Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, Normativa

La situazione è grave ma non seria

keep Calm154 morti sul lavoro da inizio anno e oggi è il decennale dell’approvazione del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 (da qui potete scaricarvi il testo della norma in formato ePub).

Parlo a te, legislatore, componente della Conferenza Stato-Regioni, membro di qualche Commissione consultiva permanente: mantieni la calma.

Respira… Così, bravo… No, non agitarti… Buono, stai calmo…Non digrignare i denti.

Soprattutto non toccare niente! Non sei obbligato a scrivere una nuova legge, accordo o altro. Per carità, hai già fatto abbastanza.

Stai tranquillo, non c’è nessuna emergenza infortuni in corso. Non sta succedendo nulla che la statistica non possa spiegare, nulla che non sia l’effetto a lungo termine dell’aver creato l’illusione che il semplice rispetto delle regole fosse condizione sufficiente per combattere le morti sul lavoro.

Anzi, guarda… Senza nessuna necessità di inventarsi ulteriori e strane fattispecie di delitti come l’omicidio sul lavoro, se vogliamo chiamare le cose col loro nome, chiameremo questa tipologia di morte «lavoricidio».

Dicevo dell’illusione di combattere il lavoricidio con le norme. Ecco, questo è il risultato delle norme in 40 anni (direi un tempo statisticamente significativo!):

 

Schermata 2018-04-09 alle 10.12.12

Dal 1994, data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 626/94, la riduzione che pur c’è stata non ha fatto nient’altro che proseguire la tendenza precedente già in corso.

Questo è quello che succede quando si vuole sopperire con le norme e le sanzioni alla carenza di cultura, invece di rassegnarsi al fatto che la cultura precede ed è il fondamento delle norme.

E se non si investe in cultura, puoi fare le norme più fighe del mondo, ma le persone non ne comprenderanno mai il senso. E tu non solo hai continuato a scrivere norme che non sai manco scrivere, ma per di più non hai investito in cultura in questi anni.

Non c’è da stupirsi del fatto che la metà degli italiani abbia un’intelligenza inferiore alla media.

Molti di quelli che hanno letto la precedente affermazione, concorderanno con me.
Una buona parte di loro riterrà di ritrovarsi nell’altra metà.
Ma solo una minima parte si sarà resa conto che ho affermato un’ovvietà statistica.

Ecco, questa è un po’ la conferma di quello che dicevo prima. Quanto è difficile far capire il concetto di sicurezza a chi non ha la cultura del rischio necessaria per riconoscere un’affermazione lapalissiana come questa?

Che c’entra il rischio? Il rischio è probabilità, incertezza, comprensione delle correlazioni e delle causalità, dell’andamento degli eventi.
La comprensione del significato di questi elementi è indispensabile a tutti per poter prendere decisioni consapevoli e, per quanto possibile, «sicure».

Le persone non sono stupide, semplicemente spesso fanno scelte sbagliate e confondono il rischio e la sua valutazione con la certezza, basandosi su considerazioni fallaci o incomplete.

Ma per essere più sicuri, non bastano le norme, non basta la formazione. Ci vuole cultura.

 

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7 pensieri riguardo “La situazione è grave ma non seria

    1. Domanda pertinente.
      Il parametro corretto sarebbe la mediana (l’indice cioè che si trova nel mezzo della distribuzione) , ma trattandosi di una distribuzione normale praticamente simmetrica, ai nostri fini media e mediana coincidono.
      Quindi inevitabilmente 50%saranno meno intelligenti della media e 50% lo saranno di più.
      Per inciso, la distribuzione statistica normale è un effetto artificioso determinato dal modo con cui viene calcolato il QI. Però quello è il metodo più comune e quello ci teniamo.
      https://it.wikipedia.org/wiki/Quoziente_d%27intelligenza

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      1. Rileggendo con più attenzione l’articolo ho compreso il senso dell’affermazione. Mi ero fermato alle scritte in rosso.
        Ho guarducchiato un poco in giro è la nostra media a livello QI è 96,1 , come riporta questa pubblicazione: https://lesacreduprintemps19.files.wordpress.com/2012/08/intelligence-a-unifying-construct-for-the-social-sciences-richard-lynn-and-tatu-vanhanen.pdf .
        E non siamo neanche messi malissimo. Certo mi fa riflettere che siamo calati di 5 punti rispetto ad una analoga pubblicazione del 2006.
        Certo a mio parere non è neanche un discorso di cultura nel senso comune dell’accezione: muoiono persone laureate come analfabeti. E’ un discorso che trascende il background culturale o il grado di istruzione.
        La pongo in questo modo: chi sa farsi domande e sa darsi risposte allora avrà basse probabilità di infortunarsi.
        Parlo di naturale propensione analitica (si quella che ci ha permesso di sopravvivere a mani nude contro i leoni della savana: non era rischiosa quella situazione?). Che costa fatica. MOLTA FATICA. E causa spiacevoli compromessi/rinuncie.
        Guarda il casino successo con Facebook: era sotto gli occhi di tutti il problema, ma pochissimi hanno avuto voglia di farsi una serie di domande per trovarne le risposte e agire di conseguenza. E’ la pigrizia mentale dettata dall’uso sempre più pervasivo dell’informatica e degli ausilii elettronici il retaggio che dovremo affrontare nei prossimi anni.

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      2. Come dici tu, non confondiamo l’intelligenza con la cultura (senza nemmeno entrare nel merito di quanto il QI sia un’effettiva misura dell’intelligenza).
        La mia era una semplice provocazione legata alla non immediata percezione della natura statistica dell’affermazione.
        Aggiungerei che, secondo me, la nostra sopravvivenza a mani nude contro i leoni nella savana, non è stata legata a propensione analitica. Al contrario, proprio al contrario.
        Come Gigerenzer afferma (citando proprio l’uomo vs leoni) noi ci siamo “limitati” a sviluppare delle euristiche, fantastiche scorciatoie che ci evitano di farci troppe analisi dei fenomeni ( osa che ci porterebbe alla paralisi), a scapito della precisione.
        Normalmente funzionano piuttosto bene, ma non lamentiamoci se ogni tanto scambiamo la forma causale di una nuvola per l’immagine della madonna.
        E hai molta ragione quando dici che, al di là di questo istinto, siamo spesso pigri e non ci poniamo affatto le domande.

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