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Dove sta scritto? …Valutazione rischio incendio

Avevo parlato nel mio precedente post per la rubrica «Dove sta scritto?» di alcuni aspetti del mio rapporto con i clienti. In verità, abbastanza spesso, mi capita di avere analoghe discussioni anche con altri consulenti/professionisti.

In effetti ci si aspetterebbe che, almeno in questi casi, le argomentazioni fossero di livello più raffinato ma, al contrario, spesso si cade su questioni di applicazione elementare della normativa.

Proprio un paio di giorni fa mi è capitato di discutere via mail con uno di essi che sosteneva che le modifiche introdotte dal Jobs Act avessero abrogato la possibilità di esecuzione delle visite preassuntive (art. 41, comma 2, lett. e-bis) del D.Lgs n. 81/2008). Quando ho fatto presente che le cose non stavano così, la risposta è stata: «Non concordo!», come se fosse una questione di opinioni. Quello è stato il mio turno di chiedere: «Dove sta scritto?», non ricevendo ulteriori risposte epistolari.

Questi scambi di vedute con i colleghi, però, non sempre sono incruenti (a differenza di quelli che si svolgono con i clienti). Al contrario, spesso, ricordano quei documentari di Quark in cui si vedono due maschi di elefante marino lottare per conquistare le femmine, con abbondante spargimento di sangue.

La cosa diventa particolarmente brutta quando lo scontro è impari, intendendo che uno dei due ha detto una fesseria macroscopica, cosa che poi è difficile rimangiarsi, specie se:

  • è stata detta di fronte al cliente,
  • si è protratta nel tempo,
  • ha avuto costi per il cliente,
  • viene difesa strenuamente,
  • può comportare sanzioni rilevanti per il cliente,
  • obbliga (cliente e/o consulente) a rifare un bel po’ di lavoro.

Perché ci sono questioni su cui si possono anche avere opinioni (tipicamente di carattere interpretativo della norma che, in quanto a questo, non si lascia pregare), ma ce ne sono altre su cui non c’è niente da discutere: sono così e basta.

Ora, io mi eviterei molto volentieri queste discussioni (non ho esattamente l’indole dell’elefante marino e preferisco accoppiarmi senza litigare con nessuno), ma deontologicamente non posso fare pippa nel momento in cui vengo tirato in mezzo dal cliente.

Così, ho deciso di allargare la rubrica «Dove sta scritto?» anche a quelle situazioni, in cui spesso mi imbatto, nelle quali è un consulente a cadere in fallo, cercando di anticipare eventuali querelle di dubbio gusto.

Per esempio…

CONSULENTE: «Ho valutato il rischio di incendio ed è risultato essere “medio” perché l’azienda è soggetta a controllo periodico da parte dei Vigili del fuoco e non ricade nelle attività a rischio “elevato”. Proprio come dice l’Allegato IX del D.M. 10 marzo 1998».

IO: «Non si può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Beh, innanzitutto, non c’è scritto nell’art. 2 del D.M. 10 marzo 1998 che si possa ricorrere all’Allegato IX per valutare il livello di rischio incendio di un luogo di lavoro. Al contrario, lì dentro si fa riferimento a:

  • la possibilità di fare ricorso ai criteri di cui all’Allegato I dello stesso Decreto, che sono pertanto da intendersi delle linee guida non vincolanti (l’art. 2, comma 3 dice che la valutazione “può” essere effettuata seguendo tali indicazioni);
  • la necessità di identificare il livello di rischio in conformità ai criteri di cui allo stesso Allegato I.

Il secondo punto sembra essere in contraddizione con il primo, ma in realtà significa semplicemente che le definizioni (di cui al punto 1.4.4. dell’Allegato I) di rischio di incendio elevato, medio o basso sono vincolanti. Il resto sono utili linee guida che godono di presunzione di conformità per avere una valutazione del rischio incendio fatta per benino.

E l’allegato IX, allora? Beh, lui viene richiamato solo dall’art. 7 del D.M. 10 marzo 1998 e servono a definire i programmi di formazione degli addetti alla prevenzione incendi e lotta antincendio. Null’altro.

Ed allora quegli elenchi di attività nell’Allegato IX che «a titolo esemplificativo e non esaustivo» vengono identificate a rischio basso, medio o elevato a che servono?

Hanno lo stesso valore degli Allegati II degli Accordi Stato-Regioni per la formazione di datore di lavoro-RSPP o dei lavoratori. Le puoi usare in prima istanza, ma:

  • non sono vincolanti;
  • non sostituiscono la valutazione del rischio.

È quest’ultima che comanda per la definizione del livello di rischio e deve essere fatta secondo i criteri definiti dalla norma.

Ad ogni modo, se ci fossero dubbi in proposito, riporto anche quello che c’è scritto nella Nota prot. n. P120/4146 soE. 2/c del 5/2/2001 del Min.Int.:

«In merito alla metodologia da applicare per la valutazione quantitativa del rischio prevista per le attività soggette a controllo VVF nell’ambito dei procedimenti di prevenzione incendi, non è in genere applicabile la suddivisione fra i vari gradi di rischio (elevato, medio e basso) indicata ai punti 9.2, 9.3 e 9.4 dell’allegato IX del DM 10/3/1998, riferendosi detto allegato ai contenuti minimi dei corsi di formazione e in quanto l’effettivo grado di rischio di un’attività scaturisce in base all’analisi del rischio effettuata dal datore di lavoro valutati i rischi per la sicurezza in relazione alla natura dell’attività dell’azienda ovvero dell’unità produttiva. La classificazione dell’allegato IX è da applicare solo per la determinazione del corso di formazione per addetti antincendio, e come utile indicazione per una prima valutazione del rischio di incendio».

Ed aggiungo anche che, leggendo attentamente i criteri vincolanti di cui al punto 1.4.4. si vede come molti luoghi di lavoro (anche non soggetti a controllo da parte dei VVF), per circostanze nemmeno troppo particolari, sono da definirsi in prima istanza a rischio elevato e solo una valutazione oculata e oggettiva di specifiche misure di prevenzione e protezione ne permette la declassificazione (altro che allegato IX!).

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Pubblicato in: dove sta scritto?, rischio incendio

Dove sta scritto?

Capita a tutti i consulenti che il Cliente, prima o poi, se ne esca fuori con qualche idea “esotica” (a volte “esoterica”) per adempiere, aggirare, applicare, eludere un qualche obbligo in materia di sicurezza.

Quando mi dice bene,  il Cliente decide di condividere con me le sue trovate, prima di metterle in pratica.

Ho un rapporto strano con i miei clienti. Ai loro occhi io sono quello che affossa sempre la loro inventiva, un luddista che contrasta i loro tentativi di usare le macchine in modo creativo, l’ingegnere che si oppone alla fantasia al potere e al potere della fantasia.

Eppure, in genere, hanno una buona opinione di me. In effetti, credo che la loro sia semplicemente una manifestazione della Sindrome di Stoccolma, la dipendenza psicologica della vittima nei confronti del suo carnefice.

Dicevamo… Il Cliente mi parla della sua idea (es. usare una piattaforma mobile elevabile come punto di ancoraggio per lavori in quota, fuori dalla piattaforma). Io ascolto, annuisco, cerco di capire, cerco una soluzione… Non so come dirglielo… È così entusiasta… Non voglio dargli l’ennesimo dispiacere.

Ma poi, quasi sempre, la mia risposta è: «Non si può fare». La frase: «Non si può fare» produce nel Cliente uno stimolo pavloviano e, con un tempo di reazione inferiore a quello che avrebbe alla guida della sua auto di fronte ad un pedone che gli attraversa la strada, risponde: «Dove sta scritto?».

L’uso del «Dove sta scritto?» risale a tempi remoti. Le prime tracce rimandano alla Genesi. Da alcune testimonianze apocrife dell’epoca, risulterebbe il seguente dialogo:

EVA: «Toh! Assaggia»
ADAMO: «Non si può fare»
EVA: «Dove sta scritto?»

Fu lì che Dio decise di mettere tutto, nero su bianco, nella Bibbia (va bene che in principio era il verbo, ma vuoi mettere la sicurezza della carta stampata?).

Ad ogni modo, ho deciso di iniziare una nuova rubrica, intitolata (guarda caso), «Dove sta scritto?», nelle quali cerco di anticipare la delusione del Cliente, fornendogli in anticipo i riferimenti che vietano la messa in pratica di alcune delle idee più comuni.

Comincerei con un caso semplice.

CLIENTE: «Ingegnere, visto che qui in sede siamo tre aziende che sostanzialmente condividono gli ambienti di lavoro e visto che quelli hanno già formato i loro addetti antincendio, ho pensato che posso nominare gli stessi anche per la mia. Tanto lavoriamo tutti insieme…»

IO: «Non si può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Circolare 8 luglio 1998, n. 16 MI.SA.
«In analogia a quanto previsto dall’art. 8, comma 6, del decreto legislativo n. 626/1994 sul ricorso a servizi esterni all’azienda, si ritiene che l’affidamento ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi, tramite apposito contratto, degli incarichi finalizzati all’attuazione delle misure di prevenzione incendi, lotta antincendi e gestione dell’emergenza, possa essere consentito come misura integrativa e non sostitutiva del disposto di cui all’art. 4, comma 5, lettera a) del predetto decreto legislativo n. 626/1994».

Già che ci siamo, se il messaggio non fosse chiaro… no, non puoi usare nemmeno i loro addetti al primo soccorso, per analogia.