Pubblicato in: cultura della sicurezza

La selezione naturale degli errori

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Prendi una scimmia e digli di battere a caso i tasti sulla tastiera del tuo computer.
Dopo un tempo sufficientemente lungo, la scimmia avrà riprodotto casualmente la «Divina commedia» o l’«Amleto». Così ha detto qualcuno.
Non so quanto viva una scimmia, ma è possibile calcolare quanto può essere lungo a sufficienza il tempo necessario per riprodurre la seguente frase tratta dall’Amleto:

Methinks it is like a weasel

che significa «O forse somiglia a una donnola».

In tutto 28 caratteri, spazi compresi.
Le lettere dell’alfabeto (comprese ‘j, k, w, x, y’) sono 26, più lo spazio siamo a 27. Questo significa che la probabilità di imbroccare la prima lettera della frase “m” al primo tentativo è 1/27.
La probabilità di beccare anche la lettera “e” successiva è pari alla probabilità di aver già beccato la “m”, moltiplicata per quella di imbroccare la “e”, cioè (1/27) x (1/27).

Quindi per tutta la frase, la probabilità è (1/27)^28.
A parte gli spiccioli, la probabilità è cioè di:

1 su 10.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000

Bassina  (dopo l’1 ci sono 40 zeri). Quindi, diciamo che ci vuole un po’ di tempo (l’universo esiste solo da 4×10^17 secondi).

Supponiamo ora di avere un computer che faccia la stessa cosa, ma con una variazione: partendo da una serie di frasi a caso di 28 lettere (come la scimmia), seleziona quella che somiglia di più alla frase pronunciata da Amleto, per esempio WDLTMNLT DTJBSWIRZREZLMQCOP (se fate un controllo vedrete che ci sono alcune lettere e uno spazio nella posizione corretta).

Dopodiché il computer ripete i tentativi con un’altra generazione di frasi casuali, mutando solo le lettere che non vanno bene. Dopo 10 generazioni abbiamo MDLDMNLS ITJISWHRZREZ MECS P.

Dopo 43 generazioni, avremo la nostra frase. Con un computer moderno, credo che ci voglia meno di un secondo. Se non fossero 43, sarebbero 45 o 40 generazioni (resta comunque un processo parzialmente casuale), ma questo è…

Questo esempio è tratto dal bellissimo «L’orologiaio cieco» di R. Dawkins, un libro che confuta le tesi creazioniste, spiegando come sia stato possibile per l’evoluzione creare roba altamente improbabile come l’occhio umano o l’emoglobina e qualunque altra cosa vediate intorno a voi, persino la Conferenza Stato-Regioni (chi ha detto che l’evoluzione sia buona?).

Il punto è che se devi fare una tigre, non è che ogni volta riparti da zero, ma utilizzi le prove precedenti, selezionate al fine di ciò che meglio si adatta allo scopo.

Ecco, questo è.

Osservo mio figlio di due anni e mezzo. La metafora secondo la quale i bambini a quell’età sarebbero delle spugne è sbagliata: la spugna non fa distinzioni, assorbe tutto. I bambini, invece, prendono dal mondo esterno solo ciò che gli fa comodo per il raggiungimento dei loro “obiettivi” ed usano allo scopo l’euristica “trial and error” (prova ed errore), scartando la roba che non funziona e migliorando a passi incrementali, utilizzando come punto di partenza del passo successivo, il punto di arrivo del passo precedente.

Ma questo è anche quello che facciamo da adulti. È, banalmente, il processo di apprendimento più efficace.

Qual è il problema? il fatto che ci sia un obiettivo. Non l’obiettivo in sé, ma il percorso.
A differenza dei processi di selezione naturale (che non hanno obiettivi a lungo termine), noi un obiettivo lo abbiamo sempre: imparare a guidare, dipingere un muro, realizzare un impianto elettrico… E ci perfezioniamo sempre di più, con in testa, fin dall’inizio, quel preciso obiettivo.

Nel nostro processo di apprendimento, ci focalizziamo sul risultato e spesso perdiamo di vista il percorso. In effetti, se il successivo passo incrementale ci ha avvicinato al successo, perché dovremmo mettere in discussione quello che abbiamo appreso?

Ci sono essenzialmente due motivi per farlo.

  1. nel processo di selezione saremmo portati a escludere gli errori. Questo se effettivamente gli errori si manifestassero, in modo da darci il modo di riconoscerli ed escluderli. Il problema è che non è detto che un incidente o un contrattempo o altro si verifichi e, per la verità, non è nemmeno detto che ce lo si possa permettere. Pensate ad esempio ad una procedura di accesso agli spazi confinati errata ma supponete che, come normalmente accade, non succeda alcun incidente.
    Confondiamo l’assenza di incidenti con il raggiungimento del successo o l’avvicinamento ad esso.
  2. in taluni casi, il successo viene raggiunto proprio commettendo volontariamente errori. Se l’obiettivo generale è il raggiungimento del successo, ci sono anche degli obiettivi particolari che perseguiamo, ad esempio quelli di economia cognitiva o di sforzo fisico o temporali. Sappiamo tutti che è pericoloso superare in curva, ma se ho una macchina davanti che mi rallenta e sono in ritardo, se ritengo che la strada sia libera, potrei tentare il sorpasso. Se il processo va a buon fine, diventerà il punto di partenza per comportamenti successivi (sporadici o abitudinari).

In sostanza, noi non selezioniamo solo i comportamenti che ci portano al successo, ma anche gli errori.
Ce li portiamo dietro fino all’incidente.

La soluzione? I nostri processi di apprendimento sono anche adattivi, anzi direi che l’ambiente circostante è uno dei fattori più rilevanti. Guardiamo quello che fanno gli altri, nel bene e nel male, impariamo da loro, ci adeguiamo al mondo esterno.

A Roma non puoi guidare come a Zurigo. Sono le stesse regole del codice della strada, ma è l’ambiente a influenzare in modo determinante il comportamento finale.

È per questo che dobbiamo sviluppare una cultura collettiva del rischio, quella a cui accennavo qui.
Nella nostra esperienza di singoli, gli incidenti sono eventi troppo rari. Il processo “trial an error” non è in grado di selezionare in modo efficiente i comportamenti con errori se questi non si manifestano.
Dobbiamo perciò avvantaggiarci da una cultura collettiva che tenga nota degli errori e apprenda da essi, trasferendo ai singoli le lezioni imparate.

Non so se il paradigma del D.Lgs. n. 81/2008 sia quello corretto.
So però per certo che finché i processi di valutazione dei rischi saranno gestiti con un approccio Top-Down le cose non funzioneranno.
Abbiamo continuato per anni a migliorare il modo con cui rappresentare le nostre valutazioni, trascurando il processo di valutazione in sé.

La dico brutalmente:

fin quando i lavoratori non saranno effettiva parte integrante del processo di valutazione (integrando, quindi, un approccio Bottom-Up), avremo seri problemi.

Sui forum, su Facebook, nelle discussioni al bar, ovunque si parli di sicurezza i grandi assenti sono loro.

 


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
È la prima volta che leggi questo blog?
Non importa, ormai non puoi più farne a meno. Allora renditi la vita facile.
Guarda in alto a destra. La foto che vedi mostra il frutto ultimo della selezione naturale.
Reprimi tutte le tue pulsioni eugenetiche, razziali e i tuoi bassi istinti di riproduzione e guarda sotto, dove dice «Segui ottantunozerotto.it».
È lì che devi inserire la tua mail per essere avvisato quando scriverò nuovi post.

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6 pensieri riguardo “La selezione naturale degli errori

  1. Caro Andrea ti stai avvicinando nei ragionamenti al punto di partenza della Behavior Analysis. Se avessi maggiore conoscenza di cos’è il comportamento umano e sopratutto come si modifica con le conseguenze potresti chiudere il cerchio. Quello che scrivi è quasi tutto corretto. C’è però un errore. Non si impara per tentativi ed errori, ma per tentativi e successi. Quando si commette un errore (ad esempio in un mazzo di tante chiavi metti nella toppa quella sbagliata) impari sono a NON fare una cosa. Di fatto non impari a fare la cosa giusta. L’uomo impara per tentativi e successi (R+= rinforzo positivo–> aumenta la frequenza di quel comportamento). Per quanto attiene al contributo dei lavoratori al processo per creare la cultura della sicurezza è verissimo. E’ quello che fa la B-BS ove partecipa attivamente al processo, su base settimanale almeno un 40-50% del totale operativi. Riccardo

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    1. Ciao Riccardo,
      sono un po’ meno dogmatico rispetto a te.
      Riconosco la fondatezza dei principi alla base della BBS, ma ritengo che la questione sia un po’ più complessa che non una semplice faccenda di comportamenti.
      Un abbraccio
      Andrea

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    1. Consigliato se ti interessa il tema dell’evoluzione (dando per scontato che non sei un creazionista, il libro non servirebbe a convincerti ma a conoscere meglio come funzionano i processi di selezione naturale).
      Alcuni passaggi sono un po’ ostici, ma l’autore tiene la barra dritta non perdendo mai di vista il tema del libro. Tanta biologia.
      In compenso ho ben capito quanto sia errata l’idea comune dei processi evolutivi e di selezione.

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