Pubblicato in: cultura della sicurezza

Mascherine per tutti? Decisamente sì.

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Nel contrasto alla diffusione del contagio non tutto quello che fai ha lo stesso valore. Questa non è la prima epidemia nella storia dell’umanità e, pur non conoscendo questo virus, le tragiche esperienze del passato (anche antico) e le evidenze scientifiche ci hanno insegnato che il distanziamento sociale, l’isolamento dei casi e l’igiene delle mani sono misure fondamentali per contrastare le epidemie, in assenza di vaccini.

Non diamolo per scontato. Per secoli abbiamo “combattuto” le epidemie sostanzialmente aspettando che il contagio uccidesse quelli che doveva uccidere e attendendo che si creasse una sufficiente immunità di gregge. Nel frattempo, però, per non stare con le mani in mano, le abbiamo tentate tutte: dalla penitenza, ai salassi; dalla somministrazione di mercurio, allo stigma sociale o addirittura ammalandoci di proposito (con il vaiolo, per esempio, si  pagava una persona che aveva contratto la malattia in forma lieve sperando che il virus riservasse lo stesso trattamento).

Tutto questo ci dice che nella storia dell’umanità la diffusione delle epidemie non è mai stata caratterizzata da un evidente rapporto tra causa ed effetto e che, prima che si arrivasse ad elaborare misure effettivamente efficaci come i lazzaretti (“isolamento dei casi”), il rinchiudersi in casa (“distanziamento sociale”), la combustione dei cadaveri, delle case e degli effetti personali dei contagiati (“disinfezione”) ci sono voluti millenni, durante i quali abbiamo fatto tante prove ed errori (alcuni dei quali gravissimi, come per esempio riunirci nelle chiese per pregare che tutto finisse).

Oggi però sappiamo un sacco di cose. Se siete risultati positivi al tampone, non vi hanno bruciato casa e magari vi siete limitati a lavarvi i vestiti in lavatrice.
Ma tante cose ancora non ci sono perfettamente note. Per esempio, anche se può sembrare strano, noi non sappiamo se l’impiego di mascherine chirurgiche da parte della popolazione possa essere davvero utile.

Esattamente. Non abbiamo studi che confermino che, a differenza dell’isolamento dei casi, del distanziamento sociale, del lavaggio delle mani, distribuire a tutti mascherine chirurgiche comporti dei benefici.
Al contrario, sappiamo che comporta la riduzione della disponibilità di questi presidi per gli operatori sanitari e che questo determina un rischio certo di collasso del sistema.
Ed è quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha detto fin dall’inizio, chiedendo a tutti di limitarne l’impiego solo a specifici casi (se si è contagiati o si presta assistenza a persone contagiate).

Questa carenza non è facilmente risolvibile. Il 50% della produzione di mascherine chirurgiche è in Cina. Per darci degli ordini di grandezza, prima dell’inizio di tutto questo, in Cina si producevano 20 milioni di mascherine al giorno e per affrontare l’epidemia, in un mese ne hanno dovute importare 2 miliardi, il 70% delle quali destinato ad operatori sanitari. In un mese, inoltre, hanno aumentato la loro produzione interna di quasi il 600% producendo oltre 100 milioni di mascherine al giorno.
Anche se sono numeri grezzi, danno un’idea: non siamo nemmeno lontanamente vicini al fabbisogno di presidi per la popolazione.
Considerate anche che quelli sono cinesi: se il governo dice che devono aumentare la produzione di mascherine, loro, in poche ore, ti convertono una fabbrica di involtini primavera in una manifattura tessile (e sono in grado anche di riutilizzare allo scopo gli involtini primavera, così dopo l’uso puoi anche friggere la mascherina e mangiartela). Eppure le mascherine non bastano nemmeno a loro.
E non sembra che nel breve termine le cose possono cambiare molto.

Insomma, effettivamente consigliare a tutti di indossare mascherine chirurgiche non è una buona idea se non vogliamo continuare a vedere gli operatori sanitari lavorare senza protezioni, con tutto quello che ne consegue per loro e noi tutti.

L’alternativa, almeno nel breve termine, è quella di ricorrere a “mascherine non mediche“, ovvero prive di specifici requisiti prestazionali. Ne avevo già parlato in questo articolo, sottolineando come non potessero essere considerate una protezione efficace per evitare di “prendersi il virus“.

Nei miei articoli precedenti su questo blog ho sempre fornito le fonti scientifiche delle mie affermazioni, precisando costantemente come, nella fase di contrasto dell’epidemia in cui ci troviamo (ancora oggi, 20 aprile), l’impiego delle mascherine sia assolutamente secondario rispetto allo stare a casa, alla distanza di sicurezza e al lavaggio delle mani.
In questa attuale fase di contrasto.
Ma ci stiamo preparando ad un’altra fase, nella quale dovranno essere impiegati anche nuovi strumenti e che ci vedrà di nuovo per strada, in numero crescente, dunque più vicini, ma soprattutto in tanti.

Tanti. Tanti di cui la maggioranza non è stata ancora contagiata e tanti che sono ancora contagiati e non lo sanno. Tanti, così tanti che sembra che ci siamo riprodotti per scissione binaria – tipo l’Escherichia coli – durante la quarantena. O forse non sono più semplicemente abituato a vedere gente e mi sembrate di più di prima, mentre invece la catastrofe è che siamo meno di prima e rischiamo di avere ancora molti altri morti se non stiamo attenti.

E all’aumentare del numero di persone per strada, al lavoro, nei luoghi pubblici, la distanza di sicurezza, comunque fondamentale, deve fare i conti con la complessità del sistema. È come quando siamo in macchina. Idealmente tutti teniamo una distanza di sicurezza dalla macchina che ci precede, ma quanto più aumenta la densità del traffico, tanto più è difficile garantirne l’adozione e piccole variazioni nei comportamenti di ciascuno, rendono il sistema caotico. In questo parallelismo, il contagio dà vita all’ingorgo: il comportamento dei singoli ha effetti sulla guida di tutti, producendo un risultato (l’ingorgo) che è più della somma delle piccole frenate.

La mascherina è come una distanza di sicurezza indossabile che interviene nel supplire la carenza di distanza di sicurezza fisica.
Ma può funzionare davvero? Non abbiamo studi scientifici che lo affermano. Ma assenza di prove non è prova di assenza. E possiamo fare qualche ragionamento sfruttando proprio la caratteristica della crescita esponenziale del fenomeno, attraverso il numero R0 cioè: il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile cioè mai venuta a contatto con il nuovo patogeno emergente. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva.

N.B.: i numeri che seguono non devono essere presi alla lettera, servono solamente a fare un ragionamento.

In Lombardia è stato stimato che all’inizio dell’epidemia fosse R0 = 2,96 (diciamo 3 per comodità di calcolo). Questo significa che ogni persona contagia 3 persone, quindi avremo che il numero di contagiati totali sarà:

  1. 1 + 3 = 4
  2. 1 + 3 + 9 = 13
  3. 1 + 3 + 9 + 27 = 40
  4. 1 + 3 + 9 + 27 + 81 = 121

Dopo 17 passaggi avremo superato la dimensione della popolazione italiana (oltre 64 milioni di persone contagiate).
Ora supponiamo di indossare tutti una mascherina, e che l’adozione di questa misura consenta di ridurre il valore di R0 da 3 a 2,9 (una riduzione di appena il 3,4%). In questo caso, dopo 17 passaggi il numero dei contagiati sarebbe di 38 milioni (cioè il 40% in meno rispetto a prima).
Cioè, anche ammesso che le mascherine servano a poco, quel poco significherebbe comunque tantissimo in un fenomeno con crescita esponenziale, ovvero contribuisce in modo sensibile all’appiattimento della tristemente nota “curva dei contagi”.

Sotto questo punto di vista è come la velocità in macchina: se invece di andare a 100 km/h vai a 70 km/, stai riducendo la velocità del 30%.
In compenso, l’energia cinetica si riduce di oltre il 50% e quindi un’eventuale incidente avrà conseguenze enormemente inferiori.

Usare la mascherina ci fornirà un vantaggio sensibile solo se la indossiamo tutti e teniamo ben presente che la mascherina è solo una misura ulteriore al distanziamento sociale e al lavaggio delle mani, scordandoci completamente l’idea che esse siano sufficienti a proteggerci se anche gli altri non le indossano.

Anche in assenza di evidenze scientifiche circa la loro utilità, tenendo fermo il fondamentale criterio del “primum non nocere” (in questo caso rispettato, perché i danni collaterali derivanti dall’uso delle mascherine non sembrano essere superiori a loro benefici), in base al principio di precauzione personalmente ritengo che l’uso delle mascherine non mediche dovrebbe essere considerato per tutti e in tutti i casi in cui – in ambiente diverso da quello della propria abitazione – non sia obbligatorio indossare maschere chirurgiche o DPI (fatta eccezione per i bambini piccoli e persone per le quali l’uso non sia sconsigliato dalle condizioni di salute o per altri rischi).

Per quanto riguarda la tipologia più adatta di queste mascherine non mediche, in queste settimane se ne sono viste di tutti i tipi (modello “Bugs Bunny”, in simil-cartaigienica, semirigide, a pannolino, ecc.) e un amico (grazie Renato) mi ha fornito interessanti aneddoti in merito e particolari costruttivi che rafforzano la necessità di considerarle sempre come misure secondarie.
È evidente che non tutte le mascherine sono uguali, sia per materiali che per comodità ed efficienza (qualunque essa sia) e l’obiettivo deve essere quello di trovare il miglior equilibrio tra la semplicità costruttiva (e dunque la realizzabilità delle stesse a livello industriale in grande numero) e il costo, senza che questo significhi andare pesantemente a scapito della loro indossabilità e ragionevole efficacia (come si è visto in alcuni casi).

L’alternativa è quella di farsele in casa. Ma, a quel punto, o te la fai bene o non ne vale la pena.

Dai miei studi (non sono ironico, ho letto un mucchio di studi scientifici) è emerso che i materiali migliori per costruirsi una mascherina siano il tessuto non tessuto (migliore del cotone) e lo scottex.
Per quanto riguarda le prestazioni, questo studio afferma che una mascherina di questo tipo ha un’efficienza filtrante del 95%. Ora, per me, la questione non è se si tratta del 95% o del 90% o dell’80%. La questione è che ci sono buone probabilità che sia più di 0% e funzioni meglio di altri materiali.
Unendo vari tutorial, dopo aver convinto mia moglie di aver già preso le mie goccine e dopo aver superato i vari test  a cui mi ha sottoposto per verificare un mancato aggravamento delle mie condizioni mentali, lei ha riesumato la macchina da cucire.
La mia esperienza è: si può fare e la resistenza respiratoria è accettabile per lo svolgimento di attività non gravose.

Materiali necessari

  • Forbici
  • Due pezzi di tessuto  (meglio se di due colori distinti, così potrete distinguere facilmente qual è la parte che deve sempre andare a contatto con il viso)
  • una metrata di elastico
  • Ago e filo o, meglio ancora, una macchina da cucire (e una moglie)
  • Una stampa del modello di mascherina che trovate più sotto (scaricate l’immagine e stampatela)
  • 3-4 fogli di scottex (o due fogli piegati a metà)

Costruzione

  1. tagliate la stoffa seguendo le dimensioni del modello di carta e mettete i due strati uno sull’altro.
  2. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura A
  3. rivoltate il “coso” che avete cucito, in modo che la stoffa che avanza finisca all’interno. Mica vorrete andare in giro come se vi foste fatti la mascherina da soli!
  4. cucite seguendo il modello di carta lungo la cucitura B
  5. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia
  6. piegate la vostra mascherina come indicato nel modello. Aiutatevi materialmente col modello di carta, piegano la carta. Mettete punti di cucito man mano. ‘Sta parte è una gran rottura. Usate il ferro da stiro
  7. tagliate l’elastico a metà, ottenendo due parti uguali. Fate un nodino ad ogni estremità è infilatelo nell’asola che si è creata tra le cuciture A e B. Fate un pò di magheggi per fare in modo che i due sistemi di tenuta (sopra e sotto) siano della stessa lunghezza e della dimensione giusta per la vostra capoccia, fatevi aiutare da qualcuno che tenga gli elastici fermi sulla testa mentre provate la mascherina. Segnate la lunghezza corretta (tagliando l’elastico in eccesso) e cucite l’elastico alla mascherina
  8. sigillate tutto cucendo lungo la cucitura C
  9. prendete lo scottex e tagliatelo/piegatelo fino ad inserire 3-4 strati nella mascherina attraverso lo spazio vuoto lasciato sopra tra le cuciture A e B. È il vostro filtro.
  10. rifinite come meglio vi pare.
  11. dopo l’uso, rimuovete lo scottex. La mascherina può essere lavata in acqua e sapone  o ipoclorito di sodio al 0,1% (prendete la candeggina: ne diluirete 1 parte (es. un bicchiere oppure 10 ml) in 50 parti (cioè 50 bicchieri oppure 500 ml) di acqua)
  12. ENJOY! E statemi lontani e lavatevi le mani.

Istruzioni mascherina.jpg


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Se hai letto questo post forse ti piace costruirti le cose da solo.
Sappi che ho progettato un’unità di terapia intensiva con mattoncini Lego. Ho intenzione di pubblicare le istruzioni in comodi fascicoli su questo blog.
Col primo numero, in regalo il modellino del virus in scala 1:1 (se non lo vedi non prendertela con me).
Se, dunque, fuori ricevere le indicazioni per farti il tuo reparto di terapia intensiva in casa, guarda in alto in questo post.
La foto che vedi sono io. Ero così già da prima della COVID-19.
Piuttosto, guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

 

 

8 pensieri riguardo “Mascherine per tutti? Decisamente sì.

  1. Concordo con il tuo pensiero e aggiungo anche quello dell’ing Marigo sull’argomento.
    Fa stupore vedere le foto al tempo della Spagnola e accorgersi che un secolo dopo abbiamo le stesse strategie: la mascherina. Dove abbiamo fatto dei progressi? Metterei: la conoscenza sugli agenti biologici e le tecniche di costruzione di un edificio sanitario. Calcoleremo l’R0 quando avremo tutti i dati. Con i virus interagiamo quotidianamente. Dal più diffuso Erpes labiale, al fuoco di S.Antonio, al papilloma virus. Ce ne sono molti e si distribuiscono tra noi sommessamente senza mietere troppe vittime. Quando abbiamo un vaccino lo si boicotta: troppi effetti negativi! Ma mi soffermerei su un altro aspetto: dove abbiamo ricoverato tutti gli infettivi? Negli anni 30 un edificio sanitario aveva stanze di degenza con soffitti alti 4 metri. Il progresso ha permesso di realizzare strutture con ventilazione forzata e requisiti minimi autorizzativi che includono anche le tipologie di finitura di pavimenti e pareti al fine della disinfezione quotidiana. Un edificio per infettivi ha ulteriori dotazioni tecnologiche come la pressione negativa/positiva tra stanza di degenza-filtro-corridoio. Tutto si basa sul concetto della carica infettante ID50. L’edificio degli anni 30 poteva garantire 5 ricambi ora con finestre alte 3 metri in orari determinati della giornata (suore permettendo). Con la ventilazione di oggi (da 2 – 10 in continuo nelle stanze di degenza e fino a 20 in sala operatoria) si riesce a mantenere una concentrazione nell’aria di agenti biologici bassa e inferiore all’ ID50 realizzando un dispositivo di protezione collettivo. A questo si aggiungerà il DPI nell’attività assistenziale diretta sul paziente.
    L’ordinanza ha chiesto a tutti di restare a casa. Come? In quanti per abitazione? In una RSA? In una ASP? In albergo? All’aria aperta?
    Pensiamo ora alle persone senza sintomi e senza una linea di febbre. Quanti sono quei portatori d’acqua che hanno distribuito nel tempo acqua (germi) in maniera inconsapevole. Si sono mosse tra parenti/amici/conoscenti/colleghi di lavoro stando attenti a non interagire con i sintomatici. Saranno identificati solo con i test sierologici. E poi… un male si dice che porta anche degli aspetti positivi. Tutti coloro che hanno incontrato il virus sono potenzialmente dei vaccinati. Purtroppo i virus cambiano il loro aspetto, mutano in continuazione. Non hanno un sistema di qualità che garantisce lo standard di prodotto. Come per l’influenza dovremo corrergli dietro e produrre un vaccino diverso ogni anno. Nell’attesa come dici tu: distanziamento e lavaggio mani, mascherine non mediche (altruiste) a tutti se troppo vicini.

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