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“Cultura della sicurezza”, questa sconosciuta.

Ieri chiacchieravo di “cultura della sicurezza” con una persona molto simpatica che mi aveva chiesto un parere in proposito, premettendomi che secondo lei in Italia, nonostante le norme, essa fosse insufficiente.

Io le ho detto di non essere pienamente d’accordo. Vorrei esprimere qui il mio ragionamento.

Questa espressione, “cultura della sicurezza”, è abusata. Tutti ne parlano, ma poi, quando chiedi loro di definirtela, non sanno risponderti.

Il concetto di “cultura della sicurezza” è relativo, non assoluto. È il frutto di un tempo, di un’epoca, di stili di vita e sociali, di esperienze condivise dall’intero gruppo sociale a cui la si vuol riferire. Possiamo ritenere che in Italia la “cultura della sicurezza” sia più sviluppata che in Bangladesh (ammesso che sia vero), ma meno che in Giappone (ammesso che sia vero), ma non si può affermare che i giapponesi siano i titolari dell’ortodossia della “cultura della sicurezza” o che tutti dovrebbero tendere alla “cultura della sicurezza” giapponese, perché questo richiederebbe, anzitutto, essere giapponesi.

In poche parole In Italia abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo, per ciò che siamo, per quello in cui crediamo. Non è né un male, né un bene.

Misurare la “cultura della sicurezza” sulla base del numero di infortuni non è utile.

Un’azienda che non ha mai avuto infortuni, nonostante non rispetti le norme di sicurezza, non ha un’elevata “cultura della sicurezza”. Ha solo un culo di ragguardevoli dimensioni.
Così come avere un infortunio in azienda non significa necessariamente che lì non vi sia  “cultura della sicurezza” (raccontatelo ai progettisti della centrale di Fukushima, a proposito di Giappone).

E rispettare le norme di sicurezza è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente per dire: «Abbiamo una cultura della sicurezza adeguata».

Esempio pratico.

Oggi quasi tutti indossano la cintura di sicurezza. Possiamo affermare che essa è parte integrante della nostra “cultura della sicurezza”.
Non esattamente. Solamente pochi sono intimamente convinti della necessità di indossare la cintura di sicurezza.
Dite che non è vero? Allora perché la maggioranza di quelli che la indossano alla guida non la indossa anche quando siede sui sedili posteriori?

E anche se tutti la indossassero sia sui sedili anteriori che posteriori (cosa che, tra l’altro è un obbligo previsto dal codice della strada), questo non sarebbe sufficiente a dire che finalmente la “cultura della sicurezza” sia stata acquisita.

La “cultura della sicurezza” è definita solo dall’attitudine mentale (il mindset) con la quale si guida. Puoi indossare tutte le cinture di sicurezza che ti pare, ma se parli al telefono mentre guidi, non hai un mindset adeguato ai rischi che ti circondano. Poco importa che si usi il vivavoce o l’auricolare.

La “cultura della sicurezza” può essere suggerita dall’alto, con le norme, per imposizione. Ma attecchisce solo quando emerge dal basso, dai comportamenti quotidiani di ciascuno e dall’interiorizzazione del loro significato.

Quindi, sì: abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo. Ha a che fare con noi. Se vogliamo elevarla, ciascuno di noi deve mettersi in gioco.

Oggi ho incontrato il  CEO di un’azienda (un acronimo che indica il maschio alpha) in qualità di suo RSPP. Si tratta di un’importante azienda in cui una parte del personale deve fare tragitti quotidiani medio-lunghi in auto per necessità lavorative.

Tra le altre cose illuminate dette di fronte ai dirigenti interessati, ha espresso la volontà di vietare ogni comunicazione di lavoro (telefonate, mail, sms, piccioni viaggiatori…) verso e da parte di questi lavoratori “nomadi” dopo le 18:30, per dar loro la possibilità di fare il tragitto di ritorno verso il loro alloggio in maggiore sicurezza, con minore stress.
Questo non impedirà che quei lavoratori facciano telefonate private, ma è un segnale rilevante. Lui ci crede e si mette in gioco perché quella è la sua “cultura della sicurezza”, questo è il suo mindset.

Quando io avevo fatto in passato la medesima proposta ad aziende con situazioni simili, mi è stato risposto: «È impossibile».

Per dirla con le parole di A. Einstein:

«Chi dice che è impossibile, cerchi di non disturbare chi lo sta facendo».

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«Manuale Sicurezza sul Lavoro 2017». Oltre la religione…

Il modo più sicuro per vendere libri è quello di fondare una religione. Non è un caso che al primo ed al terzo posto della classifica dei libri più venduti nella storia ci siano, rispettivamente, la Bibbia ed il Corano. Vabbeh, però così non vale… Già sei Dio, poi dici cose, minacci morte e distruzione se non si fa come dici tu, mi pare ovvio che la gente ti compra il libro.

Più curioso è il titolo che occupa il secondo posto di questa prestigiosa classifica: «Citazioni dalle opere del presidente Mao Tse-tung», noto anche come «Il libretto rosso». Anche qui non siamo molto lontani dal concetto di religione e, del resto, se guidi un paese di oltre una miliardata di persone, mi scrivi un libro su quello che pensi e obblighi la gente a conoscere il tuo pensiero, beh… ti piace vincere facile.

Noi non ci stiamo!

Vogliamo dimostrare come sia possibile scalare le classifiche di vendita senza barare.

Per questo motivo abbiamo scritto «Sicurezza sul lavoro», manuale edito da Ipsoa, appena uscito nella sua edizione 2017.

L’obiettivo di quest’anno è superare le circa 900.000.000 di copie del libretto di Mao e, per questo motivo, lo abbiamo sfidato sul suo stesso terreno uscendo con una copertina rossa.

Non parlerò dei contenuti del libro (quelli potete leggerli direttamente dalla presentazione del manuale sullo shop online). In breve, sono complessivamente 1216 pagine di roba che vale la pena conoscere se vi occupate di sicurezza. Soldi ben spesi.

In questo post, piuttosto, cercherò di darvi altri motivi per cui vale la pena averlo.

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Innanzitutto è bello. Intendo esteticamente. Il pantone rosso della copertina è stato selezionato dopo aver effettuato osservazioni su una coorte rappresentativa di volontari di entrambi i sessi. Si è visto che la copertina del manuale genera negli uomini uno stimolo simile a quello ottenibile mostrando una fotografia Charlize Theron, Brad Pitt nel caso delle donne.

Vogliamo parlare delle proporzioni? Davvero vogliamo parlarne? Parliamone.

Il libro misura 24 cm di altezza e 16 cm di larghezza. Il «rettangolo aureo» non vi dice nulla? È un rettangolo in cui il rapporto tra il lato maggiore e quello minore vale 3,2:2. È sinonimo di bellezza e perfezione. La facciata del Partenone segue queste regole, tanto per essere chiari.

Le proporzioni del manuale sono 3:2 (non abbiamo voluto utilizzare esattamente quelle del rettangolo aureo per paura che qualche lettore venisse colpito dalla sindrome di Stendhal). Inoltre 3:2 è il rapporto tipico della fotografia 35mm, per cui potete fotografarlo senza avere bande nere ai lati.

Per dire, io l’ho messo in salotto al posto di quell’orribile vaso che mi hanno regalato al matrimonio, ma c’è gente che lo appende al posto dei quadri e al Louvre ne hanno chiesto una copia.

Inoltre l’acquisto del Manuale porta fortuna, fama e ricchezza.

Un Case Study: Massimo R. di Ferrara, ha comprato e spedito 3 copie ad altrettanti amici, ciascuno dei quali ha comprato una copia per sé e ne ha spedite altre 3, ecc.. Dopo 4 giorni Massimo ha ricevuto un aumento di stipendio, gli amici ora lo chiamano per giocare a calciotto e la Spal è passata in serie A.

Due parole sugli autori. Stiamo parlando degli Avengers della sicurezza sul lavoro, mica Cip&Ciop. I servizi segreti di mezzo mondo li cercano per rapirli e costringerli a lavorare per loro per ridurre il rischio di infortuni in missione. Gente nata con i DPI… Li ho voluti e messi insieme, senza badare alle conseguenze. Al CERN di Ginevra pensavano che, mettendo insieme le loro conoscenze, la densità del libro avrebbe potuto superare quella dell’uranio e che troppe copie messe insieme in libreria avrebbero potuto creare un buco nero… Inutile allarmismo.

Così, in ordine sparso, alla rinfusa ecco chi c’è dietro:

  • Ugo Fonzar si è occupato della parte su macchine, attrezzature, DPI, ascensori;
  • Marzio Marigo ha scritto di ATEX, CEM, ROA, incidenti rilevanti;
  • Carmelo Catanoso ha trattato i cantieri e gli spazi confinati;
  • Aurora Brancia ha redatto i capitoli dedicati ad agenti chimici, cancerogeni, biologici, amianto;
  • Erica Blasizza era l’addetta a REACH e CLP;
  • Carmen Caldovino ha elaborato la parte relativa alla formazione e quella sullo stress lavoro-correlato;
  • Francesco Bartolozzi ha messo nero su bianco il capitolo sulle ferite da taglio e punta nel settore della sanità;
  • Io (Andrea Rotella) mi sono occupato degli avanzi (valutazione dei rischi, gestione appalti, rumore, antincendio, ecc.) e ho curato i contenuti.

Comperatelo e fatemi sapere…

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Reato di omicidio sul lavoro

5 giorni fa è stato presentato in Senato un Disegno di legge (DDL) per l’introduzione nel Codice penale del reato di omicidio sul lavoro e di lesioni personali sul lavoro gravi e gravissime.

Chiaramente, è immediato l’accostamento di questa proposta con quella recente riguardante l’omicidio stradale e, del resto, i relatori non ne fanno un mistero, dichiarando, nella relazione di accompagnamento:

«Arrivati a questo punto era logico domandarsi perché voler prevedere un aumento di pena solo per il caso di reato di omicidio stradale e non anche per coloro che cagionano la morte di persone violando negligentemente le norme di prevenzione in materia di infortuni sul lavoro di cui al 589 c.p. Trattasi forse di fattispecie di minor rilevanza o di morti che non meritano di ricevere la medesima giustizia? E’ forse più grave uccidere violando le norme stradali piuttosto che violando la normativa di prevenzione antinfortunistica?».

Trovo il ragionamento fallace… Con la stessa logica, perché non introdurre il reato specifico di omicidio sciistico per coloro che non rispettano le norme per la circolazione sulle piste da sci, cagionando la morte di persone o altre fattispecie analoghe come il mancato rispetto delle norme di progettazione antisismica, quelle sulla custodia dei cani, giusto per citare argomenti in voga?

No, non può essere questa la motivazione, per quanto il successivo passaggio non sembra lasciare adito a dubbi:

Tutte vittime che il nostro legislatore ha il dovere di vendicare giuridicamente nel modo più adeguato possibile e soprattutto senza creare di fatto ingiustificate disparità di trattamento.

(ammetto che il passaggio sul “vendicare giuridicamente” mi ha lasciato, diciamo… Perplesso. Sicuramente avrà voluto dire “punire”, ma al relatore è scappato un rigurgito di confusione tra la legge del taglione del Codice di Hammurabi e il nostro Codice penale. Ma forse sono termini che si usano negli ambienti giuridici).

No, dai, seriamente… Non può essere questa la motivazione. Ci sono tanti di quei morti in Italia per negligenze una più allucinante dell’altra che gridano “vendetta giuridica”, che dovremmo prevedere fattispecie di omicidi specifici di tutti i tipi.

La mia personale opinione è che si tratti dell’ennesimo tentativo di contrasto al fenomeno degli infortuni sul lavoro varato sull’onda emotivo-emergenziale che sembra aver ormai afflitto ogni ganglio del sistema nervoso del Paese.

Mi sento di dover esprimere due parole, in questo caso specifico, ben sapendo che non incontreranno il favore di molti, anzi potranno suscitare indignazione e, Diocenescampi, persino urtare la sensibilità di alcuni.

Da molti anni è in corso una riduzione complessiva del fenomeno degli infortuni sul lavoro. Siccome parliamo di omicidio, ci riferiamo ai morti sul lavoro e se osserviamo i dati da un anno all’altro, possiamo vedere come esso abbia avuto a volte diminuzioni, più raramente incrementi, ma in linea di massima il fenomeno è praticamente costante.

La stessa relazione di accompagnamento del DDL afferma che nel 2016 è atteso un «Lieve calo del 3,9% delle morti sui luoghi di lavoro rispetto allo spaventoso 2015, ma un aumento dello 0.7% rispetto al 2008».

Ora, intendiamoci, dietro quello 0,7% in più ci sono vite umane e non è minimamente mia intenzione sottovalutare il dolore immenso e inconsolabile dei familiari delle vittime. Tuttavia, siccome in numeri assoluti si parla di 936 morti nel 2015 (non considero gli infortuni in itinere), rimarcando che si tratta di una tragedia, non parlerei di “emergenza”.

Che di queste morti, se vi sono responsabilità, se ne deve rispondere di fronte alla giustizia penale è evidente, ma sempre e soltanto con pene definite secondo un principio di proporzionalità. Ed è questo che mi perplime maggiormente del DDL presentato: la proporzionalità rispetto al profilo psicologico (potete chiamarla “consapevolezza”) di chi commette i reati in questione.

Finora la giurisprudenza di ha consegnato solo sentenze di condanna per omicidio colposo e già il codice penale (art. 589 c.p.) prevede l’aggravante se l’evento si verifica per inosservanza delle norme per la sicurezza sul lavoro (invece che da 6 mesi a 5 anni, in questo caso la pena è da 2 a 7 anni).

Il DDL, a questa norma generale, aggiunge che la pena debba essere:

  • da 8 a 12 anni se non è stato redatto il DVR o non è stato nominato il RSPP o non sono state fatte le comunicazioni all’INAIL di cui all’art. 12 del D.P.R. n. 1124/1965
  • stessa pena nel caso in cui l’omicidio sia stato cagionato dalle norme in materia di agenti fisici (sia la parte generale che quella specifica per i soli campi elettromagnetici), sostanze pericolose o agenti biologici.
  • da 5 a 10 anni per omicidi cagionati da attrezzature non conformi alla Direttiva macchine (no, se la morte è determinata da attrezzature non a norma, ma antecedenti, non vale).
  • sempre da 5 a 10 anni per morti causate dal mancato rispetto delle norme antincendio.
  • ancora da 5 a 10 anni per la violazione delle norme su DPI, attrezzature e lavori elettrici, cantieri temporanei o mobili, ferite da taglio e punta nel settore della sanità, ATEX

Per omicidio plurimo si arriva fino a 18 anni. Lascio a voi la lettura delle ulteriori previsioni in presenza di sfruttamento del lavoro, lesioni gravi o gravissime.

In tutti questi casi, se poi c’è anche il riconoscimento della responsabilità amministrativa dell’Azienda (D.Lgs. n. 231/2001) e se il datore di lavoro non è assicurato per la responsabilità civile, la pena verrebbe ulteriormente aumentata.

Avrei molte osservazioni da fare, sia sul testo della norma che su quanto riportato nella relazione di accompagnamento, ma evito per non dilungarmi.

Però sono perplesso… Ho quella sensazione strana in bocca, quel piccolo senso di ragno che mi fa pensare che, siccome non si riesce a far rispettare la norma, tanto vale punire più severamente quelli che vengono beccati… Il tutto condito in salsa di populismo penale.

 

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Come ci arriva un RLST in azienda

Qualche giorno fa, mi scrive un collega chiedendomi un parere. Mi domanda: «Laddove i lavoratori non abbiano eletto un RLS, il datore di lavoro deve richiedere all’Organismo paritetico territoriale che gli venga assegnato un RLST?».

La so, la so! Anzi, la so bene, più che altro perché conosco alcuni retroscena della questione.

Faccio un breve passaggio storico…

Ricorreva l’Anno 1 dell’Era del Testo unico (anno 2009, secondo il calendario gregoriano) ed io, per una serie di circostanze, mi trovavo clandestinamente a bordo della nave ammiraglia delle Truppe Imperiali che avevano il compito di correggere il D.Lgs. n. 81/2008.

Lo riconosco, detta così ricorda un po’ il personaggio Manuel Fantoni di “Borotalco”: «Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…». Purtroppo la faccenda era molto meno romantica e avventurosa.

Ad ogni modo, mi trovavo coinvolto nella battaglia della riforma del D.Lgs. n. 106/2009. Non fu una bella esperienza… Ancora oggi ho gli incubi: sogno di essere inghiottito in un enorme buco normativo nel quale, superato l’orizzonte degli eventi, il mio corpo viene spaghettizzato in commi e rimandi di legge che non portano da nessuna parte.

In effetti, questo era uno di quei buchi e anche bello grosso.

Come ricorderete, infatti, già il D.Lgs. n. 626/1994 prevedeva l’esistenza del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale (RLST), ma i lavoratori erano liberi di non essere rappresentati.
Una delle novità della prima versione del D.Lgs n. 81/2008, al contrario, fu proprio quella di “imporre” la rappresentanza dei lavoratori a tutte le aziende: in sostanza, o i lavoratori eleggono o designano un proprio RLS o la norma impone che venga loro assegnato un RLST.

C’è proprio scritto (art. 48, comma 1): «Il RLST… esercita le competenze del RLS… con riferimento a tutte le aziende… nelle quali non sia stato eletto o designato il RLS».

La scelta del legislatore poteva piacere o meno, ma è un dato di fatto che il 12° “Considerando” della Direttiva madre 89/391/CEE richiama in modo forte il concetto di “sicurezza partecipata”.

Vabbeh, fatto sta che, in effetti, c’era nella norma un buco…
In effetti, chi glielo dice all’Organismo paritetico che in un’azienda non è stato eletto o designato alcun RLS, di modo che si possa procedere all’assegnazione del RLST?

Per essere una roba che riguarda tutte le aziende nelle quali non vi sia un RLS, mi pare abbastanza rilevante dire come devono funzionare le cose

Feci presente questa carenza, aggiungendo al testo dell’art. 48 una norma che prevedeva che, nel caso in cui i lavoratori non avessero avuto alcuna intenzione di eleggere o designare un RLS, avrebbero dovuto comunicare questa scelta al datore di lavoro affinché questi si rivolgesse all’organismo paritetico perché venisse loro assegnato un RLST*.

Ci tengo a precisare che la proposta era, ovviamente, motivata. Spiegavo cioè, come sto facendo ora, qual era il problema.
Il fatto che io avessi proposto che fossero i lavoratori a comunicare al datore di lavoro la volontà di non eleggere un RLS derivava semplicemente dalla constatazione che la rappresentanza è un loro diritto e il datore di lavoro non può ingerirsi rivolgendosi autonomamente all’organismo paritetico affinché venga loro assegnato un RLST. Al massimo, può chiedere per conto loro…

La modifica al testo di legge, datata 3 febbraio 2009, venne accolta… Fino al 10 luglio 2009 (data a ridosso dell’approvazione del Decreto in Consiglio dei ministri), quando viene stralciata dal testo ufficiale con la seguente motivazione (ed è qui che la cosa potrebbe interessarvi):

«La soppressione è stata richiesta, oltre che dai sindacati, anche dalle Commissioni parlamentari le quali hanno evidenziato come la norma “individua un meccanismo improprio, la cui operatività è rimessa ai lavoratori, per la comunicazione della mancata elezione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza».

Sostanzialmente, dicono: non si può chiedere ai lavoratori che comunichino al datore di lavoro la decisione di non eleggere un RLS.

Non discuto.

Ci saranno motivazioni di carattere religioso, scientifico, storiche, evolutive, economiche che impediscono una siffatta comunicazione. Motivazioni che, evidentemente, vengono meno in caso di avvenuta elezione del RLS, giacché, in questo caso, i lavoratori ne devono comunicare il nominativo al datore di lavoro.

Ad ogni modo, così è.

Fatto sta che ad oggi mi sento di poter dare una sorta di interpretazione autentica della norma dicendo che no, non è il datore di lavoro che deve richiedere all’organismo paritetico l’assegnazione di un RLST in caso di mancata elezione o designazione del RLS.

Nota: le cose stanno diversamente nel caso, invece, in cui i lavoratori, espressamente, decidano di essere rappresentati da un RLST.

Piuttosto è l’Organismo paritetico che, autonomamente, deve scoprire quali siano le aziende a cui occorre un RLST.

Efficiente, direi!.

Molti storceranno il naso di fronte all’ipotesi di avere a che fare, anche per questa ragione, con gli organismi paritetici. Lo scopo di una norma, però, è quello di regolamentare le situazioni. Si tratta di intendersi: se la norma ritiene che la rappresentanza “ad ogni costo” sia un diritto-dovere dei lavoratori, allora la faccenda deve funzionare.
Altrimenti, si ritorni alla “facoltà” di avvalersi di tale diritto, come era già nel D.Lgs. n. 626/1994 (che sarebbe la mia idea).

 

 

 

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Parcheggiare bene, parcheggiare tutti

I parcheggi aziendali possono essere luoghi nei quali si verificano incidenti sul lavoro e infortuni. E la soluzione per ridurre il rischio è a portata di mano…

In realtà la faccenda non riguarda solo i luoghi di lavoro, ma i parcheggi in genere. Tuttavia, sui primi l’Azienda ha la possibilità di incidere positivamente tramite l’informazione ai lavoratori e direttive.

Una ricerca del 2015 condotta dall’Allianz Center for Technology (AZT) e Continental ha tirato giù i seguenti dati:

  • 44% dei sinistri Rc Auto con danni a cose o persone avvengono in fase di parcheggio o manovra;
  • 39% degli incidenti che causano unicamente lesioni avvengono in fase di parcheggio o manovra.

Sul totale degli incidenti in fase di parcheggio o manovra, il:

  • 70% dei sinistri RC auto avviene in fase di retromarcia;
  • 85% delle richieste di risarcimento totali legate a lesioni sono determinate da incidenti in fase di retromarcia;
  • 41,7% dei sinistri RC auto riguarda vetture che hanno urtato altre auto ferme durante un parcheggio in retromarcia;
  • 20,1% degli incidenti vede coinvolte due vetture che si muovono simultaneamente in retromarcia urtandosi;
  • 84% degli incidenti si verifica in uscita da un posteggio.

Appare evidente dalle statistiche che i due fattori che maggiormente determinano il fenomeno sono:

  • la manovra in retromarcia;
  • l’uscita da un posteggio.

Se, evidentemente, entrambe le manovre sono inevitabili, è la combinazione dei due a determinare il rischio maggiore.

Una possibile soluzione per ridurre il rischio a costo zero?

Chiedere ai lavoratori di parcheggiare con il muso della macchina rivolto nella direzione di uscita dal parcheggio (solo il 16% degli incidenti si verifica nella fase di ingresso al parcheggio).

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Scaffalature e terremoti

Le tragedie umane che recano con sé eventi come quelli delle recenti scosse telluriche sull’Appennino umbro-laziale-marchigiano ci ricordano costantemente l’importanza della prevenzione.

Purtroppo, ben sappiamo quanto, frequentemente, le strutture che insistono sul territorio siano inadeguate sotto il profilo antisismico.  Anche se può sembrare superfluo, vale la pena ribadire, tra l’altro, come l’emergenza derivante da un terremoto non si limita al momento della scossa tellurica, ma prosegue nel tempo per un periodo che può rivelarsi anche molto lungo a causa delle sequenze sismiche  e delle eventuali repliche.

Diventa, allora, particolarmente rilevante dare il maggior numero di indicazioni su quegli interventi minimi da attuarsi per tutta la durata della fase di emergenza che acquisiscono massima importanza per garantire la sicurezza delle persone, in attesa di trovare una soluzione più affidabile nel tempo.

Un esempio di tali azioni è costituita dalla verifica della vulnerabilità delle scaffalature all’interno dei siti produttivi.

Sì, anche quelle sono strutture e, come tali, devono rispondere a criteri antisismici (fanno eccezione le scaffalature di classe 3, di piccole dimensioni e limitata importanza statica, assimilabili a mobili ed elementi di arredo) senza deroghe. Qualora sprovvista di tali requisiti, la struttura potrebbe:

  1. cedere parzialmente o totalmente durante un sisma, collassando sulle persone presenti o, nel caso migliore, limitandosi a danneggiare le merci ivi stoccate;
  2. cedere successivamente, durante l’ordinaria operatività, a causa di danneggiamenti subiti durante il sisma e non rilevati ma che ne potrebbero determinare il collasso, in momenti successivi, a seguito delle sollecitazioni determinate dalle attività di carico e scarico delle merci ivi stoccate.

Evidentemente, ognuno dei suddetti esiti diventa tanto più probabile quanto più la scaffalatura risultasse già danneggiata dall’ordinario uso, aspetto che richiama l’importanza della sorveglianza e del controllo continuo delle scaffalature e dei carichi ivi disposti, date le peculiari caratteristiche di queste strutture.

Dal punto di vista strutturale, infatti, è appena il caso di far notare come esse presentino alcuni elementi caratteristici che le rendono particolarmente sensibili ai sismi, in particolare:

  1. leggerezza della struttura. Il peso di una scaffalatura è una percentuale minima del peso complessivo dei carichi che essa deve sopportare;
  2. mobilità del carico. Durante un sisma i carichi ubicati sulla scaffalatura subiscono movimenti, modificano il profilo di carico.

A prescindere, pertanto, valgono le seguenti prescrizioni generali:

  1. Le scaffalature, tranne che nel caso dei “magazzini autoportanti” (in cui la scaffalatura è anche la struttura portante dell’edificio), devono essere obbligatoriamente scollegate dagli elementi portanti, a meno che non vi sia una idonea certificazione per il collegamento, che comprovi l’idoneità dell’edificio stesso ad assorbire le azioni trasmesse dallo scaffale.
  2.  I collegamenti con gli impianti del magazzino (ad esempio tubazioni) devono essere di tipo flessibile e non costituire alcun tipo di vincolo o collegamento per nessuna parte della scaffalatura.
  3.  Tutti i livelli di carico in uso devono essere dotati di traverse di supporto delle unità di carico, collegate ai correnti, o di altri dispositivi anticaduta.

Si dovrà procedere, inoltre, ai seguenti controlli:

controlli
(*) Valori raccomandati
(**) L = lunghezza della membratura

Le unità di carico presenti sulle porzioni degli scaffali che non superano i controlli precedentemente descritti, o che non rispondono alle prescrizioni generali, devono essere rimosse.

Le restanti parti della scaffalatura possono rimanere in servizio, con le restrizioni all’utilizzo illustrate nel seguito. Ai soli fini del riutilizzo immediato delle scaffalature dopo un sisma, è necessario classificarle in base alla certificazione disponibile e alle tipologie costruttive, come segue:

agibilitaNota 1: arrotondato per difetto, escluso dal conteggio il livello a terra.
Nota 2: si fa notare che una certificazione sismica ufficiale rilasciata da un produttore qualificato può non basarsi sui seguenti requisiti, dato che è supportata da calcoli e sperimentazione.

Per approfondimenti:

  • Ministero del Lavoro, lettera circolare n. 21346 del 13/09/1995;
  • “Linee guida per la valutazione della vulnerabilità e criteri per il miglioramento delle costruzioni ad uso produttivo in zona sismica”, CC.LL.PP. del 22/06/2012;
  • “Linee di indirizzo per interventi locali e globali su edifici industriali monopiano
    non progettati con criteri antisismici”, Gruppo di Lavoro Agibilità Sismica dei Capannoni Industriali
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Offro un caffè a tutti

Stamattina, sorseggiando le mie 3 tazzine di caffè (la mattina ho bisogno di una scossa, diciamo…), leggevo un articolo su una importante rivista del settore sulle modifiche al D.Lgs. n. 81/2008 relative alla protezione dei lavoratori dall’esposizione ai campi elettromagnetici.

In un passaggio del suddetto articolo, l’autore afferma che la IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica i campi elettromagnetici (a bassa ed alta frequenza) nel gruppo 2B, quello dei «possibili cancerogeni», affermando successivamente che è lo stesso gruppo nel quale si trova classificato il caffè.

Questa storia della classificazione del caffè nel gruppo 2B dei possibili cancerogeni va avanti dagli anni ’90 e, a mio avviso, gli studi sull’argomento hanno subito gli effetti confondenti derivanti dall’abitudine dell’epoca di indossare scarpe con la zeppa e camicie di flanella da boscaiolo alla Kurt Cobain.

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Però, da giugno, la IARC c’ha messo una pezza e il caffè è stato declassificato al gruppo 3 , a seguito di oltre 1000 studi effettuati sull’uomo e sugli animali (il problema è che l’animale, dopo che gli hai fatto assaggiare il caffè, non ne può più fare a meno. Un opossum è stato arrestato per spaccio: vendeva eroina dietro Piazza del Popolo per pagarsi il caffè al bar).

Il gruppo 3, ricordiamolo, è soprannominato “mai ‘na gioia”. Uno infatti pensa: «Se sta sotto al gruppo 2B dei possibili cancerogeni, il gruppo 3 sarà quello dei “cancerogeni manco ppe’ gnente”…».

Invece no, è il gruppo di quelli che: i dati scientifici a disposizione non permettono di concludere se esso causi o meno il cancro all’uomo (Not classifiable as to its carcinogenicity to humans) ed, ovviamente, è il gruppo più affollato con 505 agenti.

Ricordando che tutte queste espressioni sono il semplice risultato dell’applicazione del principio di precauzione (che, come dice la parola stessa, è talmente tanto prudente da risultare addirittura in contrasto con il criterio di falsificabilità di Karl Popper, la base dell’attuale metodo scientifico), diciamo che se una roba è in categoria 3, magari mi concentrerei un po’ di più sulle altre schifezze che mangiamo tutti i giorni.

Fin qui le buone notizie…

Occhio, infatti, che la IARC ha classificato le bevande MOLTO calde nel gruppo 2A, quello dei “probabili cancerogeni” che è una ‘nticchia più statisticamente rilevante rispetto ai “possibili cancerogeni”.

Molto calde significa che, per riuscire a berle dovresti ingoiarti un tubolare di fibra aramidica per non ustionarti l’esofago, dato che parliamo di 70°C… (eh sì, il tumore all’esofago è l’ottavo più diffuso al mondo e mi produce, da solo, il 5% di morti per cancro)

Comunque, prima di rinunciare alle tisane di fiori di orchidea verde del Madagascar, fatevi un esame di coscienza, dato che la prima causa di tumore all’esofago restano il fumo e le bevande alcoliche.

Dimenticavo… Offrendovi un caffè, non vi sto proponendo un cancerogeno di categoria 2A, dato che, il caffè buono va bevuto a temperature inferiori a 60°C.