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D.Lgs. n. 81/2008 in formato ePub… Gratis! (Ver.1.04 con sanzioni aggiornate)

TU, Ver 1.04Non fai in tempo ad affezionarti agli importi delle sanzioni  appena aumentati del 1,9% che, mentre stai preparando il cenone di Capodanno, ti esce una Legge di bilancio qualunque e te li aumenta daccapo tutti del 10%.

Ma tutti, tutti eh…

Non solo… Viene anche introdotto un meccanismo che punisce eventuali “recidive” da parte del datore di lavoro, portando la maggiorazione degli importi al 20% se questi, putacaso, avesse commesso lo stesso reato nei 3 anni precedenti.

E così mi è toccato ricalcolare tutte le sanzioni, mettere le varie noticine, ma adesso potete scaricare da qui il testo completo del Decreto in formato ePub, con l’aggiornamento previsto.

È gratis e non dovete registrarvi da nessuna parte, potrete averlo sempre con voi, leggerlo direttamente dal vostro smartphone (è più comodo da consultare di un pdf), sfogliarlo nel vostro tempo libero, mostrarlo agli amici.

Il file pesa circa 24 MB. Scaricando direttamente da smartphone, vi si aprirà la pagina del servizio Onedrive. Cliccando sull’icona della una freccia rivolta verso il basso – nello screenshot qui sotto l’ho inscritta in un cerchio rosso – parte il download.

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Una volta che avrete scaricato il file, se avete un iPhone (o iPad), potete aprirlo con l’applicazione iBooks. Sui terminali Android dovete avere un lettore di ePub (es. Moon+ reader, eReader Prestigio ecc.)

N.B. Se sul vostro iPhone è già presente la precedente versione, cancellatela. Altrimenti continuerete a visualizzare quella.

Alcune istruzioni per facilitarne l’uso.

  1. attraverso l’indice dell’ePub potete navigare direttamente tra i Titoli e gli allegati del Decreto (vedi screenshot più sotto);
  2. all’inizio di ogni Titolo avete l’elenco degli articoli. “Tappando” col dito su quello che vi interessa, sarete inviati al testo corrispondente (vedi screenshot più sotto);
  3. Le note sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappando su di esso si aprono le indicazioni relative ai provvedimenti di modifica subiti dal Decreto;
  4. Le sanzioni, ove presenti, sono indicate da un apposito simbolo (vedi screenshot). Tappandovi sopra col dito vi apparirà l’entità della sanzione;
  5. Usando i menu di navigazioni in intestazione o piè di pagina (vedi screenshot più sotto), potete andare dove vi pare, ingrandire o ridurre i caratteri, fare ricerche testuali, inserire segnalibri.

Qualche altra noticina:

  1. il file è aggiornato con tutte le modifiche, proprio tutte, ma tutte, tutte, intervenute fino ad oggi (fa fede la data del post e c’è un capitolo Note che specifica quali modifiche sono state apportate alla versione);
  2. appena lo aprite, potrebbe impiegare qualche secondo per caricarsi. Abbiate pazienza, sarete ricompensati…
  3. saltando tra le note e le sanzioni, in uno specifico ordine che conosco solo io e che riproduce la disposizione sequenziale dei nucleotidi del mio DNA, potete accedere a tutte le modifiche future del D.Lgs. n. 81/2008, fino al 2029;
  4. saltare tra le note, i rinvii degli articoli, gli allegati crea dipendenza… Se vi rendete conto che state passando le ore sul Testo unico, fatevi un giro su Pornhub o leggetevi i commenti ad un articolo del Fatto Quotidiano.

Se avete problemi con il download o, meglio ancora, se volete darmi suggerimenti, o ci sono specifiche richieste per migliorare l’eBook, scrivete un commento a questo post.

V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se la cosa ti interessasse, puoi ricevere una notifica via mail quando pubblicherò nuovi articoli (guarda in alto a destra, sotto la mia foto. Per quanto irresistibile, ignora la foto e guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it»).

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Dove sta scritto?… Formazione e-learning RLS (aggiornato con nuovi CCNL)

YoulearnGiusto perché non ci siano fraintendimenti: per me seguire un corso di formazione sulla sicurezza in modalità e-learning è come pretendere di fare educazione sessuale a tuo figlio facendogli guardare i video su youporn.

In effetti ora le cose potrebbero migliorare grazie allo sviluppo di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata o, addirittura, attraverso l’implementazione di ambienti di realtà virtuale. Mi riferisco alla possibilità di fare educazione sessuale mediante youporn, chiaramente… Non credo ci siano speranze per la formazione sulla sicurezza in e-learning….

Detto questo, con i miei clienti sono limpido e trasparente come un vaso di cristallo di Boemia appena modellato e uscito dalla fornace. Quando uno di loro mi dice che deve fare formazione, io gli rappresento entrambe le alternative: o la fai o non la fai. Se la vuoi fare, c’è l’aula. Se non la vuoi fare, c’è l’e-learning.

Ma il cliente oggi mi si informa, legge, anticipa. E così ogni tanto mi arriva quello che fa:

CLIENTE (tutto informato e pieno di sapere): «È stato eletto il nuovo RLS. Mi dai qualche riferimento per un corso e-learning fatto bene?»

IO: «Brav’uomo, per quanto voglia aiutarla a spendere male i suoi soldi, questa volta sono costretto ad impedirglielo, mio malgrado. Il corso e-learning al suo RLS, lei non lo può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Nell’Allegato V dell’Accordo Stato-Regioni del 7 luglio 2016, che dice che per l’RLS la formazione NON è erogabile in modalità e-learning fatto salvo diverse indicazioni del CCNL.

Alla data odierna di oggi in questo istante e non più tardi, gli unici CCNL che mi risulta abbiano “diverse indicazioni” sono i seguenti (quindi quelli per i quali la formazione in modalità e-learning del RLS è ammessa):

  • CCNL per i dipendenti degli studi professionali che amministrano condomini o immobili, società di servizi integrati alla proprietà immobiliare – SACI
  • CCNL per i dipendenti delle Sale Bingo e Gaming hall – ANPIT
  • CCNL per i dipendenti delle case di cura e servizi assistenziali e socio sanitari – ANPIT
  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore commercio – ANPIT
  • CCNL per gli addetti all’industria di ricerca, di estrazione, di raffinazione, di cogenerazione, di lavorazione o alla distribuzione di prodotti petroliferi
    (escluse la ricerca, l’estrazione, ecc. delle rocce asfaltiche e bituminose)
    e per gli addetti del settore energia ENI (solo per aziende a rischio basso)
  • CCNL Intersettoriale: commercio, terziario, distribuzione, servizi, pubblici esercizi e turismo – CIFA
  • CCNL per i dipendenti delle Sale Bingo e Gaming hall – ANPIT
  • CCNL per i dipendenti dei servizi ausiliari alla collettività, alle aziende ed alle persone – ANPIT
  • CCNL per i dipendenti dalle imprese artigiane e/o delle piccole imprese industriali tradizionali di pulizia e/o di servizi integrati multiservizi _ global service – CNAI
  • CCNL per i dipendenti da cooperative, consorzi e società consortili esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi – Sistema cooperativo
  • CCNL per i dipendenti degli studi professionali e delle agenzie di assicurazione – ANPIT
  • CCNL per dirigenti, quadri, impiegati e operai del terziario avanzato – ANPIT
  • CCNL per i dipendenti dalle aziende esercenti attività nel settore terziario e servizi – CNAI
  • CCNL per i dipendenti del terziario: commercio, distribuzione e servizi – Sistema Impresa (solo RLST)
  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore turismo, agenzie di viaggio e pubblici esercizi – ANPIT

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice «”/”, fatto salvo diverse indicazioni CCNL». Quindi, gli aggiornamenti periodici non sono mai ammessi in modalità e-learning, a meno di esplicito consenso riportato nel CCNL.

P.S.
Questo post è l’aggiornamento di un post precedente, ma contiene anche i contratti di quell’altro

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Ancora un paio di cose semplici sui microinterruttori

Una settimana fa avevo postato un articolo sui microinterruttori, nel quale spiegavo le cose più semplici da controllare quando si fa una verifica sulla sicurezza delle macchine.
Stento ancora a crederci, ma qualcuno lo ha letto e mi ha fatto un’osservazione che merita di essere inserita tra le cose semplici da tenere in considerazione (grazie Emil).

Per capire bene quello che Emil voleva dirmi, ho chiesto aiuto a mio figlio di un anno e mezzo che il mese scorso si è autocostruito un mangiapannolini con lame trituratrici in grado di convertire il rifiuto in filtri A1 per le maschere per le vie respiratorie (quando il filtro sta per perdere la propria capacità filtrante, il lavoratore sente un persistente odore di merda e capisce che deve cambiarlo).

Per spiegarmi la faccenda, mi ha fatto un disegnino rappresentandomi con le fattezze di Peppa Pig

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L’accorto neonato mi ha spiegato che, prevedendo che potessi farmi male, aveva installato sul coperchio del macchinario un microinterruttore a camma lineare ad apertura negativa (vedi il micro nel cerchio rosso).
Quando il coperchio si apre, la molla viene rilasciata ed i contatti sono aperti.
Chiudendo il coperchio del mangiapannolini, si comprime la molla e si chiudono i contatti, cosicché il macchinario possa funzionare.

Il guaio di questa modalità di funzionamento – mi spiegava il premuroso poppante – è che, se a coperchio chiuso i contatti si incollano o la molla si rompe, quando Peppa Pig va ad aprire lo sportello per buttare dentro il pannolino, il “pirulino” del micro non torna su, i contatti rimangono chiusi e il macchinario continuerebbe a funzionare con lo sportello aperto col rischio che Peppa Pig (che poi sarei io) si maciulli le mani .

«Era proprio questo quello che Emil ti diceva di precisare», mi puntualizza il bambino mediounenne:

Mai, mai, mai applicare a rilascio un microinterruttore di sicurezza.

I micro ad apertura positiva (indicati col cerchio con la freccia all’interno) hanno, al contrario, i contatti normalmente chiusi. Il funzionamento è esattamente l’opposto e ti accorgi che sono stati installati correttamente perché, quando il riparo è aperto, non puoi azionarne il meccanismo. Dovete controllare proprio questo…

Come ha risolto quindi mio figlio il problema della sicurezza di Peppa Pig? Semplice… Ha installato un secondo dispositivo (ridondanza) ma con un meccanismo di azionamento differente e ad apertura positiva (diversificazione), per esempio un micro a cerniera.

In questo modo, non solo ha fatto sì che, nel caso del guasto di uno dei due micro, ci fosse sempre l’altro a garantire la sicurezza, ma ha anche ridotto la probabilità che uno stesso fattore esterno (es. le vibrazioni, un pannolino che si incastra sul micro a camma, ecc.) potesse mettere fuori uso entrambi i dispositivi.

Ecco la seconda cosa semplice da verificare:

Se su un riparo sono installati due micro, devono essere di tipo differente e, almeno uno dei due, deve essere ad apertura positiva.

 

 

 

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“Cultura della sicurezza”, questa sconosciuta.

Ieri chiacchieravo di “cultura della sicurezza” con una persona molto simpatica che mi aveva chiesto un parere in proposito, premettendomi che secondo lei in Italia, nonostante le norme, essa fosse insufficiente.

Io le ho detto di non essere pienamente d’accordo. Vorrei esprimere qui il mio ragionamento.

Questa espressione, “cultura della sicurezza”, è abusata. Tutti ne parlano, ma poi, quando chiedi loro di definirtela, non sanno risponderti.

Il concetto di “cultura della sicurezza” è relativo, non assoluto. È il frutto di un tempo, di un’epoca, di stili di vita e sociali, di esperienze condivise dall’intero gruppo sociale a cui la si vuol riferire. Possiamo ritenere che in Italia la “cultura della sicurezza” sia più sviluppata che in Bangladesh (ammesso che sia vero), ma meno che in Giappone (ammesso che sia vero), ma non si può affermare che i giapponesi siano i titolari dell’ortodossia della “cultura della sicurezza” o che tutti dovrebbero tendere alla “cultura della sicurezza” giapponese, perché questo richiederebbe, anzitutto, essere giapponesi.

In poche parole In Italia abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo, per ciò che siamo, per quello in cui crediamo. Non è né un male, né un bene.

Misurare la “cultura della sicurezza” sulla base del numero di infortuni non è utile.

Un’azienda che non ha mai avuto infortuni, nonostante non rispetti le norme di sicurezza, non ha un’elevata “cultura della sicurezza”. Ha solo un culo di ragguardevoli dimensioni.
Così come avere un infortunio in azienda non significa necessariamente che lì non vi sia  “cultura della sicurezza” (raccontatelo ai progettisti della centrale di Fukushima, a proposito di Giappone).

E rispettare le norme di sicurezza è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente per dire: «Abbiamo una cultura della sicurezza adeguata».

Esempio pratico.

Oggi quasi tutti indossano la cintura di sicurezza. Possiamo affermare che essa è parte integrante della nostra “cultura della sicurezza”.
Non esattamente. Solamente pochi sono intimamente convinti della necessità di indossare la cintura di sicurezza.
Dite che non è vero? Allora perché la maggioranza di quelli che la indossano alla guida non la indossa anche quando siede sui sedili posteriori?

E anche se tutti la indossassero sia sui sedili anteriori che posteriori (cosa che, tra l’altro è un obbligo previsto dal codice della strada), questo non sarebbe sufficiente a dire che finalmente la “cultura della sicurezza” sia stata acquisita.

La “cultura della sicurezza” è definita solo dall’attitudine mentale (il mindset) con la quale si guida. Puoi indossare tutte le cinture di sicurezza che ti pare, ma se parli al telefono mentre guidi, non hai un mindset adeguato ai rischi che ti circondano. Poco importa che si usi il vivavoce o l’auricolare.

La “cultura della sicurezza” può essere suggerita dall’alto, con le norme, per imposizione. Ma attecchisce solo quando emerge dal basso, dai comportamenti quotidiani di ciascuno e dall’interiorizzazione del loro significato.

Quindi, sì: abbiamo la “cultura della sicurezza” che ci meritiamo. Ha a che fare con noi. Se vogliamo elevarla, ciascuno di noi deve mettersi in gioco.

Oggi ho incontrato il  CEO di un’azienda (un acronimo che indica il maschio alpha) in qualità di suo RSPP. Si tratta di un’importante azienda in cui una parte del personale deve fare tragitti quotidiani medio-lunghi in auto per necessità lavorative.

Tra le altre cose illuminate dette di fronte ai dirigenti interessati, ha espresso la volontà di vietare ogni comunicazione di lavoro (telefonate, mail, sms, piccioni viaggiatori…) verso e da parte di questi lavoratori “nomadi” dopo le 18:30, per dar loro la possibilità di fare il tragitto di ritorno verso il loro alloggio in maggiore sicurezza, con minore stress.
Questo non impedirà che quei lavoratori facciano telefonate private, ma è un segnale rilevante. Lui ci crede e si mette in gioco perché quella è la sua “cultura della sicurezza”, questo è il suo mindset.

Quando io avevo fatto in passato la medesima proposta ad aziende con situazioni simili, mi è stato risposto: «È impossibile».

Per dirla con le parole di A. Einstein:

«Chi dice che è impossibile, cerchi di non disturbare chi lo sta facendo».

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«Manuale Sicurezza sul Lavoro 2017». Oltre la religione…

Il modo più sicuro per vendere libri è quello di fondare una religione. Non è un caso che al primo ed al terzo posto della classifica dei libri più venduti nella storia ci siano, rispettivamente, la Bibbia ed il Corano. Vabbeh, però così non vale… Già sei Dio, poi dici cose, minacci morte e distruzione se non si fa come dici tu, mi pare ovvio che la gente ti compra il libro.

Più curioso è il titolo che occupa il secondo posto di questa prestigiosa classifica: «Citazioni dalle opere del presidente Mao Tse-tung», noto anche come «Il libretto rosso». Anche qui non siamo molto lontani dal concetto di religione e, del resto, se guidi un paese di oltre una miliardata di persone, mi scrivi un libro su quello che pensi e obblighi la gente a conoscere il tuo pensiero, beh… ti piace vincere facile.

Noi non ci stiamo!

Vogliamo dimostrare come sia possibile scalare le classifiche di vendita senza barare.

Per questo motivo abbiamo scritto «Sicurezza sul lavoro», manuale edito da Ipsoa, appena uscito nella sua edizione 2017.

L’obiettivo di quest’anno è superare le circa 900.000.000 di copie del libretto di Mao e, per questo motivo, lo abbiamo sfidato sul suo stesso terreno uscendo con una copertina rossa.

Non parlerò dei contenuti del libro (quelli potete leggerli direttamente dalla presentazione del manuale sullo shop online). In breve, sono complessivamente 1216 pagine di roba che vale la pena conoscere se vi occupate di sicurezza. Soldi ben spesi.

In questo post, piuttosto, cercherò di darvi altri motivi per cui vale la pena averlo.

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Innanzitutto è bello. Intendo esteticamente. Il pantone rosso della copertina è stato selezionato dopo aver effettuato osservazioni su una coorte rappresentativa di volontari di entrambi i sessi. Si è visto che la copertina del manuale genera negli uomini uno stimolo simile a quello ottenibile mostrando una fotografia Charlize Theron, Brad Pitt nel caso delle donne.

Vogliamo parlare delle proporzioni? Davvero vogliamo parlarne? Parliamone.

Il libro misura 24 cm di altezza e 16 cm di larghezza. Il «rettangolo aureo» non vi dice nulla? È un rettangolo in cui il rapporto tra il lato maggiore e quello minore vale 3,2:2. È sinonimo di bellezza e perfezione. La facciata del Partenone segue queste regole, tanto per essere chiari.

Le proporzioni del manuale sono 3:2 (non abbiamo voluto utilizzare esattamente quelle del rettangolo aureo per paura che qualche lettore venisse colpito dalla sindrome di Stendhal). Inoltre 3:2 è il rapporto tipico della fotografia 35mm, per cui potete fotografarlo senza avere bande nere ai lati.

Per dire, io l’ho messo in salotto al posto di quell’orribile vaso che mi hanno regalato al matrimonio, ma c’è gente che lo appende al posto dei quadri e al Louvre ne hanno chiesto una copia.

Inoltre l’acquisto del Manuale porta fortuna, fama e ricchezza.

Un Case Study: Massimo R. di Ferrara, ha comprato e spedito 3 copie ad altrettanti amici, ciascuno dei quali ha comprato una copia per sé e ne ha spedite altre 3, ecc.. Dopo 4 giorni Massimo ha ricevuto un aumento di stipendio, gli amici ora lo chiamano per giocare a calciotto e la Spal è passata in serie A.

Due parole sugli autori. Stiamo parlando degli Avengers della sicurezza sul lavoro, mica Cip&Ciop. I servizi segreti di mezzo mondo li cercano per rapirli e costringerli a lavorare per loro per ridurre il rischio di infortuni in missione. Gente nata con i DPI… Li ho voluti e messi insieme, senza badare alle conseguenze. Al CERN di Ginevra pensavano che, mettendo insieme le loro conoscenze, la densità del libro avrebbe potuto superare quella dell’uranio e che troppe copie messe insieme in libreria avrebbero potuto creare un buco nero… Inutile allarmismo.

Così, in ordine sparso, alla rinfusa ecco chi c’è dietro:

  • Ugo Fonzar si è occupato della parte su macchine, attrezzature, DPI, ascensori;
  • Marzio Marigo ha scritto di ATEX, CEM, ROA, incidenti rilevanti;
  • Carmelo Catanoso ha trattato i cantieri e gli spazi confinati;
  • Aurora Brancia ha redatto i capitoli dedicati ad agenti chimici, cancerogeni, biologici, amianto;
  • Erica Blasizza era l’addetta a REACH e CLP;
  • Carmen Caldovino ha elaborato la parte relativa alla formazione e quella sullo stress lavoro-correlato;
  • Francesco Bartolozzi ha messo nero su bianco il capitolo sulle ferite da taglio e punta nel settore della sanità;
  • Io (Andrea Rotella) mi sono occupato degli avanzi (valutazione dei rischi, gestione appalti, rumore, antincendio, ecc.) e ho curato i contenuti.

Comperatelo e fatemi sapere…

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Reato di omicidio sul lavoro

5 giorni fa è stato presentato in Senato un Disegno di legge (DDL) per l’introduzione nel Codice penale del reato di omicidio sul lavoro e di lesioni personali sul lavoro gravi e gravissime.

Chiaramente, è immediato l’accostamento di questa proposta con quella recente riguardante l’omicidio stradale e, del resto, i relatori non ne fanno un mistero, dichiarando, nella relazione di accompagnamento:

«Arrivati a questo punto era logico domandarsi perché voler prevedere un aumento di pena solo per il caso di reato di omicidio stradale e non anche per coloro che cagionano la morte di persone violando negligentemente le norme di prevenzione in materia di infortuni sul lavoro di cui al 589 c.p. Trattasi forse di fattispecie di minor rilevanza o di morti che non meritano di ricevere la medesima giustizia? E’ forse più grave uccidere violando le norme stradali piuttosto che violando la normativa di prevenzione antinfortunistica?».

Trovo il ragionamento fallace… Con la stessa logica, perché non introdurre il reato specifico di omicidio sciistico per coloro che non rispettano le norme per la circolazione sulle piste da sci, cagionando la morte di persone o altre fattispecie analoghe come il mancato rispetto delle norme di progettazione antisismica, quelle sulla custodia dei cani, giusto per citare argomenti in voga?

No, non può essere questa la motivazione, per quanto il successivo passaggio non sembra lasciare adito a dubbi:

Tutte vittime che il nostro legislatore ha il dovere di vendicare giuridicamente nel modo più adeguato possibile e soprattutto senza creare di fatto ingiustificate disparità di trattamento.

(ammetto che il passaggio sul “vendicare giuridicamente” mi ha lasciato, diciamo… Perplesso. Sicuramente avrà voluto dire “punire”, ma al relatore è scappato un rigurgito di confusione tra la legge del taglione del Codice di Hammurabi e il nostro Codice penale. Ma forse sono termini che si usano negli ambienti giuridici).

No, dai, seriamente… Non può essere questa la motivazione. Ci sono tanti di quei morti in Italia per negligenze una più allucinante dell’altra che gridano “vendetta giuridica”, che dovremmo prevedere fattispecie di omicidi specifici di tutti i tipi.

La mia personale opinione è che si tratti dell’ennesimo tentativo di contrasto al fenomeno degli infortuni sul lavoro varato sull’onda emotivo-emergenziale che sembra aver ormai afflitto ogni ganglio del sistema nervoso del Paese.

Mi sento di dover esprimere due parole, in questo caso specifico, ben sapendo che non incontreranno il favore di molti, anzi potranno suscitare indignazione e, Diocenescampi, persino urtare la sensibilità di alcuni.

Da molti anni è in corso una riduzione complessiva del fenomeno degli infortuni sul lavoro. Siccome parliamo di omicidio, ci riferiamo ai morti sul lavoro e se osserviamo i dati da un anno all’altro, possiamo vedere come esso abbia avuto a volte diminuzioni, più raramente incrementi, ma in linea di massima il fenomeno è praticamente costante.

La stessa relazione di accompagnamento del DDL afferma che nel 2016 è atteso un «Lieve calo del 3,9% delle morti sui luoghi di lavoro rispetto allo spaventoso 2015, ma un aumento dello 0.7% rispetto al 2008».

Ora, intendiamoci, dietro quello 0,7% in più ci sono vite umane e non è minimamente mia intenzione sottovalutare il dolore immenso e inconsolabile dei familiari delle vittime. Tuttavia, siccome in numeri assoluti si parla di 936 morti nel 2015 (non considero gli infortuni in itinere), rimarcando che si tratta di una tragedia, non parlerei di “emergenza”.

Che di queste morti, se vi sono responsabilità, se ne deve rispondere di fronte alla giustizia penale è evidente, ma sempre e soltanto con pene definite secondo un principio di proporzionalità. Ed è questo che mi perplime maggiormente del DDL presentato: la proporzionalità rispetto al profilo psicologico (potete chiamarla “consapevolezza”) di chi commette i reati in questione.

Finora la giurisprudenza di ha consegnato solo sentenze di condanna per omicidio colposo e già il codice penale (art. 589 c.p.) prevede l’aggravante se l’evento si verifica per inosservanza delle norme per la sicurezza sul lavoro (invece che da 6 mesi a 5 anni, in questo caso la pena è da 2 a 7 anni).

Il DDL, a questa norma generale, aggiunge che la pena debba essere:

  • da 8 a 12 anni se non è stato redatto il DVR o non è stato nominato il RSPP o non sono state fatte le comunicazioni all’INAIL di cui all’art. 12 del D.P.R. n. 1124/1965
  • stessa pena nel caso in cui l’omicidio sia stato cagionato dalle norme in materia di agenti fisici (sia la parte generale che quella specifica per i soli campi elettromagnetici), sostanze pericolose o agenti biologici.
  • da 5 a 10 anni per omicidi cagionati da attrezzature non conformi alla Direttiva macchine (no, se la morte è determinata da attrezzature non a norma, ma antecedenti, non vale).
  • sempre da 5 a 10 anni per morti causate dal mancato rispetto delle norme antincendio.
  • ancora da 5 a 10 anni per la violazione delle norme su DPI, attrezzature e lavori elettrici, cantieri temporanei o mobili, ferite da taglio e punta nel settore della sanità, ATEX

Per omicidio plurimo si arriva fino a 18 anni. Lascio a voi la lettura delle ulteriori previsioni in presenza di sfruttamento del lavoro, lesioni gravi o gravissime.

In tutti questi casi, se poi c’è anche il riconoscimento della responsabilità amministrativa dell’Azienda (D.Lgs. n. 231/2001) e se il datore di lavoro non è assicurato per la responsabilità civile, la pena verrebbe ulteriormente aumentata.

Avrei molte osservazioni da fare, sia sul testo della norma che su quanto riportato nella relazione di accompagnamento, ma evito per non dilungarmi.

Però sono perplesso… Ho quella sensazione strana in bocca, quel piccolo senso di ragno che mi fa pensare che, siccome non si riesce a far rispettare la norma, tanto vale punire più severamente quelli che vengono beccati… Il tutto condito in salsa di populismo penale.

 

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Come ci arriva un RLST in azienda

Qualche giorno fa, mi scrive un collega chiedendomi un parere. Mi domanda: «Laddove i lavoratori non abbiano eletto un RLS, il datore di lavoro deve richiedere all’Organismo paritetico territoriale che gli venga assegnato un RLST?».

La so, la so! Anzi, la so bene, più che altro perché conosco alcuni retroscena della questione.

Faccio un breve passaggio storico…

Ricorreva l’Anno 1 dell’Era del Testo unico (anno 2009, secondo il calendario gregoriano) ed io, per una serie di circostanze, mi trovavo clandestinamente a bordo della nave ammiraglia delle Truppe Imperiali che avevano il compito di correggere il D.Lgs. n. 81/2008.

Lo riconosco, detta così ricorda un po’ il personaggio Manuel Fantoni di “Borotalco”: «Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…». Purtroppo la faccenda era molto meno romantica e avventurosa.

Ad ogni modo, mi trovavo coinvolto nella battaglia della riforma del D.Lgs. n. 106/2009. Non fu una bella esperienza… Ancora oggi ho gli incubi: sogno di essere inghiottito in un enorme buco normativo nel quale, superato l’orizzonte degli eventi, il mio corpo viene spaghettizzato in commi e rimandi di legge che non portano da nessuna parte.

In effetti, questo era uno di quei buchi e anche bello grosso.

Come ricorderete, infatti, già il D.Lgs. n. 626/1994 prevedeva l’esistenza del Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale (RLST), ma i lavoratori erano liberi di non essere rappresentati.
Una delle novità della prima versione del D.Lgs n. 81/2008, al contrario, fu proprio quella di “imporre” la rappresentanza dei lavoratori a tutte le aziende: in sostanza, o i lavoratori eleggono o designano un proprio RLS o la norma impone che venga loro assegnato un RLST.

C’è proprio scritto (art. 48, comma 1): «Il RLST… esercita le competenze del RLS… con riferimento a tutte le aziende… nelle quali non sia stato eletto o designato il RLS».

La scelta del legislatore poteva piacere o meno, ma è un dato di fatto che il 12° “Considerando” della Direttiva madre 89/391/CEE richiama in modo forte il concetto di “sicurezza partecipata”.

Vabbeh, fatto sta che, in effetti, c’era nella norma un buco…
In effetti, chi glielo dice all’Organismo paritetico che in un’azienda non è stato eletto o designato alcun RLS, di modo che si possa procedere all’assegnazione del RLST?

Per essere una roba che riguarda tutte le aziende nelle quali non vi sia un RLS, mi pare abbastanza rilevante dire come devono funzionare le cose

Feci presente questa carenza, aggiungendo al testo dell’art. 48 una norma che prevedeva che, nel caso in cui i lavoratori non avessero avuto alcuna intenzione di eleggere o designare un RLS, avrebbero dovuto comunicare questa scelta al datore di lavoro affinché questi si rivolgesse all’organismo paritetico perché venisse loro assegnato un RLST*.

Ci tengo a precisare che la proposta era, ovviamente, motivata. Spiegavo cioè, come sto facendo ora, qual era il problema.
Il fatto che io avessi proposto che fossero i lavoratori a comunicare al datore di lavoro la volontà di non eleggere un RLS derivava semplicemente dalla constatazione che la rappresentanza è un loro diritto e il datore di lavoro non può ingerirsi rivolgendosi autonomamente all’organismo paritetico affinché venga loro assegnato un RLST. Al massimo, può chiedere per conto loro…

La modifica al testo di legge, datata 3 febbraio 2009, venne accolta… Fino al 10 luglio 2009 (data a ridosso dell’approvazione del Decreto in Consiglio dei ministri), quando viene stralciata dal testo ufficiale con la seguente motivazione (ed è qui che la cosa potrebbe interessarvi):

«La soppressione è stata richiesta, oltre che dai sindacati, anche dalle Commissioni parlamentari le quali hanno evidenziato come la norma “individua un meccanismo improprio, la cui operatività è rimessa ai lavoratori, per la comunicazione della mancata elezione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza».

Sostanzialmente, dicono: non si può chiedere ai lavoratori che comunichino al datore di lavoro la decisione di non eleggere un RLS.

Non discuto.

Ci saranno motivazioni di carattere religioso, scientifico, storiche, evolutive, economiche che impediscono una siffatta comunicazione. Motivazioni che, evidentemente, vengono meno in caso di avvenuta elezione del RLS, giacché, in questo caso, i lavoratori ne devono comunicare il nominativo al datore di lavoro.

Ad ogni modo, così è.

Fatto sta che ad oggi mi sento di poter dare una sorta di interpretazione autentica della norma dicendo che no, non è il datore di lavoro che deve richiedere all’organismo paritetico l’assegnazione di un RLST in caso di mancata elezione o designazione del RLS.

Nota: le cose stanno diversamente nel caso, invece, in cui i lavoratori, espressamente, decidano di essere rappresentati da un RLST.

Piuttosto è l’Organismo paritetico che, autonomamente, deve scoprire quali siano le aziende a cui occorre un RLST.

Efficiente, direi!.

Molti storceranno il naso di fronte all’ipotesi di avere a che fare, anche per questa ragione, con gli organismi paritetici. Lo scopo di una norma, però, è quello di regolamentare le situazioni. Si tratta di intendersi: se la norma ritiene che la rappresentanza “ad ogni costo” sia un diritto-dovere dei lavoratori, allora la faccenda deve funzionare.
Altrimenti, si ritorni alla “facoltà” di avvalersi di tale diritto, come era già nel D.Lgs. n. 626/1994 (che sarebbe la mia idea).