industriali
Pubblicato in: Senza categoria

Offro un caffè a tutti

Stamattina, sorseggiando le mie 3 tazzine di caffè (la mattina ho bisogno di una scossa, diciamo…), leggevo un articolo su una importante rivista del settore sulle modifiche al D.Lgs. n. 81/2008 relative alla protezione dei lavoratori dall’esposizione ai campi elettromagnetici.

In un passaggio del suddetto articolo, l’autore afferma che la IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica i campi elettromagnetici (a bassa ed alta frequenza) nel gruppo 2B, quello dei «possibili cancerogeni», affermando successivamente che è lo stesso gruppo nel quale si trova classificato il caffè.

Questa storia della classificazione del caffè nel gruppo 2B dei possibili cancerogeni va avanti dagli anni ’90 e, a mio avviso, gli studi sull’argomento hanno subito gli effetti confondenti derivanti dall’abitudine dell’epoca di indossare scarpe con la zeppa e camicie di flanella da boscaiolo alla Kurt Cobain.

moda-brutta-degli-anni-90-13  moda-brutta-degli-anni-90-45

Però, da giugno, la IARC c’ha messo una pezza e il caffè è stato declassificato al gruppo 3 , a seguito di oltre 1000 studi effettuati sull’uomo e sugli animali (il problema è che l’animale, dopo che gli hai fatto assaggiare il caffè, non ne può più fare a meno. Un opossum è stato arrestato per spaccio: vendeva eroina dietro Piazza del Popolo per pagarsi il caffè al bar).

Il gruppo 3, ricordiamolo, è soprannominato “mai ‘na gioia”. Uno infatti pensa: «Se sta sotto al gruppo 2B dei possibili cancerogeni, il gruppo 3 sarà quello dei “cancerogeni manco ppe’ gnente”…».

Invece no, è il gruppo di quelli che: i dati scientifici a disposizione non permettono di concludere se esso causi o meno il cancro all’uomo (Not classifiable as to its carcinogenicity to humans) ed, ovviamente, è il gruppo più affollato con 505 agenti.

Ricordando che tutte queste espressioni sono il semplice risultato dell’applicazione del principio di precauzione (che, come dice la parola stessa, è talmente tanto prudente da risultare addirittura in contrasto con il criterio di falsificabilità di Karl Popper, la base dell’attuale metodo scientifico), diciamo che se una roba è in categoria 3, magari mi concentrerei un po’ di più sulle altre schifezze che mangiamo tutti i giorni.

Fin qui le buone notizie…

Occhio, infatti, che la IARC ha classificato le bevande MOLTO calde nel gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni” che è una ‘nticchia più statisticamente rilevante rispetto ai “possibili cancerogeni”.

Molto calde significa che, per riuscire a berle dovresti ingoiarti un tubolare di fibra aramidica per non ustionarti l’esofago, dato che parliamo di 70°C… (eh sì, il tumore all’esofago è l’ottavo più diffuso al mondo e mi produce, da solo, il 5% di morti per cancro)

Comunque, prima di rinunciare alle tisane di fiori di orchidea verde del Madagascar, fatevi un esame di coscienza, dato che la prima causa di tumore all’esofago restano il fumo e le bevande alcoliche.

Dimenticavo… Offrendovi un caffè, non vi sto proponendo un cancerogeno di categoria 2A, dato che, il caffè buono va bevuto a temperature inferiori a 60°C.

Pubblicato in: Senza categoria

Ciao Gab

La prima volta che vidi Gabriele Campurra fu nel 2006.

Dovevamo scrivere a 4 mani un libro (per me era il primo) sulla valutazione del rischio rumore e, per incontrarci, lui mi invitò nella sede ENEA di Frascati dove lavorava come responsabile della medicina del lavoro e della radioprotezione.

Io mi presentai con un po’ di timore reverenziale: lui era apprezzato e affermato nel suo campo, Gigapagine di pubblicazioni, riconosciuto come uno scienziato della radioprotezione. Io ero un giovane ingegnere, conosciuto solo da parenti e amici, apprezzato da mia madre e affermato sul mio pianerottolo.

Dopo 5 minuti parlavamo di anarchia (un’idea che ci accomunava), musica (Bruce Springsteen), dei fatti miei e dei fatti suoi (cit. De André), grandi risate e pacche sulle spalle.

Da qualche anno si era appassionato agli studi sui nanomateriali e ai rischi per la salute ad essi connessi.
Nano-oggetti, nano-particelle, nano-tecnologie… quando parlavo con lui della faccenda era tutto un “nano”, non ci capivo niente, lo prendevo in giro dicendo che era passato al lato oscuro della forza, che quella roba era paragonabile alla magia nera.
In realtà si dimostrerà che aveva ragione lui: era un precursore.

Aveva un blog anche su Postilla.
Ha scritto un unico e solitario post (sull’influenza AH1N1) che, manco a dirlo, ancora oggi risulta il post più letto della sezione Sicurezza.

Ci ha lasciato il 28 dicembre u.s.
Voglio salutarlo riportando la mail che mi ha inviato la sera della vigilia di Natale 2013.
L’oggetto era “Auguri” e, invece del solito messaggio, aveva inserito solo questa immagine (il suo miglior augurio).

A

Pubblicato in: Senza categoria

Cellulare, auricolare e codice della strada

Se una cosa è sbagliata, è sbagliata. Anche se permessa dalla legge, se una cosa è sbagliata, resta sbagliata. E questo riguarda, in particolare, la sicurezza, campo nel quale un comportamento lecito può comunque essere un comportamento rischioso.

Per dirla in altre parole, sfido chiunque a trovarmi la differenza sostanziale tra un incidente in autostrada andando alla velocità di 129 km/h o andando a 131 km/h! Volevo parlarvi proprio di cose della strada. Ieri, mentre mi accingevo ad attraversare la strada sulle strisce pedonali, per poco non venivo investito da una macchina. Difatti, un cocchio motorizzato che sopraggiungeva, al termine di una brusca frenata, invadeva le strisce e la porzione di italico territorio sul quale un istante prima si trovava il mio gracile e grazioso corpicino, e solo un poderoso scatto di reni ha impedito che il vostro affezionato blogger venisse trasformato in un ammasso di nutella sanguinolenta spalmata su una croccante fetta di asfalto.

Dopo aver augurato al vetturino di campare altri cent’anni (di cui almeno 99 col singhiozzo), mi accorgo che il tipo stava cercando di asfaltare il sottoscritto mentre era impegnato in conversazione telefonica con tanto di auricolare. Il codice della strada, come noto, lo consente:

Art. 173, comma 2: « È vietato al conducente di far uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici ovvero di usare cuffie sonore, fatta eccezione per i conducenti dei veicoli delle Forze armate e dei Corpi di cui all’articolo 138, comma 11, e di polizia. È consentito l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie (che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani)». 

Ah beh, certo… L’importante è che entrambe le mani siano libere e che lui ci senta bene. Purtroppo, molte persone inferiscono e si convincono che, poiché la norma lo permette, evidentemente, con queste accortezze, il comportamento alla guida è sicuro. «E allora perché non è vietato?». Questo è quello che mi sento chiedere durante i corsi di formazione che faccio ai lavoratori che usano la macchina come strumento di lavoro. La tragedia è che ritengo che non sia vietato perché chi ha scritto quella norma lì nel 2002 (le seguenti ipotesi non sono mutuamente escludenti):

  1. non aveva un cellulare;
  2. non aveva una macchina;
  3. non aveva una vita sociale,

e non si rendeva conto che il problema non è avere le mani e le orecchie impegnate, ma il cervello.

La National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha stimato che negli Stati Uniti la distrazione è responsabile del 25% degli incidenti accertati dalla polizia (Ranney, Mazzae, Garrott, & Goodman, 2000; Wang, Knipling, & Goodman, 1996). Per dire, in Italia, secondo l’Istat, la guida distratta e l’andamento indeciso sono la causa del 16.6% degli incidenti avvenuti nel 2012 (tra l’altro questa è la prima causa di incidente – pag. 10 – non la velocità) Caird, Scialfa, Ho, & Smiley (2005), basandosi sui dati di 18 studi, stimano che l’uso del cellulare alla guida aumenta il tempo di reazione in situazioni critiche (che poi sono quelle dove ti serve la massima attenzione) di 0,23 secondi (N.B.: altri studi – H.Alm & L.Nilsson “The effect of a mobile telephone task on driver behaviour in a car following situation”, Acc.Anal.Prev. 27, 707-715 (1995) – affermano che invece si aggiri intorno a 0,6 secondi. Gli 0,23 secondi citati sono il dato più ottimistico che ho trovato). E, tra l’altro, non c’è alcuna differenza che si usi l’auricolare, il vivavoce o si tenga il telefono in mano. Il problema, il vero problema è l’impegno cognitivo richiesto dalla conversazione telefonica.

Del resto, non per dire, ma perché quando io andavo a scuola con l’autobus non potevo parlare al conducente e ora sì, purché abbia il suo numero di telefono? 0,23 secondi, non so se vi rendete conto… e questi sono valori medi dei tempi di reazione… Se ti limiti a parlarci al telefono… perché se quello scrive un sms, mediamente distoglie per 5 secondi di fila lo sguardo dalla strada. «Vabbeh», direte voi, «stai facendo tutto ‘sto casino per 0,23 secondi… Cosa vuoi che siano rispetto all’eternità».

Premesso che proprio l’eternità era quella che mi aspettava se non mi fossi scansato, faccio due conti… se quello andava a 40 km/h, vuol dire che percorreva 11,1 metri ogni secondo. Considerate che il tempo di reazione di una persona attenta alla guida è di  almeno 1 secondo (avete capito: 1 secondo), per cui dal momento in cui mi ha visto sulle strisce e ha deciso (bontà sua) che non dovevo morire, è passato un secondo nel quale ha percorso  11,1 metri. Siccome il tipo stava parlando al cellulare dovete aggiungere 0,23 secondi cioè altri 2,6 metri….

Dopodicchè è iniziato quel fenomeno fisico che si chiama attrito e che gli doveva consentire di dissipare l’energia cinetica posseduta dalla macchina, cioè la frenata. A 40 km/h, strada asciutta, sono altri 16 metri. Totale: fanno 29,7 metri… che faccio lascio e glieli incarto? Considerando che ha invaso le strisce pedonali e si è fermato oltre il punto in cui mi trovavo un istante prima, avete capito perché me la prendo per quei benedetti 0,23 secondi? Giusto, giusto i 2,6 metri che si è mangiato parlando al cellulare…

Pubblicato in: Senza categoria

Il bispensiero applicato ai modelli di organizzazione

Leggendo i contenuti del nuovo D.M. 13 febbraio 2014 sono stato catapultato in un esercizio raffinato delbispensiero descritto in 1984. Se non vi è mai capitato di leggere il capolavoro di Orwell, fatelo: è un’esperienza estraniante.

Il bispensiero è l’unica forma di pensiero concesso nella società del Grande Fratello  (quello vero, non il reality show), mediante il quale le parole venivano usate per sostenere una tesi ed il suo esatto opposto. Così, il Ministero della Pace in realtà presiede la guerra,  il Ministero della Verità controlla la propaganda e via dicendo…

Ecco, le Procedure semplificate per l’adozione dei modelli di organizzazione e gestione (MOG) nelle piccole e medie imprese (PMI) sono una forma autentica di bispensiero.

Vi ricordate dell’U.C.A.S. (Ufficio Complicazioni Affari Semplici)? Adesso si chiama Commissione consultiva permanente ed è prevista dall’art. 6 del D.Lgs. n. 81/2008 ed è tutto suo l’onere di fornire strumenti inutili per riuscire a complicare la vita (si noti la finezza del bispensiero insita nella missione di riuscire a ottenere un risultato con qualcosa di inutile).

La storia è semplice. Realizzare un modello di organizzazione e gestione (MOG) che abbia efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa prevista dal D.Lgs. n. 231/2001 per i reati presupposto derivanti da violazioni della normativa antinfortunistica, è una faccenda molto complessa. Lo è a maggior ragione per una PMI la quale, spesso, non disponendo delle competenze e organizzazioni interne necessarie, rischia di avvitarsi su sé stessa come un piccione strafatto di metanfetamina.

Giusto per darvi un’idea del numero di aziende interessate, le PMI (definite come imprese con meno di 250 lavoratori), in Italia, secondo i dati Eurostat:

  • sono il 99,9% del totale delle imprese;
  • producono il 68,3% del PIL;
  • occupano l’80,3% dei lavoratori.

Diciamo che non è che siano esattamente quattro gatti…

Ricordiamo che nel caso di imputazione per uno di questi reati, l’impresa che non fosse in possesso di un MOG non sarebbe in grado di dimostrare l’assenza di una colpa organizzativa e incorrerebbe nelle sanzioni pecuniarie (che possono tranquillamente superare il centinaio di K€) e interdittive previste.

La difficoltà di mettere in piedi un MOG effettivamente tarato alle esigenze dell’impresa e rispettoso delle indicazioni della norma è tanto più sentita, quanto più si riduce la dimensione della PMI. Infatti, se da un lato si riduce la complessità organizzativa, dall’altro diminuiscono le risorse necessarie per gestire i processi di vigilanza, registrazione, riesame richiesti da questi modelli.

Ora, se si considera che le microimprese (meno di 10 lavoratori), costituiscono il 94,6% del totale, il problema dovrebbe essere molto sentito!

E infatti il D.Lgs. n. 81/2008, con l’art. 30, comma 5-bis, ha dato alla Commissione consultiva permanente, il compito di elaborare delle procedure semplificate, rivolte espressamente alle PMI, per predisporre un MOG.

Boh, a me pare chiaro: ti sto chiedendo di produrre delle procedure semplificate (quindi più semplici di quelle che normalmente si usano) per dare una mano alle PMI (quindi a imprese con strutture di piccole dimensioni) a dotarsi di un modello di organizzazione e gestione.

La Commissione consultiva permanente questo lo sa e quindi dichiara nella Premessa del documento:

«Il presente documento ha lo scopo di fornire alle piccole e medie imprese, che decidano di adottare un modello di organizzazione e gestione della salute e sicurezza, indicazioni organizzative semplificate…»,

e a conferma di quanto appena enunciato, nell’Introduzione  (il documento vero e proprio non è nemmeno cominciato. Figuratevi il resto) dichiara:

«Si ritiene che la realizzazione di un MOG, anche secondo le modalità semplificate riportate in questo documento, rappresenti un impegno, in particolare per le imprese con un numero minimo di lavoratori e con una struttura organizzativa semplice. Pertanto, le aziende di dimensioni e/o complessità ridotte debbono valutare l’opportunità di implementare un MOG aziendale».

Quindi, le procedure riguarderebbero il 99,9% delle imprese italiane, ma non è che siano proprio adatte per il 94,6% di loro.

Non so voi ma a me queste cose emozionano. Il bispensiero è un’arte, uno stile di vita… Non tutti sono capaci di ragionare in modo contorto, dicendo tutto e il contrario di tutto.

La restante parte del documento è un insulso coacervo di ovvietà, fatte passare come indicazioni utili (sennò che l’hanno scritte a fare) e innovative (sennò le avremmo potute leggere da qualche altra parte), in perfetta sintonia con l’ortodossia del bispensiero.

Soprattutto la semplificazione è totalmente assente: provate a mettere in piedi il MOG suggerito e avreste le stesse difficoltà in termini di gestione che incontrereste se decideste di seguire le indicazioni dell’OHSAS 18001 o delle Linee guida UNI-INAIL.

Ora, per avere un’altra dimostrazione di bispensiero dovremo attendere i modelli semplificati dei POS , del PSC e del fascicolo dell’opera previsti dall’art. 104-bis.

Ma la Commissione che ci ha già abituato a capolavori come:

  • le indicazioni sullo stress lavoro correlato (opera prima della Commissione, ancora ricercatissima dai collezionisti);
  • le procedure per la fornitura di calcestruzzo in cantiere (opera terza, ma prima dimostrazione  di bispensiero grazie alla quale possiamo beneficiare di un documento, riferito ad un’attività semplice, più lungo di un intero PSC);
  • le procedure standardizzate per la valutazione dei rischi (l’opera della maturità, il capolavoro assoluto che lascia l’osservatore senza fiato tutte le volte che ne si ammira l’inutilità. Le procedure sono attualmente considerate l’unico modo per ottenere il vuoto perfetto, condizione che non era mai prima stata osservata in natura, né si considera realizzabile in laboratorio),

anche questa volta non potrà deluderci.

L’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù

G. Orwell – 1984

Pubblicato in: Senza categoria

La nuova comunicazione del nominativo del RLS all’INAIL

Mi ero quasi affezionato all’idea di leggere ogni mese una circolare presuntuosamente «chiarificatrice» da parte dell’INAIL o del Ministero del lavoro relativamente all’obbligo per datori di lavoro e dirigenti di comunicare il nominativo dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, un po’ come gli appassionati di soap opera che si ostinano a voler tenere le fila di trame inverosimili, personaggi che si aggrovigliano in rapporti sentimentali inviluppati e sovrapponentisi, pur sapendo che gli sceneggiatori, appena si accorgono che la storia sta acquistando un minimo di realismo, cambieranno completamente le carte in tavola, cambiando la scena, facendo morire questo o quel personaggio, risuscitandone altri.

Ecco, con la circolare INAIL n. 43, del 25 agosto 2009, è come se fosse morto uno dei miei personaggi preferiti, uno di quei soggetti che tengono sempre alta la tensione. Ma vi ricordate le scene di panico degne di colossal come The day after tomorrow che si sono scatenate all’approssimarsi della scadenza del 16 maggio, la prima, quella entro la quale comunicare i nominativi degli RLS eletti al 31 dicembre 2008? Sembrava fosse stato annunciato l’Armageddon e che le forze armate del Bene e del Male si stessero radunando per la battaglia finale: datori di lavoro che imponevano con la forza l’elezione del RLS ai propri lavoratori, consulenti che consigliavano di retrodatare verbali di elezione del RLS verso tempi remoti antecedenti la stessa costituzione dell’azienda, amministratori che vagavano nel buio in preda ad un delirio millenaristico, biascicando “Inail, Inail, Inail…”

E poi il 15 maggio, improvvisa e inaspettata (soprattutto, non confermata) cominciò a circolare una profetica nota del Ministero del lavoro (che si palesò solo il 1° giugno) che rinviava il tutto al 16 agosto. Si mormora che 9 rappresentanti dei lavoratori, eletti appositamente per la fatidica scadenza del 16 maggio dietro imposizione dei rispettivi titolari, siano stati assassinati per eliminare le prove. L’occultamento dei cadaveri rende impossibile un’eventuale conferma dell’insano gesto, ma le famiglie chiedono di poter riabbracciare i propri cari.

Ad ogni modo, questi sì che sono colpi di scena degni di un romanzo di Agatha Christie, roba che ti tiene in tensione fino alla fine, che ti fa saltare sulla sedia al minimo rumore nella stanza.

Ora però con la circolare INAIL n. 43 tutto ciò non sarà più possibile. In realtà la colpa è tutta di un altro personaggio, il misterioso D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106 che ha modificato l’art. 18, comma 1, lett. aa) del D.Lgs. n. 81/2008, riscrivendolo così:

«aa) comunicare in via telematica all’INAIL e all’IPSEMA, nonché per loro tramite, al sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro di cui all’articolo 8, in caso di nuova elezione o designazione, i nominativi dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza; in fase di prima applicazione l’obbligo di cui alla presente lettera riguarda i nominativi dei rappresentanti dei lavoratori già eletti o designati».

Se non eravate ancora arrivati a leggere questa parte del libro, capisco la vostra delusione: sparisce l’obbligo di comunicare annualmente all’INAIL il nominativo del RLS, sostituito da una meno avvincente comunicazione solo in caso di nuova elezione o designazione.

Ma la vera tragedia è che l’INAIL con la circolare n. 43 ha chiarito praticamente tutto circa le modalità con le quali adempiere all’obbligo, eliminando così ogni alone di mistero.

Da questa circolare, infatti, si possono chiaramente (quando è chiaro, è chiaro) evincere i seguenti casi:

  • se l’azienda ha già comunicato il nominativo del RLS eletto o designato prima del 31 dicembre 2008, non dovrà fare alcuna ulteriore comunicazione;
  • se l’azienda aveva già comunicato il nominativo del RLS eletto o designato prima del 31 dicembre 2008, ma esso nel frattempo è cambiato, il datore di lavoro dovrà effettuare la comunicazione prevista in caso di nuova nomina;
  • se l’azienda non ha ancora comunicato il nominativo del RLS eletto o designato prima del 31 dicembre 2008 (birichina!!) dovrà effettuare la prima comunicazione;
  • se nell’azienda c’è un RLS eletto o designato dopo il 1° gennaio 2009, il datore di lavoro dovrà effettuare la prima comunicazione;
  • in ogni caso di variazione rispetto ad un nominativo precedentemente comunicato, l’azienda dovrà provvedere a comunicare l’avvenuto cambiamento.

Ovviamente le comunicazioni dovranno essere effettuate all’IPSEMA qualora in azienda vi siano categorie di lavoratori tutelate da questo ente.

Come mia personale interpretazione del testo, ma suffragata dalla logica e dall’ermeneutica giuridica, essendo sparita qualsivoglia scadenza entro la quale adempiere all’obbligo di comunicazione, l’adempimento dovrà essere considerato come immediato, ovvero prontamente successivo all’avvenuta elezione del RLS. Scusate se ho rovinato la sorpresa a qualcuno, ma credetemi, era evidente, come è palese che l’assassino è il maggiordomo.

Le modalità di comunicazione sono esclusivamente telematiche e, per accedervi, ci si dovrà registrare al sito dell’INAIL, ottenere una password e seguire le procedure previste in caso di prima comunicazione o di comunicazioni successive.

Addirittura la circolare precisa che l’elezione o la designazione non è un obbligo del datore di lavoro, ma una facoltà dei lavoratori, un diritto che essi possono anche decidere di non esercitare. D’accordo, questa puntualizzazione sarà pure utile a quei datori di lavoro e consulenti che ancora non avevano chiaro questo concetto, però così si rovina tutta la trama, non si lascia spazio all’italica improvvisazione che per esempio ci ha fatto assistere a capolavori dell’interpretazione come quelli inscenati da datori di lavoro che «costringevano» i lavoratori ad eleggere un proprio rappresentante pur di poterne comunicare il nominativo all’INAIL.

La stessa pena prevista in caso di mancato adempimento, una sanzione amministrativa pecuniaria da 50 a 300 €, lascia intendere come il legislatore sia ormai poco interessato a questo soggetto.

Ma gli amanti del brivido non temano: altri colpi di scena ed invenzioni strabilianti sono probabilmente in cantiere da parte del nostro Grande Sceneggiatore, visto che ancora non sono state definite le modalità di comunicazione del nominativo del rappresentante dei lavoratori territoriale.

To be continued…

Pubblicato in: Senza categoria

Construction Wars IV – L’impero colpisce ancora

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Sono tempi duri per la ribellione. Nonostante il D.Lgs. 494/1996 sia stato distrutto, le truppe imperiali europee hanno stanato le forze ribelli italiane dalle loro basi nascoste e le hanno inseguite attraverso la galassia con gli incursori della Corte di giustizia europea. 

Nel tentativo di far perdere le loro tracce, un gruppo di combattenti per la libertà, guidati dal loro legislatore Jedi Luke Skywalker, ha stabilito una base segreta su uno sperduto satellite ai confini della galassia, il D.Lgs. 81/2008, sul quale ha messo a punto la sua nuova arma: l’art. 39 della Legge comunitaria 2008.

Ma il malvagio legislatore italiano Lord Dart Fener, ossessionato dall’idea di trovare il giovane Skywalker, ha inviato migliaia di sonde fino ai più lontani confini dello spazio…

Il malvagio legislatore italiano Lord Dart Fener

Il malvagio legislatore italiano Lord Dart Fener

 

Inizia così un altro capitolo della saga che vede contrapposti Italia Vs. Europa nel merito del recepimento della Direttiva cantieri. Come accade spesso con le saghe, lo spettatore che non conosce i precedenti episodi, rischia di trovarsi un po’ spiazzato, in particolare quando la trama è complessa come in questi casi, per cui mi cimenterò in un breve riassunto.

La storia parte molto in là nel tempo e nello spazio, quando ancora la Galassia era governata da forze buone e democratiche (i legislatori europei) che, per mantenere l’ordine, produssero la direttiva 92/57/CEE, meglio conosciuta come Direttiva cantieri, imponendo a tutti i pianeti della Galassia di recepirla.

L’Italia recepì tale direttiva con il D.Lgs. n. 494/1996 ma, diciamo, “ci mise del suo”…

Con riferimento ai casi in cui si doveva procedere alla nomina dei due cavalieri Jedi noti con il nome di coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione, il legislatore italiano ribelle Lord Dart Fener, con un colpo di mano, introdusse due deroghe a quest’obbligo (cantieri con assenza di rischi particolari e/o cantieri di entità inferiore a 200 uomini/giorno), mentre la Direttiva originaria prevedeva la nomina dei cavalieri Jedi tout court in tutti i cantieri con presenza di più imprese.

La principessa Leyla, alla guida  della Commissione delle comunità europee, intima prima all’Italia di motivare tale provvedimento e, successivamente, non avendo ricevuto alcuna risposta, diffida Lord Dart Fener a trasporre correttamente la Direttiva comunitaria.

Non avendo ricevuto nuovamente alcuna risposta, la principessa Leyla presenta dunque ricorso al Consiglio degli Jedi (Corte di Giustizia europea).

La Corte di giustizia dà ragione alla principessa Leyla, imponendo all’Italia di recepire correttamente l’obbligo di nomina dei coordinatori in tutti i cantieri con presenza di più imprese.

Qui inizia il nostro nuovo episodio. Colpo di scena…

Quasi contestualmente alla sentenza di condanna (Luglio del 2008), la norma italiana a cui essa si riferisce (D.Lgs. 494/1996), viene distrutta e sostituita dal D.Lgs. n. 81/2008 (maggio 2008), un estremo tentativo di resistenza da parte dei ribelli fedeli alla principessa Leyla, ma Lord Dart Fener anche questa volta riesce a contrastare l’azione ribelle con l’incursione nel testo legislativo del micidiale art. 90, comma 11, il quale ancora una volta deroga alla nomina di uno dei due cavalieri Jedi (il coordinatore per la progettazione), questa volta qualora si tratta dei famigerati lavori privati non soggetti a permesso di costruire.

Inizia così il nostro episodio.

Il 14 luglio 2009 viene pubblicata in G.U. la Legge comunitaria 2008 la quale, con l’articolo 39, apporta modifiche al D.Lgs. n. 81/2008. Di seguito il testo:

Art. 39.

1. Al decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 90, il comma 11 e’ sostituito dal seguente:

«11. La disposizione di cui al comma 3 non si applica ai lavori privati non soggetti a permesso di costruire in base alla normativa vigente e comunque di importo inferiore ad euro 100.000. In tal caso, le funzioni del coordinatore per la progettazione sono svolte dal coordinatore per la esecuzione dei lavori»;

b) all’articolo 91, comma 1, dopo la lettera b) e’ aggiunta la seguente:

«b-bis) coordina l’applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 90, comma 1».

Per allinearsi alla Direttiva comunitaria, il nostro legislatore apporta una modifica al discutibilissimo articolo 90, comma 11. Peccato che ancora una volta Lord Dart Fener sia riuscito a metterci lo zampino…

Infatti, con tale modifica, com’è immediatamente evidente, si deroga nuovamente alla nomina del coordinatore per la progettazione (nel caso di lavori privati non soggetti a permesso di costruire e di importo inferiore a 100.000 euro), benché poi si afferma che le sue funzioni sarebbero comunque svolte dall’altro cavaliere Jedi: il coordinatore per l’esecuzione.

Ma la direttiva comunitaria parla di “nomina” in tutti i casi dei coordinatori, non solo dello svolgimento delle loro funzioni. Questo punto che potrebbe apparire cavilloso (in fondo, si direbbe, l’importante è che qualcuno svolga le funzioni preposte, poi che si chiami in un modo o nell’altro poco importa), non lo è.

Infatti, come noto, il coordinatore per l’esecuzione viene designato dal committente “prima dell’affidamento dei lavori” (art. 90, comma 4), e pertanto, benché gli possano essere state affidate con le nuove modifiche anche le funzioni proprie del coordinatore per la progettazione, non riuscirebbe materialmente a partecipare alla fase vera e propria di progettazione, generando così contraddizione con uno dei “considerando” nella premessa della Direttiva 92/57/CEE nella quale si afferma: “… considerando che le scelte architettoniche e/o organizzative non adeguate o una carente pianificazione dei lavori all’atto della progettazione dell’opera hanno influito su più della metà degli infortuni del lavoro nei cantieri nella Comunità…”.

Tale “considerando” enuncia in maniera chiara l’importanza di effettuare scelte adeguate e definire misure opportune fin dalla fase di progettazione, non potendosi limitare le soluzioni ai provvedimenti che residualmente è possibile attuare una volta che i giochi siano stati fatti.

Per fortuna, tale modifica entrerà in vigore il 29 luglio p.v. e pertanto dovrebbe avere vita breve, poiché entro il 16 agosto 2009 dovrebbe essere approvato il decreto correttivo, il quale apporterà sostanziali modifiche al testo vigente ed, in particolare al Titolo IV. Secondo le bozze degli schemi di decreto disponibili, il comma 11 dell’articolo 90 verrebbe definitivamente abrogato, eliminando ogni anomalia derivante da improbabili distinzioni per i lavori privati ed introducendo un meccanismo di nomina dei coordinatori molto più coerente col dettato europeo.

Tutti coloro che credono nel Bene e sono fedeli all’Alleanza Ribelle saranno chiamati a dare il loro contributo.

La Forza sia con voi!

Luke Skywalker: Oh, no! Ora non la tireremo più fuori!
Yoda: Così sicuro sei tu. Sempre per te non può essere fatto. Tu non senti ciò che dico!
Luke Skywalker: Maestro, spostare delle pietre è una cosa: questo è del tutto diverso!
Yoda: No! Non diverso! Solo diverso in tua mente. Devi disimparare ciò che hai imparato.
Luke Skywalker: D’accordo, ci proverò.
Yoda: No! Provare no! Fare. O non fare. Non c’è provare!
[Luke cerca di tirar fuori la navicella dalla melma, ma senza successo]
Luke Skywalker: Non ci riesco, è troppo grossa!
Yoda: La grandezza non conta. Guarda me, giudichi forse me dalla grandezza? Non dovresti farlo infatti, perché mio alleato è la Forza, ed un potente alleato essa è! La vita essa crea ed accresce, la sua energia ci circonda e ci lega; illuminati noi siamo! Non questa materia grezza! Tu devi sentire la Forza intorno a te, qui, tra te, me, l’albero, la pietra, d’ovunque! Sì, anche tra la terra e la nave.
Luke Skywalker: Tu vuoi l’impossibile! 
[Yoda riesce a tirare fuori la navetta] Non posso crederci!
Yoda: Ecco perché hai fallito.

Il legislatore Jedi

Il legislatore Jedi

 

Pubblicato in: Senza categoria

Sicurezza in bicicletta

Finalmente il giro di vite che gli italiani attendevano sulla sicurezza stradale

Se pensavate che il nuovo decreto sicurezza si occupasse solo di ronde, stupri, clandestini, solo per citare alcuni dei temi caldi del provvedimento, vi sbagliavate.

C’è di più, anzi di tutto di più, anche norme volte a prevenire e reprimere uno dei malcostumi che più attanaglia chi circola liberamente per la strada: l’uso improprio della bici.

È ora di dire “basta!” a ciclisti che circolano ubriachi per le strade (spesso sotto l’effetto combinato di droghe), mettendo a repentaglio la vita dei conducenti di SUV, o a velocipedi che superano di 40 o più km/h il limite di velocità la domenica mattina sulle strade, sorpassando le auto a fil di sportello.

Per costoro, ma anche per altre gravi violazioni, ci pensa il nuovo art. 219-bis del codice della strada, come modificato dall’articolo 3, comma 48 del cosiddetto “decreto sicurezza”, il quale dispone:

«Nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, è disposta la sanzione amministrativa accessoria del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida e la violazione da cui discende è commessa da un conducente munito di certificato di idoneità alla guida di cui all’articolo 116, commi 1-bis e 1-ter, le sanzioni amministrative accessorie si applicano al certificato di idoneità alla guida secondo le procedure degli articoli 216, 218 e 219. In caso di circolazione durante il periodo di applicazione delle sanzioni accessorie si applicano le sanzioni amministrative di cui agli stessi articoli. Si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis. 2. Se il conducente è persona munita di patente di guida, nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, sono stabilite le sanzioni amministrative accessorie del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida, le stesse sanzioni amministrative accessorie si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida. In tali casi si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis»

Mmmhh, avete ragione, troppi commi bister e rimandi vari. Riassumo io…

Si dice sostanzialmente che, laddove il codice della strada lo preveda, si potrà disporre il ritiro, la sospensione o la revoca della patente come sanzione accessoria e, tra l’altro, si aggiunge, che tale provvedimento potrà riguardare anche coloro i quali sono in possesso di certificato di idoneità alla guida (il patentino per i ciclomotori, ovvero i riferimenti all’art. 116, commi 1-bis e 1-ter), ai quali potrà essere ritirato tale certificato abilitativo.

Ma la vera novità del codice della strada è inserita nell’ultimo periodo dell’articolo, nel quale si afferma che, qualora si sia in possesso della patente di guida, essa potrà essere ritirata, sospesa o revocata negli stessi casi di cui sopra, anche qualora si fosse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida (bicicletta, carretto trainato da buoi, risciò, navicelle spaziali…).

Purtroppo, data la fretta con la quale è stato scritto il provvedimento, fretta necessaria per riuscire a porre un freno il prima possibile a questa vera e propria emergenza nazionale, non si è potuta trovare una efficace misura di contrasto nei confronti dei veri protagonisti e principali colpevoli di questo fenomeno: i bambini, i quali, non essendo in possesso della patente di guida, la faranno franca come al solito.

Ma il cittadino non tema, sono al varo proposte di decreti correttivi, i quali prevedranno il sequestro dei lecca-lecca o del televisore al plasma del papà negligente che non vigila. Nei casi più gravi (bambino in bicicletta che guida contromano in autostrada, per esempio) è stata proposta una sonora sculacciata, ma le organizzazioni umanitarie si oppongono.

Va bene, ora basta, mi sono sfogato, ma sul serio non ne posso più di norme demagogiche e prive di senso come questa. Il legislatore vuol farci credere che la sicurezza sulle strade sia talmente pregiudicata dalla condotta spericolata dei ciclisti (perché evidentemente è principalmente ad essi che è rivolto il provvedimento), da richiedere che essa venga repressa col ritiro della patente di guida, quando nella realtà, tutti possono verificare come siano i ciclisti a rischiare la vita tutti i giorni sulle strade. Ovviamente anche loro debbono essere passibili di sanzione, ma francamente, per il tipo di conseguenze che può avere una eventuale loro condotta errata, si può tranquillamente ritenere possa essere considerata sufficiente una multa.

Continua invece il proliferare di norme e provvedimenti vari, in nome di questo o di quel valore o principio (in questo caso la sicurezza) e continuiamo ad essere il paese in cui il numero di leggi travalica di gran lunga la capacità di qualunque cittadino di giungerne a conoscenza, per cui si finisce col violare leggi di cui si ignora l’esistenza. Ritengo imprescindibile e sacrosanto il principio secondo cui la legge non ammette l’ignoranza, ma rivendico il mio diritto di riuscire a non essere ignorante.

Per esempio, vi siete mai ritrovati un alveare di api nel cassone delle persiane di casa vostra? Lo sapevate che non potete bruciarlo perchè le api sono specie protetta? Lo sapevate che detenere un alveare (anche spontaneo, la norma non precisa la differenza) fa di voi degli apicoltori, per cui dovreste denunciarlo? Beh, io sì (ok, sono ignorante, ma qualcosina la so pure io) per cui, subito dopo aver superato il primo momento di orgoglio per la mia nuova attività di apicoltore, mi sono posto il problema di come rimuoverlo.  Inutile che chiamiate i vigili del fuoco o la protezione civile, non rientra tra le loro competenze. Vi serve un vero apicoltore, uno che abbia intrapreso questa attività sul serio, non come voi, imprenditori improvvisati che non siete altro. Ehm, casomai lo trovaste, mi date il suo numero di telefono?

E a cosa serve questa moltiplicazione evangelica di norme e leggi? Il dubbio legittimo che sorge, è che abbia come unico obiettivo quello di consentire la riproduzione e la conservazione di chi le leggi le fa o le deve amministrare, mentre al cittadino ne basterebbe un terzo per vivere tranquillo.