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Formazione dei lavoratori neo-assunti

Mi è stato chiesto un parere professionale sulla formazione dei lavoratori neo-assunti.
A quanto pare, un particolare delle indicazioni contenute nell’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 viene interpretata in modo “esotico” da alcuni SPISAL.

Partirei da questa constatazione: le emissioni della Conferenza Stato-Regioni hanno già fatto più danni di quelle responsabili del cambiamento climatico in corso su scala globale. Ogni tentativo fatto per arginarle è stato vano e, secondo gli esperti, se non si interviene in modo drastico riportando i componenti della Conferenza Stato-Regioni alle impostazioni di fabbrica, entro il 2050 rimarranno solo lavoratori autonomi.

Senza questa premessa, si cade nell’errore di ritenere che, se il punto 10 dell’Accordo è rubricato «Disposizioni transitorie», allora tutto quello che c’è scritto lì dentro è provvisorio e sia stato ivi inserito con l’intenzionalità con la quale inseriresti una volpe in una macchina da cucire e non con la casualità tipica di chi non sa quello che fa.

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Infatti, è proprio questo che viene affermato da alcuni SPISAL: i 60 giorni per portare a termine la formazione dei lavoratori neo-assunti, si trovano nel paragrafo delle «Disposizioni transitorie» e, pertanto, erano una concessione che la Conferenza Stato-Regioni aveva gentilmente accordato alle aziende per i primi 18 mesi dalla pubblicazione dell’Accordo (un termine, questo, richiamato nel primo periodo del punto 10). Essendo passati i 18 mesi, oggi la formazione deve essere erogata interamente prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione.

Non è così.

Il Provvedimento è, in generale, scritto male. Talmente male da aver richiesto la redazione di una linea guida applicativa, costituita dal successivo Accordo del 25 luglio 2012.
Purtroppo, quando le cose sono fatte male, anziché correggerle, bisognerebbe ripartire da capo, non scrivere delle linee guida applicative, ma sarebbe chiedere troppo.

Quindi, per riuscire a dimostrare con un minimo di logica applicata che quella lì non è una disposizione transitoria, tocca perdere più tempo di quanto ne sarebbe stato necessario per riscrivere integralmente (e per benino) l’Accordo.

Comincerei da una constatazione oggettiva: quando l’Accordo parla di 18 mesi, si riferisce solo ed esclusivamente a dirigenti e preposti.
Così è scritto:

«…i datori di lavoro sono tenuti ad avviare i dirigenti e i preposti a corsi di formazione (omissis) in modo che i medesimi corsi vengano conclusi entro e non oltre il termine di 18 mesi dalla pubblicazione del presente accordo». 

I lavoratori compaiono invece (insieme ai dirigenti e preposti) nel successivo periodo, quello incriminato, nel quale si parla di personale di nuova assunzione e che i funzionari dello SPISAL legano al periodo precedente (commettendo l’imperdonabile errore di ritenere che dietro quello che fa la Conferenza Stato-Regioni ci sia una logica).

«Il personale di nuova assunzione deve essere avviato ai rispettivi corsi di formazione anteriormente o, se ciò non risulta possibile, contestualmente all’assunzione. In tale ultima ipotesi, ove non risulti possibile completare il corso di formazione prima della adibizione del dirigente, del preposto o del lavoratore alle proprie attività, il relativo percorso formativo deve essere completato entro e non oltre 60 giorni dalla assunzione».

Le due parti citate, sono completamente scollegate tra loro e, quest’ultimo pezzo, non è una disposizione transitoria.
È tanto vero quanto affermo che la stessa Conferenza Stato-Regioni, se ne è resa conto (qualcuno ha fatto la spia, non possono esserci arrivati da soli) ed ha infatti precisato, nell’Accordo del 25 luglio 2012, quanto segue:

«La previsione relativa ai 18 mesi per i corsi da dirigente e preposto non riguarda, tuttavia, il personale di nuova assunzione (omissis).

Da questa – ovvia – precisazione discende che (uso i colori a beneficio dei componenti della Conferenza Stato-Regioni, così posso spiegargli meglio quello che pensavano):

  1. il termine di 18 mesi vale solo per dirigenti e preposti (parte in verde);
  2. il termine di 18 mesi non vale per il personale di nuova assunzione (parte in viola)

Riguardo al punto b) mi si ribatterà  (giuro: mi è stato davvero ribattuto) che l’Accordo del 25 luglio 2012 chiarisce che il termine dei 18 mesi non vale solo «per i corsi da dirigenti e preposti» neo assunti, ma non anche per lavoratori neo-assunti.

Faccio affidamento a tutta l’intelligenza di cui siete capaci e vi chiedo: per quale motivo avrebbe dovuto precisare che i 18 mesi transitori non riguardano anche i lavoratori, dato che i lavoratori non sono proprio nominati da nessuna parte con riferimento ai 18 mesi?

Quindi no, i 60 giorni di tempo per concludere la formazione dei neo-assunti, vivono e lottano con noi e riguardano anche i lavoratori, essendo questi espressamente citati con riferimento al personale di nuova assunzione.

Veniamo adesso alla faccenda che la formazione debba essere integralmente erogata prima dell’adibizione del lavoratore alla mansione.

Il Provvedimento dice esplicitamente che l’avviamento al corso debba avvenire preventivamente o, in caso di impossibilità, al massimo contestualmente all’assunzione.

Ci sarebbe già da discutere se per «avviamento» si intenda l’inizio materiale del corso da parte del neo-assunto o semplicemente la sua iscrizione al corso di formazione.
In ogni caso non è questo quello che ci interessa, ma la parte successiva, quella nella quale è esplicitamente previsto che in caso di impossibilità di completare la formazione del neo-assunto «prima della adibizione… alle proprie attività» essa debba concludersi entro il termine di 60 giorni.
E se non bastasse il concetto è anche ribadito nell’Accordo del 25 luglio 2012 nel quale si riporta:

«…l’accordo prevede che il percorso formativo debba essere completato entro e non oltre 60 giorni dall’inizio della attività lavorativa».

Mi pare evidente che se parla di impossibilità a concludere il corso prima dell’adibizione all’attività e poi mi si dice anche che il corso deve essere concluso non oltre 60 giorni dall’inizio dell’attività, l’attività deve essere bella che iniziata.

Il lettore particolarmente attento avrà comunque notato un piccolo particolare:

  1. l’Accordo del 21 dicembre 2011 fa riferimento al termine di 60 giorni dall’«assunzione»;
  2. l’Accordo del 25 luglio 2012 fa riferimento al termine di 60 giorni dall’«inizio dell’attività lavorativa».

Qui in effetti il crash mentale ci sta tutto (dicevo di quella faccenda del ripristino alle impostazioni di fabbrica…).

Gli Dei tuttavia sono benigni (la Conferenza Stato-Regioni è un prodotto dell’Uomo) e ci hanno lasciato in dono, oltre che il vino e la ‘nduja, anche i «criteri di risoluzione tra antinomie».
Quando due norme non vanno d’accordo, esistono delle regolette che anche un componente della Conferenza Stato-Regioni può capire (sono un inguaribile ottimista).
Dato che:

  1. i due Accordi sono norme dello stesso rango (criterio gerarchico)
  2. i due Accordi parlano della stessa roba (criterio di specialità)

la norma più recente prevale su quella precedente (criterio cronologico).

Quindi i corsi debbono concludersi entro 60 giorni dall’inizio dell’attività lavorativa vera e propria e non dall’assunzione.

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Dove sta scritto?… Formazione e-learning RLS

Giusto perché non ci siano fraintendimenti: per me seguire un corso di formazione sulla sicurezza in modalità e-learning è come pretendere di fare educazione sessuale a tuo figlio facendogli guardare i video su youporn.

In effetti ora le cose potrebbero migliorare grazie allo sviluppo di applicazioni che sfruttano la realtà aumentata o, addirittura, attraverso l’implementazione di ambienti di realtà virtuale. Mi riferisco alla possibilità di fare educazione sessuale mediante youporn, chiaramente… Non credo ci siano speranze per la formazione sulla sicurezza in e-learning….

Detto questo, con i miei clienti sono limpido e trasparente come un vaso di cristallo di Boemia appena modellato e uscito dalla fornace. Quando uno di loro mi dice che deve fare formazione, io gli rappresento entrambe le alternative: o la fai o non la fai. Se la vuoi fare, c’è l’aula. Se non la vuoi fare, c’è l’e-learning.

Ma il cliente oggi mi si informa, legge, anticipa. E così ogni tanto mi arriva quello che fa:

CLIENTE (tutto informato e pieno di sapere): «È stato eletto il nuovo RLS. Mi dai qualche riferimento per un corso e-learning fatto bene?»

IO: «Brav’uomo, per quanto voglia aiutarla a spendere male i suoi soldi, questa volta sono costretto ad impedirglielo, mio malgrado. Il corso e-learning al suo RLS, lei non lo può fare»

DOVE STA SCRITTO?

Nell’Allegato V dell’Accordo Stato-Regioni del 7 luglio 2016, che dice che per l’RLS la formazione NON è erogabile in modalità e-learning fatto salvo diverse indicazioni del CCNL.

Alla data odierna di oggi in questo istante e non più tardi, gli unici CCNL che mi risulta abbiano “diverse indicazioni” sono i seguenti (quindi quelli per i quali la formazione in modalità e-learning del RLS è ammessa):

  • CCNL per i dipendenti da aziende del settore commercio – ANPIT
  • CCNL per gli addetti all’industria di ricerca, di estrazione, di raffinazione, di cogenerazione, di lavorazione o alla distribuzione di prodotti petroliferi
    (escluse la ricerca, l’estrazione, ecc. delle rocce asfaltiche e bituminose)
    e per gli addetti del settore energia ENI (solo per aziende a rischio basso)
  • CCNL Intersettoriale: commercio, terziario, distribuzione, servizi, pubblici esercizi e turismo – CIFA
  • CCNL per i dipendenti dalle imprese artigiane e/o delle piccole imprese industriali tradizionali di pulizia e/o di servizi integrati multiservizi _ global service – CNAI
  • CCNL per i dipendenti da cooperative, consorzi e società consortili esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi – Sistema cooperativo
  • CCNL per i dipendenti dalle aziende esercenti attività nel settore terziario e servizi – CNAI
  • CCNL per i dipendenti del terziario: commercio, distribuzione e servizi – Sistema Impresa (solo RLST)

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice “SI, fatto salvo diverse indicazioni CCNL”. Quindi, gli aggiornamenti periodici sono sempre ammessi in modalità e-learning, a meno di espliciti divieti contenuti nel CCNL.

Già che ci siamo: quando si parla di aggiornamento della formazione degli RLS in modalità e-learning, la medesima tabella dice «”/”, fatto salvo diverse indicazioni CCNL». Quindi, gli aggiornamenti periodici non sono mai ammessi in modalità e-learning, a meno di esplicito consenso riportato nel CCNL.

Edit: ho commesso un errore materiale nella lettura della tabella.
Ringrazio M. Passariello che me lo ha fatto notare e mi scuso per l’errore.

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Lepri e formazione e-learning

Scrivere una norma non è semplice.
Ci sono tante situazioni che potrebbero sfuggire, altre che potrebbero rientrare,indesideratamente, nel suo campo di applicazione… Basta una frase, una parola messa lì con leggerezza e ti ritrovi nell’inferno delle interpretazioni, nelle sabbie mobili della palude del buon senso e del senso letterale.

Voglio dire, se Dio – che è Dio, mica un pincopallo qualunque – nel Levitico ha fatto scrivere che non si può mangiare «la lepre, perché rumina, ma non ha l’unghia divisa»,  davvero tutti possono sbagliare.
Va detto che le lepri fanno di tutto per ingannarti e, in effetti, sembra che ruminino, ma no, non sono ruminanti. Infide lepri, cosa non farebbero per non farsi mangiare.
Ad uno che si fa chiamare Dio una cosa del genere non può essere sfuggita (anche perché le lepri le ha inventate lui), quindi deve essere successo qualcosa nell’iter di scrittura del Levitico, magari in uno dei tanti passaggi tra una Camera e l’altra, un colpo di mano prima dell’approvazione… Si sa quanto siano influenti quelli della lobby delle lepri…

Prendi invece la formazione.
Da quando la Conferenza Stato-Regioni ha tirato fuori i vari Accordi in merito, l’intero Paese si è mobilitato per adeguarsi. Praticamente chiunque, per un motivo o per un altro, indipendentemente dal suo ruolo, è stato costretto a sottoporsi ad un corso di formazione di almeno 8 ore.
Ti arriva la cartolina a casa, come ai tempi della leva obbligatoria e non si può nemmeno far domanda da obiettore di coscienza.
Si narra di un tale di Peschiera del Garda che svolgeva il ruolo di RSPP interno di un’azienda multisettore, preposto, addetto antincendio e primo soccorso che non è riuscito a finire di frequentare le ore previste che già gli erano partiti nel frattempo i vari aggiornamenti. La moglie non lo vede da 83 giorni, perché ormai dorme in aula e si è fatto impiantare un catetere per non fare pause.
Equitalia gli ha sequestrato il cane e l’auto finché non avrà terminato di pagare il proprio debito formativo.

Del resto, non vi sono dubbi sul fatto che la formazione sia una cosa seria. Troppo seria perché la sua definizione venga lasciata alla Conferenza Stato-Regioni.
Parliamo di gente che usa i codici ATECO per definire il livello di rischio di un’azienda; gli stessi che hanno scatenato un casino infernale con la faccenda della collaborazione con gli enti bilaterali…
Con l’Accordo del 7 luglio 2016, la CSR estende, tra le altre cose, la possibilità di erogare la formazione in modalità e-learning anche alla parte specifica per i lavoratori, nonché agli aggiornamenti di vari altri soggetti.

Ora, io voglio mantenere un atteggiamento agnostico in merito. In fondo, perché a priori escludere l’efficacia della formazione e-learning?
Sì ok, lascia perdere che tutti i corsi in e-learning che ho visto, a livello educativo erano efficaci quanto un mulo che cerca di riprodursi (lì però almeno il mulo si diverte…): non ci si può basare sul nostro piccolo osservatorio personale per decidere se una cosa funziona o meno.
Però ci si sarebbe potuti basare su un piano di monitoraggio sull’efficacia della formazione in e-learning e sul suo confronto con la formazione in aula.
Se solo fosse mai stato fatto in questi 5 (diconsi cinque) anni dall’emanazione degli accordi.

E allora la Conferenza Stato-Regioni che fa? In assenza di qualunque dato in merito, anziché mantenere un atteggiamento conservativo sulla questione, estende i casi di formazione in modalità e-learning e prevede il monitoraggio a posteriori…
Così se si dovesse rilevare che la formazione e-learning è l’equivalente di un cumulo di sterco nella savana del D.Lgs. n. 81/2008, lo sapremo solo quando tutti ne saranno stati sommersi.

Alla fine, gli ebrei, avrebbero comunque dovuto rinunciare al ragù di lepre, perché la lepre non ha in ogni caso l’unghia divisa (altro requisito necessario per essere mangiati). Quindi, l’errore non ha portato conseguenze né per le lepri, né per gli ebrei (anche se dopo oltre 3000 anni potrebbero pure fare un decreto correttivo del Levitico).

Una roba è un errore materiale e altra cosa sono le stupidaggini. Specie se reiterate.
Specie quelle che di conseguenze rischiano di averne a secchiate.

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La nuova formazione per RSPP

Nella classifica delle tragedie del nostro Paese, gli Accordi della Conferenza Stato-Regioni (CSR) e gli atti della Commissione consultiva permanente (CCP) si piazzano tra gli incidenti stradali e il dissesto idrogeologico.

Tutte le volte che viene approvato un Accordo della CSR in materia di sicurezza sul lavoro, in qualche parte d’Italia un carpentiere si pesta un dito col martello.

Questo, in breve, il mio pensiero sull’autorevolezza di questi due organi, autori di alcuni capolavori indiscussi che hanno allietato le giornate di imprese, lavoratori e consulenti negli ultimi anni, quali:

  • La lunga notte delle procedure standardizzate – opera del 2012 che narra l’epopea del datore di lavoro di una PMI che trascorre una notte intera per redigere un DVR standardizzato, scoprendo alla mattina di aver usato il doppio della carta effettivamente necessaria;
  • Il ciclo delle formazioni – trilogia scritta tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012. Capolavoro di fantascienza ambientato in un mondo distopico nel quale i fabbisogni formativi di datore di lavoro-RSPP, lavoratori, preposti e dirigenti sono decisi a tavolino sulla base dei codici ATECO (un’idea geniale che accentua il senso di incredulità) e chi conduce un carrello elevatore deve essere in possesso di abilitazione, mentre l’uso dei carroponti può essere affidato a chiunque;
  • Nightmare – Dal profondo dello stress – celeberrimo horror del 2010, lungamente atteso dagli appassionati del genere. Ciò che entusiasma di questa opera di genio è il senso di sospensione che riesce a suscitare. Solo all’ultima pagina, quando sembra che la matassa si dipani e che si spieghi come fare una valutazione dello stress, scopri che non c’è scritto nulla. Applausi a scena aperta! Basti pensare che, nonostante la loro inutilità, le indicazioni della Commissione consultiva permanente per la valutazione dello stress sono ancora oggi citate, come riferimento, in tutti i DVR.

Potrei andare avanti per ore e non è escluso che in futuro lo faccia. Ma quello su cui oggi voglio soffermarmi è l’imminente pubblicazione di un ulteriore volume del ciclo delle formazioni di cui comincia a circolare qualche bozza.

Pare che si intitolerà La nuova formazione per RSPP, ma nel testo si potranno rinvenire anche diversi riferimenti ai personaggi degli altri libri della trilogia.

ATTENZIONE: da qui in poi ci sono spoiler. Se non volete anticipazioni abbandonate questa pagina

Non scriverò di ogni singolo punto della bozza di Accordo della CSR sulla formazione di RSPP e ASPP che andrà a sostituire il precedente Provvedimento del 26 gennaio 2006. Mi concentrerò semplicemente su alcuni aspetti la cui lettura mi ha provocato una steatosi epatica. E che vi sarebbe tutto il tempo per rivedere. E se il tempo non c’è, ve ne sarebbe comunque la necessità.

  1.  Formazione ed esoneri

La formazione per un RSPP sarà sempre suddivisa nei moduli A, B e C.

Sostanzialmente invariate durate e contenuti dei moduli A e C, è invece il modulo B a subire un’importante modifica.

Nella sostanza, quest’ultimo avrà una durata unica di 48 ore, indipendentemente dal settore in cui opera l’azienda.

Tuttavia, qualora il RSPP operasse nei settori agricoltura, pesca, cave e costruzioni, sanità o chimica (vedi codici ATECO)  sarebbe necessaria un’integrazione di ulteriori 12 o 16 ore.

Inoltre, non ci crederete, ma la CSR ha sentito la necessità di specificare l’elenco completo delle classi di laurea, proliferate come funghi con le varie riforme universitarie, che esonerano il soggetto che intende formarsi come RSPP dalla frequentazione dei moduli A e B.

Si tratta chiaramente di tutto quello che rimanda ad una laurea in ingegneria e architettura, come già precisato dall’art. 32 del D.Lgs. n. 81/2008.

Ora, qui o ci fanno o ci sono (io ho un’idea in proposito, ma non intendo dirvela):

  • dopo 9 anni dal primo accordo si continua a pensare che si possa diventare RSPP, per esempio, di una clinica con un corso di formazione di: 28 + 60 + 24 ore = 112 ore.
  • dopo 7 anni dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 si continua a pensare che un ingegnere o un architetto possano fare il RSPP, per esempio, di una clinica con la propria laurea + il modulo C (24 ore).
  • da sempre si continua a pensare che per diventare RSPP sia sufficiente un corsetto di formazione o una laurea in ingegneria e architettura, senza un minimo di esperienza nel settore (addirittura senza alcuna esperienza lavorativa, se è per questo), senza una seria selezione basata sulle reali competenze acquisite.

L’art. 32 del D.Lgs. n. 81/2008 afferma che il RSPP deve possedere «Capacità e requisiti professionali… adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro».

Ho una proposta: se, come nel caso dell’edilizia, sono sufficienti 116 ore complessive per possedere quel popò di professionalità che il legislatore richiede al soggetto che deve valutare i rischi, definire le misure di prevenzione e protezione, le procedure di sicurezza, ecc., facciamo fare a tutti gli operai il corso da RSPP e risolveremo il problema dei morti nel settore.

Oppure mettiamo alla prova la competenza di architetti e ingegneri: prendiamo un neolaureato, facciamogli fare il modulo C e poi mettiamolo a lavorare su un impalcatura senza dirgli nulla (tanto saprà già tutto, visto che è in grado di dire agli altri quali sono i rischi e come fare per prevenirli). Che la selezione naturale faccia il resto, non mi permetterei mai di contraddire Darwin.

  1. I codici ATECO

L’accordo, come si diceva, fa anche degli interventi integrativi sugli altri accordi sulla formazione.

Si precisa ad esempio che tutta, tutta, tutta la formazione obbligatoria di ogni, ogni, ogni soggetto prevista dal D.Lgs. n. 81/2008 dovrà essere erogata da docenti in possesso dei requisiti di cui al D.I. 6 marzo 2013.

Si specifica che il modulo giuridico per i coordinatori (CSE e CSP) può essere erogato in modalità e-learning, così come l’intera formazione dei lavoratori di aziende a rischio basso.

Epperò non c’è una traccia di rimorso, un minimo di tormento, un indizio di rammarico, un sintomo di pentimento, un principio di ripensamento sul continuare a pensare che sia normale che il fabbisogno formativo dei lavoratori, RSPP, datori di lavoro-RSPP di tutta Italia sia correlato al codice di attività economica (ATECO) della loro azienda.

È dal 2006 che continuano a propinarci questa teoria ninja priva di qualunque fondamento.

  1. Il libretto formativo del cittadino

No, non è il libretto di cui parlano gli anziani nelle notti senza luna. Quello nessuno lo ha mai visto, anche se c’è la testimonianza di un turista di origini serbo-tibetane che afferma di aver avvistato sull’Annapurna uno Yeti che teneva in mano un esemplare di Libretto formativo del cittadino (considerando che avvistare uno Yeti è raro, ma non impossibile, la probabilità totale del verificarsi di entrambi gli eventi è talmente bassa da farmi riconsiderare la teoria di Russel sulla teiera celeste).

Sembra piuttosto che il legislatore sia apparso sul monte Pollino ai membri della CSR nell’aspetto di un roveto ardente e abbia consegnato loro una tavola con la semplice effigie di un Libretto formativo del cittadino.

Quindi state tranquilli, è una semplice profezia, e crederle non è vincolante.

Difatti l’allegato IV della bozza di Accordo si limita a proporre un modulo (facoltativo) sul quale annotare l’avvenuta formazione, che potrà essere (facoltativamente) consegnato in copia al lavoratore, dirigente o preposto, così da essere (facoltativamente) tenuto in considerazione dal futuro datore di lavoro per accertare la formazione pregressa e che gli organi di vigilanza potranno (facoltativamente) tenere in conto nell’esercizio delle proprie funzioni.

Secondo me non c’è alcun motivo perché non funzioni…

Vabbeh, per chi non l’avesse, allego la bozza di Accordo.

Se nella lettura avvertite secchezza delle fauci, ipertensione, prurito, interrompete immediatamente il trattamento.

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Conduzione carrelli elevatori: i criteri di qualificazione dei formatori

Il 13 marzo stavo svolgendo un incarico di docenza per la formazione lavoratori addetti alla conduzione di carrelli elevatori e, dentro di me, provavo l’ebbrezza di esercitare per la prima volta il mio ruolo di formatore in possesso dei requisiti previsti dall’Accordo Stato-Regioni 22 febbraio 2012: ben 3 (diconsi tre) anni sia nel settore della formazione, sia in quello della prevenzione, sicurezza e salute nei luoghi di lavoro e nel mio caso (voglio scialare) con diverse ore di formazione sull’uso pratico dei carrelli elevatori.

Potete immaginarvi la mia delusione quando esattamente 5 giorni dopo viene pubblicato il D.I. 6 marzo 2013recante i criteri di qualificazione dei formatori… Mi ero già bullato con gli amici e pavoneggiato con le ragazze perché possedevo i requisiti per fare formazione ad un conduttore di carrelli elevatori che già mi ritoccava mettere in discussione tutto…

Deluso come una cicogna che, arrivata a destinazione, si accorge di aver portato il bambino sbagliato, telefono ad un collega per comunicargli il mio sconforto e la decisione di ritirarmi in un monastero tibetano per imparare a sollevare gli oggetti solamente con la forza del pensiero, cosicchè un giorno l’umanità sarà libera dalla schiavitù dei carrelli elevatori e… Sorpresa, il mio collega mi rassicura dicendo di non preoccuparmi. Lui ha già letto il nuovo decreto e, a quanto pare, i nuovi requisiti riguarderanno solo i formatori di Datori di lavoro/RSPP, lavoratori, dirigenti e preposti.

Rinvigorito da questa nuova speranza, ma fermo nel mio proposito di imparare a far levitare gli oggetti (non si sa mai), mi procuro una copia del nuovo decreto grazie al quale potrò finalmente sapere tutto, ma proprio tutto su come si fanno i formatori.

Con mio enorme stupore, scopro che i formatori non li porta la cicogna e che fare un formatore è una cosa complessa. Servono, dice la Commissione consultiva permanente (CCP): conoscenza, esperienza e capacità didattica.

Non solo… cado letteralmente in uno stato confusionale nel quale riconosco affannosamente i sintomi tipici della sindrome di Stendhal quando mi accorgo che la CCP ha risolto uno dei problemi più grandi dell’epistemologia ed è riuscita a trovare l’algoritmo, la polvere puffa, la magicabula che dice esattamente quante ore (non un minuto di più, non un minuto di meno) servono per fare un formatore.

Ormai con le lacrime agli occhi, leggendo in ordine sparso, continuo l’affannosa ricerca del punto della norma che mi dica chi siano i soggetti destinatari di questi nuovi criteri e finalmente lo trovo: articolo 1, comma 2.

«Il prerequisito e i criteri si applicano a tutti i soggetti formatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro dei corsi di cui agli articoli 34 e 37 del d.lgs. n. 81/2008 quali regolati dagli accordi del 21 dicembre 2011».

È lui!

In quel breve istante che intercorre tra la lettura del testo e la sua comprensione (che nel mio caso dura giusto il tempo per prepararmi e inghiottire un panino con la ‘nduja) capisco due cose: la prima è che posso continuare a fare formazione per conduttori di carrelli elevatori (aspirazione che nel frattempo è diventata la mia unica ragione di vita), la seconda è che dal 18 marzo 2014 ci vorranno più requisiti per formare un lavoratore sull’uso di una fotocopiatrice che per insegnargli a condurre un carrello elevatore.

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D.Lgs. 81/2008, art. 37, comma 12: l’obbligo di collaborazione con gli organismi paritetici

L’articolo 51 del D.Lgs. n. 81/2008, così come modificato dal D.Lgs. n. 106/2009, ha assegnato nuove capacità agli organismi paritetici, in particolare, oltre quella di promuovere attività di formazione, anche la possibilità di svolgere in prima persona tale compito.

Vale la pena precisare come, tuttavia, questa facoltà non debba essere intesa come ruolo privilegiato o addirittura riservato, non avendo il legislatore in alcun modo conferito a tali soggetti l’esclusiva sullo svolgimento di tale attività.

Ciò che invece appare imprescindibile, ancorchè non sanzionato, è l’obbligo del datore di lavoro di fare avvenire la formazione in “collaborazione con gli organismi paritetici” (art. 37, comma 12).

Ma cosa deve intendersi col termine di “collaborazione“?

Chiarito che lo svolgimento dell’attività formativa non è una prerogativa dell’organismo paritetico, la richiesta e l’offerta di collaborazione non può che intendersi come l’aiuto o il sostegno che l’organismo paritetico deve dare alle imprese per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo, cioè al conseguimento di una formazione sufficiente ed adeguata.

Il legislatore non fornisce indicazioni circa le modalità con la quale tale collaborazione debba essere erogata, ma è evidente che, essendo l’impresa, nella figura del datore di lavoro, il soggetto obbligato, nonché penalmente responsabile dell’obbligo formativo, essa continui a mantenere un ruolo assolutamente centrale nella scelta delle modalità e delle condizioni alle quali la formazione dovrà essere erogata, non potendo l’azienda limitarsi ad eseguire tale attività in maniera burocratica, essendo ancorata ad un obbligo di risultato, ovvero quello di garantire ai propri lavoratori una formazione sufficiente e adeguata.

L’organismo paritetico, dal canto suo, non ha alcun obbligo di risultato né tantomeno risponde direttamente del proprio operato, essendo il datore di lavoro il destinatario dell’obbligo.

Sarebbe perciò alquanto bizzarro che il datore di lavoro possa essere costretto a piegare le proprie scelte in funzione delle indicazioni o, peggio, delle “imposizioni” impartite dall’organismo paritetico al fine di ottenere la sua collaborazione, rimanendo poi egli comunque l’unico responsabile.

Questo è tanto più vero quando l’organismo paritetico impone, al fine di garantire la propria collaborazione, l’esecuzione di corsi secondo proprie modalità, programmi, orari o docenti, elementi che non forniscono a priori una certezza di risultato, specie se a fronte di corsi di formazione correttamente progettati e proposti dal RSPP, ovvero la figura alla quale la norma assegna tale compito.

Tutto questo senza considerare il fatto che, frequentemente, la sollecitudine con la quale gli organismi paritetici rispondono alle richieste delle aziende non coincide con le tempistiche e le necessità delle stesse, le quali devono procedere a garantire il diritto alla formazione nel minor tempo possibile per adempiere al dettato legislativo e garantire la sicurezza dei propri lavoratori.

In caso di infortunio il datore di lavoro non potrà giustificarsi affermando di non aver potuto procedere alla formazione perché, pur avendo richiesto la collaborazione degli organismi paritetici, non avrebbe ottenuto da essi alcuna risposta in merito…

Un ulteriore punto sul quale vale la pena soffermarsi è il duplice ruolo assegnato dal legislatore agli organismi paritetici: da un lato quello di soggetti ai quali le aziende devono richiedere la “collaborazione” per poter procedere alla formazione, dall’altro quello di “erogatori diretti di formazione”.

Se effettivamente l’organismo paritetico avesse la possibilità di porre un veto sull’attività formativa proposta dal datore di lavoro, essendo egli stesso fornitore di questo servizio, ciò richiederebbe un intervento immediato del Garante dell’antitrust per abuso della propria posizione dominante sul mercato.

Pertanto, a fronte di una richiesta di collaborazione da parte delle aziende, il ruolo dell’organismo paritetico dovrebbe essere principalmente propositivo, ovvero, partendo dalla proposta dell’azienda, analizzarne la congruità e la conformità alle richieste della norma (praticamente silente in merito allo stato attuale) e soprattutto al fabbisogno formativo dei lavoratori di quell’azienda, proponendo eventuali supporti o strumenti ulteriori in merito, ma senza alcuna velleità di volerne autenticare la validità.

Il datore di lavoro, dal canto suo, valuterà le proposte e deciderà se metterle in pratica o meno, ma senza per questo inficiare in alcun modo la validità o meno dell’avvenuta collaborazione, la quale da sempre, nelle faccende umane, prescinde dal seguire i consigli che vengono dati, in particolare quando il soggetto che se ne assume le responsabilità è solo la persona costretta a  chiedere aiuto.

Credits
Le presenti riflessioni e la voglia di esprimerle sono il frutto del Seminario sulla sicurezza tenutosi ad Aquileia il 20 dicembre scorso, organizzato dal vulcanico Ing. Ugo Fonzar. 
Tra i partecipanti di quella giornata, davvero “partecipanti”, un sincero ringraziamento lo devo alla Dr.ssa Amabile Turcatel del Centro Edile per la Formazione e la Sicurezza. della quale non posso che ammirare e stimare l’impegno con cui conduce la propria attività.