Pubblicato in: valutazione dei rischi

Siamo intelligenti, non razionali!

Siete andati a fare un safari fotografico in Namibia e, imprudentemente, scendete dal fuoristrada per fotografare un leone che stava placidamente prendendo il sole. Improvvisamente, il leone fiutando la vostra presenza si alza e vi viene incontro minaccioso. Avete con voi una balestra e, guardandovi indietro, siete in grado di stimare a che distanza si trova il vostro 4×4.

Il vostro cervello inizia a lavorare freneticamente: dovete scegliere se correre verso la salvezza rappresentata dall’abitacolo del fuoristrada o puntare la balestra contro il leone.

Per fortuna, vi tornano in mente le pallide rimembranze dei vostri studi di fisica: stimando la velocità apparente del leone siete in grado di calcolare se raggiungereste per tempo la vettura. In alternativa, usando le relazioni del moto del proiettile, potete colpire il leone con la freccia della vostra balestra.

Tra la teoria e la pratica, purtroppo, mai come in questi casi, ci sono distanze incolmabili: il nostro cervello non ha le capacità computazionali necessarie per affrontare situazioni come queste nei tempi richiesti.

Nel corso dell’evoluzione, infatti, l’uomo, per sopravvivere, ha sviluppato due differenti modalità di pensiero: una lenta (perfettamente razionale, rappresentata, ad esempio, dalla capacità di sfruttare la logica e le proprie conoscenze “scientifiche”) ed una veloce.

Quest’ultima si avvale delle euristiche, algoritmi inconsci che ci permettono di scegliere strategie e prendere decisioni senza usare la logica (lenta), affidandoci piuttosto ad intuito ed esperienza (veloci). Le euristiche, normalmente, ci permettono di pervenire a risultati notevoli e corretti ma, in alcuni casi, ci fanno toppare in modo clamoroso (io colleziono bias cognitivi come altri collezionano farfalle).

Questa capacità sono state studiate approfonditamente da due psicologi, Amos Tversky e Daniel Kahneman, in un ambito ben preciso: le discipline economiche (Kahneman vinse il premio nobel per l’economia grazie a questi studi).

Grazie ad una serie di esperimenti semplicemente geniali, T. & K. dimostrarono come gli esseri umani, messi di fronte a determinati processi decisionali, violassero sistematicamente alcuni principi elementari di razionalità.

Il test che ho proposto nel precedente post è la mia rielaborazione di quello che – a detta di Kahneman – costituisce il più noto e discusso dei loro esperimenti: il problema di Linda (seguendo il link troverete il testo originale, tradotto in italiano).

Torniamo al mio test, di cui ripropongo la traccia per rendere più semplice seguire il percorso logico che vi presento:

Un lavoratore, con mansione di magazziniere, esperto della propria mansione, viene trasportato al pronto soccorso a seguito di un grave incidente.
Quale tra i seguenti scenari ne è stata la causa probabile?
1. Un pallet, correttamente collocato, cadde da una scaffalatura ferendo gravemente il lavoratore;
2. A causa di un errore di manovra, un carrello elevatore urtò accidentalmente la scaffalatura, determinando la caduta di un pallet, correttamente collocato, che ferì gravemente il lavoratore.

La prima cosa che vorrei notaste, è che è espressamente richiesto che la valutazione circa lo scenario da preferire, debba essere condotta secondo criteri di probabilità.

A questo punto analizziamo i due scenari.

Nel primo viene proposta la caduta di un pallet correttamente collocato su una scaffalatura, senza che ne siano state specificate le cause.

Nel secondo viene proposta la caduta di un pallet correttamente collocato su una scaffalatura, per una causa ben precisa (urto della scaffalatura da parte di un carrello elevatore).

Ragionate in termini di insiemi (come ce li hanno fatti studiare alle elementari. Da grande, all’Università, ho scoperto che si chiamavano diagrammi di Eulero-Venn ed erano meno divertenti che alle scuole elementari): l’insieme dei pallet, correttamente collocati, caduti da una scaffalatura a causa di un urto della scaffalatura da parte di un carrello elevatore (insieme B) è interamente contenuto nell’insieme dei pallet, correttamente collocati, caduti da una scaffalatura (insieme A).

DiagrammaVenn

Eppure, la maggioranza di quelli che hanno commentato il precedente post, ha ritenuto preferibile optare per il secondo scenario, violando la logica delle probabilità. Siete comunque in buona compagnia: anche nell’esperimento di T. & K. il 90% dei soggetti costituenti il campione intervistato è cascato nella medesima fallacia logica.

Questo genere di errori si può generare quando utilizziamo le cosiddette euristiche del giudizio e, nello specifico, quando ci affidiamo all’euristica della rappresentatività.

Per farla breve, il motivo per cui avete ritenuto preferibile la seconda alternativa è che era semplicemente più credibile, si conformava ai racconti che sentiamo in genere, alle nostre proiezioni mentali, agli stereotipi. Tutto questo nonostante fosse illogica e violasse il calcolo delle probabilità (vorrei che questo punto fosse chiaro: la risposta 2 è sbagliata, senza se e senza ma) che è uno dei parametri che utilizziamo nelle valutazioni dei rischi.

Nei prossimi post cercherò di proseguire il ragionamento, ricollegandomi, ancora una volta, ai rischi insiti nelle valutazioni dei rischi che svolgiamo.
Ora vorrei lasciare spazio ad eventuali commenti.

7 pensieri riguardo “Siamo intelligenti, non razionali!

  1. premesso che so di non aver ragione dal punto di vista probabilistico
    il mio istinto euristico di uomo della sicurezza
    dopo un pericolo (energia potenziale “correttamente collocato”)
    mi aspetto sempre un innesco (“urto accidentale”)
    per poi generare un evento (“cade”)
    che se colpisce il target crea il danno

    il “correttamente collocato” da solo per me non spiega la sua caduta
    altrimenti si può anche immaginare che
    “Un pallet, correttamente collocato, lascia una scheggia nella mano del carrellista”

    poi che abbia sbagliato dal punto di vista solo della probabilità è chiaro
    e so di non aver ragione 🙂

    grande Andrea!

    PS: tanto sapevi che io e altri ragioniamo così, ci hai teso una trappola in cui sai che i pesci abboccano :))

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    1. Quello che tu chiami “istinto euristico di uomo della sicurezza”, io lo chiamo “bisogno patologico di trovare una causa”.
      Il che riconduce tutto all’approccio newtoniano alle valutazioni dei rischi.
      Come darti torto?

      "Mi piace"

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