Pubblicato in: cultura della sicurezza, incidenti, valutazione dei rischi

L’elefante nella stanza

maxresdefaultIeri sono state pubblicate alcune indiscrezioni giornalistiche relative alla parziale conclusione delle indagini preliminari sull’incidente accaduto alla Lamina il 16 gennaio scorso, nel quale sono deceduti 4 lavoratori.

Non entrerò nel merito dell’esito (presunto) dell’inchiesta e di quella che sembra essere la (presunta) dinamica dell’incidente. Le indagini non sono concluse (manca un ultimo accesso peritale), ma intendo soffermarmi su una frase del giornalista:

«Nessuno poteva sospettare che la valvola fosse aperta: in caso contrario, non sarebbe stato silenziato l’allarme, come invece successo».

Ci sono due elementi che devono essere evidenziati in questa frase e che sono la rappresentazione della fallacia logica che affligge un po’ tutti noi (sicuramente il giornalista ne è vittima) e che, al di là del caso in questione, è effettivamente all’origine di errate valutazioni.

N.B.: uso la frase citata come spunto. Non intendo minimamente avallare o smentire la ricostruzione data nell’articolo. 

La prima è la seguente.

Non vedere alcun elefante in una stanza viene considerata da chiunque una buona prova dell’assenza di elefanti nella stanza. Ma, al contrario, difficilmente qualcuno considererebbe il non riuscire a vedere una pulce su un elefante la prova di assenza di pulci sull’elefante e non ci sarebbe niente di strano se pretendessi delle indagini supplementari a sostegno della tesi che l’elefante non ha le pulci. Nel dubbio, chiunque metterebbe un collare antipulci all’elefante se ha intenzione di tenerselo in casa.

Nel suo «Il mondo infestato dai demoni» (consiglio a tutti la lettura del libro), lo scienziato e divulgatore Carl Sagan nel rappresentare le fallacie logiche più comuni che inficiano la valutazione della veridicità di un’affermazione, riassume benissimo il concetto nella seguente frase:

«L’assenza di prove non è prova di un’assenza»

Non so come si sia potuti arrivare alla conclusione citata dal giornalista. Tuttavia è un dato di fatto che fin quando ci sembrerà normale «non sospettare che le valvole siano aperte», invece di «dubitare che le valvole siano chiuse», avremo un problema. Serio.

Ci sono due elementi da tenere presente per non cadere in queste fallacie logiche:

  1. L’aspettativa. L’aspettativa gioca un ruolo fondamentale, in questo caso. La verità è che io non mi aspetto di trovare un elefante nella stanza e mi accontento di una verifica sommaria il cui esito sarà inficiato dal bias di conferma. Quale che sia la nostra aspettativa, noi siamo chiamati a fare previsioni ovvero ipotesi e queste devono essere innanzitutto di tipo on/off, I/O, Sì/No. L’aspettativa lasciamola ai giornalisti.
  2. La probabilità. Superando l’aspettativa di trovare un elefante nella stanza, difficilmente considererò probabile la sua presenza. Andrebbe tutto bene se la stanza non fosse una cristalleria. In questo caso, le decisioni devono essere prese basandoci sull’entità dei danni. Se questi sono inaccettabili (e la nostra capacità di fare una loro stima è senz’altro più accurata di quella relativa alla probabilità che si verifichi l’evento), dobbiamo rassegnarci all’ipotesi ragionevolmente più conservativa. Il livello di confidenza di una previsione indica la probabilità di azzeccarci. Maggiore è il livello di confidenza (es. 99%) minore è la probabilità che la previsione sia errata (1%). Quanti di voi salirebbero su un aereo sicuro con un livello di confidenza del 99%?

Abbiamo mezzi sufficienti per raccogliere prove e conoscenze sufficienti per interpretare le prove o la mancanza di prove. Basta non dare maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi e non trattare il mondo reale come un casinò.

La seconda questione che vorrei confutare è l’affermazione lapidaria che «Nessuno poteva sospettare che la valvola fosse aperta». No, no e poi no. «Nessuno» non si può sentire.

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7 pensieri riguardo “L’elefante nella stanza

  1. Fornisco un ulteriore, umile spunto di riflessione: la necessità -assoluta nella nostra attuale società complessa e multidisciplinare- di dare il giusto peso sia giuridico che, ancor prima, psico-logico (dove il trattino è voluto) al Principio dell’ Affidamento. Gradirei la vostra opinione

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    1. In molti settori è necessario affidarsi e fare assegnamento sulle altrui competenze, valutazioni e capacità. Penso alle squadre di VVF, ai corpi militari, ai medici. E lo fanno sapendo di poterlo fare, con piena fiducia.
      Il problema non è tanto quello di affidarsi, quanto a chi affidarsi in tutti gli altri ambiti caratterizzati più da esperienza che competenza verificata.
      Non so se ho centrato il tuo spunto.

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      1. Sì e no (risposta da avvocato). Sull’ A chi affidarsi, certamente; sul fatto che sia psicologicamente, che logicamente (ovvero applicando un pensiero razionale e persino rigoroso) io debba dare per scontata una certa circostanza oggettiva nel mio agire, per me sarebbe necessario riflettere, fino a scriminare in molti casi. Discorso diverso certamente se parliamo di posizioni di garanzia e VdR, dove in fase di progettazione o marcatura dell’ impianto devo necessariamente considerare l’ uso scorretto ragionevolmente prevedibile. Ma lì… torniamo alla tua considerazione !

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      2. Io sono uno strenuo difensore della nostra razionalità limitata. È quella che ci ha portato dove siamo come specie e che, solo occasionalmente, ci uccide.
        Tuttavia la consapevolezza della nostra limitazione:
        1) non deve diventare una scusa per giustificare processi decisionali troppo ingenui
        2) la separazione tra il livello di razionalità a cui possiamo ambire e quello che effettivamente esercitiamo, è così ampia che c’è talmente tanto da lavorare da non preoccuparmi di situazioni estreme come quelle del “dilemma del prigioniero”. Nella maggior parte dei casi ritengo sufficiente ragionare in termini di danno, lasciando le valutazioni probabilistiche ai soli casi in cui non posso farmi male seriamente.
        Ora come sono andato?
        🙂

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      3. quando dici che il problema sia “a chi affidarsi in tutti gli altri ambiti caratterizzati più da esperienza che competenza verificata” non so se centri lo spunto di Alessandro Franco, ma centri perfettamente quello che mi sta agitando la cistifellea da un bel po’ di tempo: troppo, per i miei gusti.

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