Pubblicato in: dove sta scritto?, Formazione, Normativa

Aggiornamento della formazione dei lavoratori: quale sanzione?

Qual è la sanzione per il mancato aggiornamento della formazione in materia di sicurezza dei lavoratori?

La risposta è inequivocabilmente: «Non c’è nessuna sanzione». 

Basta andare a guardare il testo di legge e si vede benissimo. O meglio non vedi niente, perché l’art. 37, comma 6 del D.Lgs. n. 81/2008  che impone l’obbligo di aggiornamento, non è assistito da alcuna sanzione.

Questo è il momento nel quale si scatenano i ninja del diritto de’ noartri (in foto) che invariabilmente ti dicono: «Ah beh… Quindi se non c’è sanzione non c’è obbligo».

Ninja del diritto

Le norme penali sono costituite, in genere, da due parti:
1. il precetto, cioè quello che devi fare o che non puoi fare;
2. la sanzione, cioè quello che ti succede se non rispetti il precetto.

Quando la norma penale è costituita dal solo precetto, si parla di norma imperfetta (è il caso del citato art. 37, comma 6).

Ma l’assenza di sanzione non muta di una virgola l’obbligo di adempiere al precetto.

Il ronin del codice penale, tuttavia, non si perde d’animo e, a questo punto, è solito rispondere: «E vabbeh, sarà come dici tu, ma tanto se mi pigliano non possono farmi niente perché non c’è la sanzione» (normalmente aggiungendo: «specchio riflesso»).
In generale, purtroppo per costoro, se la violazione di un obbligo è considerata in nesso di causalità con un eventuale infortunio, è scientificamente dimostrato come i giudici siano immuni alla temibile formula dello «specchio riflesso» e ti condannano mentre tu eri ancora lì a fare «Gné, gné, gné…».

Ciò detto e precisato, tuttavia, in più di un’occasione mi sono stati riferiti casi di verbali di prescrizione da parte degli Organi di Vigilanza per il mancato aggiornamento.
Ma quale sanzione hanno potuto applicare se l’obbligo di aggiornamento non è sanzionato?

La violazione dell’art. 37, comma 1 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che impone l’obbligo di formazione.
Il ragionamento che suppongo abbiano seguito gli UPG per elevare questi verbali è il seguente:

  1. l’articolo 37, comma 2 dice che la formazione dei lavoratori di cui al comma 1 deve essere conforme all’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011;
  2. Il suddetto Accordo, tra le altre cose, dice che la formazione dei lavoratori deve essere aggiornata con frequenza quinquennale per una durata complessiva di 6 ore;
  3. TAAAAC! ecco il collegamento tra l’obbligo di aggiornamento disposto dall’art. 37, comma 6 e la sanzione prevista per la violazione del comma 1.

Le cose non stanno così e temo che l’errore sia generato da pigrizia mentale.

L’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 è stato emanato in forza, come già detto della disposizione dell’art. 37, comma 2 che dice testualmente:

La durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione di cui al comma 1 sono definiti mediante Accordo….

Come vedete la norma rimanda l’efficacia dell’Accordo al comma 1 e al solo comma 1 dell’art. 37, con ciò limitando la tassatività delle disposizioni dell’Accordo al solo precetto imposto dal comma 1.

E di che parla l’art. 37, comma 1? Ecco qui:

Il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento a:
a) concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri dei vari soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza;
b) rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda.

Anche solo confrontando questo testo con i contenuti della formazione di cui al punto 4 dell’Accordo, ci si rende conto che il precetto dell’art. 37, comma 1 riguarda solo e solamente la formazione generale e specifica dell’Accordo.

Detto in altre parole, alla Conferenza Stato-Regioni era stato dato un preciso mandato: dacci indicazioni su come fare per benino la formazione vera e propria dei lavoratori, quella richiesta dal comma 1.

Loro sono andati oltre il mandato conferito e hanno disciplinato anche la formazione e l’aggiornamento di dirigenti e preposti (art. 37, comma 7) nonché l’aggiornamento dei lavoratori (art. 37, comma 6).

Per quanto riguarda la formazione e l’aggiornamento dei dirigenti e preposti, è lo stesso Accordo nella premessa ad affermare come le indicazioni in esso contenute siano facoltative (per i ninja e ronin del fantadiritto sono le indicazioni dell’Accordo ad essere facoltative, non gli obblighi di formazione e aggiornamento dei dirigenti e dei preposti.

L’Accordo del 25 luglio 2012 ha ulteriormente chiarito che fare la formazione e l’aggiornamento ai dirigenti e ai preposti come dice l’Accordo 21 dicembre 2011 costituisce presunzione di conformità semplice al dettato normativo.
Si parte, cioè, dal presupposto che se fai come dice l’Accordo fai bene ma, se fai diversamente, non è detto che tu faccia male.

Il motivo della facoltà di seguire o meno le indicazioni dell’Accordo è banale: l’art. 37, comma 7 che impone la formazione dei dirigenti e preposti non è l’art. 37, comma 1 che impone la formazione dei lavoratori e ‘sto comma 1 è l’unico per disciplinare il quale la Conferenza Stato-Regioni ha ricevuto specifico mandato.

Ma se questo è vero per il comma 7, è altrettanto vero per il comma 6 che impone l’aggiornamento della formazione dei lavoratori.

Conseguentemente:

le indicazioni dell’Accordo in materia di aggiornamento dei lavoratori eccedono i limiti conferiti dal mandato alla Conferenza Stato-Regioni e non sono pertanto vincolanti.

In poche parole, se l’aggiornamento dei lavoratori è senza ombra di dubbio obbligatorio, non è obbligatorio che venga eseguito con frequenza quinquennale e/o abbia durata di 6 ore.

E, a maggior ragione:

la violazione delle indicazioni in materia di aggiornamento dei lavoratori previste dall’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 non può essere sanzionata con la sanzione prevista per la mancata formazione dei lavoratori.

Se il legislatore avesse voluto che l’Accordo si occupasse anche di aggiornamento dei lavoratori, l’avrebbe scritto chiaramente aggiungendo al comma 2 un riferimento anche al comma 6, oltre che al comma 1.

Così non è.

E l’interpretazione dell’intenzionalità del legislatore non autorizza nessuno, tantomeno un UPG, a ragionare considerando il mancato aggiornamento come fosse mancata formazione per punirne la violazione.

La norma in questo caso non è indeterminata: il comma 1 dice chiaramente qual è il suo scopo, il comma 2 altrettanto e analogamente il comma 6.

Non c’è spazio per alcuna possibile interpretazione differente dall’interpretazione letterale della norma (art. 12, disp. prel. c.c.) e, oltretutto, un ragionamento per analogia vìolerebbe l’art. 14, disp. prel. c.c.:

Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati.

Qui i casi sono precisamente individuati e così le sanzioni ad essi applicabili e, banalmente, non c’è sanzione applicabile per la violazione dell’obbligo di aggiornamento.


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Dove sta scritto?… Formazione per trabattelli

Ponteggio
Ho un cliente normocondriaco: appena scopre dell’esistenza di una norma, ne legge  ossessivamente il campo di applicazione e giunge sistematicamente alla conclusione di rientrarvici e di trovarsi in difetto.

In genere gli somministro un placebo: gli faccio una certificazione in cui gli dichiaro che è tutto a posto e gliela invio tramite PEC così c’ha pure la data certa (quest’ultima ha su di lui un immediato effetto calmante).

Solo che stavolta aveva ragione di dubitare…

CLIENTE NORMOCONDRIACO: «Sciagura, catastrofe, piaghe e orrore».

IO: «Aspe’… Ti ho inviato una PEC con il verbale di sopralluogo che ho fatto ieri. Leggila e poi raccontami che cosa è successo».

CLIENTE: «Ecco, appunto… Dopo che sei venuto in cantiere (in senso motorio, si intende), il CSE ha detto che non gli abbiamo mandato gli attestati per gli addetti al montaggio dei ponteggi».

IO: «Il caso vuole che tu non abbia ponteggi…»

CLIENTE: «Sì, ma lui dice che vale anche per i trabattelli. Devo far fare immediatamente il corso di 28 ore per il montaggio dei ponteggi o mi chiudono l’azienda, mi sequestrano l’asciugatrice e la ASL mi deporta in un cantiere al confine con la Slovenia»

IO: «No, non è così. Non permetterò a nessuno di farti del male. Per alleviare i sintomi, leggiti 4 pagine del POS e non andare sul sito della Gazzetta Ufficiale».

Dove sta scritto?

L’argomento è ampiamente dibattuto, ma qualcuno ancora ci casca.
Metto qui le mie memorie, così la prossima volta che qualcuno mi richiede ‘sto corso, gli giro il link e faccio prima.

È una lunga storia e, come tutte le storie, ha un principio: il 19 luglio 2005.
È il giorno di Santo Arsenio, uno che, quando Roma fu conquistata dai barbari, pianse per 53 anni. Poi morì, con gli occhi senza più ciglia perché consumate dalle lacrime.

Quel giorno lì, entrò in vigore il D.Lgs. n. 235/2003 che recepiva la Direttiva 2001/45/CE e inseriva una serie di nuovi articoli nel D.Lgs. n. 626/1994 a proposito dei lavori in quota.
Il nuovo art. 36-quater era dedicato ai ponteggi e introduceva l’obbligo di redazione del PIMUS, la formazione dei lavoratori addetti al montaggio dei ponteggi e tante altre amenità.

Poi arrivò anche l’Accordo Stato-Regioni 26 gennaio 2006 che definiva i programmi e le durate del corso per il montaggio dei ponteggi di cui parlava l’art. 36-quater.

Tutto andava bene fino a che il 3 novembre 2006 non uscì la circolare n. 30/2006 del Ministero del Lavoro che forniva chiarimenti sull’uso dei trabattelli.

In questa circolare, il funzionario faceva notare che all’art. 36-quater, comma 4, lett. d) venivano citati i «ponteggi su ruote» e che quindi sì, le nuove norme riguardavano anche loro e, quindi, anche chi montava i trabattelli doveva frequentare il corso di 28 ore previsto dal nuovo accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006.

Un’interpretazione un po’ severa della norma, ma in fondo ci stava.

Anche quando arrivò il D.Lgs. n. 81/2008 non vi furono motivi per rivedere l’interpretazione che la circolare n. 30/2006 faceva della norma: una parte dell’articolo 36-quater – tra cui il citato comma 4, lett. d) – finì pari, pari nel testo del nuovo art. 136 del Testo unico, rubricato «Montaggio e smontaggio».
L’accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006 confluì nell’Allegato XXI del TU.
Non una virgola mutata, non una lettera saltata. Copia-incolla.
Non avrei saputo fare di meglio copiando il compito in classe del mio compagno di banco.

All’epoca il mondo era diverso, la mortadella aveva un altro sapore e le rondini facevano ancora il nido nel mio garage.
Poi arrivò il D.Lgs. n. 106/2009 e nulla fu più come prima.

Durante la scrittura di questo decreto correttivo, qualcuno notò l’anomalia di considerare il trabattello come fosse un ponteggio fisso e si decise di rimuovere il riferimento ai trabattelli dall’art. 136 spostandolo all’art. 140 rubricato – guarda il caso – «Ponti su ruote a torre».

Se oggi leggete il testo dell’art. 136, comma 4, lett. d), vedrete che c’è scritto: «Soppressa» (chiaro omaggio al salume vicentino).

Il castello interpretativo della circolare n. 30/2006 viene meno, perché dentro l’art. 136 del D.Lgs. n. 81/2008, quello che parla di formazione degli addetti al montaggio dei ponteggi non c’è più traccia di trabattelli.

Quelli che continuano ancora a citare ‘sta benedetta circolare per giustificare la necessità del corso di formazione anche per i trabattelli, sono anacronistici e non hanno seguito l’evoluzione normativa.

Quelli che, invece, dicono che l’obbligo di formazione continua a sussistere perché l’art. 136 parla comunque di ponteggi e i trabattelli sono ponteggi, semplicemente non sanno quello che dicono perché, al contrario, è evidente la volontà del legislatore di distinguere i due apprestamenti. Infatti:

  1. l’art. 136 è inserito nella Sezione V, del Capo II del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008. Questa Sezione è rubricata: «Ponteggi fissi». È vero che, come recita il brocardo latino, «Rubrica legis non est lex» (la rubrica di una legge non è legge), ma essa aiuta nella corretta interpretazione della norma.
    Il contenuto dell’art. 136 è perfetto, se applicato a ponteggi fissi, siano essi di metallo, legno, bambù o qualsivoglia altro materiale.
  2. l’art. 140 è inserito nella nella Sezione VI, del Capo II del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008. Questa Sezione è rubricata: «Ponteggi movibili».
    Se la logica è: «Vedi che sono ponteggi? Movibili, ma pur sempre ponteggi», allora bisogna redigere il PIMUS e fare la formazione anche a chi monta un ponte su cavalletti, contenuto nella medesima Sezione all’art. 139, quindi anch’esso un ponteggio. Movibile, ma ponteggio.
  3. che l’intenzione del legislatore sia chiaramente quella di distinguere ponteggi fissi da ponti mobili,  lo so per certo, perché durante la scrittura del D.Lgs. n. 106/2009 io ero lì e ho una bozza del Decreto in cui è fornita la motivazione della soppressione della lett. d), comma 4 dall’art. 136, cioè il riferimento ai trabattelli.
    E sapete che dice?

La soppressione si rende necessaria in quanto la Sezione V si riferisce ai “Ponteggi fissi”. Pertanto la stessa disposizione è stata spostata nel successivo art. 140 e cioè all’interno della Sezione VI “Ponteggi movibili”.

Per concludere, l’unica formazione prevista è quella specifica, integrata nell’obbligo di cui all’art. 37, comma 1 e dell’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011.
Poi chi volesse far frequentare il corso di 28 ore ai propri lavoratori è liberissimo di farlo. Ma non diciamo che è obbligatorio.

Questo post è dedicato, tra gli altri, ai redattori del Quaderno Tecnico dell’INAIL intitolato «Trabattelli» che, a pag. 21, continuano a riportare questa sciocchezza dell’obbligatorietà del corso di formazione da 28 ore di cui all’Allegato XXI per chi monta trabattelli.
Spiace che l’errore sia stato riportato anche nell’edizione del 2018 e si spera che venga corretto quanto prima, evitando l’ingenerarsi di confusione data l’autorevolezza della fonte.


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Pubblicato in: cultura della sicurezza, Formazione

Metti la cera… Togli la cera…

Siamo negli anni ’80, decennio funestato da scaldamuscoli, spalline, capelli cotonati.
Ma c’è anche «Karate Kid».

Allora, c’è questo ragazzo di origini italiane, un po’ sfigato, Daniel, che si trasferisce con la mamma in California e conosce una Tipa figa che è la ex di un Tipo alto, grosso e, soprattutto, cintura nera di karate.
Siccome il bullismo non ce lo siamo inventati negli anni 2000, il Tipo si ‘mbunna* vedendo che la sua ex-Tipa è attratta dallo sfigato e non perde occasione per karatekizzarlo (fargli il culo a colpi di karate) tutte le volte che lo incontra.

Daniel conosce, allora, il Maestro Miyagi (se questo nome non vi dice niente, non meritate questo blog e, forse, nemmeno le crepes con la nutella), un vecchietto immigrato dal Giappone che convince a colpi di karate pure i CSE a non chiedere il POS ai lavoratori autonomi.

Dopo lunghe insistenze da parte di Daniel, Miyagi si offre di insegnargli il karate, a patto che questi non discuta i metodi di insegnamento.
È qui che il film è entrato nella storia con la celebre frase pronunciata da Miyagi:

«Prima lava tutte le macchine. Poi le lucidi, con la cera. Devi dare la cera con la mano destra e la devi togliere con la sinistra. Dai la cera, togli la cera. Il respiro lo prendi con il naso e lo emetti dalla bocca. Dai la cera, togli la cera. Non dimenticare il respiro: è molto importante.»

Dopodiché, nel film succedono cose, tra cui il colpo «della gru» e il resto lo immaginate da soli.

Karate_Kid

Il Maestro Miyagi insegna che, se vuoi imparare il karate, non ti bastano le nozioni sul karate: devi mettere la cera e togliere la cera. Tante volte. Per tanto tempo. E allenarti duramente. Non impari il karate in una lezione, nemmeno se il tuo maestro è Bruce Lee (a maggior ragione, perché Bruce Lee faceva Kung Fu). Nemmeno se stai molto attento quando te lo spiegano.

È per questo che la formazione fatta come richiedono gli Accordi della Conferenza Stato-Regioni è sbagliata.
Non basta catafottere le informazioni nella testa del lavoratore per colmare le sue lacune, infarcendolo di nozioni e consigli fino a rendere la formazione «sufficiente e adeguata».

Non te lo dico io. Te lo dice il Maestro Miyagi.

Mettere la cera e togliere la cera non serve ad acquisire solo abilità.
Serve per creare un mindset, un modo di pensare e di essere.

Mettere la cera e togliere la cera è parte di un processo educativo.
Educazione che, etimologicamente**, significa «trar fuori».
Eh già, perché l’educazione, quella vera, non punta a colmare le lacune, ma a far esprimere il potenziale del soggetto. E richiede cura e dedizione.

 

* ‘Mbunnàra, v.tr.intr.rifl = umiliare(rsi), affligere(rsi), mortificare(rsi), dannare(rsi), sconsolare(rsi) [da «Dizionario della lingua catanzarese con grammatica» di V. Sorrenti, ed. La Rondine»
** Educare deriva dal latino ex ducere


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Pubblicato in: Formazione

Formazione dei lavoratori neo-assunti

Mi è stato chiesto un parere professionale sulla formazione dei lavoratori neo-assunti.
A quanto pare, un particolare delle indicazioni contenute nell’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 viene interpretata in modo “esotico” da alcuni SPISAL.

Partirei da questa constatazione: le emissioni della Conferenza Stato-Regioni hanno già fatto più danni di quelle responsabili del cambiamento climatico in corso su scala globale. Ogni tentativo fatto per arginarle è stato vano e, secondo gli esperti, se non si interviene in modo drastico riportando i componenti della Conferenza Stato-Regioni alle impostazioni di fabbrica, entro il 2050 rimarranno solo lavoratori autonomi.

Senza questa premessa, si cade nell’errore di ritenere che, se il punto 10 dell’Accordo è rubricato «Disposizioni transitorie», allora tutto quello che c’è scritto lì dentro è provvisorio e sia stato ivi inserito con l’intenzionalità con la quale inseriresti una volpe in una macchina da cucire e non con la casualità tipica di chi non sa quello che fa.

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Infatti, è proprio questo che viene affermato da alcuni SPISAL: i 60 giorni per portare a termine la formazione dei lavoratori neo-assunti, si trovano nel paragrafo delle «Disposizioni transitorie» e, pertanto, erano una concessione che la Conferenza Stato-Regioni aveva gentilmente accordato alle aziende per i primi 18 mesi dalla pubblicazione dell’Accordo (un termine, questo, richiamato nel primo periodo del punto 10). Essendo passati i 18 mesi, oggi la formazione deve essere erogata interamente prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione.

Non è così.

Il Provvedimento è, in generale, scritto male. Talmente male da aver richiesto la redazione di una linea guida applicativa, costituita dal successivo Accordo del 25 luglio 2012.
Purtroppo, quando le cose sono fatte male, anziché correggerle, bisognerebbe ripartire da capo, non scrivere delle linee guida applicative, ma sarebbe chiedere troppo.

Quindi, per riuscire a dimostrare con un minimo di logica applicata che quella lì non è una disposizione transitoria, tocca perdere più tempo di quanto ne sarebbe stato necessario per riscrivere integralmente (e per benino) l’Accordo.

Comincerei da una constatazione oggettiva: quando l’Accordo parla di 18 mesi, si riferisce solo ed esclusivamente a dirigenti e preposti.
Così è scritto:

«…i datori di lavoro sono tenuti ad avviare i dirigenti e i preposti a corsi di formazione (omissis) in modo che i medesimi corsi vengano conclusi entro e non oltre il termine di 18 mesi dalla pubblicazione del presente accordo». 

I lavoratori compaiono invece (insieme ai dirigenti e preposti) nel successivo periodo, quello incriminato, nel quale si parla di personale di nuova assunzione e che i funzionari dello SPISAL legano al periodo precedente (commettendo l’imperdonabile errore di ritenere che dietro quello che fa la Conferenza Stato-Regioni ci sia una logica).

«Il personale di nuova assunzione deve essere avviato ai rispettivi corsi di formazione anteriormente o, se ciò non risulta possibile, contestualmente all’assunzione. In tale ultima ipotesi, ove non risulti possibile completare il corso di formazione prima della adibizione del dirigente, del preposto o del lavoratore alle proprie attività, il relativo percorso formativo deve essere completato entro e non oltre 60 giorni dalla assunzione».

Le due parti citate, sono completamente scollegate tra loro e, quest’ultimo pezzo, non è una disposizione transitoria.
È tanto vero quanto affermo che la stessa Conferenza Stato-Regioni, se ne è resa conto (qualcuno ha fatto la spia, non possono esserci arrivati da soli) ed ha infatti precisato, nell’Accordo del 25 luglio 2012, quanto segue:

«La previsione relativa ai 18 mesi per i corsi da dirigente e preposto non riguarda, tuttavia, il personale di nuova assunzione (omissis).

Da questa – ovvia – precisazione discende che (uso i colori a beneficio dei componenti della Conferenza Stato-Regioni, così posso spiegargli meglio quello che pensavano):

  1. il termine di 18 mesi vale solo per dirigenti e preposti (parte in verde);
  2. il termine di 18 mesi non vale per il personale di nuova assunzione (parte in viola)

Riguardo al punto b) mi si ribatterà  (giuro: mi è stato davvero ribattuto) che l’Accordo del 25 luglio 2012 chiarisce che il termine dei 18 mesi non vale solo «per i corsi da dirigenti e preposti» neo assunti, ma non anche per lavoratori neo-assunti.

Faccio affidamento a tutta l’intelligenza di cui siete capaci e vi chiedo: per quale motivo avrebbe dovuto precisare che i 18 mesi transitori non riguardano anche i lavoratori, dato che i lavoratori non sono proprio nominati da nessuna parte con riferimento ai 18 mesi?

Quindi no, i 60 giorni di tempo per concludere la formazione dei neo-assunti, vivono e lottano con noi e riguardano anche i lavoratori, essendo questi espressamente citati con riferimento al personale di nuova assunzione.

Veniamo adesso alla faccenda che la formazione debba essere integralmente erogata prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione.

Il Provvedimento dice esplicitamente che l’avviamento al corso debba avvenire preventivamente o, in caso di impossibilità, al massimo contestualmente all’assunzione.

Ci sarebbe già da discutere se per «avviamento» si intenda l’inizio materiale del corso da parte del neo-assunto o semplicemente la sua iscrizione al corso di formazione.
In ogni caso non è questo quello che ci interessa, ma la parte successiva, quella nella quale è esplicitamente previsto che in caso di impossibilità di completare la formazione del neo-assunto «prima della adibizione… alle proprie attività» essa debba concludersi entro il termine di 60 giorni.
E se non bastasse il concetto è anche ribadito nell’Accordo del 25 luglio 2012 nel quale si riporta:

«…l’accordo prevede che il percorso formativo debba essere completato entro e non oltre 60 giorni dall’inizio della attività lavorativa».

Mi pare evidente che se parla di impossibilità a concludere il corso prima dell’adibizione all’attività e poi mi si dice anche che il corso deve essere concluso non oltre 60 giorni dall’inizio dell’attività, l’attività deve essere bella che iniziata.

Il lettore particolarmente attento avrà comunque notato un piccolo particolare:

  1. l’Accordo del 21 dicembre 2011 fa riferimento al termine di 60 giorni dall’«assunzione»;
  2. l’Accordo del 25 luglio 2012 fa riferimento al termine di 60 giorni dall’«inizio dell’attività lavorativa».

Qui in effetti il crash mentale ci sta tutto (dicevo di quella faccenda del ripristino alle impostazioni di fabbrica…).

Gli Dei tuttavia sono benigni (la Conferenza Stato-Regioni è un prodotto dell’Uomo) e ci hanno lasciato in dono, oltre che il vino e la ‘nduja, anche i «criteri di risoluzione tra antinomie».
Quando due norme non vanno d’accordo, esistono delle regolette che anche un componente della Conferenza Stato-Regioni può capire (sono un inguaribile ottimista).
Dato che:

  1. i due Accordi sono norme dello stesso rango (criterio gerarchico)
  2. i due Accordi parlano della stessa roba (criterio di specialità)

la norma più recente prevale su quella precedente (criterio cronologico).

Quindi i corsi debbono concludersi entro 60 giorni dall’inizio dell’attività lavorativa vera e propria e non dall’assunzione.

Pubblicato in: dove sta scritto?, Formazione

Dove sta scritto?… Formazione e-learning RLS

Edit: ho scritto una versione aggiornata di questo post (qui).

Giusto perché non ci siano fraintendimenti: per me seguire un corso di formazione sulla sicurezza in modalità e-learning è come pretendere di fare educazione sessuale a tuo figlio facendogli guardare i video su youporn.

In effetti ora le cose potrebbero migliorare grazie allo sviluppo di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata o, addirittura, attraverso l’implementazione di ambienti di realtà virtuale. Mi riferisco alla possibilità di fare educazione sessuale mediante youporn, chiaramente… Non credo ci siano speranze per la formazione sulla sicurezza in e-learning….

Detto questo, con i miei clienti sono limpido e trasparente come un vaso di cristallo di Boemia appena modellato e uscito dalla fornace. Quando uno di loro mi dice che deve fare formazione, io gli rappresento entrambe le alternative: o la fai o non la fai. Se la vuoi fare, c’è l’aula. Se non la vuoi fare, c’è l’e-learning.

Ma il cliente oggi mi si informa, legge, anticipa. E così ogni tanto mi arriva quello che fa:

CLIENTE (tutto informato e pieno di sapere): «È stato eletto il nuovo RLS. Mi dai qualche riferimento per un corso e-learning fatto bene?»

IO: «Brav’uomo, per quanto voglia aiutarla a spendere male i suoi soldi, questa volta sono costretto ad impedirglielo, mio malgrado. Il corso e-learning al suo RLS, lei non lo può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Nell’Allegato V dell’Accordo Stato-Regioni del 7 luglio 2016, che dice che per l’RLS la formazione NON è erogabile in modalità e-learning fatto salvo diverse indicazioni del CCNL.

Alla data odierna di oggi in questo istante e non più tardi, gli unici CCNL che mi risulta abbiano “diverse indicazioni” sono i seguenti (quindi quelli per i quali la formazione in modalità e-learning del RLS è ammessa):

  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore commercio – ANPIT
  • CCNL per gli addetti all’industria di ricerca, di estrazione, di raffinazione, di cogenerazione, di lavorazione o alla distribuzione di prodotti petroliferi
    (escluse la ricerca, l’estrazione, ecc. delle rocce asfaltiche e bituminose)
    e per gli addetti del settore energia ENI (solo per aziende a rischio basso)
  • CCNL Intersettoriale: commercio, terziario, distribuzione, servizi, pubblici esercizi e turismo – CIFA
  • CCNL per i dipendenti dalle imprese artigiane e/o delle piccole imprese industriali tradizionali di pulizia e/o di servizi integrati multiservizi _ global service – CNAI
  • CCNL per i dipendenti da cooperative, consorzi e società consortili esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi – Sistema cooperativo
  • CCNL per i dipendenti dalle aziende esercenti attività nel settore terziario e servizi – CNAI
  • CCNL per i dipendenti del terziario: commercio, distribuzione e servizi – Sistema Impresa (solo RLST)

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice “SI, fatto salvo diverse indicazioni CCNL”. Quindi, gli aggiornamenti periodici sono sempre ammessi in modalità e-learning, a meno di espliciti divieti contenuti nel CCNL.

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice «”/”, fatto salvo diverse indicazioni CCNL». Quindi, gli aggiornamenti periodici non sono mai ammessi in modalità e-learning, a meno di esplicito consenso riportato nel CCNL.

Edit: ho commesso un errore materiale nella lettura della tabella.
Ringrazio M. Passariello che me lo ha fatto notare e mi scuso per l’errore.

Pubblicato in: Formazione

Lepri e formazione e-learning

Scrivere una norma non è semplice.
Ci sono tante situazioni che potrebbero sfuggire, altre che potrebbero rientrare,indesideratamente, nel suo campo di applicazione… Basta una frase, una parola messa lì con leggerezza e ti ritrovi nell’inferno delle interpretazioni, nelle sabbie mobili della palude del buon senso e del senso letterale.

Voglio dire, se Dio – che è Dio, mica un pincopallo qualunque – nel Levitico ha fatto scrivere che non si può mangiare «la lepre, perché rumina, ma non ha l’unghia divisa»,  davvero tutti possono sbagliare.
Va detto che le lepri fanno di tutto per ingannarti e, in effetti, sembra che ruminino, ma no, non sono ruminanti. Infide lepri, cosa non farebbero per non farsi mangiare.
Ad uno che si fa chiamare Dio una cosa del genere non può essere sfuggita (anche perché le lepri le ha inventate lui), quindi deve essere successo qualcosa nell’iter di scrittura del Levitico, magari in uno dei tanti passaggi tra una Camera e l’altra, un colpo di mano prima dell’approvazione… Si sa quanto siano influenti quelli della lobby delle lepri…

Prendi invece la formazione.
Da quando la Conferenza Stato-Regioni ha tirato fuori i vari Accordi in merito, l’intero Paese si è mobilitato per adeguarsi. Praticamente chiunque, per un motivo o per un altro, indipendentemente dal suo ruolo, è stato costretto a sottoporsi ad un corso di formazione di almeno 8 ore.
Ti arriva la cartolina a casa, come ai tempi della leva obbligatoria e non si può nemmeno far domanda da obiettore di coscienza.
Si narra di un tale di Peschiera del Garda che svolgeva il ruolo di RSPP interno di un’azienda multisettore, preposto, addetto antincendio e primo soccorso che non è riuscito a finire di frequentare le ore previste che già gli erano partiti nel frattempo i vari aggiornamenti. La moglie non lo vede da 83 giorni, perché ormai dorme in aula e si è fatto impiantare un catetere per non fare pause.
Equitalia gli ha sequestrato il cane e l’auto finché non avrà terminato di pagare il proprio debito formativo.

Del resto, non vi sono dubbi sul fatto che la formazione sia una cosa seria. Troppo seria perché la sua definizione venga lasciata alla Conferenza Stato-Regioni.
Parliamo di gente che usa i codici ATECO per definire il livello di rischio di un’azienda; gli stessi che hanno scatenato un casino infernale con la faccenda della collaborazione con gli enti bilaterali…
Con l’Accordo del 7 luglio 2016, la CSR estende, tra le altre cose, la possibilità di erogare la formazione in modalità e-learning anche alla parte specifica per i lavoratori, nonché agli aggiornamenti di vari altri soggetti.

Ora, io voglio mantenere un atteggiamento agnostico in merito. In fondo, perché a priori escludere l’efficacia della formazione e-learning?
Sì ok, lascia perdere che tutti i corsi in e-learning che ho visto, a livello educativo erano efficaci quanto un mulo che cerca di riprodursi (lì però almeno il mulo si diverte…): non ci si può basare sul nostro piccolo osservatorio personale per decidere se una cosa funziona o meno.
Però ci si sarebbe potuti basare su un piano di monitoraggio sull’efficacia della formazione in e-learning e sul suo confronto con la formazione in aula.
Se solo fosse mai stato fatto in questi 5 (diconsi cinque) anni dall’emanazione degli accordi.

E allora la Conferenza Stato-Regioni che fa? In assenza di qualunque dato in merito, anziché mantenere un atteggiamento conservativo sulla questione, estende i casi di formazione in modalità e-learning e prevede il monitoraggio a posteriori…
Così se si dovesse rilevare che la formazione e-learning è l’equivalente di un cumulo di sterco nella savana del D.Lgs. n. 81/2008, lo sapremo solo quando tutti ne saranno stati sommersi.

Alla fine, gli ebrei, avrebbero comunque dovuto rinunciare al ragù di lepre, perché la lepre non ha in ogni caso l’unghia divisa (altro requisito necessario per essere mangiati). Quindi, l’errore non ha portato conseguenze né per le lepri, né per gli ebrei (anche se dopo oltre 3000 anni potrebbero pure fare un decreto correttivo del Levitico).

Una roba è un errore materiale e altra cosa sono le stupidaggini. Specie se reiterate.
Specie quelle che di conseguenze rischiano di averne a secchiate.

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La nuova formazione per RSPP

Nella classifica delle tragedie del nostro Paese, gli Accordi della Conferenza Stato-Regioni (CSR) e gli atti della Commissione consultiva permanente (CCP) si piazzano tra gli incidenti stradali e il dissesto idrogeologico.

Tutte le volte che viene approvato un Accordo della CSR in materia di sicurezza sul lavoro, in qualche parte d’Italia un carpentiere si pesta un dito col martello.

Questo, in breve, il mio pensiero sull’autorevolezza di questi due organi, autori di alcuni capolavori indiscussi che hanno allietato le giornate di imprese, lavoratori e consulenti negli ultimi anni, quali:

  • La lunga notte delle procedure standardizzate – opera del 2012 che narra l’epopea del datore di lavoro di una PMI che trascorre una notte intera per redigere un DVR standardizzato, scoprendo alla mattina di aver usato il doppio della carta effettivamente necessaria;
  • Il ciclo delle formazioni – trilogia scritta tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012. Capolavoro di fantascienza ambientato in un mondo distopico nel quale i fabbisogni formativi di datore di lavoro-RSPP, lavoratori, preposti e dirigenti sono decisi a tavolino sulla base dei codici ATECO (un’idea geniale che accentua il senso di incredulità) e chi conduce un carrello elevatore deve essere in possesso di abilitazione, mentre l’uso dei carroponti può essere affidato a chiunque;
  • Nightmare – Dal profondo dello stress – celeberrimo horror del 2010, lungamente atteso dagli appassionati del genere. Ciò che entusiasma di questa opera di genio è il senso di sospensione che riesce a suscitare. Solo all’ultima pagina, quando sembra che la matassa si dipani e che si spieghi come fare una valutazione dello stress, scopri che non c’è scritto nulla. Applausi a scena aperta! Basti pensare che, nonostante la loro inutilità, le indicazioni della Commissione consultiva permanente per la valutazione dello stress sono ancora oggi citate, come riferimento, in tutti i DVR.

Potrei andare avanti per ore e non è escluso che in futuro lo faccia. Ma quello su cui oggi voglio soffermarmi è l’imminente pubblicazione di un ulteriore volume del ciclo delle formazioni di cui comincia a circolare qualche bozza.

Pare che si intitolerà La nuova formazione per RSPP, ma nel testo si potranno rinvenire anche diversi riferimenti ai personaggi degli altri libri della trilogia.

ATTENZIONE: da qui in poi ci sono spoiler. Se non volete anticipazioni abbandonate questa pagina

Non scriverò di ogni singolo punto della bozza di Accordo della CSR sulla formazione di RSPP e ASPP che andrà a sostituire il precedente Provvedimento del 26 gennaio 2006. Mi concentrerò semplicemente su alcuni aspetti la cui lettura mi ha provocato una steatosi epatica. E che vi sarebbe tutto il tempo per rivedere. E se il tempo non c’è, ve ne sarebbe comunque la necessità.

  1.  Formazione ed esoneri

La formazione per un RSPP sarà sempre suddivisa nei moduli A, B e C.

Sostanzialmente invariate durate e contenuti dei moduli A e C, è invece il modulo B a subire un’importante modifica.

Nella sostanza, quest’ultimo avrà una durata unica di 48 ore, indipendentemente dal settore in cui opera l’azienda.

Tuttavia, qualora il RSPP operasse nei settori agricoltura, pesca, cave e costruzioni, sanità o chimica (vedi codici ATECO)  sarebbe necessaria un’integrazione di ulteriori 12 o 16 ore.

Inoltre, non ci crederete, ma la CSR ha sentito la necessità di specificare l’elenco completo delle classi di laurea, proliferate come funghi con le varie riforme universitarie, che esonerano il soggetto che intende formarsi come RSPP dalla frequentazione dei moduli A e B.

Si tratta chiaramente di tutto quello che rimanda ad una laurea in ingegneria e architettura, come già precisato dall’art. 32 del D.Lgs. n. 81/2008.

Ora, qui o ci fanno o ci sono (io ho un’idea in proposito, ma non intendo dirvela):

  • dopo 9 anni dal primo accordo si continua a pensare che si possa diventare RSPP, per esempio, di una clinica con un corso di formazione di: 28 + 60 + 24 ore = 112 ore.
  • dopo 7 anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 si continua a pensare che un ingegnere o un architetto possano fare il RSPP, per esempio, di una clinica con la propria laurea + il modulo C (24 ore).
  • da sempre si continua a pensare che per diventare RSPP sia sufficiente un corsetto di formazione o una laurea in ingegneria e architettura, senza un minimo di esperienza nel settore (addirittura senza alcuna esperienza lavorativa, se è per questo), senza una seria selezione basata sulle reali competenze acquisite.

L’art. 32 del D.Lgs. n. 81/2008 afferma che il RSPP deve possedere «Capacità e requisiti professionali… adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro».

Ho una proposta: se, come nel caso dell’edilizia, sono sufficienti 116 ore complessive per possedere quel popò di professionalità che il legislatore richiede al soggetto che deve valutare i rischi, definire le misure di prevenzione e protezione, le procedure di sicurezza, ecc., facciamo fare a tutti gli operai il corso da RSPP e risolveremo il problema dei morti nel settore.

Oppure mettiamo alla prova la competenza di architetti e ingegneri: prendiamo un neolaureato, facciamogli fare il modulo C e poi mettiamolo a lavorare su un impalcatura senza dirgli nulla (tanto saprà già tutto, visto che è in grado di dire agli altri quali sono i rischi e come fare per prevenirli). Che la selezione naturale faccia il resto, non mi permetterei mai di contraddire Darwin.

  1. I codici ATECO

L’accordo, come si diceva, fa anche degli interventi integrativi sugli altri accordi sulla formazione.

Si precisa ad esempio che tutta, tutta, tutta la formazione obbligatoria di ogni, ogni, ogni soggetto prevista dal D.Lgs. n. 81/2008 dovrà essere erogata da docenti in possesso dei requisiti di cui al D.I. 6 marzo 2013.

Si specifica che il modulo giuridico per i coordinatori (CSE e CSP) può essere erogato in modalità e-learning, così come l’intera formazione dei lavoratori di aziende a rischio basso.

Epperò non c’è una traccia di rimorso, un minimo di tormento, un indizio di rammarico, un sintomo di pentimento, un principio di ripensamento sul continuare a pensare che sia normale che il fabbisogno formativo dei lavoratori, RSPP, datori di lavoro-RSPP di tutta Italia sia correlato al codice di attività economica (ATECO) della loro azienda.

È dal 2006 che continuano a propinarci questa teoria ninja priva di qualunque fondamento.

  1. Il libretto formativo del cittadino

No, non è il libretto di cui parlano gli anziani nelle notti senza luna. Quello nessuno lo ha mai visto, anche se c’è la testimonianza di un turista di origini serbo-tibetane che afferma di aver avvistato sull’Annapurna uno Yeti che teneva in mano un esemplare di Libretto formativo del cittadino (considerando che avvistare uno Yeti è raro, ma non impossibile, la probabilità totale del verificarsi di entrambi gli eventi è talmente bassa da farmi riconsiderare la teoria di Russel sulla teiera celeste).

Sembra piuttosto che il legislatore sia apparso sul monte Pollino ai membri della CSR nell’aspetto di un roveto ardente e abbia consegnato loro una tavola con la semplice effigie di un Libretto formativo del cittadino.

Quindi state tranquilli, è una semplice profezia, e crederle non è vincolante.

Difatti l’allegato IV della bozza di Accordo si limita a proporre un modulo (facoltativo) sul quale annotare l’avvenuta formazione, che potrà essere (facoltativamente) consegnato in copia al lavoratore, dirigente o preposto, così da essere (facoltativamente) tenuto in considerazione dal futuro datore di lavoro per accertare la formazione pregressa e che gli organi di vigilanza potranno (facoltativamente) tenere in conto nell’esercizio delle proprie funzioni.

Secondo me non c’è alcun motivo perché non funzioni…

Vabbeh, per chi non l’avesse, allego la bozza di Accordo.

Se nella lettura avvertite secchezza delle fauci, ipertensione, prurito, interrompete immediatamente il trattamento.