1° mito: valutazione dei rischi, l’arte di cucinare la pasta all’amatriciana senza guanciale

«Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole»
Ecclesiaste 1:9 

A partire da questo post parlerò di quelli che considero i miti della sicurezza.

Il primo mito, di cui ho già scritto in vari post, risiede nella volontà del legislatore di considerare la valutazione dei rischi la pietra angolare dell’intero sistema prevenzionistico, l’amuleto che ci difenderà dallo spettro dell’infortunio, l’agnello che toglie i peccati dal mondo.

Per chi si fosse perso le ultime puntate, la ragione per cui considero tale pretesa un mito, deriva dalla banale osservazione che dietro la definizione di rischio si nasconde il concetto di probabilità e l’atto della valutazione consiste, ancor più banalmente, nel determinare se un evento possa accadere o meno e, se sì,  con quale probabilità.

Ecco, appunto… intervenire o non intervenire; prevenire o proteggere; agire in tempi rapidi o tempi lunghi… tutte queste decisioni dipendono dalla nostra valutazione, che dipende dalle probabilità, la quale discende dal possesso e dalla conoscenza di dati storici. Solo di dati storici. Nient’altro.

E, anche ammesso che si abbiano questi dati, nulla si può dire rispetto a ciò che non ha precedenti.

Te lo dice anche l’Antico Testamento, nell’Ecclesiaste, di cui ho riportato un estratto all’inizio di questo post (sì, l’Ecclesiaste è quella roba di «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, ecc.»): tutto quello che accade è già accaduto in passato.

Sapevatelo!

Il problema è infatti questo: non abbiamo dati. Puoi raccogliere tutti i “near miss” che ti pare, continuerai a non avere dati. Nel mondo reale è così.

Così ci ritroviamo una norma che ci impone di fare una valutazione dei rischi e ci dà una definizione di rischio che discende dal concetto di probabilità ma, pur con tutto l’impegno di questo mondo, manca l’ingrediente fondamentale: la conoscenza della probabilità.

Fattela te la pasta all’amatriciana senza guanciale.

Ma se venissi autorizzato ad usare la salsiccia, mi dico:

  1. Mi hanno chiesto di fare pasta all’amatriciana
  2. Non ho guanciale, solo salsiccia,
  3. Questi qui non hanno precedenti; non hanno mai mangiato pasta all’amatriciana,
  4. la salsiccia, in fondo, sempre maiale è,
  5. il protocollo europeo della pasta all’amatriciana consente di sostituire il guanciale con la salsiccia, anche se il guanciale è fortemente consigliato,
  6. ci metto molto pecorino e così la butto in caciara,

alla fine la maggior parte non si lamenta, anzi si abitua a quel gusto.

Perché questo è quello che succede nella realtà di tutti i giorni: la valutazione dei rischi che viene servita non è nient’altro che un mito, un piatto la cui ricetta è stata stravolta secondo le attitudini soggettive del cuoco a causa della carenza di ingredienti. È come il parmisan venduto in Olanda, la mozzarella che si mangiano in Inghilterra, il vino in polvere bevuto in Finlandia. Sono dei miti, delle credenze credibili. Ti danno l’illusione di stare mangiando il prodotto originale, mentre invece ti stai nutrendo della sua narrazione, del racconto di ciò che è il concetto di parmigiano, mozzarella o vino.

La P inserita nel calcolo PxD del rischio è salsiccia, non è guanciale. La valutazione del rischio, non è amatriciana ma pasta con la salsiccia ed il pecorino.

Chi è che alimenta il mito?

  1. La comunità europea e gli stati membri che basano tutto il sistema prevenzionistico sulla valutazione del rischio (no, non sono favorevole all’uscita dalla UE);
  2. Modelli teorici come la “Domino theory” di Heinrich o il “Swiss Cheese Model” di Reason che, utilizzati a valle di un incidente per la sua analisi, generano questa strana impressione di linearità tra causa ed effetto che rende tutto prevedibile e, conseguentemente, prevenibile;
  3. La rarità degli incidenti e l’impossibilità di affermare con certezza se essi non accadono perché noi stiamo impedendo che accadano o se, semplicemente, non accadono per i fatti loro;

Su queste basi, io posso affermare di essere il maggior esperto al mondo in fatto di terremoti. Ho, tra l’altro, scoperto un metodo che mi consente di sapere, con un giorno di anticipo, se ci sarà o meno un terremoto di grado superiore al 6° della scala Richter. Tranquilli, oggi non ci sarà nessun terremoto 🙂

Se il mio racconto fosse sufficientemente credibile, se io fossi sufficientemente credibile grazie al pubblico riconoscimento delle autorità circa la validità del mio metodo, le mie valutazioni lo sarebbero altrettanto. Molto probabilmente, in effetti, il 1° giorno il terremoto non accadrebbe. E nemmeno il 2°, il 3° e così via…

La credibilità circa la prevedibilità dei terremoti, si autoalimenterebbe. Proseguendo la narrazione, potrebbero passare anni prima del verificarsi di un terremoto di grado superiore alla mia soglia di rilevabilità.

Se dovesse accadere, è inutile che ve la prendiate con me: io, in realtà, ho avuto ragione il 99% del tempo.

E infatti, praticamente nessuno si lamenta dell’amatriciana con la salsiccia.

 

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6 thoughts on “1° mito: valutazione dei rischi, l’arte di cucinare la pasta all’amatriciana senza guanciale”

  1. Finalmente un altro che usa la testa
    Non è il solo ad usarla ma quando se ne trova uno …il cuore si allarga di gioia
    Finalmente

    Sono soddisfatto anche per la comunanza di vedute
    Ho usato altre espressioni, meno dotte e circostanziate ma identiche

    Infatti ho sempre pensato che la Valutazione dei Rischi fosse come sparare nel muro e poi fare il cerchio
    Ovvero prima è definito il rischio R poi i fattori P e D della moltiplicazione
    Ad es. il rischio scivolamento è 6 allora P x D è 3 x 2 oppure 2 x 3 oppure 6 x 1 oppure 1 x 6…

    Grazie ingegnere!!

    Mi piace

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