Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

Il ruolo della normativa nella riduzione degli infortuni

Riskmanagement

Sull’ultimo numero della rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro (ISL n. 06/2019) ho scritto un articolo intitolato «La burocratizzazione del rischio».
Nella prima parte, ho eseguito un’analisi statistica degli infortuni, incrociando i dati forniti dall’INAIL e quelli dell’ISTAT relativi all’occupazione negli ultimi 45 anni.

Cominciamo da qui. Questi sono i dati degli infortuni sul lavoro denunciati nel periodo di riferimento, totali e mortali. Si tratta di numeri assoluti (per ingrandire cliccare sulla figura):

In questi 45 anni di osservazione, il numero degli infortuni totali è passato dalle poco più di 1.600.000 denunce presentate nel 1970 alle quasi 550.000 del 2015, una riduzione di circa 2/3 del totale.
Anche le denunce di infortunio mortale hanno subito una rilevantissima riduzione passando da un massimo di 3.774 denunce avvenuto nel 1973 al minimo registrato nel 2009 di 1.032 casi (purtroppo, negli anni successivi, il numero è nuovamente aumentato, attestandosi su una media di circa 1.280 denunce tra il 2010 e il 2017).

Ma, come giustamente viene spesso detto, «I dati assoluti sono poco significativi… C’è stata la crisi… L’occupazione è scesa…». Ecco qui, quindi, il dato riferibile al numero di infortuni ogni 100.000 lavoratori (sempre stessa faccenda: cliccare per ingrandire):

Come si può vedere l’andamento riflette pari, pari quello degli infortuni espressi in valori assoluti.

Ho fatto anche l’analisi basandomi sul monte ore lavorato.
Non la inserisco per non pretendere troppo dalla vostra pazienza, ma fidatevi: l’andamento è quello.

In sostanza, gli infortuni stanno diminuendo. In particolare quelli “totali”.

Qualche spunto di riflessione:

  1. fino ad un certo momento storico, l’andamento degli infortuni totali e quelli mortali era identico: diminuiva uno, diminuiva l’altro. Aumentava l’uno, aumentava l’altro.
  2. quel momento storico coincide con il 1994, la data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/1994. Da quel momento, gli infortuni totali hanno continuato a diminuire con la stessa velocità di prima, quelli mortali no. E nemmeno l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008 ha cambiato l’andamento. Nè dell’uno, né dell’altro.
  3. si tratta chiaramente di una correlazione spuria. Solo un cretino può pensare che che le nuove norme abbiano impattato negativamente sul numero degli infortuni mortali.
  4. Togliendo quella “sella” tra metà degli anni ’80 e inizi ’90, l’andamento infortunistico è sempre diminuito. Non solo. Nel caso degli infortuni “totali” la pendenza della curva è quasi costante. Come dire che il cambiamento normativo non ha prodotto un vero impulso.
  5. Come dimostrano i miei grafici, dire che gli infortuni sono aumentati del xx% (o diminuiti) nel 2018 rispetto all’anno precedente, significa statisticamente ben poco. Non individua una tendenza. È un’oscillazione.

Le statistiche però non dicono tutto. Cos’è anche successo in questi anni?

  • le direttive di prodotto hanno notevolmente migliorato la sicurezza. Se vuoi un’attrezzatura non conforme, in linea di massima devi renderla tu tale. Non la compri già così.
  • la tecnologia ha fatto passi da gigante. La sicurezza tecnologica ne ha beneficiato.
  • soprattutto, nei settori più pericolosi si è ridotta drasticamente la manodopera dipendente:
    — nei settori agricoltura, silvicoltura e pesca si è passati da 1,5 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 a poco più di 400.000 nel 2015;
    — nel settore delle costruzioni, il numero di dipendenti impiegati nel 1970 era di quasi 1,7 milioni, diventati 900.000 nel 2015;
    — nell’industria era di 4,9 milioni la manodopera nel 1970, ridotta a 3,6 milioni nel 2015.
  • al contrario, nel settore dei servizi si è passati da poco più di 6 milioni di lavoratori dipendenti nel 1970 agli attuali oltre 13 milioni.

E, quindi, le norme funzionano?

La faccenda è complessa e ci ho speso un bel po’ di parole nell’articolo, a cui rimando per capirne di più.
La mia opinione – in breve – è che il D.Lgs. n. 626/1994 e il D.Lgs. n. 81/2008 non abbiano potuto esprimere il loro vero potenziale.

Per due ragioni:

  1. vizio d’origine. C’è qualcosa che non va in loro. Specie nel modo in cui il testo della Direttiva è stato trasposto nel decreto. Il livello di dettaglio degli obblighi è talmente elevato che il risultato è che c’è più attenzione al soddisfacimento dell’obbligo che al risultato che l’obbligo sottende. Il rischio è stato burocratizzato.
  2. manca, in generale, una «Cultura del rischio» adeguata. La tecnologia avanza, ma non può fare tutto lei. Non fatevi trarre in inganno. Non sto parlando di formazione. Parlo di un modo diverso per interpretare il mondo che ti circonda, una cultura collettiva che sappia meglio distinguere ciò che è pericoloso e ciò che non lo è, traendone le dovute conseguenze. La storia sui vaccini ne è un esempio calzante, ma lo è anche lavarsi correttamente le mani.

P.S.
Scrivo dal 2005 per la rivista Igiene & Sicurezza sul Lavoro e ne sono un lettore dal 2000.  La considero un meraviglioso strumento per accrescere le competenze. Se volete farvi un regalo, abbonatevi.
È un consiglio disinteressato. Grazie a lei ho approfondito tonnellate di argomenti.
Da qui potete scaricare un numero omaggio per farvi un’idea.


V.I.P.S. (Very Important Post Scriptum)
Questo blog genera assuefazione.
Ogni resistenza è inutile. Sarete assimilati (cit.)
Dunque, perché non semplificarsi la vita e rendere agevole l’accesso al vizio?
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9 pensieri riguardo “Il ruolo della normativa nella riduzione degli infortuni

  1. Caro Andrea. La penso come te. Sono arrivato alle stesse conclusioni, magari senza dati statistici. Non penso che la sicurezza cosi impostata sia utile. Distoglie energie e risorse economiche nella direzione sbagliata. Sopratutto per le aziende molto piccole che sono il 95% del totale.

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    1. Un minimo di utilità la si può anche rintracciare. A voler essere buoni.
      Ma resta il fatto che non è abbastanza efficace (non consente il raggiungimento degli obiettivi in tempi ragionevoli), né efficiente (non minimizza le risorse necessarie, anzi…)

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  2. Concordo sui concetti ma non nella loro applicazione. Le norme sono state calate dall’alto e statistica intuitiva alla mano, il 98% degli imprenditori, ancora oggi non sa di cosa parlano. La burocratizzazione del rischio e ricerca del soddisfacimento della norma l’abbiamo creata noi tecnici e non siamo riusciti a dare all’imprenditore gli strumenti per evolversi.

    Ancora oggi moltissimi imprenditori associano alla parola sicurezza concetti quali: costi e non investimenti, impossibilità a lavorare e non opportunità, rallentamenti e non miglioramento della performance complessiva dell’azienda.

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    1. Direi che i tecnici sono parte integrante del meccanismo di burocratizzazione, questo sì. Ma non accollerei a loro tutta la responsabilità di questo risultato.
      Tanti sono gli attori e ognuno ha fatto la sua parte.
      Ai tecnici è convenuto perché potevano fatturare la carta che producevano.
      Alle aziende è convenuto (o quantomeno ci hanno voluto credere), perchè in fondo, in fondo se la sono cavata con poco: ma ci pensi allo sforzo reale e necessario per fare vera sicurezza e non sicurezza sulla carta?
      Gli ispettori sono contenti, perchè la burocrazia facilita lo svolgimento del loro ruolo. La data certa serve a loro, mica a me.
      Il legislatore… vabbeh, che lo dico a fare… è il burocrate per definizione… più regole inserisce più giustifica l’esistenza del suo ruolo di regolatore.
      Devo andare avanti?

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      1. Per nulla d’accordo con Fabrizio. Lo dicesse alla magistratura, e a una bella fetta degli organi di vigilanza. Quando, in un DVR, ti contestano che un PxD dovrebbe essere 2×2 invece che 2×3 – frittura d’aria fritta – ma in produzione l’ispettore non ci va? E il magistrato, per cui devi inserire nel DVR lo scibile umano? Il tecnico è modellato tra queste due incudini e martello, e poi me la prendo con lui? Togliamo sta buffonata e fatemi lavorare solo a botte di verbali, e vi darò ragione. Oggi, no. E a me non conviene, sono qualificato a sufficienza da campare bene lo stesso, anche facendo meno carta.

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